Archivi categoria: Borghi Castelli e Paesi

Descrizioni, curiosità e attrazioni turistiche e di intrattenimento dei centri abitati di Pomarance e Alta Val di Cecina.

LA ROCCA SILLANA

Durante l’anno accademico 1987-88 io, con due miei colleghi Alberto Bocelli e Be­nedetto Roventi™, abbiamo discusso la tesi su uno dei monumenti più importan­ti del territorio comunale e dell’intera Al­ta Val di Cecina: la Rocca Sillana.

La tesi è stata indirizzata su diversi cam­pi di ricerca oltre a quello squisitamente architettonico che ha avuto naturalmen­te il maggior rilievo.

La necessità di allargare i punti della ri­cerca è scaturita sin dall’inizio, quando ci siamo resi conto che nonostante la mo­le del monumento e la sua forte presen­za sul territorio, non esisteva nessuno stu­dio organico. Il grande fuori scala che il fortilizio rappresenta nel territorio ci ha su­bito reso cosciente che le risposte ai que­siti che ci ponevamo, come l’epoca in cui è stato costruito, la sua funzione strate­gica, il merchingegno architettonico, ecc., non potevano trovare risposta se non at­traverso una lettura organica del manu­fatto nel territorio e nelle diverse epoche in cui ha assolto la sua funzione.

La ricerca quindi si è sviluppata su tre di­versi piani:

  • Analisi STORICO – GEOGRAFICA del territorio.
  • Inquadramento STORICO – STRATEGI­CO – ECONOMICO nelle diverse epoche e quindi la CAMPAGNA delle RILEVA­ZIONI del Borgo e della Rocca.

Lo scarso materiale bibliografico riguar­dante il nostro territorio ci ha indotto ad intraprendere delle ricerche di fondo con­sultando gli archivi storici comunali di Po­marance, di Castelnuovo V.C. e l’archi­vio di Stato di Firenze che ci hanno forni­to delle notizie, in diverso modo interes­santi, e che a nostro avviso richiedereb­bero una ricerca più qualificata e più det­tagliata. In particolare all’archivio di sta­to di Firenze la ricerca potrebbe avere de­gli indirizzi ben precisi, che sono emersi dal nostro lavoro e sui quali mi sofferme­rò tra poco.

INQUADRAMENTO TERRITORIALE.

Alcuni autori hanno fatto rilevare la pre­senza di numerosi percorsi che collega­vano Volterra (città egemone) con i vari centri del suo dominio sin da epoche re­mote.

Già gli Etruschi e dopo di loro i Romani conoscevano le ricchezze minerarie e ter­mali del nostro territorio. La viabilità da noi definita MINERARIA partiva da Vol­terra, passava per Mazzolla, per la Roc­ca Sillana, toccava Montecastelli e giun­geva a Montieri. A testimonianza del per­corso in epoche arcaiche, ci sono i nume­rosi ritrovamenti di epoca etrusca e roma­na individuati dal Gruppo Archeologico di Pomarance, che colgo l’occasione per ringraziare della cortese collaborazione. Anche in epoca medievale il percorso mi­nerario mantiene, e forse raggiunge, il massimo dei traffici, considerando l’im­portanza delle presenze che vi si affac­ciano quali: il borgo di Mazzolla, La Torraccia di BERIGNONE (rifugio dei Vesco­vi, dove questi per un periodo intorno al XIII see. coniarono MONETA con l’argen­to di Montieri) e Sillano, all’epoca impor­tante e popoloso borgo con castello feu­dale.

Un’altra tappa del percorso era la pieve di S. Quirico e S. Giovanni (detta di Silla­no) dai caratteri architettonici di notevo­le fattura. Il percorso arcaico guadava il fiume Pavone, e qui vi sono delle testimo­nianze quali un piccolo convento con san­tuario, oggi in abbandono, e un fortilizio per la riscossione delle gabelle. Prose­guendo troviamo Montecastelli edificato nel 1249 dal Vescovo Ildebrando, quindi Montalbano, Anqua ed il castello di Fosini, altro importante fortilizio a difesa del­la viabilità in questione e della vallata del Pavone. Si giungeva quindi, prima a Gerfalco e poi a Montieri, all’epoca importan­te centro minerario spesso conteso fra volterrani e senesi. In tutte queste locali­tà citate avvenivano estrazioni minerarie di diverso valore; fatto estremamente im­portante per l’economia volterrana. In particolare la posizione geografica di Sillano, difficilmente offendibile ed in diret­ta visuale su Volterra, suscitò durante il XIV e XV see. l’interesse della Repubblica Fiorentina in pieno sviluppo economi­co e politico.

Veduta Aerea zona Rocca Sillana e Antica Miniera sul Pavone (1940).

Durante il XIII see. e parte del XIV, il ca­stello di Sillano, come altri castelli in que­sto periodo, viene suddiviso in frazioni di proprietà. I documenti attestano la pre­senza di diversi comproprietari, tra cui le famiglie Buonparenti e Aldobrandeschi, il comune di Volterra, i Vescovi e succes­sivamente il comune di Firenze. Durante il XIV see. la famiglia Petroni di Siena vie­ne in possesso della Rocca. Diverse so­no le ipotesi formulate su come questa fa­miglia ne sia venuta in possesso. Il fatto comunque risulta legato ai giochi di po­tere fra le diverse famiglia (guelfe e ghi­belline) che si alternarono alla guida del­la città di Volterra.

ROCCA SILLANA: Vista lato Est della Fortezza (da GORI Antichità Volterra).

La presenza dei Petroni è comunque tol­lerata dai volterrani in relazione ai loro buoni rapporti con la città di Siena, che appoggiava i propri traffici comunali, ver­so il nord Italia ed Europa, sulle infrastrut­ture viarie del territorio volterrano, in al­ternativa a quelle fiorentine con cui il go­verno senese era in continuo conflitto. Sul finire del XIV see. con il famoso episodio di Martincione da Casole, che non è da­to a sapere quanto sia stato fortuito, la Repubblica Fiorentina riesce ad impos­sessarsi del castello di Sillano. Si ipotiz­za che il crescente interesse di Firenze per questa rocca sia dovuto a: la neces­sità di garantirsi un punto d’appoggio che rappresentasse un monito per Volterra, ostile al loro dominio, la possibilità di osta­colare i buoni rapporti accennati tra Vol­terra e Siena, un possibile sbocco al ma­re ed infine l’interesse per lo sfruttamen­to dei giacimenti minerari presenti nella
zona.

Catasto 1822, destinazioni

Nel corso del XV see. la Repubblica Fio­rentina considera, ormai, Volterra un pro­prio dominio; ma quest’ultima, in diverse circostanze, si ribella, ad esempio in oc­casione dell’imposizione del catasto del 1427. Nel 1472 un altro episodio vede na­scere dei contrasti tra Firenze e Volterra relativamente allo sfruttamento di alcune miniere di allume presenti nel territorio. Anche in questa occasione il popolo vol­terrano si rivoltò alla potente Repubblica Fiorentina, e questa nella persona di Lo­renzo il Magnifico, decide di dare una le­zione esemplare e definitiva alla città. All’azione politica intrapresa da Lorenzo il Magnifico, al fine di isolare il Comune dagli altri stati della penisola (Roma, Ve­nezia, ecc.), seguì un’azione strategica di largo respiro, assoldando e rafforzando un numeroso esercito. All’interno di que­sto quadro militare la Rocca Sillana rien­trò nei piani di Lorenzo il Magnifico, che finanziò un’importante opera di ristruttu­razione del fortilizio per adeguarlo al dif­fondersi di nuove tecniche militari (inven­zione delle armi da fuoco).

L’attuale aspetto del fortilizio deriva difatti dall’operazione che fu compiuta in quel­l’epoca e cioè il completo rifodero delle antiche mura. L’impresa fu senza dubbio molto onerosa, viste le proporzioni, in considerazione anche dell’orografia dei luoghi e dell’impiego del cotto; tecnolo­gia quest’ultima del tutto inusuale in quel­l’epoca nel nostro territorio (la fortezza nuova di Volterra, ad esempio, edificata dopo gli avvenimenti in questione e a te­stimonianza dell’egemonia fiorentina, è costruita quasi interamente in pietre).

Spaccato Assonometrico lato Sud-Est

Non ci é stato possibile suffragare le ipo­tesi suddette con scritti dell’epoca a cau­sa delle numerose difficoltà incontrate. La nostra ipotesi pertanto è basata su di una analisi storica, avallata da riferimenti tec­nici da noi determinati grazie al rilievo me­trico dell’organismo architettonico con­frontato con altre fortificazioni della stes­sa epoca ma edificate con tecniche più avanzate. A tale proposito colgo l’occa­sione per invitare l’amministrazione co­munale ad un incontro per definire le po­tenzialità di un approfondimento della ri­cerca all’archivio di Stato di Firenze, in considerazione di un sicuro interesse che questa ha nei confronti dell’importante monumento, indicato dalla variante al P.R.G. come zona archeologica.

Tornando alla storia della Rocca, dopo il Sacco di Volterra, perse la sua funzione strategica nei confronti di Volterra perden­do pertanto la sua importanza. Inizia co­sì un lungo periodo di decadenza in cui diviene una dipendenza del Maschio di Volterra.

Intorno al 1600 un fulmine rovinò il due­centesco guardingo ed altre strutture in­terne a cui non fu portato restauro nono­stante le sollecitazioni del castellano al Granduca Leopoldo.

ROCCA SILLANA: Veduta lato Sud-Ovest (1970)

Sul finire del XVIII see. la fortezza venne acquistata da un certo Marco Antonio Ac­ciai (3/7/1781) residente nel borgo di Sillano, che sottopose la Rocca a lenta de­molizione “tetti e materiali… per suo gua­dagno’’. La fortezza ormai è abbandonata ma il borgo annesso continua a soprav­vivere almeno fino al 1842 quando viene trasferita la pieve a Lanciaia e fors’anche al 1860 visto che nelle liste degli “eleg­gibili” nelle elezioni di quell’anno com­paiono ancora le famiglie di Acciai e una di Borghetti residenti a Sillano. Tale bor­go si sviluppava lungo un asse viario in­terno alla cinta muraria che collegava tre camere di accesso edificate probabilmen­te all’epoca del rifodero, sul lato sud – ovest della medesima cinte, alla porta vol­terrana a nord.

Dalla planimetria del 1822 (catasto leopoldino) risulta che la proprietà è suddivisa in cinque partite catastali, tra le quali la chiesa di S. Bartolomeo. A questa appar­tengono la casa del pievano con orto, for­no e piazzetta a pastura posti su un lato della strada e delimitati dalla cinta mura­ria fortificata. Sull’altro lato vi è la chiesa con sagrestia e cimitero annesso. Gli al­tri proprietari hanno accorpato le rima­nenti aree racchiuse, destinandole parte ad uso residenziale e parte ad uso agri­colo. Segno questo di uno stato di abban­dono demografico. La consistenza edili­zia è composta da 15 edifici (più uno di­ruto). La Rocca è definita “DIRUTA”.

Arch. Rodolfo Bertoli

SERRAZZANO DALLE BELLE CHIESE

la Rocca longobarda e l’Oratorio fuori le mura.

di Claudia Vailini

Serrazzano fu rocca longobarda come ancor oggi è palesato dalla con­figurazione urbanistica del suo castel­lo, fortificato da una solida e compat­ta cinta muraria. Proprio nel punto più alto del castello, i Longobardi, conver­titisi al cattolicesimo nel corso del 600, eressero un piccolo tempio intitolato a San Michele Arcangelo, come molti altri edifici religiosi sorti in epoca longobarda nel territorio che corri­sponderà, poi, alla diocesi volterrana antica.

E i “Lambardi”, signorotti locali che avevano mutuato il nome e il potere dai loro antenati longobardi, intorno al Mille, avevano ancora la reggenza di quel comunello rustico che era al­lora Serrazzano dove i pochi abitanti sfruttavano in comune i prodotti dei campi e dei fitti boschi.

Serrazzano: Oratorio di S. Antonio

Sembra proprio essere stato un lambardo di Serrazzano, tal Gherardo del fu Pagano che donò al monastero di San Pietro in Palazuolo di Monteverdi l’usufrutto della sua por­zione della chiesa edificata dentro il castello di Serrazzano, il cui vocabo­lo è del Santo Angelo (1), eccetto il pezzo di terra che egli aveva donato precedentemente alla chiesa di San Donato edificata sotto la stessa corte e in prossimità del castello.

Il documento, stilato il 5 marzo 1102 e conservato nell’Assegnatario Diplo­matico della Città di Massa Marittima,
evidenzia l’esistenza di due chiese: quella “privata” di San Michele nel ca­stello di proprietà del signore e quel­la di San Donato fuori le mura appar­tenente al popolo, con funzione di chiesa parrocchiale avendo il fonte battesimale e la facoltà di ammini­strarvi gli altri sacramenti. Una vera e propria piccola pieve, dunque, sita in campagna come le pievi antiche, ma vicina al castello, di cui risultereb­be addirittura anteriore e quindi premillenaria (2). La piccola chiesa sarebbe stata, proprio come le pievi, matrice, cioè madre, della chiesa nel paese e, come risulta dalle relazioni delle visite pastorali (3), non prima del 1414 sarebbe avvenuto il trasferimen­to del titolo curato dalla chiesetta di San Donato a quella entro le mura, la quale mutò il titolo di San Michele in quello di San Donato vescovo, titolo che tuttora mantiene; la chiesetta, invece, fu intitolata a Sant’Antonio aba­te anche se, per una sovrapposizione di culti, è Sant’Antonio da Padova che oggi, e da due secoli almeno, vi si onora (4).

Architrave in pietra di tecnica barbarica

Senza dubbio, particolari sono il ruolo e la funzione della chiesetta di San­t’Antonio, nei primi secoli del Mille: essa come scrive Mons. M. Bocci cit. “forse spettava, come una buona par­te del territorio di Serrazzano, alla pieve di San Giovanni di Lustig nano: ce lo testimonia il libro dei diritti vescovili in cui si afferma che l’episcopato volterrano, ogni anno, raccoglie la de­bita decima di quanto nasce e si rac­coglie nel castello di Serrazzano che è distretto e cura della pieve di Morba, ma delle terre di Catignano e Corpolla raccoglie solo tre parti e il quartese spetta al pievano di Lustig nano; nella contrada poi di Mugnano e della Ficaiola soltanto la metà’’.

La pieve di Lustignano, oggi podere San Giovanni, si trovava al confine della diocesi di Volterra con quella di Massa e fu sovente oggetto di contestazioni territoriali riguardanti le par­rocchie da lei dipendenti coi loro ri­spettivi poderi o appezzamenti terrieri: la chiesetta di Sant’Antonio, vicina alla pieve di Lustignano, dunque poteva stabilire una sorta di limite territoriale non solo della pieve di Bagno a Morba ma addirittura di tutta la diocesi volterrana antica tenendo di conto che, in certi periodi la pieve di Lustignano appartenne alla diocesi di Massa Marittima. La chiesetta, inol­tre, fu dotata per secoli di ius baptezandi, proprio perché “i vescovi avevano promosso al servizio batte­simale anche chiese minori per im­pedire la tentazione di passare i con­fini parrocchiali e a scoraggiare inge­renze politiche e religiose’’ (5).

Di fatto, la relazione della visita pa­storale del 5 dicembre 1477 registra la chiesa fuori castello ancora come parrocchiale e la dice di collocazione vescovile, avente come rettore Ser Batista de Regno: “tale chiesa è fuori castello… ha funzione battesimale per antica consuetudine, tuttavia non de­tiene la facoltà di benedire il fonte, ma il rettore va a benedire l’acqua alla pieve di Morba da dove la porta alla sua chiesa e lì battezza”. Dallo stes­so documento sappiamo che a cau­sa delle guerre la parrocchiale fuori paese non era allora officiata, che nessuno vi risiedeva e che, a servire da parrocchiale, era la chiesa nel ca­stello la quale “era bene fondata, constructa et coperta…”, ma solo nel 1576 la visita apostolica censisce, fi­nalmente, la chiesa parrocchiale nel castello di Serrazzano, patrono il po­polo, con 70 anime a Comunione.

Serrazzano: Oratorio di S.Antonio; interno (foto di Maurizio Biondi)

MILLE ANNI MA NON LI DIMOSTRA!

Che l’edificazione dell’oratorio pos­sa risalire a prima del Mille sembra essere avvalorata dall’osservazione della sua particolare architettura: “L’oratorio di Sant’Antonio è, per me e senza timore di smentita, l’edificio di culto più antico esistente nelle colline metallifere, a cavallo della Val di Cecina e della Val di Cornia. Si tratta di un edificio protoromanico attribuibile al­meno all’inizio dell’undicesimo seco­lo, però in base alla scoperta di edifici con particolari stilistici simili in Corsica, si può farlo risalire alla fine del 900. Questa sicurezza mi deriva dall’os­servazione del paramento murario, perfettissimo per tecnica: non si nota segno di leganti ed è eseguito in gros­se bozze d’arenaria perfettamente squadrate e sovrapposte. Anche la finestrella, a doppia strombatura, del­l’abside semicircolare non ha simili in tutta la zona, ma soprattutto degno di nota è il portale con la sua architrave monolitica, in pietra, di for­ma trapezoidale, di gusto e tecnica definita barbarica, molto comune nei monumenti ad esso contemporanei venuti alla luce in Corsica.

Nella parte superiore della facciata, nel secolo scorso, è stata aperta una finestrella rettangolare al posto della finestra originale, di cui si vede l’architrave intonata al disegno del portale e sopra è un piccolissimo campanile a vela. Si notano dei risar­cimenti sulla parete laterale destra fatti in epoca antica.

L’oratorio sorge in aperta campagna vicino a edifici rurali di molto poste­riori (circa XVIII see). La sua presen­za dimostra che anche nell’antichità là doveva esistere un centro rustico probabilmente precedente al conso­lidarsi dell’attuale castello di Serrazzano…”

Così scrivono gli architetti G. Evan­gelisti e M. Giachetti, nella relazione storico-tecnica depositata presso la Soprintendenza alle Belle Arti di Pisa, datata 1975, due anni prima dell’ese­cuzione dei lavori di restauro che han­no ripristinato questo piccolo gioiello di architettura.

La datazione premillenaria dell’orato­rio sembrerebbe così essere compro­vata sia dal documento del 1102 in cui esso già risultava oggetto di la­sciti testamentari sia dalla sua strut­tura architettonica, ma forse, solo uno studio comparato dei simili edifici sa­cri della Corsica e del nostro orato­rio, potrebbe far luce sull’origine di quest’ultimo e sulla sua originalità architettonica rispetto alle chiese sue contemporanee sopravvissute sul no­stro territorio. Il riferimento alla Corsica aumenta la curiosità riguar­do la committenza dell’oratorio e la provenienza delle maestranze che lo costruirono. Viene immediatamente da pensare al ruolo che potrebbe aver avuto, in tale realizzazione, la Badia benedettina di Monteverdi, importan­te punto di incontro e di scambio di quella religiosità monastica che fece pullulare, già prima del Mille, il litora­le toscano e le isole dell’arcipelago di monasteri e abbazie coi connessi edifici di culto. Di fatto, la Badia di Monteverdi ebbe come su altri castelli limitrofi, una certa influenza anche su Serrazzano e sui suoi lambardi: già nel 1102 la Badia riceve da Gherardo del fu Pagano i proventi dei suoi beni in Serrazzano e tale influenza deve essere durata almeno fino al 1208 quando l’abate di Monteverdi, Ranieri, cedette ai consoli del Comune di Volterra, al quale Serrazzano aveva giurato fedeltà nel 1204, la giurisdi­zione che l’abbazia vantava sul ca­stello, con l’impegno da parte del Co­mune di Volterra di rispettare il mo­nastero e di non imporre ai serrazzanini oneri maggiori rispetto a quelli dei volterrani.

Comunque, indipendentemente da chi e da come, l’oratorio sorse prima che Serrazzano fosse circondato da mura castellane e prima della chiesa del castello; sorse dove taluni (6) col­locano un insediamento abitativo ro­mano, attestato da reperti archeolo­gici che vanno dal 11° see. a.C. al III0 see. d.C. Era questo uno dei nuclei abitativi che si trovavano proprio sul tracciato della vecchia via etrusco ro­mana che partiva da Volterra, scen­deva a Scornello, portava alla Maltagliata e, dopo essersi incrocia­ta con la via del Secolo presso la fon­te della Ficaiola, arrivava a Montingoli, puntava su Serrazzano e proseguiva in direzione dell’oratorio di Sant’An­tonio e scendendo poi ai Lagoni di Serrazzano, portava, oltrepassando il bivio per la pieve di San Giovanni di Lustignano, al guado del Cornia per raggiungere poi la Maremma. La viottola acciottolata ed ora sconnes­sa del Perticone che porta da Serrazzano a Sant’Antonio costitui­sce uno dei pochi tratti ancora leggi­bili di questa antica strada di monta­gna che era sempre molto importan­te nel Medioevo secondo un docu­mento del 1274, e ancora battuta fino

Oratorio di S.Antonio: interno dell’abside (foto Maurizio Biondi) ad una cinquantina d’anni fa: “Que­sta strada veniva chiamata la volterrana, era larga circa un metro e mezzo, in alcuni punti più scoperti come alla Fonte della Ficaiola si ve­dono ancora i pietroni per non rima­nere infangati, perché era una mulattiera attraverso la macchia e serviva per gli spostamenti col ciuco o col cavallo e per il trasporto di le­gna o carbone a basto di mulo: ci passavano tagliatori, carbonai e mi­natori, ora è usata solo in qualche trat­to dai cacciatori”.

Tale via era uno dei tanti tracciati di quel fascio di itinerari che fu la Via Maremmana, congiungente Volterra a Populonia, la cui “arteria” principa­le passava presso Le Casarse, poco distante quindi da Montingoli e dalla via volterrana: due importanti vie at­traversavano dunque il territorio pres­so le località, interessanti per i mate­riali archeologici, di Collenne, Sant’Apollinare e il Casettone dal cui Poggio nasce il torrente Turbone in­torno alla cui sorgente e ai suoi fertili terreni sembra essere sorto un re­motissimo insediamento villanoviano.

L’OSPEDALE SULLA VIA VECCHIA DI CORNIA

Se è difficile seguire la storia dell’ora­torio di Sant’Antonio per le sue molte variazioni di titolo, altrettanto confusa, anche se degna di ulteriori approfondi­menti, è la documentazione riguardan­te l’ospedale di Serrazzano che viene citato col nome di San Michele come la chiesa del castello, altre volte con quel­lo di Sant’Antonio di Vienne e addirittu­ra con quello di Santa Maria Maddalena dal titolo di un romitorio, di cui oggi si è persa del tutto la memoria.

Mons. M. Cavallini (7) faceva risalire al 1264, cosa rara per l’epoca, il sor­gere dell’ospedale di San Michele in Serrazzano sbagliando, però, la cro­nologia dell’atto secondo cui “Vanni fu Piglino spidalerius hospitalis de Serazano” affittò una casa vescovile nel borgo della Leccia. Quella sopra riportata, è l’interessante tesi di Mons. Bocci secondo cui chi affittò quella casa fu Paolo, pievano di Lustignano, vicario di Filippo Beiforti che fu vesco­vo di Volterra dal 1348 al 1358. Quindi il sorgere dell’ospedale di Serrazzano non fu anteriore al primo Trecento. In quel periodo, secondo Mons. Bocci, i frati di Sant’Antonio di Vienne (8) che avevano casa madre a Volterra, avreb­bero ottenuto di collocare un loro ospi­zio, non nel castello, ma presso la chiesetta fuori le mura, sulla via vec­chia di Cornia, durandovi almeno una cinquantina d’anni. La presenza di tali frati è suffragata, secondo Bocci, dal trasferimento del titolo di San Donato nella chiesa del paese e dal fatto che la chiesetta fu comunemente detta di Sant’Antonio abate, banalizzando e confondendo con Sant’Antonio di Vienne.

La frateria di Sant’Antonio di Vienne è inoltre censita nei libri delle decime pa­pali dei primi decenni del Trecento e il loro ospedale, proprio in quel secolo, fu fatto oggetto di lasciti testamentari come quello del 1348 di Benso di Cen­ni che lasciò all’ospedale di Sant’An­tonio di Vienne il pezzo di terra a Casardi e l’orto alla Vigna Sassi di Serrazzano.

“Uno letto, due lenzuoli e uno copertoio”: questi erano gli averi che lasciava all’ospedale Muncino fu Da­nese, secondo le volontà stilate di suo pugno in bel volgare prima del 1348. Ricco e generoso se, da solo, aveva contribuito quasi all’allestimento del­l’intero ospedale, infatti, bastavano una stanza o due, due letti, qualche paio di lenzuola e una elementare attrez­zatura per allestirne uno. All’atto del­la costituzione, l’ospedale veniva po­sto dal vescovo in possesso del retto­re spedalingo stesso che reggeva l’ospedale insieme a religiosi o a laici “oblati”, cioè dimentichi del mondo, per il servizio agli ammalati. Il fondo patrimoniale dell’ospedale veniva sor­retto dalle elemosine dei singoli e da lasciti come quelli sopracitati o molti altri che sono datati 1348, anno della grande peste, come quello di Tinolo, figlio di Muncino fu Danese, che lasciò molti beni terrieri all’ospedale di San Michele e, sempre nello stesso anno, Giusto di Gano lasciò all’ospedale due lenzuoli, due capre e due beccherelli e altri quattro ne lasciò agli operai del­l’opera della Misericordia.

Gli ospedali antichi erano sotto l’alta tutela del Vescovo che riceveva dai me­desimi, nel giorno della Madonna di mezz’agosto, un tributo annuo sotto forma di un’offerta in cera: anche l’ospedale di Serrazzano compare nel sinodo Beiforti del 1356, questa volta sotto il nome di Santa Maria Maddalena, è tassato per una lira e nell’elenco Falconcini (1568-1563) tas­sato insieme alla chiesa, per una lib­bra di cera (7). Incerta anche la fine del nostro ospedale, secondo quanto scrive P. Fabbri (9): “La maggior parte degli spedali scompare in quello stes­so secolo in cui vedono la luce ed an­che l’attività dello spedale di Serrazzano ha fine tra il XIV0 e il XV0 secolo. Di sicuro sappiamo che non esiste più nel 1576, anno della visita pastorale del vescovo Castelli, che ispeziona tutti gli spedali della diocesi tra i quali il nostro non figura”.

Dell’ospedale non rimase traccia eccet­tuato il piccolo cimitero a destra della porta d’ingresso; rimase, invece, la chiesina fuori paese: lì, ogni sera allo sberlume, i contadini dei casolari vicini andavano ad accendere la fiamma di

Oratorio di S. Antonio: esterno dell’abside (foto Maurizio Biondi)

una lampada ad olio che stendeva la sua ombra lunga e tremula fino ad ac­carezzare la statua di coccio di San­t’Antonio.

Claudia Vailini

NOTE BIBLIOGRAFICHE

1 ) ecclesia… cui vocabulo est Santi An­geli…” Il documento originale evidenzia come San Michele Arcangelo, nella cultu­ra religiosa del Mille, fosse ancora il Santo Angelo per eccellenza; il guerriero princi­pe degli angeli, raffigurato nell’atto di tra­figgere il drago-demonio era stato sentito dai Longobardi molto vicino alla loro indo­le bellicosa e, per questo, ne fecero il loro protettore particolare, diffondendone enor­memente il culto. San Michele Arcangelo era veneratissimo anche nella nostra zona, basti ricordare che nel pomarancino veni­va chiamato “il Santo’ per antonomasia: cfr. J. Spinelli, La Venerabile Confraternita del­la Misericordia di Pomarance, Peccioli, 1997.

  1. M. Bocci, Serrazzano di Montagna, in “LAraldo”, 18 settembre 1972.
  2. S. Mori, Pievi della diocesi volterrana antica, in “Rassegna Volterrana”, 1992.
  3. C. Vailini, L’oratorio di Sant’Antonio a Serrazzano, in “La Comunità di Pomaran­ce”, n°1 1994; S. Mori, Pievi di confine della diocesi volterrana antica, in “Rassegna Volterrana”.
  4. S. Isolani, La Madonna del Frassine e la Badia di Monteverdi, Castelfiorentino, 1937, nota 10; C. Groppi, Né latino né tedesco né lombardo né francesco, Peccioli, 1996.
  5. M. Cavallini, Gli antichi spedali della dio­cesi di Volterra, in “Rassegna Volterrana”, 1942.
  6. Secondo le scarne notizie raccolte nella Biblioteca Santorum, Sant’Antonio di Vienne nacque intorno alla metà del V see. e compì gli studi proprio a Vienne, cittadina del Delfinato di Francia, divenendo in seguito vescovo di Carpentras dove aveva studiato teologia. Alla sua morte fu sepolto nel contado di Vienne sulla sommità di un colle presso Bédouin, dove pare avesse condot­to vita solitaria. Sull’altura di tale colle sor­se un monastero a lui dedicato, distrutto nel XIII see. In seguito a ciò il corpo del Santo fu traslato nella chiesa di Bédouin dove nel 1562 venne dissepolto e bruciato dai calvinisti.
  7. (9) P. Fabbri, Storia Di Serrazzano, 1980. Ripubblicazione in “La Comunità di Poma­rance”, n°1 e sgg. 1996.

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

LA PIEVE DI S. GIOVANNI A SILANO (San Dalmazio)

La Pieve di San Giovanni Battista a Si­lano, distante da San Dalmazio poco più di un chilometro ed ubicata lungo un’an­tica strada di clinale che conduce alla Rocca di Silano, è da considerare uno dei più importanti “ruderi” architettonici di in­teresse storico-artistico di tutta l’alta Val di Cecina. Conosciuta volgarmente come la “Pieve di San Dalmazio”, di questa ri­mangono visibili solamente la parte inferiore della facciata della chiesa e gran parte della planimetria dell’edificio ripor­tata alla luce molti anni fa dal Gruppo Ar­cheologico di Pomarance.

Smembrata nel secolo scorso delle sue parti architettoniche per costruire nuovi edifici nel paese di San Dalmazio, fu in tempi remoti una delle più importanti pievi medioevali della Diocesi Volterrana di cui si hanno notizie fin dal 945 d. C.. Dotata di Fonte Battesimale, fu chiesa matrice di altre chiesette “suffragranee” come quella di Montecastelli e di Acquaviva (Bulera) ed era inclusa nel territorio co­munale del “Castello di Silano”. Costruita su di un importante snodo stradale lun­go la via di Volterra da un lato, e verso il contado senese dall’altro, la sua impor­tanza è evidente dai pregevoli resti della facciata in stile “Romanico Pisano” in­fluenzato da elementi architettonici Nor­manni.

La sua costruzione, databile alla prima metà del X secolo d. C., coincise in un pe­riodo ed un’epoca di forte ed addirittura divorante religiosità in cui la “Chiesa” era di gran lunga l’organizzazione più ricca, colta e modernamente attrezzata. Nel no­stro territorio, compreso nell’antica Dio­cesi di Volterra, risalente al V secolo d.C., vennero innalzate in quel tempo molte Pievi (Chiese di campagna) dotate di fon­te battesimale e dedicate al “Battista” fra le quali possiamo citare, oltre a quella in trattazione, anche quella di Micciano o quella di Bagno a Morba sopra Larderello. Tali costruzioni venivano affidate a Mae­stranze e capomastri di origine pisana, lucchese ed addirittura comasca, come i famosi “Maestri Commacini”, che por­tarono la loro arte dal Nord di Italia fino a quella centrale per erigere templi sacri o sperduti eremi come quello di Rogheta o di Celle presso Monterufoli, di cui rima­ne testimonianza una antica lapide mu­rata nella casa, già di Baldassarri Nadir a Libbiano e tradotta dallo storico Don Mario Bocci di Pomarance. (1)

Queste maestranze al servizio del pote­re ecclesiale della Diocesi di Volterra eri­gevano importanti luoghi di culto arric­chendoli di decorazioni scultoree, come si evidenziano negli elementi decorativi dei capitelli e delle mensole che riman­gono ancora visibili nella Pieve di San Giovanni a Silano. La funzione dello “scultore romanico” infatti non era tanto quella di decorare ma di “ammaestrare” le genti raccontando al pubblico religio­sissimo, ma incapace di leggere e scri­vere, gli episodi della Bibbia, con l’utiliz­zo di simbolismi, forme antropomorfe, rozze, ma di effetto sul popolo. Anche i materiali generalmente erano quelli che si reperivano facilmente nella zona, co­me il tufo o il panchino (Berignone) che risultano utilizzati nella costruzione della Pieve di San Giovanni a Silano.

La facciata della Pieve, dedicata anche a San Quirico, è di impostazione Pisana ed è caratterizzata da una serie di archeggiature cieche intrecciantisi secondo un motivo frequente nei monumenti Norman­ni dell’Italia meridionale, ma molto raro in Toscana, dove si riscontrano solo nella Pieve di Monterappoli, in Santa Maria in Bellum, e in San Donato a Siena. (2) L’interessante prospetto presenta nella parte superiore una ristrutturazione a fi­lari alternati in pietra e cotto realizzata in un successivo restauro che ritroviamo evi­dente anche nella parte absidale dell’e­dificio.

La particolarissima facciata è caratteriz­zata, alle due estremità, da due pilastri a forma rettangolare poggianti su uno zoc­colo di base e da quattro colonne in tufo collegate fra loro da archi a tutto sesto che, intrecciandosi con altri archi semi­circolari poggianti su quattro “peducci”, danno luogo ad una intersecazione armo­nica di archi formando il caratteristico ar­co a sesto acuto.

  1. pilastri e le colonne poggiano su di uno zoccolo di base costituito, su piani alter­ni, dal “Toro”, da gole dritte, scozie e li­stelli tendenti a formare un motivo deco­rativo nella parte inferiore della facciata. In basso, fra pilastro e colonna e colon­na e colonna, abbiamo uno spluvio con una pendenza di 35° rispetto ai piano che confluisce alla struttura un notevole slan­cio verso l’alto.

Lo specchio di muratura è delimitato da mensole e capitelli alla cui altezza, sulla parete, è evidente un nuovo motivo de­corativo di “cordolo” a gola multipla che caratterizza l’opera architettonica.

Tutto il prospetto, in muratura a calce, è costituito da blocchi di tufo locale squa­drati, di diverse grandezze, disposti per testa e per taglio con numerosi fori a fron­te denominati “buche pontaie”.

I capitelli delle colonne, realizzati in pan­chino, presentano un motivo decorativo di foglie antropomorfe vegetali, molto sti­lizzate. I capitelli di sinistra sono a due or­dini sovrapposti, quelli di destra ad un or­dine. Fra colonna e colonna possiamo no­tare i resti consunti di alcuni “peducci” (pietra sporgente a forma di mensola o capitello) che sostengono un semiarco che si interrompe nella intersecazione for­mando il caratteristico “arco a sesto acuto”.

Alcuni di questi peducci sono compietamente illeggibili; solamente in quello di destra (per chi osserva di fronte) si nota parte di una figura umana molto stilizza­ta realizzata, come gli altri peducci, in pie­tra arenaria.

Si aveva accesso nell’edificio sacro attra­verso l’unico portale, con archivolto di for­gia pisana, che è sormontato da una ghie­ra, formata da più cornici, ed un’architra­ve sorretta da due “mensolette scolpite” con motivi decorativi a foglie stilizzate in “panchino” a due ordini sovrapposti, che ricalcano gli stessi motivi decorativi dei capitelli delle colonne.

Particolare di un peduccio

La facciata, denominata a “salienti inter­rotti”, con le falde del tetto interrotte da una parte verticale che mette in luce la maggior altezza della navata principale ri­spetto a quelle delle navate minori, dove­va essere caratterizzata da un rosone centrale che serviva a dare luce all’inter­no della navata principale. La stessa fun­zione era demandata agli “oculi”, anco­ra visibili sulla struttura architettonica, che illuminavano le navate laterali dell’edifi­cio.

Facciata della Pieve di S. Giovanni (Foto G. Baroni).

La pianta dell’edificio sacro è di tipo “ba­silicale” o rettangolare ed aveva una lun­ghezza di metri 25 ed una larghezza di metri 14. Della parte interna dell’antica “Plebem” sono ancora visibili i resti del­le mura perimetrali, quelle di basi di co­lonne (monostili e polistili), di capitelli ed in particolare i resti di un muro interno che fa quasi da contrafforte alla facciata im­pedendole di rovinare al suolo. In questa area interna sarebbe stata individuata la torre campanaria anche se sono molto evidenti tracce di un riuso come abitazio­ne per la presenza di canalizzazioni di un “luogo comodo” ed alcune mensole d’ap­poggio per travi lignee. (3)

La parete interna ortogonale alla faccia­ta della Pieve di San Giovanni presenta anch’essa, nella parte superiore, un in­tervento di restauro in laterizio con una apertura, uso finestra, ricavata in epoca posteriore. La parete terminale di questo muro è caratterizzata da un semi pilastro sul quale si imposta la seconda campata dell’arco poggiante su di un bellissimo ca­pitello classicheggiante a foglie sovrap­poste.

L’interno era a tre navate, una centrale ed altre due laterali illuminate dagli “ocu­li” circolari e sicuramente da finestre mo­nolitiche collocate in alto lungo le mura
perimetrali esterne ma di cui non rimane alcuna traccia. Dalla planimetria sono evi­denti vari rimaneggiamenti in epoche po­steriori alla sua edificazione, avvenute so­prattutto dopo la sconsacrazione dell’e­dificio.

L’interno è caratterizzato da una serie di livelli di calpestio. Nel primo livello, appe­na oltrepassato il portale d’ingresso, è evidente una apertura circolare in matto­ni che cela una cistèrna profonda 4 me­tri ed in cui fu ritrovata un’anfora in ter­racotta databile attorno al XV-XVI seco­lo. Dopo qualche metro, salito uno scali­no, si accede ad un secondo livello di cal­pestio che presenta anch’esso una pavi­mentazione in cotto disposto a “spina di pesce”. Al “Presbiterio” si accedeva at­traverso tre ordini di scalini semicircolari alla cui base fu rinvenuto quasi casual­mente, l’esistenza di un piccolo “crogio­lo di fusione” e varie scorie di metallo fu­so. Il “Presbiterio” presenta ancora trac­ce di pavimentazione in “coccio pesto” (opus sigmum). Da questo, superati due ordini di scalini, si accede all’abside cen­trale ai cui lati, in corrispondenza delle due navate minori, sono ancora evidenti tracce delle “absidiole” che, troppo pic­cole per uso liturgico, erano utilizzate per riporre le spezie eucaristiche, gli oggetti di culto ed i paramenti sacri. La copertu­ra della navata centrale doveva essere a “capanna”, caratterizzata dalle capriate formate da tre travi disposte a triangolo isoscele; quella orizzontale denominata catena che legava le pareti laterali della costruzione, le due oblique riunite al cen­tro sorreggevano il tetto poggiando sulla testa della catena. La trave verticale man­teneva le vibrazioni ed era denominata “Monaco” o “Colonnello”. Un tipico esem­pio di questa copertura si può trovare a Palaia, Volterra e nella Chiesa di San Dal­mazio ed anche in quella di Cellole.

NOTIZIE STORICHE

Le prime notizie della antica “Pieve di Si­lano’’ dedicata un tempo a San Gio Bat­tista e San Quirico risalgono al Basso Me­dioevo.

Un documento dell’anno 945 d.C., pub­blicato dallo Schneider su “Regester Vulterranorum” e citato anche da Tito Cangini in “Notizie storiche della Rocca di Si­lano”, è uno dei più antichi da noi cono­sciuti che ricordano questa pieve al tem­po di Boso, Vescovo di Volterra, che or­dina prete in detta chiesa Andrea, con l’obbligo di pagare un annuo contributo. Un altro documento, tratto ancora dall’Ar­chivio della Mensa Vescovile di Volterra, del giugno 969 d.C. si riferisce alla pro­messa che Giovanni e Villerardo, anche per conto dei loro successori e della loro chiesa fanno a Pietro, Vescovo di Volter­ra, di lasciare integri i proventi della “Ple­be” di San Quirico e San Giovanni Batti­sta.

Planimetria generale: 1) Navata centrale – 2) Navate laterali – 3) Presbiterio – 4) Abside – 5) Absidiole 6) Torre campanaria?
  1. 24 marzo 1066 la stessa pieve è citata nuovamente in un atto di vendita. Su di essa aveva dominio diretto il Vescovo di Volterra come attesta un documento del 1179 relativo ad una bolla di Alessandro
  2. che confermava al vescovo Ugo i suoi diritti: “Statuimus emin ut quarcunque bo­na in ecclesiis, castris et Vulterrana ec­clesia in presentiar inste et legitime persidet firma tibi…. permaneat” e fra gli altri si trova ricordata la Pieve di Silano.

Qualche tempo dopo, il 10 marzo 1187, la stessa “Plebe” è ricordata in un atto di permuta al tempo del Vescovo Ilde­brando Pannocchieschi che pare vantas­se diritti fiscali anche sul Castello di Sila­no. Questo territorio e la corte furono con­tesi con il Comune di Volterra e provoca­rono non poche liti tra i contendenti che sfociarono spesso nelle fughe del Vesco­vo al Castello di Berignone e in notevoli danni ai beni della Diocesi come ad esempio quelli della Pieve di Silano. Al tempo del Vescovo Pagano infatti, nei pri­mi anni del XIII secolo, risulta un docu­mento di istanza al Comune di Volterra nel quale si domanda che il Vescovo sia soddisfatto dei danni fatti dai volterrani, cioè di aver distrutto la Pieve di Silano, le case e i poderi di detta pieve ed aver bruciato i mulini.

Qualche tempo dopo, attorno al 1230, la stessa pieve subì altre distruzioni, questa volta però, ad opera del popolo Sangemignanese che rapinò e incendiò i beni di questa chiesa.

Nonostante i continui danneggiamenti, un documento del 1326 riporta la visita del Vescovo Reinuccio Allegretti che la cita ancora come “ecclesia de Silano”.

La Pieve di Silano, che era dotata di fon­te battesimale, fu chiesa matrice fino al­la metà del XIV secolo ed a questa face­vano capo altre chiesette di campagna dette “Suffraganee” che erano: Acqua­viva (presso il Bulera), Montecastelli, Ripapoggioli, Mestrugnano, Vinazzano, Lucciano, Mont’Albano, Anqua e Valiano. Queste piccole chiesette, alcune delle quali erette in seguito a pievi, passarono sotto la pievania della chiesa di San Bar­tolomeo a Silano edificata anticamente al­l’interno del “Castello” di Silano. Dal Sinodo Volterrano del 1356 tenuto dal Ve­scovo Volterrano Filippo Beiforti, si ha in­fatti notizia indiretta del cambiamento di pievania. Le continue dispute tra il Comu­ne ed i Vescovi di Volterra, i continui dan­neggiamenti della Chiesa e dei suoi beni terrieri decretarono forse l’inizio dell’ab­bandono di essa, troppo lontana dalla Roccaforte di Silano. Questa infatti non fu più utilizzata al culto per molti anni, co­me si rileva da una visita pastorale del Ve­scovo Stefano di Prato nel 1413 che la de­scriveva in vattivo stato di conservazione “… ed è piena di grano e tini..”. Alcuni anni più tardi (1421) lo stesso Vescovo la cita in una nuova visita pastorale e la de­scrive ancora utilizzata a magazzino. Nonostante le vicende storiche di guerre che si protrassero in questi luoghi e che indussero le monache di San Dalmazio a trasferire il loro convento nella più si­cura città di Volterra il 30 luglio 1511 ; non si ritrovano più notizie della Pieve di San Giovanni Battista di Silano fino all’anno 1559.

Sembra infatti, da un documento di quel periodo, che la la Pieve con i suoi beni fosse passata sotto il patronato della Ba­dia Fiorentina che curava gli interessi dei beni spettanti alla suddetta pieve, aven­do eretto addirittura un “Monastero” a fianco della stessa chiesa dove oggi sor­ge un antico podere denominato appunto la “Pieve”.

Interno della Pieve durante gli scavi (1978)

Del monastero infatti si parla in un docu­mento livellare stipulato il 6 maggio 1559 in cui viene fatto: “Mandato per confer­mare la concessione a Giuliano de Memmi di tutti i beni e frutti del Monastero di San Giovanni Battista di Silano per un af­fitto annuo di 10 ducati d’oro per ogni sin­golo anno, perdurante la generazione di­retta di detto Giuliano Il contratto sti­pulato sotto la presenza di Giulio, Cardi­nale presbitero della famiglia de’ Medici, Vice Cancelliere della Santa Romana Chiesa e Arcivescovo fiorentino nella cit­tà di Bologna, Piacenza e del Canonico Jacopo Mammelli Vicario della Chiesa di Firenze, riporta alcune clausole interes­santi che l’affittuario doveva rispettare nella sua conduzione.

Infatti gli abati e le monache del Mona­stero della Beata Maria della Abbazia Fio­rentina detta dell’ordine di “Sancta Justinae da Padova” stabilirono con lo stes­so “Memmi Giuliani de Memmi Clerici Fiorentini” che: “essendo desiderosi di migliorare l’efficenza dei Monasteri ed es­sendo la Parochiale Ellesiam plebem det­ta di Sancti Joannis Baptistae de Silano Vulterranae Diocesis unita a detto Mona­steri© e bisognosa della riparazione del­la struttura per il popolo così utile allo spi­rito, accordavano a detto Giuliano l’affit­to dei suddetti beni con l’obbligo che egli restaurasse detta Pieve e si impegnasse a farla officiare”.

Il Patronato della Pieve di Silano dedica­ta a San Gio Battista risulta essere anco­ra della Badia Fiorentina nel 1577 quan­do, secondo una affermazione dell’Abate Puccinelli, riportata dal Repetti, risul­ta permutata con il Monastero di San Baronto sul Mont’Albano. Questi beni della Pieve di San Giovanni posti nella corte di Silano risultano censiti anche nell’Estimo dello stesso Comune nell’anno 1589: (4) “Pieve di San Giovanni fuora Silano… Un pezzo di terra lavorativa posto in det­to comune; luogo detto a Vivaio a 1 ° Via, a 2° Beni della Chiesa di San Bartolomeo di Silano, a3o,4°e5° Messer Ugo Con­ti da Volterra di Staiore dodici incirca .. stimata fiorini cinquanta …

Un podere con casa da lavoratore, terre lavorative e sode et macchiate poste in detto comune luogo detto alle Leccete della Pieve e Pinzaio a 1 ° via, 2° Beni del­la Pieve, a 3° Botro cavallino, a 4° fiume Pagone (Pavone), a 5° beni del Comune di Silano, a 6° Mastro Ugo Conti da Vol­terra, a 7° confini di San Dalmazio di Staiora 200 stimato fiorini duegento…

Un sito di un Mulino posto in detto comu­ne luogo detto in sul fiume Paghone det­to Mulino della Pieve in fra i sua confini stimato fiorini 40.

Un pezzo di terra lavorativa e soda ulivata alborata posta in detto comune luogo detto a Vivaio … stimata fiorini 40.

Quanto la chiesa sia stata aperta al culto del popolo di Silano e di quello della val­le del Possera e del Pavone non ci è da­to a sapere. Il declino di questo edificio sacro ed il nuovo conseguente abbando­no è rilevabile molto tempo dopo secon­do alcuni toponimi con cui venne citata la stessa chiesa. Nei primi anni del XVII secolo essa fu denominata “Pieve Vec­chia”. In una visita pastorale del 1679 del Vescovo Sfrondati questa è indicata co­me “Pieve Vecchia di Libera Collazione” (non direttamente dipendente dalla Curia Vescovile). In quell’anno essa risulta ret­ta da Don Michelangelo Galio Romano. Alcuni anni più tardi in una nuova visita pastorale del Vescovo del Rosso, la de­nominata “Pieve Vecchia di Silano” sot­to il titolo di San Gio Battista, risultava ret­ta dall’abate Sozzini nobile senese. (5) I beni della Pieve di San Gio Battista di Silano e lo stesso edificio furono raccolti infatti nel “Semplice Benefizio” intitola­to “La Pieve Vecchia di Silano” di cui fu rettore fino dal 1779 il sacerdote France­sco Andrea Cecchi di Pescia. È di quel periodo la notizia del passaggio dei pro­venti del Semplice Benefizio della Pieve Vecchia di Silano alla Chiesa del castel­lo di San Dalmazio retta dal sacerdote Giuseppe Burroni delle Pomarance.

Il sacerdote pomarancino infatti in quel­l’anno faceva istanza alla R.A.V. di poter unire i beni della sua parrocchia con quel­la della Chiesa di San Giovanni Battista a Silano:

“Prostrato l’oratore ai piedi del Regio Trono supplichevole proporrebbe alla R.A. V. degnarsi di comandare, fosse an­co nelle forme, che conviene a detta par­rocchia di San Dalmazio, qualche sem­plice benefizio, ed in particolare di unirsi       quello sotto il titolo di San Gio: Batti­sta detto La Pieve Vecchia di Silano di Li­bera Collazione Pontificia distante dal Ca­stello di San Dalmazio circa un terzo di miglio, et i beni di esso situati in gran par­te nel distretto della cura del supplican­te; del qual benefizio è attuale rettore il Sacerdote Francesco Andrea Cecchi di Pescia, residente in sua Patria……………………..

“… Si unisca ora per quanto vacherà il semplice benefizio sotto il Titolo di San Gio Battista detto la Pieve Vecchia di Si­lano di libera collazione alla chiesa Arcipretale del Castello di San Dalmazio di patronato delle Monache di detto luogo

In un successivo contratto di livello effet­tuato nel 1783 dall’abate Francesco Cec­chi (Toldi) di Pescia, rettore del “Sempli­ce Benefizio di libera Collazione” posto nella Pieve Vecchia di Silano, risultano nuovamente le proprietà spettanti alla pie­ve che consistevano nel Podere Vivaio, Podere Casa al Bosco ed il Podere de­nominato l’Abbazia che niente altro do­veva essere che quello ricavato nell’ex Monastero accanto alla chiesa detta la “Pieve Vecchia”.

I beni furono assegnati al signor Carlo Se­rafini di San Dalmazio che doveva paga­re all’abate Cecchi un annuo canone di scudi settantaquattro.

Mallevadore del contratto stipulato fu Marco Antonio del fu Francesco Acciai di Silano, noto nella storia della Rocca di Si­lano per la demolizione e vendita dei mat­toni della fortezza a privati. Personaggi che probabilmente furono attivi anche nella demolizione e riutilizzo di materiali lapidei della Pieve di San Giovanni a Si­lano per nuove costruzioni nel paese di San Dalmazio o nelle campagne limitro­fe. Smembramento che si protrasse fino alla prima metà dell’ottocento come dimo­strano anche molte bozze di tufo impie­gate nel restauro ottocentesco del pode­re la Pieve. Forse volutamente fu lascia­ta intatta ai posteri la parte della facciata più interessante che ancora oggi rimane alla visione dei turisti.

Particolare di un capitello a foglie antropomorfe

Un reperto architettonico, definito dal Sal­mi (1921) un “Unicum” in Toscana, che il Gruppo Archeologico di Pomarance avrebbe voluto valorizzare e porre all’at­tenzione degli organi di tutela del patri­monio artistico ma che purtroppo, pur es­sendo pubblicato e fotografato in riviste a carattere nazionale od in posters della Regione o Provincia, rimane ancora og­gi nella più totale indifferenza degli enti preposti alla sua conservazione conti­nuando nel suo lento ed inesorabile de­grado. (6)

Jader Spinelli

NOTE BIBLIOGRAFICHE

  1. D. Mario Bocci “REBUS ARCHEOLOGICO” in “La Comunità di Pomarance” 1972
  2. “L’Arte Romanica nell’antica Diocesi di Vol­terra” a cura del Gruppo Amici dell’Arte di Vol­terra; Testo Franco Lessi.
  3. I. Moretti – R. Stopani: “Chiese Romaniche in Val di Cecina” 1970. Ringrazio sentitamente il parroco di San Dalmazio Don Marcello Zanini per la collaborazione in questo mio studio.
  4. Biblioteca Guarnacci di Volterra – ESTIMO DI SILANO 1589
  5. E. Mazzinghi “La Pieve di Sillano” – La Co­munità di Pomarance 1971
  6. A. Arrighi – R. Pratesi “A Piedi in Toscana” Voi. 1 – 2 Ed. ITER 1970

Un monumento che il Gruppo Archeologico di Pomarance avrebbe voluto valorizzare con quello spirito di volontariato e per la passione per l’Archeologia che contraddistingueva altri gruppi spontanei, attivi ancora oggi, come quello di Colle Val d’Elsa che, in collaborazio­ne armonica con la Sovrintendenza Archeolo­gica di Firenze, operavano negli scavi sul ter­ritorio colligiano per il recupero ed il restauro di materiali ceramici utilizzati per l’ampliamen­to del Museo Archeologico di Colle Val d’El­sa. Con questa intenzione, grazie alla Autoriz­zazione di scavo del Sovrintendente alle Anti­chità dell’Etruria dott. Maetzke in data 7 luglio 1975 cominciarono i lavori per riportare in lu­ce la planimetria della antica Chiesa. Una nuo­va autorizzazione del Sovrintendente per i Beni Ambientali e Architettonici di Pisa, dott. Sec­chi, in data 27 maggio 1978, consentiva il pro­seguimento dei lavori. Dopo la sua morte pe­rò gli scavi furono fatti sospendere e tutto il la­voro svolto, grazie all’autorizzazione del pro­prietario del terreno e senza alcun intervento economico di organi statali o locali, rigettava l’area di scavo di nuovo nell’abbandono.

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

MONTECATINI VAL DI CECINA

Montecatini Val di Cecina è uno di quei paesi che, per la conformazione urbani­stica ed architettonica ancora molto be­ne conservate, meriterebbe una maggiore attenzione e quindi un maggiore riguar­do da parte di chi cura e tutela il patrimo­nio dei beni monumentali.

Posto su di uno sperone di roccia subvul­canica del Pliocene medio, Montecatini V.C. domina tutte le strade della vallata, posto a cavaliere tra il Monte Volterrano e le Rocche di Miemo, al limite settentrio­nale della Catena delle Metallifere, dalle quali resta diviso dal fiume Cecina per ef­fetto delle grandi faglie che interessaro­no il territorio nelle fasi successive al Mio­cene superiore.

  1. rilievi di Montecatini V.C. diventarono promontori avanzati della grande laguna che si formò con la sommersione della in­tera Val di Cecina, conseguente ad una intensa attività tettonica che determinò lo sprofondamento del suolo ove si accumu­larono i sedimenti di argilla e quelli di sal­gemma, per effetto della fase evaporitica di acque poco profonde del mare. Con il ritiro delle acque marine e l’asse­stamento del cordone litoraneo, Montecatini V.C., già importante sotto il profilo strategico per l’affacciarsi sulla estesa vallata del Cecina, sede quest’ultima di antichissimi insediamenti preetruschi e villanoviani, si sviluppò intorno agli anni 1000 quale borgo fortificato, come risul­ta dalla documentazione storiografica dai cui testi si assume che il borgo, chiama­to allora Monte Leone, era di proprietà del Vescovo Pietro di Volterra il quale vi eser­citava l’autorità religiosa, essendo sog­getto, il paese, alla Pieve di Gabbreto.
  2. 23 luglio 1109 certo Ranieri detto “Mal­conte” cedette alla Chiesa Volterrana tutti i privilegi allora posseduti in Montecatini. Tuttavia, seppure non esista documenta­zione storica, nè vi siano reperti di epoca più antica, vi è da presupporre che Montecatini V.C. sia stata una rocca for­tificata anche in epoca romana per la de­nominazione dal nome latino (Catignano, Catinus), già importante storicamente per un prestigio militare che andò conquistan­do quale baluardo a difesa della penetra­zione barbarica.

Nella piana sottostante, subito a ridosso della pendice dell’Arzignano, sembra in­fatti che nel 306 avanti Cristo, una intera legione romana vi abbia stazionato per ol­tre dieci anni, quanto infatti è durato l’as­sedio di Volterra, caduta in mano di Ro­ma nel 296 a.C.. Narra Targioni Tozzetti nel suo libro “Viaggi in Toscana” che i contadini del luogo hanno trovato nell’arare l’esteso pianoro, molte ossa umane e “ferramenti” per una battaglia che lì sa­rebbe avvenuta tra romani e volterrani. Detto pianoro è denominato infatti “Ca­po Romano”.

Il 6 maggio 1226, col beneplacido di Fe­derigo II, il Vescovo conte si impegna a dare al Comune di Volterra e al Podestà “l’oste e la cavalcatura, salvo il diritto del Vescovo ad andare in guerra quando lo volesse per la difesa del suo feudo e del suo territorio”.

Nel 1316 nei pressi di Montecatini V.C. fu combattuta una battaglia fra Pisa e Vol­terra, vinta dai Pisani che imposero ai vinti una convenzione sui diritti che Pisa avrebbe esercitato sul teritorio del Vesco­vo conte.

Nel 1350 Montecatini V.C. è di proprietà dei Beiforti i quali istituirono il presidio del Castello con una forte guarnigione di sol­dati.

La fine delle Signorie prima, e la conqui­sta da parte dei fiorentini della città di Vol­terra, avvenuta con il famoso sacco del 1472, posero il borgo sotto il dominio me­dicee sino all’avvento degli Asburgo Lo­rena al trono di Toscana.

La comunità di Montecatini, costituita da Leopoldo I il 29 settembre 1774 a seguito di riforma dell’ordinamento amministrati­vo del granducato, venne a comprende­re ben cinque frazioni: Montecatini, Gello, Querceto, Sassa e Mazzolla. Durante la dominazione francese (1807-1814) la co­munità di Montecatini fu sottoposta alle di­pendenze della sottoprefettura di Volter­ra ed anche con la successiva restaura­zione granducale, continuò a far parte del­la cancelleria volterrana. Nel 1833 Maz­zolla passò a Volterra e Miemo, tolto al co­mune di Lajatico, andò a far parte di quel­lo di Montecatini V.C.

Montecatini, in questo periodo, non solo fu particolarmente celebre per le attività delle miniere del rame, già attive sotto il dominio mediceo ed ancora in piena effi­cienza, ma anche per la produzione del miele, il cui gusto, particolarmente squi­sito, pare fosse dovuto ai fiori di lupinella selvatica, tuttora abbondanti in quella zona.

Nel 1876 il Comune di Montecatini V.C. aveva una rendita di lire 499.040,07 e con­tava ben quattro scuole pubbliche con 206 scolari ed una scuola privata (maschi­le) con 36 allievi. La popolazione del Co­mune era di 4304 abitanti, di cui 2361 re­sidenti nel capoluogo.

Anche la documentazione storica dei nu­merosi monumenti architettonici è scar­sa, seppure il borgo ne conservi ancora numerose testimonianze.

Ne sono esempio la “Rocca” su cui risal­tava vistosamente la poderosa Torre Bei­forti che domina il paese, le mura lungo le quali sale la strada che conduce alla Chiesa intitolata a San Biagio, la bellissi­ma Piazzetta che risale al XIV secolo e che già appare nel catalogo del sinodo diocesano di Volterra del 1356, dove figura subito dopo la Chiesa di Gabbreto dalla quale dipendeva.

Fatto eccezionale e solo giustificabile con inderogabili esigenze di natura urbanisti­ca, la Chiesa in stile romanico non ha la facciata volta a ponente, rimanendo però tale fino al XVI secolo, quando la faccia­ta della chiesa venne assorbita dalla Ca­nonica e venne aperto l’attuale ingresso laterale mediante l’abolizione di un alta­re della navata di sinistra.

Fu proprio sul finire del XVI secolo che la Chiesa di San Biagio fu oggetto di acce­si contrasti tra gli abitanti di Montecatini V.C. e quelli di Gabbreto per la nomina del rettore, la cui controversia fu vinta dai montecatinesi.

Il campanile, anch’esso in stile romanico, fu eretto verso la metà del XV secolo, pri­ma ancora che la chiesa fosse elevata a Pievania (1467).

Suggestiva la parte alta e più antica del borgo, ancora interamente mantenuta nel­lo stile medioevale e recentemente restau­rata. Sono ancora visibili due torricelle pe­rimetrali del borgo, le cisterne, la ricostru­zione della cinta muraria, le porte, i vico­li, i chiassi ed anche il piccolo cimitero. Notevoli i complessi architettonici di Bu­rlano, antico feudo dei Saracini di Pisa, poi proprietà Incontri, Rocheforted ora Carmignani, quello della “Miniera”, l’an­tica località di Caporciano, con il palazzo degli uffici della “Montecatini”, l’ingresso alle gallerie e la torre di aereazione e poz­zo, nella cui località Ermanno Olmi girò la scena della nascita di Gesù nel film “Cammina cammina”.

Ancora ben tenuta, ma chiusa al culto, la chiesetta di Caporciano, che pone in mo­stra una formella di maiolica di probabile produzione Della Robbia. Notevoli anche gli apprestamenti architettonici delle mi­niere, in cui ancora campeggia intatta, con un originalissimo disegno, la guardio­la delle sentinelle.

Rimangono, nel palazzo della “Miniera” prossimo alla chiesetta, i resti e le attrez­zature di un bel teatro che ha funzionato fino al 1925.

Notevole anche il complesso antico di Casaglia, acquistata per metà dal Vescovo Conte di Volterra, che rilevò dalla proprietà del conte Ugo nel 1115.

Gabbreto fu un borgo antico, ora distrut­to, il cui nome è rimasto ad una località situata a nord di Montecatini V.C., lungo la rotabile che sale dalla Sarzanese-Valdera.

Gabbreto fu castello che Enrico VI nel 1186 concesse in feudo a Ildebrando dei Pannocchieschi Vescovo di Volterra. Il ca­stello fu distrutto dopo la battaglia del 1316 tra pisani e volterrani, ai quali ultimi fu im­posta la distruzione unitamente a quella del castello di Miemo di cui rimangono an­cora le imponenti rovine.

Gello è un borgo ormai abbandonato, ma ancora abitato da un custode al servizio dei nuovi proprietari che vengono ad abi­tarvi durante il periodo estivo o nei perio­di di fine settimana. Gello è un piccolissi­mo borgo dell’epoca medioevale, ed è for­se la località di “Agello” che Walfredo, nel­l’anno di fondazione della Badia di San Pietro in Palazzuolo di Monteverdi avve­nuta nel 754, cita per il possesso in quel borgo di una casa colonica.

Bella anche la piazza principale del ca­poluogo la quale, purtroppo, ha perduto l’antica pavimentazione in pietra arenaria grigia, che ritroviamo anche nelle costru­zioni dei palazzi e che il Tozzetti reputa molto simile alla “pietra serena della Gol­fina, della quale ha il medesimo difetto di sfarinarsi se posta lungo tempo allo sco­perto”.

Tale pietra è caratteristica del luogo ed è stata ricavata da una cava a mezzogior­no del monte in località San Marco, ora completamente in disuso.

Sovrastano la piazza la torre e la parte più antica del borgo, issata sulla punta di un costone che guarda il versante volterrano. Caratteristico anche il borgo di Ligia, una volta densamente popolato ed ora caden­te nella parte più antica, già sede di im­ponenti costruzioni ormai in rovina. Degni di citazione la fonte del “Leone”, di recente restaurata, “Vallibuia”, una con­ca boscata esposta a nord dove non giugne mai la luce solare ed il castello dell’ “Aitora” abbastanza bene conservato. Domina il paesaggio la grande croce in legno issata sulla punta del monte che ne ha preso il nome (Monte alla Croce) dal quale nascono il Botro Grande, una volta habitat della lontra, e quello della Maci­nala, il corso d’acqua arbitrariamente de­viato verso la Valdera per le necessità del­le campagne adiacenti, proprietà una vol­ta dei Gotti Lega, e già regno di grossis­simi granchi che popolavano l’alto corso del fiume.

L’economia di Montecatini V.C. fu fioren­te fino alla chiusura della Miniera del Ra­me che avvenne intorno agli anni 1911-1912 dopo una serie di grandi scio­peri conseguenti la caduta della importan­za della economia estrattiva, a seguito dell’apertura di altre miniere più ricche di minerale che misero in crisi l’escavazione del rame toscano.

Montecatini V.C. fu la sede in cui si costi­tuì il grande complesso chimico, l’attuale Montedison, una volta denominato Mon­tecatini S.p.A., il cui presidente Guido Donegani, fu spesso ospite del paese.

Oggi Montecatini Val di Cecina, è un co­mune in decadenza, con una economia mista ed una popolazione che invecchia sempre più, per la partenza dei giovani verso altri luoghi di maggiore possibilità di occupazione.

Un borgo tranquillo, costituito in massima parte da pensionati al minimo o piccoli proprietari di terra e luogo ormai di con­quista degli stranieri, i quali comprano e restaurano i vecchi poderi vuoti ed abban­donati.

Un paese nel quale il tempo sembra si sia fermato fissandosi nella immobilità dei suoi monumenti, nell’ombra della pietra grigia che ancora adorna la torre e le co­struzioni del vecchio paese, quali senti­nelle solitarie poste a guardia della sua storia e del suo passato.

Una storia minore forse, legata a perso­naggi sottomessi ai possenti del Castel­lo, sotto il vincolo religioso del vescovo conte o soggiogati dalla tirannia dei Bei­forti. Ma anche una storia di gente sag­gia e consapevole di quella semplicità con la quale ha amministrato i suoi trascorsi storicopolitici ed anche la cronaca dei fatti più recenti e contemporanei, ancora legati a quei valori di vita che sedimentano e tengono vivi i motivi di convivenza e soli­darietà tra la gente, al riparo quasi dei ter­ribili problemi che insorgono tra le con­centrazioni di popolazione dei grandi ag­glomerati urbani.

Ermanno Marconcini

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.