Archivi categoria: Geologia e Morfologia

Descrizione e considrazioni geologiche del territorio di Pomarance e Alta Val di Cecina.

LA MINIERA DEL PAVONE

A MONTECASTELLI PISANO

La miniera di rame del Pavone o “Cava del Pavone”, come la chiama Paolo Savi nel “Nuovo Giornale de letterati” (n. 103 pag. 75), ha origini molto remote che risalgono all’età del ferro e dello arcaismo etrusco. I giaci­menti cupriferi di Montecastelli infatti, più importanti di quelli di Monterufoli e Micciano, sono da collegare alle stazio­ni preistoriche etrusche e romane di Rocca Sillano.

Consultando il classico lavoro di Giovanni Targioni intitolato “Discorso sopra l’utilità che si può sperare dalle miniere della Toscana” si può vedere quanto esse dovevano essere produt­tive e lucrose prima che i Romani le conquistassero proibendo l’escavazione di quei metalli. Essi usarono un pretesto di carattere religioso, dicendo che sem­brava crudele il “ferir le viscere della madre comune per cavarne metalli”, per mascherare il vero motivo per il quale non volevano che si lavorasse in minie­ra e cioè quello di cercare di impoverire e abbrutire il più possibile i popoli vinti per far pesare loro ancora di più il giogo dell’occupazione. Altri, invece, hanno giustificato questa legge assurda dicen­do che il lavoro in miniera non rendeva praticamente niente e quindi vi si im­piegavano delle forze a scapito dell’agri­coltura. Noi, come del resto lo stesso Targioni, non siamo di questo avviso, perchè conosciamo quanto gli Etruschi fossero civili, ricchi, ingegnosi e come non avessero bisogno di una legge straniera per cautelare i propri interessi. Un altro punto a favore di questa tesi è che in quel periodo non mancavano nella zona vasti terreni coltivati e boschi. Inoltre gli Etruschi dovevano, per forza, aver un gran tornaconto a lavorare in miniera se vi impiegavano grandi ca­pitali, riuscendo a fare delle cose che anche oggi son difficili da eseguirsi.

Alla dominazione romana successe­ro gli incursori e distruggitori Barbari e per le miniere non cambiò gra chè. Dopo i Barbari vennero i Longobardi e la situazione continuò a peggiorare. Poi la Toscana fu divisa in tanti feudi sem­pre in guerra tra di loro, così che non c’era neppure il tempo e le disponibilità per andare ad aprire le miniere. Anche quando i feudi divennero delle repub­bliche il risultato non cambiò molto.

Per tornare a sentir parlare delle miniere bisogna aspettare la venuta al potere dei Medici. I Medici incoraggia­rono lo sfruttamento minerario facendo dei tentativi per riaprire le miniere e in particolare con due fra le maggiori: quella di Montecatini e quella di Montecastelli.

Per quanto riguarda la miniera di Montecastelli (trascurando di parlare di quella di Montecatini che non ci interes­sa direttamente) sappiamo da una let­tera di Giovanni Rossi, ministro delle cave del rame, al Granduca Francesco I, in data 11 aprile 1582, che si era ordinato di metter mano a riaprire que­sta miniera nel Marzo dello stesso anno, ma che poi non se n’era fatto di niente per non intralciare i lavori alla miniera di Montecatini; si sarebbe cominciato quando fosse iniziata la fusione del minerale estratto in questa miniera.

Ingresso principale

Finalmente in un’altra lettera di un tal Bernardo Giorgi, ministro economo delle miniere, datata 20 novembre 1584 e indirizzata al Granduca, si dice che nella miniera di Montecastelli, alla pro­fondità di 11 braccia, si trova del

minerale in quantità e di qualità superiori a quello trovato nel primo saggio e che la miniera va per filoni e non per noccioli come quella di Montecatini. La lettera scritta da Bernardo Giorgi termina con ed io ci ho grande speranza”.

Ulteriori notizie riguardanti la miniera del Pavone si hanno da una lettera di un tal Seriacopi, diretta al cavalier Belisario Vinta, segretario del Granduca Ferdinando I e datata 25 gennaio 1605, nella quale si parla di una certa partita di minerale crudo ed inservibile per la lavorazione e quindi si decide di far venire da Venezia il maestro Francesco Nerotti “araffinare centocinquanta di quel metallo che si trovano nel castello di Firenze e che era talmente agro che senza ridurlo non potea farsene nulla di buono”.

A questi tentativi medicei di riaprire la miniera di Pavone, seguì un alto tentativo nel 1636, fallito per la morte, attribuita per altro all’imprudenza, di un tal Nardone.

Fino al 1751 non ci fu nessuno che pensò di riaprire la miniera di Montecastelli e nemmeno quella di Montecatini. In quell’anno, infatti, una società di Livornesi vi eseguì, senza frutto, dei lavori superficiali, però desistè dall’impresa e quindi la miniera tornò ben presto abbandonata.

Già l’opinione pubblica dava per certa la sterilità di questa miniera, quando nel 1827, una società provvista di capitali sufficienti all’impresa intra­prendeva una nuova escavazione. Pur­troppo da questo periodo in poi non siamo riusciti a trovare notizie riguar­danti direttamente la nostra miniera, comunque, per avere un’idea della mole di lavoro che vi si doveva svolgere nella metà dell’ottocento, faremo un parallelo con quella di Montecatini che è, se vogliamo, la gemella di quella di Pavo­ne. E’ stato accertato che già nel 1831 veniva fuso nei forni di Cecina il rame estratto dalla miniera di Montecatini, per poi essere lavorato nelle officine pratesi, e fu giudicato subito eccellente, poiché era molto duttile e nello stesso tempo tenace. Il Ridolfi nel “Giornale agrario toscano” (vol. VI anno 1832) scrive che le gallerie più profonde sono a 60 braccia al di sotto della bocca della miniera ed hanno uno sviluppo di 1000 braccia e che sono sanissime, ben armate e di facile e comoda percorrenza anche per i “non addetti ai lavori”.

Galleria della Morte

Lo scandaglio della miniera iniziò nel 1827 con soli 3 uomini e già nel 1832 ve ne lavoravano più di 100 ed altri 20 impiegati alla fonderia. La vena rendeva oltre il 30% di puro rame ed in certi punti si arrivava anche al 60 – 70%, quindi tutto fa presumere che il numero degli operai sarebbe sicuramente aumentato. Non a caso abbiamo descritto la miniera di Montecatini; tutto questo ci serve per descrivere indirettamente anche la miniera del Pavone; infatti lo stesso Ridolfi conclude il suo lavoro come segue: “… la quale industria, (ri­ferendosi all’attività della miniera di Montecatini) lungi dal ristarsi nel vastis­simo campo di Montecatini, si è già distesa alla volta di Montecastelli, ed in tempo brevissimo, tenendo dietro agli antichi lavori, giunse ivi pure ad un filone metallico, che ne fece sicuri dover quella miniera riuscire emula se non più ricca di quella di Montecatini”.

Questo paragrafo non ha bisogno di nessun commento; risulta evidente come la miniera del Pavone dovesse essere, forse, anche più importante di quella di Montecatini.

La miniera di Montecastelli fu chiusa poi nel 1869 il 30 settembre, come ci dice l’incisione lasciata nella Cappella posta all’interno delle gallerie. Non co­nosciamo i motivi diquesta decisione; forse il minerale cominciò a scarseggia­re, o forse il prezzo del rame subì un forte ribasso che non rendeva più con­veniente la sua escavazione.

Un fatto è certo, però, nella metà dell’ottobre la miniera di Pavone doveva aver raggiunto un notevole sviluppo considerando anche il gran numero degli edifici situati all’imboccatura della galleria principale ed il minerale doveva comparire in grande quantità se si riu­sciva a trarre degli utili, considerando anche le enormi spese per il trasporto di questo ai punti di lavorazione e di impiego, visto che la miniera è posta in una zona non molto accessibile e di­stante da tutti i grandi centri industriali.

Durante l’ultima guerra la S.A.R.E.M. (Società Anonima Ricerche ed Escavazioni Minerali), che già lavo­rava alla miniera di carbone della Mandria, fece un sopralluogo alla minie­ra del Pavone, senza per altro iniziare i lavori.

Oggi questa miniera è compietamente abbandonata; parte degli edifici sono franati; rimangono soltanto le gallerie che ospitano pipistrelli e qual­che curioso che, come noi, cerca di scoprire i segreti del passato.

GALLERIA PRINCIPALE

La miniera del Pavone è situata nella parte più bassa del versante Ovest di Poggiamonti, in prossimità del podere “Cetina”, a breve distanza dal torrente Pavone.

L’ingresso principale di questa mi­niera si apre all’interno della prima costruzione facente parte di una serie di edifici adibiti a uffici, officine, abita­zione del custode, ecc. Tale ingresso, semiostruito, è sormontato da una volta in tufo; è rivolto verso O.S.O. e procede pianeggiante ed in linea retta per 213 passi; i primi 39 hanno la volta e le pareti rinforzate con mattoni intonacati; i successivi 112 passi non hanno nes­suna armatura e difatti in tre punti si sono avute delle piccole frane, che però non compromettono la stabilità della galleria. A questo punto (a 151 passi dall’ingresso), sulla destra, si hanno dei muri di sostegno intervallati da quattro archi con pilastri, per la lunghezza com­plessiva di 29 passi. Finita questa co­struzione, si hanno ancora 23 passi di galleria non armata, per giungere di nuovo ad una armatura completa (volta e pareti), dove iniziano le prime diramazioni. Questa è la parte dove si svolgeva la maggiore attività della mi­niera; nello spazio di pochi passi si hanno 6 diramazioni, che descriveremo dettagliatamente più avanti, per ora dia­mo soltanto la loro disposizione rispetto alla galleria principale.

La prima, a destra, costituita da una scala è chiamata, da una iscrizione, “Via della Scala Meccanica”.

Più avanti 8 passi, un’altra deviazio­ne a destra, la cui apertura è posta ad una altezza di circa 50 cm. dal livello della galleria ed è chiamata “Via della Scala ” (nell’iscrizione non si riesce

a leggere altro).

Quasi di fronte a questa, un’altra de­viazione a sinistra, che noi abbiamo chiamato “Galleria del Caminetto”.

Ancora a sinistra si trova una Cap­pella.

Di fronte alla Cappella, un ampio locale, da noi denominato “Salone Centrale”, dal quale sono visibili nume­rosi pozzi.

L’ultima di queste deviazioni è un prolungamento della Galleria Principale, lungo 27 passi, che costituisce un pro­babile avanzamento. Questa galleria, essendo molto corta, fa presumere che gli scavi devono essere stati interrotti prematuramente: o per scarsità del minerale, o per la friabilità del terreno che la rendeva pericolosa. Ciò spiega anche la presenza di una iscrizione a caratteri cubitali indicante “PERICOLO DI MORTE”. Questa scritta ci ha dato lo spunto per chiamare questo prolun­gamento “Galleria della Morte”.

Per rendere più chiara l’esposizione, già abbastanza complessa, non abbia­mo seguito, nella descrizione delle 6 diramazioni, lo stesso ordine usato per la loro disposizione.

CAPPELLA

La cappella, larga circa 1 m. e profonda 3 m., si apre, come già accennato, sulla sinistra della Galleria Principale. Si presenta interamente in­tonacata ed è ancora visibile parte del­l’originaria pittura azzura. Sulla destra, entrando, c’è un’incisione, probabilmen­te eseguita con la punta di un chiodo o simile, recante la probabile data di chiusura della miniera. Il testo di questa iscrizione è il seguente:

MEMORIA

1869 – 30 settembre cessò e fu sospesa questa miniera Angelo Grassi Armatore

Francesco ……..

Pompista

Sul fondo della Cappella, l’altare, preceduto da uno scalino e sormontato da un vano dove, probabilmente, era collocata un’immagine sacra raffiguran­te la Madonna. Questa supposizione è avvalorata dalla presenza del mono­gramma tipico di Maria.

La Cappella.

SALONE CENTRALE

Di fronte alla Cappella si apre un vasto locale dalla struttura molto com­plessa che noi abbiamo chiamato “Sa­lone Centrale” per spiegare l’enorme mole di lavoro che vi si doveva svol­gere.

Sul pavimento si apre un pozzo molto profondo diviso in tre parti da due muri in mattoni per ritto, sul fondo del quale si nota la presenza di acqua, che il classico “pisciolio” fa presumere cor­rente. Sulla destra del Salone Centrale, un’apertura dà nel Pozzo dei Macchi­nari, il cui fondo è raggiungibile, come vedremo più avanti, scendendo la Scala Meccanica. In questo pozzo sono visibili i resti di una trave di legno infissi nelle pareti. Sopra questa apertura c’è un’iscrizione del tipo di quella trovata nella Cappella, della quale si può leg­gere:

“1869 il 30 settembre cessò di vivere e crepò        Purtroppo non figurano

nomi di cose o persone, altrimenti questo sarebbe stato un particolare in­teressante, visto che non ci sono fonti storiche riguardanti la miniera in questo periodo. Per trovare la notizia di una morte bisogna risalire al 1636, anno in cui, come già detto prima, fu fatto un tentativo di riattivazione della miniera fallito per la morte di un tal Nardone.

Sempre sulla destra del Salone Centrale, un’altra apertura in un altro pozzo, che è in comunicazione con quello dei macchinari; mentre di fronte, in alto, c’è una finestra che doveva servire per il passaggio del materiale scavato verso i pozzi per essere lavo­rato. Sotto questa finestra si vede un arco a mattoni che dà accesso ad una piccola galleria; a sinistra un altro arco, sotto il quale è posto un coppo com­pletamente murato e del quale emerge solamente l’orlo ad una altezza di circa m. 1 dal pavimento del locale, costituito

per altro da materiale di discarica. Questo coppo doveva servire da riserva d’acqua potabile per i minatori. Sul soffitto del salone un’apertura rettango­lare.

VIA DELLA SCALA MECCANICA

Questa deviazione, sulla destra della Galleria Principale, scende con una scalinata. Fatti 20 scalini si giunge ad un pianerottolo, alla cui destra si apre il fondo del Pozzo dei Macchinari. Sembra, dalla conformazione delle mura, che sul fondo di questo pozzo dovessero girare enormi ruote metalli­che, adibite ad una non meglio identi­ficata lavorazione del materiale. Sono stati trovati anche chiodi, verghe e resti di meccanismi facenti parte dei macchi­nari per tale lavorazione.

Oltrepassando il pianerottolo e scendendo ancora 9 scalini, si giunge ad una nicchia, alla cui sinistra si apre, sul pavimento, un altro pozzetto profon­do circa 6 – 8 m. Sulla parete sinistra di questo pozzo, ad un dislivello di 1,5 m., c’è un cunicolo che non permette il passaggio in posizione eretta, che girando verso sinistra, porta sul fondo del Pozzo dei Macchinari. Sopra l’architrave di questo cunicolo c’è scol­pita una data: 1865.

La scala prosegue con ancora 9 scalini oltre il pianerottolo e girando a destra porta quasi sul fondo del Pozzo nel Salone Centrale. Questa parte della miniera, quella cioè dove ci sono i pozzi, è molto difficile da descrivere, anche perchè molte cose hanno lasciato perplessi noi stessi che pure le abbiamo viste. Per esempiosi intravedono, in fondo ai pozzi, oppure ad altezze diverse lungo le pareti degli stessi, delle gallerie o, co­munque, delle aperture che però sono irraggiungibili e quindi è praticamente impossibile riuscire a capire dove por­tino e a che cosa fossero servite. Molto probabilmente un tempo, quando que­sta miniera era in attività, dovevano esserci state delle scale e delle passe­relle di legno o di ferro che non hanno resistito al peso degli anni, dell’umidità e anche degli smantellamenti. Il Salone Centrale, la Via della Scala Meccanica, la Via del Scala… sono tutti ambienti che un tempo erano pieni di macchinari che, insieme all’acqua, lavoravano il materiale scavato al fine ultimo di poter separare il rame dalle impurità. Oggi, non essendo rimasto nulla di tutto ciò, è molto difficile dare un senso ad ogni apertura e galleria.

Via della Scala Meccanica

VIA DELLA SCALA…

La Via del Scala… si apre sulla destra, a circa 50 cm. dal piano della Galleria principale. Varcato l’ingresso di questa via, si salgono 4 scalini per giungere ad un pianerottolo, che guar­da, per mezzo di un’apertura rettango­lare, sul fondo del Pozzo dei Macchi­nari. Oltrepassando questa apertura, di fronte, il pianerottolo continua per pochi centimetri fino ad una finestra che si apre sullo stesso Pozzo dei Macchinari.

Tornando all’entrata di questa “Via”e girando a sinistra si prosegue, sempre sullo stesso pianerottolo, per pochi passi, poi facendo una curva di 180° a destra, inizia una scalinata di 12 scalini che porta ad un altro ambiente.

Sulla sinistra di questo ambiente, dopo una piccola apertura sul pavimen­to, si accede ad uno “slargo”. In questo “slargo”, sulla sinistra, una apertura che da sul pozzo che, nel Salone Centrale, risulta essere, guardando, alla sinistra del Pozzo dei Macchinari. Sulla destra dello “slargo”, cioè di fronte a questa apertura, c’è una stanzetta larga circa m. 1 e profonda m. 3 , che doveva avere una porta, visto che sono ancora visibili i cardini. Questo è l’unico ambiente provvisto di porta di tutta la miniera, quindi doveva avere funzioni abbastan­za importanti, forse serviva da ufficio, da magazzino, o comunque dove stava l’equivalente del nostro Capocantiere. All’interno iscrizioni a lapis sulle pareti, che noi riportiamo fedelmente: “Mac­chinisti di pompe fu Giovanni Rossinelli (o Vossinelli) e Francesco Fini e di Estravazione fu Vincenzo Fratini (o Fralini)??!! Teodosio Rossinelli”.

Sotto queste iscrizioni, in basso, nicchia quadrata nel muro. L’intonaco del soffitto di questa stanzetta è stato completamente consumato, tanto che sono visibili i mattoni nudi; a compiere questa usura sono stati i pipistrelli che vi si sono attaccati durante il letargo. Sul pavimento, in corrispondenza di questa parte del soffitto, un’enorme quantità di escrementi, che raggiungono, nel punto più alto, l’altezza di 30 – 35 cm. Questo fenomeno si può notare anche fuori dalla stanzetta.

Tornando nello slargo e andando un po’ a diritto e poi girando a sinistra ci immettiamo in un lungo corridoio: a 10 Passi uno scalino, all’undicesimo fine­stra sulla sinistra che dà nel Pozzo Centrale (quella che dal Salone Centra­le abbiamo visto di fronte in alto). In corrispondenza di questa finestra, sulla destra, una galleria senza armatura lunga 10 passi. Continuando avanti, invece, si incontrano 7 scalini che, girando a sinistra di 180°, portano ad un passaggio dalla strana forma di botte. Oltre questo passaggioun piane­rottolo, che noi abbiamo chiamato delle “Iscrizioni”, con una grande apertura sul Salone Centrale. Dall’altra parte del­l’apertura si intravede una galleria ar­mata che gira a destra. Questa galleria non è raggiungibile da questa parte, bisognerebbe superare l’apertura nel pozzo, sarà raggiungibile invece da un’altra parte, come vedremo più avanti.

Abbiamo chiamato questo luogo “Pianerottolo delle Iscrizioni” a causa dei numerosi messaggi lasciati sulle pareti; messaggi lasciati da visitatori occasio­nali e che non hanno nulla a che vedere con la miniera, però noi li abbiamo trascritti ugualmente, anche se qualcu­no è incomprensibile.

  1. 1948 – 14 – 8 Kratochwila Boris
  2. Adi 17 settembre 1908 la famiglia Rivolti fu condotta da Giuseppe Giorgi Nelli, Penelope, Maria, Giorgio, Carlina e Norina Giorgi
  3. W GARIBALDI
  4. Alle (i) di 8 dicembre 19.. nella cerca sono venuto giù e più indovina che… chiamo

Sono io figlio del mi babbo e nipote del mi zio…

… 2 anni orsono per caso ci risono apparito ò letto questo scritto ò aggiunto io lui e lei in quell’altri

  • 1858      29 Agosto Nelso…

Ritornando indietro fino all’ambiente situato alla fine dei 12 scalini e supe­rando l’apertura sul pavimento, già descritta prima, si accede ad una sca­linata in pietra perfettamente conservata che, con 19 scalini che girano a sinistra, porta a un corridoio perpendicolare alla suddetta scala. Sulla sinistra di questo corridoiosi ha accesso ad una galleria pavimentata a mattoni, che girando leggermente a sinistra, termina nel­l’apertura sul Salone Centrale. Questa è la galleria che non potevamo raggiun­gere dal Pianerottolo delle Iscrizioni.

A destra del corridoio, invece, ab­biamo un’altra galleria, armata in mat­toni, lunga 17 passi, che porta ad un incrocio di gallerie scabrose senza ar­matura. (Questo incrocio è da tener presente, perchè vi torneremo succes­sivamente). A destra la galleria scende con trac­ce di scalini scavati nella roccia, ragione per la quale noi l’abbiamo chiamata “Galleria della Scala Rocciosa Inferiore”. Dopo una cinquantina di scalini si ariva ad un bivio; a sinistra galleria pianeg­giante così suddivisa: i primi 14 passi non armata, da 14 a 32 armata in mattoni e per altri 105 passi non armata, anche se in ottime condizioni. A questo punto, di fronte, sembra che la galleria sia franata, mentre a destra, dopo un muretto ed un arco, la galleria prosegue. Dopo una franetta si incontra la prima diramazione: a sinistra si apre una galleria molto bassa (0,5 m.) e lunga circa 15 passi, in fondo alla quale è stata trovata una spina di Istrice, ossa di animale ed un ciuffo di erba bianca a causa della mancanza di luce solare. Questo particolare ci ha dato lo spunto per chiamare questa diramazione “Gal­leria dell’Erba”.

Ritornando nella galleria della franetta e proseguendo a diritto per 20 passi si giunge ad un crocevia: a sini­stra galleria lunga 30 passi; a destra galleria lunga 20 passi; di fronte si procede per 22 passi fino a giungere ad una nicchia, mentre la galleria pro­segue girando leggermente a sinistra. Dopo 15 passi si arriva ad una frana, oltrepassata la quale si entra in uno slargo con forti infiltrazioni di acqua. Questa galleria è stata chiamata da noi “Galleria dei Pipistrelli” per descrivere l’enorme movimento di questi innocui animali. Questa serie di gallerie fa parte dell’estremo avanzamento della miniera ed è in questo ramo che veniva pre­levata la maggior parte del minerale scavato.

In questa direzione non si può più procedere, quindi dobbiamo tornare indietro e precisamente fino al bivio che abbiamo lasciato in fondo alla Galleria della Scala Rocciosa Inferiore. A questo bivio prendendo questa volta a destra si entra in un corridoio armato a mattoni lungo 9 passi, che immette in una stanzetta caratterizzata dalla presenza di nicchie nelle pareti e precisamente: 3 piccole quadrate nella parete di destra entrando e una più grande sulla parete di fronte. A destra entrando, nell’angolo formato da due pareti, si può osservare qualcosa che può sembrare un caminet­to. Questa somiglianza ci ha dato lo spunto per chiamare questa stanzetta ed il rispettivo corridoio “Galleria del Caminetto” che abbiamo già citato quando abbiamo elencato la serie delle diramazioni della Galleria Principale. Se questo “qualcosa” è un caminetto, la sua canna fumaria sbocca nella Galleria della Scala Rocciosa Inferiore. Questa stanzetta, larga circa due passi e pro­fonda 5, doveva servire, secondo noi, come spogliatoio e come luogo di risto­ro per i minatori, anche se questa tesi è un po’ messa in discussione dalle ri­dotte dimensioni del locale.

Oltrepassando la stanzetta si entra in un corridoio lungo 7 passi, che sbocca nella Galleria Principale, nel punto delle 6 diramazioni che abbiamo elencato all’inizio delle descrizioni.

Questa parte della miniera è già stata tutta descritta; per trovare la zona ancora da descrivere bisogna tornare all’incrocio in cima alla Galleria della Scala Rocciosa Inferiore. Come ricorde­remo siamo giunti a questo incrocio per mezzo di un corridoio lungo 17 passi e completamente armato. Giunti a que­sto incrocio abbiamo preso a destra e siamo scesi nella Galleria della Scala Rocciosa Inferiore, questa volta, invece, giriamo a sinistra. Fatti pochi passi si incontra un bivio dalla forma di una Y. La galleria di destra procede pianeg­giante, senza armatura, per 7 passi, dove è stata chiusa con materiale di riporto; nelle condizioni attuali non è permesso il passaggio nemmeno proce­dendo sdraiati. Si arriva ad un punto in cui si rimane incastrati tra la volta ed il materiale di riporto che ostruisce il passaggio, comunque illuminando con la torcia si vede che la galleria, superato questo punto, si allarga nuovamente.Noi abbiamo chiamato questa galleria “Gal­leria dei Serpenti”.

La galleria di sinistra, invece, con­tinua a salire con la stessa pendenza e gli stessi tipi di scalini della Galleria della Scala Rocciosa Inferiore, quindi noi l’abbiamo chiamata “Galleria della Scala Rocciosa Superiore”. Procedendo per una cinquantina di scalini, di cui gli ultimi molto ripidi, quasi verticali, si giunge ad una galleria pianeggiante in cima alla quale, ad una distanza di circa 70 passi, si apre l’uscita.

Sulla sinistra, uscendo dalla Galleria della Scala Rocciosa Superiore, la galleria pianeggiante continua, mentre un’altra si apre alle spalle della scala ed è raggiungibile superando la botola formata dall’ingresso delle Scale Roc­ciose.

GALLERIA SECONDARIA

L’ingresso della Galleria Secondaria, che non è altro che “l’uscita” di cui abbiamo parlato al termine del capitolo precedente, è rivolto verso S.O., più o meno nella stessa direzione dell’ingres­so della Galleria Principale, però a un piano superiore rispetto a questo e si apre su una discarice di materiale.

Nella stagione fredda si sente, stan­do in prossimità di questo ingresso, una notevole quantità di aria calda che esce dalla miniera. Questo fenomeno può confermare quanto hanno detto i vecchi di Montecastelli, che la galleria da noi detta “Secondaria” fosse una presa d’aria per la miniera; effettivamente le due aperture, quella inferiore e quella superiore, permettono all’aria di circola­re più forzatamente.

Come nella Galleria Principale, an­che in questa, una volta superate alcu­ne pietre che ostruiscono parzialmente il passaggio, ci troviamo di fronte ad una galleria pianeggiante, non armata, che procede per circa 70 passi, fino alla diramazione posta in cima alla Scala Rocciosa Superiore. Come già detto nel capitolo precedente, da questo punto parte una galleria accessibile solo su­perando la botola formata dalla Scala Rocciosa Superiore. Questa galleria è diritta e molto corta, (circa 30 passi) e, diversamente dalle altre, non è stata chiusa, ma finisce.

L’altra galleria, che sarebbe il pro­seguimento di quella che viene dall’in­gresso, avanza nell’interno del monteper 68passi, punto in cui si ha una diramazione a destra lunga 20 passi, dove è stata chiusa con del materiale di riporto. Tornando indietro e prose­guendo nella galleria a diritto per 10 passi si trova, sulla destra, un inizio di galleria subito chiusa; quindi continuan­do ancora si arriva alla fine della galleria con altri 10 passi. Anche questa “fine” non è una fine, ma una chiusura. In un punto ben determinato di questa galleria si ha un’eco molto strana e molto amplificata. Questa eco si forma e si può sentire in un tratto di galleria molto limitato, prima e dopo di questo, nulla. Questo particolare ci ha dato l’idea per chiamare questa galleria “Galleria dell’Eco”.

In una di queste gallerie sono state trovate delle ossa animali: cranio di istrice, con la mandibola provvista di due sviluppate zanne, molto più grandi degli incisivi; alcune vertebre ed altri ossicini non meglio identificati. Oltre alle ossa di questo animale è stato trovato anche un altro osso molto più grande e più friabile, forse appartenente ad un arto di un animale di dimensioni mag­giori dell’istrice. Questo è il secondo “ossario” che abbiamo trovato nella miniera, dopo quello della Galleria dell’Erba.

Tutte queste gallerie della parte superiore della miniera, cioè quelle facilmente raggiungibili dalla Galleria Secondaria, non presentano nessun tipo di armatura, sono perfetamente conser­vate ed in alcuni punti c’è presenza di acqua sul pavimento, però per poter continuare la loro esplorazione occorre­rebbe rimuovere il materiale di riporto che chiude gli avanzamenti.

GALLERIA DEL MUGNAIOLI

Camminando lungo il letto del Pa­vone, nello stesso senso dell’acqua, per un buon 300 m. dal punto in cui si trovano i resti delle costruzioni della miniera, si giunge in prossimità di una costruzione, in muratura, posta nel centro del letto stesso. Questa costru­zione non è altro che un pilastro, fatto di mattoni e pietre e sagomato in modo tale da resistere all’urto delle correnti del torrente. La sua probabile funzione era quella di sorreggere una passerella che univa le due sponde, passerella, della quale non è rimasta nessuna traccia. Proprio di fronte a questo pilastro, sul lato destro del fiume (dalla parte della miniera del Pavone) si apre, ad un dislivello di circa due metri dal letto stesso, un’altra galleria.

L’ingresso della Galleria del Mugnaioli si presenta sormontato da un arco in mattoni, sopra al quale c’è un vano dove, probabilmente, era posta un’immagine sacra. Fra l’arco ed il vano c’è lo spazio per un cartello, che doveva recare incisa una probabile data oppure un saluto alla divinità raffigurata sopra di esso. Sulla destra di questo ingresso è stato posto un cartello con una scritta in vernice nera: PERICOLO. VIETATO ENTRARE.

Varcato l’ingresso, la galleria avanza pianeggiante, rettilinea e armata in mattoni per 42 passi. Una particolarità di questa armatura è costituita dalla pre­senza di mensole, sempre in mattone, sporgenti una quindicina di centimetri dal muro, ad un’altezza di circa m. 1.60 – 1.70 dal piano di terra. Queste men­sole sono ad una distanza di m. 1 l’una dall’altra e sono presenti sui due lati della galleria.

A 42 passi dall’inizio, dicevamo, c’è una diramazione sulla destra. Lascian­do la galleria principale ed entrando in questa diramazione non armata si pro­cede, girando leggermente a destra, fino ad incontrare altre due diramazioni: quella di sinistra, costituita da materiale molto friabile, finisce subito; quella di destra, invece, continua, parallela alla galleria principale, però in direzione opposta e leggermente in salita, per 20 passi, punto in cui si ha un’altra diramazione, che per comodità di de­scrizione chiameremo “delle Radici”. A questa diramazione se prendiamo a destra arriviamo, neanche a dirlo, ad un bivio: a destra finisce subito, a sinistra finisce dopo 10 passi. Questa galleria di 10 passi è appuntellata qua e la con delle travi di legno ormai marcio e quindi è molto pericoloso sostarci a lungo.

Tornando indietro fino alla Diramazione delle Radici e prendendo questa volta a sinistra, che poi, se vogliamo, non è che giri a sinistra, ma prosegue in direzione della galleria dalla quale siamo venuti, si va avanti per 8 passi, punto in cui si trova un bivio. A diritto si può procedere ancora per poco, perchè la galleria è stata chiusa, forse per non fare accedere al minerale che, in questa miniera, a differenza dell’altra, appare in maggior consistenza. Girando a destra, invece, dopo una venticinquina di scalini scavati nella roccia che girano leggermente a destra, si arriva ad un pianerottolo, dal quale è possibile pro­seguire girando a destra di 90°. Dopo pochi passi si giunge ad una galleria perpendicolare a questa, che però è molto bassa e finisce subito, sia a destra che a sinistra. Questi spezzoni di galleria sono caratterizzati dalla pre­senza delle radici degli alberi che dise­gnano sulle pareti e sulla volta delle linee rette che si intersecano tra di loro con una precisione impressionante.

Tornando indietro fino alla galleria principale e continuando a diritto (nella direzione opposta a quella che va verso l’ingresso) si arriva alla fine dell’armatura a 68 passi dall’ingresso e poi, dopo 105 passi, sempre dall’ingresso (tutte le misure riferite alla galleria principale vengono prese dall’ingresso), si ha una diramazione sulla sinistra, che terminaquasi subito, e dove è visibile molto minerale.

Continuando nella galleria principale a 111 passi diramazione a destra e inizio di una nuova armatura, che ter­mina a 142 passi. Questo tratto di galleria ha il piano di terra sommerso da una decina di cm. d’acqua e sopra la volta si apre (questo è visibile una volta finita l’armatura) una grande nic­chia. Andando ancora avanti, sempre nell’acqua, a 170 passi ricomincia l’ar­matura che finisce, insieme alla galleria, a 178 passi. A questo punto la galleria è franata o è stata fatta saltare con una carica esplosiva, perchè ci sono dei grossi massi di gabbro appoggiati all’ar­matura, che non permettono il passag­gio nemmeno della vista.

La Galleria del Mugnaioli finisce qui, quindi possiamo dire che è di dimen­sioni molto ridotte rispetto alle altre, anche se sembra che sia più ricca di minerale.

LA RIPRESA

In relazione con la Miniera del Pavone è un’altra costruzione posta anch’essa nel letto del torrente: la Ri­presa. Questa costruzione non è altro che una diga situata a circa 700 – 800 m. a monte, rispetto all’ingresso della Galleria Principale della miniera. La sua funzione, come ci spiega il nome, era quella di prendere l’acqua del Pavone.

Passaggio a forma di botte

nei periodi di magra, e convogliarla in un canale, che la faceva giungere fino alla miniera dove veniva usata per lavare il minerale estratto. L’esigenza di prendere l’acqua del Pavone così a monte era determinata dal fatto che la Galleria Principale è leggermente più alta del livello del torrente e quindi avrebbero dovuto impiegare delle pom­pe se avessero preso l’acqua direttamente davanti ad essa.

La diga è stata costruita con dei mattoni murati sopra un basamento di pietre; non è molto alta in modo che, durante le piene, l’acqua poteva facil­mente superarla e proseguire il suo corso lungo il letto del torrente.

Come abbiamo già accennato, la diga faceva confluire parte dell’acqua del Pavone in un canale che, costeg­giando lo stesso torrente, giungeva alla miniera. Per i primi 155 passi, questo canale è coperto, o meglio, è scavato interamente nella roccia.

All’ingresso due scanalature verticali nell’armatura fanno pensare alla pre­senza di una chiusa. Dopo pochi passi l’armatura finisce e la “galleria” prose­gue nel gabbro vivo. E’ molto bassa e stretta e da questo si capisce che doveva passarci solamente acqua. A 35 passi vi confluisce un’altra galleria pro­veniente sempre dal torrente; a 137 passi ricomincia l’armatura, che termina con la galleria ed anche qui doveva esserci stata una chiusa.

Chiaramente, dicendo termina la galleria, si intende che termina la parte di canale scavato sotto terra, perchè da qui alla miniera l’acqua proseguiva al­l’aperto in “Gorili” che, in molti punti ormai, sono stati sepolti dalla vegeta­zione.

GALLERIA DELLE CAPANNE

Sempre su questo versante di Poggiamonti, però molto più in alto dal Pavone, quasi a mezza costa, nel fosso del podere “Le Capanne”, si apre un’al­tra galleria. Vi si accede solamente risalendo il fosso, (in certi punti si devono addirittura scalare delle pareti di gabbro friabilissimo, tenute a stento dalle radici degli alberi) visto che non c’è strada nè viottolo per andarci.

L’ingresso di questa strana galleria non è armato e visto da lontano sembra la tana di un animale di grandi dimen­sioni. La galleria avanza con due sole diramazioni: la prima, a sinistra, di 45 passi; la seconda, a destra, di 20 passi. La parte iniziale di essa ha il pavimento coperto dall’acqua, che in certi punti raggiunge l’altezza di 50 cm. Per 239 passi di procede dritti, riuscendo a scorgere la luce dell’ingresso che, riflet­tendo nell’acqua, dà alla galleria uno scenario fiabesco. Arrivati al 239 passo, dall’inizio, si gira a sinistra di 90° e dopo aver superato una frana si arriva al punto in cui la galleria è stata chiusa. Siamo a 300 passi dall’ingresso.

Questa galleria è un po’ diversa dalle altre che abbiamo visitato; prima di tutto è stata scavata nell’argilla e quindi è molto più franosa delle altre; non vi abbiamo trovato tracce di anima­li, nemmeno di pipistrelli che in galleria sono a casa loro; poi quell’ingresso senza armatura e senza strada di ac­cesso. L’ipotesi più probabile è che questa, più che una vera e propria miniera, fosse una galleria per saggiare il sottosuolo e che l’ingresso con la relativa strada sia stato portato via dalla frana che ha formato il Fosso delle Capanne.

Gelli – G. Giorgi

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

TERREMOTO A POMARANCE

“Fenomeni naturali che si ripetono nella storia dei tempi”

Questo il concetto espresso dal prof. Barberi, uno dei maggiori esperti di vul­canologia, nel Consiglio Comunale aperto in piazza, promosso dall’Amministrazione Comunale di Pomarance sugli eventi tellurici registrati a Pomarance, Larderello, Montecerboli.San Dalmazio, dal 20 Marzo al 2 Aprile 1993.

Un fenomeno che ha destato preoccupa­zione negli abitanti del luogo tenendo im­pegnate le varie forze dell’ordine, la Pro­tezione Civile e l’Amministrazione Comu­nale, a dare assistenza e informazioni corrette ai cittadini.

Il Prof. Barberi al Consiglio Comunale aperto

Spavento e preoccupazione per questi fe­nomeni naturali in una zona che non è considerata a grande rischio sismico e che ha visto per alcuni giorni molti citta­dini residenti a Larderello e Montecerbo­li.San Dalmazio e Pomarance, dormire al­l’aperto.

Il fenomeno tellurico, che ha raggiunto la massima magnitudo alle 21,48 di Saba­to 20/3 (2,8.Richter, V°-VI° grado della Scala Mercalli), a detta degli esperti non dovrebbe preoccupare più di tanto se le abitazioni sono costruite con normali ca­ratteristiche di resistenza, dato che vie­ne eslusa la possibilità che in questa zo­na si possano verificare fenomeni distrut­tivi di particolare gravità.

Un riferimento a quanto sopra accenna­to degli eventi che si ripetono lo possia­mo trovare da documentazioni archivistiche che sono state riportate in epoche di­verse, sino ai nostri giorni.

I primi dati storici del fenomeno tellurico nella zona di Pomarance sono riscontra­bili dalle pubblicazioni dello storico E. Mazzinghi sulla “Comunità di Pomaran­ce”. Elementi che hanno permesso agli esperti di trarre varie conclusioni statisti­che sulla conoscenza dei terremoti nella nostra zona almeno fin dai primi dell’ot­tocento.

Una delle prime scosse avvertite, e di par­ticolare gravità,tanto da essere annotata in una deliberazione comunale, risale al

17 dicembre 1802:

“In questa notte si sono sentite sei scos­se di terra”.

Il 25 Dicembre dello stesso anno la scos­sa si ripetè:

“..In questa mattina circa le ore 10 si è sentita una scossa terribile di terra non mai più sentita, ha fatto suonare la cam­pana dell’orologio e diversi campanelli, che à messo grande spavento e dopo ne sono venute due sole…’’.

Alcuni giorni più tardi, 30 dicembre 1802: “..la terra tutta la notte in moto tra picco­le e grosse scosse, si sono sentite nella notte da circa 20 scosse”.

La terra tremò anche nei primi giorni del­l’anno successivo:

  1. gennaio 1803:

Si odono scosse di terra…

  • Gennaio 1803:

“…seguitonno le scosse, si è per tre giorni tenuto esposto il S.S.Sacramento…”

Altri movimenti tellurici interessarono Po­marance ed il Volterrano il 18 ottobre 1804, il 2 maggio 1805,il 16 settembre 1806, il 2 aprile 1814 e 1’11 settembre 1822.

Una pausa tellurica si ebbe fino al 1842 e precisamente fino al 18 agosto. In que­sto dì, ed il 25 novembre dello stesso an­no, il fenomeno si ripetè con epicentro lo­calizzato tra Libbiano, Fosini, Serrazzano e Montecerboli. Notizie di altre scos­se sono registrate nelle delibere comunali di Pomarance dopo un’arco di 50 anni ed esattamente il 12 novembre 1893 in cui sono annotati notevoli danni alle abitazio­ni, tra cui il Municipio di Pomarance, che venne rinforzato con delle catene nei pun­ti più lesionati. Altre scosse di notevole intensità furono registrate il 21 marzo 1925, con una in­tensità del Vl° grado Mercalli nella zona di Larderello che subì altre scosse il 9 feb­braio 1930, il 16 novembre 1931, il 23 maggio 1932 ed il 1 febbraio del 1933. Più gravi furono le conseguenze del ter­remoto avvertito e ancora vivo nel ricor­do dei vecchi pomarancini, nel 1948 e 1949 con epicentro Lardello per una po­tenza tellurica del V°-VI° grado Mercalli. Ancora nel pomarancino si avvertirono scosse di una certa gravità nel 1970 ed esattamente il 19 agosto, come recita una relazione del tecnico comunale F.Bargelli in cui veniva descritta la zona più colpita nel territorio comunale che interessò i paesi di Lustignano e Serrazzano e dove vennero evacuate anche delle famiglie per le gravi lesioni riportate agli edifici. Questo evento del 1970,probabilmente il più forte ricordato (VII0 grado Mercal­li),ebbe come epicentro la zona di Lago Boracifero e provocò gravi danni anche a Monterotondo Marittimo.

Il Prof. Barberi illustra il fenomeno tellurico

CRONISTORIA
DEL SISMA DAL
20/3 AL 2/4 1993

L’inizio

È sabato 20 Marzo .Un pomeriggio appa­rentemente tranquillo in tutta la Val di Ce­cina. La maggior parte della gente sta ce­nando quando, alle 20,19 si avverte mol­to chiaramente una scossa seguita a bre­ve distanza da alte due, alle 20,27 e alle 20,33, tutte e tre registrate anche dall’i­stituto Nazionale di Geofisica. Si saprà
poi che alcuni ne hanno udite altre già nel pomeriggio e che la prima della serie è stata registrata dagli strumenti dell’Enel alle 14,49.

La scossa più forte

Dopo la scossa delle 20,33 (2,3/2,4 di ma­gnitudo della scala Richter) la gente ha cominciato a manifestare serie preoccu­pazioni, iniziarono le telefonate ai cara­binieri, ai vigili del Fuoco, all’Enel e ai re­ferenti del Comune, per avere notizie sul­l’evento che però non si era ancora ma­nifestato in tutta la sua forza.

Ma non tardò molto. Alle 21,48 un boato, seguito da una forte scossa, per fortuna durata solo pochi secondi, fece sussultare anche i più “indifferenti” e la gente di Po­marance, Montecerboli, Larderello e San Dalmazio si riversò nelle strade. A Castelnuovo si seppe successivamente che avvene più o meno la stessa cosa. La scos­sa fu sentita fino a Radicondoli, Volterra, Cecina e Livorno. L’osservatorio dell’I.N.G. (1st. Naz. Geofisica) la classificò a 3,5 gradi Richter, mentre i rilevatori del­l’Enel registrarono due eventi quasi con­temporanei con magnitudo 2,8 Richter.

La rete ENEL

La sofisticata rete sismica dell’Enel, com­posta da 26 stazioni di rilevamento spar­se in tutta l’area geotermica,installate ne­gli ultimi anni ’70 per il controllo della si­smicità legata alla reiniezione dei fluidi geotermici, classificò quella delle 21,48 il ventunesimo evento, con epicentro compreso fra la zona del Gabbro ed il centro abitato di Pomarance, a 5-6 Km. di profondità. In tutto la rete Enel ha re­gistrato poi 181 scosse, l’ultima delle qua­li alle 15,29 (ora solare) del 2 Aprile.

Allettamento della protezione civile

Fin da subito fu creato uno stretto colle­gamento tra la Stazione dei Carabinieri, il Corpo dei Vigili del Fuoco ed i princi­pali referenti del Comune, quindi fu aller­tata la Prefettura di Pisa che a sua volta mobilitò la Protezione Civile. Furono tra l’altro messe in preallarme strutture di Vo­lontariato della provincia ed anche fuori provincia. Anche l’Enel fu bersagliato di telefonate per conoscere le caratteristiche dell’even­to; queste misero in difficoltà i tecnici del centro sismico del Laboratorio di Larde­rello impegnati nella elaborazione e nel­l’interpretazione dei dati provenienti dal­le varie stazioni di rilevamento,emessi in pratica quasi ininterrottamente da Saba­to pomeriggio in poi.

Il Comune

Dopo una rapida consultazione tra i vari organi interessati fu deciso di creare un unico punto di riferimento e di coordina­mento, con sede nel Municipio che fu al­lo scopo immediatamente aperto e pre­sidiato 24 ore su 24, per una settimana, da amministratori e tecnici comunali; ciò

al fine di fornire precise notizie e indica­zioni alla gente, anche tramite un filo di­retto con l’Enel, onde evitare distorsioni dei fatti ed opposti eccessi, quali possi­bili sottovalutazioni o esagerate preoccu­pazioni. Gli stessi VV.FF. e Carabinieri, in continua perlustrazione del territorio, facevano riferimento al Comune portan­do notizie sulla situazione nei centri inte­ressati e confortando la gente con noti­zie precise sull’evolversi della situazione.

La stampa

Anche la stampa nei giorni del sisma ha giocato un ruolo sostanzialmente positi­vo in quanto ha fornito ai cittadini infor­mazioni generalmente corrette, contri­buendo alla non facile gestione del pro­blema. Questo va detto perchè purtrop­po spesso non è cosi, non sempre si pri­vilegia lo spirito di servizio verso il diritto dei cittadini ad una corretta informazio­ne. In questa occasione dobbiamo dare atto di questo spirito, favorito anche dal­le disponibilità deH’Amm.ne Comunale a fornire continue notizie e aggiornamen­ti,riconosciuto con reciprocità dagli stes­si corrispondenti giornalisti.

11 Prof. Barberi, la Regione Toscana e la Prefettura

La Domenica mattina alle 8, a meno di 12 ore dalla scossa principale, fu richiesto te­lefonicamente dal Sindaco alla Prefettu­ra, di convocare urgentemente un coor­dinamento tecnico-scentifico per valuta­re il fenomeno e decidere le necessarie misure da prendere, concordando per ciò di interpellare il Prof. Barberi, notoriamen­te uno dei massimi esperti di terremoti, Docente dell’università di Pisa, Dip. Scienze della Terra e membro dello stes­so Gruppo Nazionale Grandi Rischi il Prof.Barberi, rintracciato telefonicamente nell propria abitazione pisana verso le 1 di domenica 21, dimostrando grande responsabilità e sensibilità, assicurò al Sindaco ed alla Prefettura il proprio inte­ressamento. Chiese che gli venissero in­viati i dati in possesso dell’Enel e nel pri­mo pomeriggio si recò all’università per esaminarli insieme a quelli già in suo pos­sesso dall’I.N.G. Si rese disponibile quin­di ad una riunione in prefettura per le ore 12 di lunedi 22, che egli stesso preparò in collaborazione coi funzionari del dipar­timento Ambiente della Regione e che si effettuò in seguito presieduta dal Prefet­to stesso, Dott. A. MARINO.

(Dagli esiti di tale riunione fu emesso un comunicato stampa del Comune di Poma­rance alla popolazione locale che viene integralmente riportato a parte). Nel contempo l’Assessore all’Àmbiente E. Monarca, si mise più volte in contatto telefonico con il Comune, incaricando i tecnici della Protezione Civile di seguire il fenomeno come di competenza e prean­nunciando la sua personale partecipazio­ne al Consiglio Comunale aperto di mar­tedì 23 marzo 1993. Successivamente convocò una nuova riunione in Regione per fare il bilancio della situazione e de­cidere i provvedimenti successivi.

Il Prof. Scandone

La gente, il Consiglio Comunale in piazza

Comportamento esemplare quello della gente. Comprensibilmente preoccupati, molti hanno dormito fuori per qualche not­te, (in auto o in roulotte) facendo la spola con il Comune per avere notizie e poi ri­tornare ad informare i “compagni di sven­tura”. Molti si sono avvicendati al Presi­dio Comunale, mettendosi a disposizio­ne per ogni necessità ed offrendo in mol­ti casi una preziosa collaborazione. Par­ticolarmente efficace la partecipazione dei cittadini alla divulgazione capillare del comunicato emesso il pomeriggio del Lu­nedì 22/3 firmato dal Prof. Barberi e dal Sindaco G. Pacini, che ha contribuito non poco a tranquillizzare le persone.

Il Consiglio Comunale aperto allestito dai dipendenti comunali in poche ore, con grande impegno; uno scenario perfetto al­l’aperto, nella piazza antistante il muni­cipio, completo di tavoli, sedie, transen­ne, illuminazione, altoparlanti, lavagna lumisosa, tutto a disposizione degli illustri ospiti dai quali tutti ci attendevamo mag­giori certezze e rassicurazioni. Le quali non sono mancate e così la gente, dopo l’iniziativa, ha potuto dormire un pò più tranquilla. Il Prof. Barberi per primo, poi il Prof. Scandone e I’Arch. Ferrini,in pre­senza del Consiglio Comunale e dell’Assessore E. Monarca, hanno illustrato le nozioni scientifiche del fenomeno con grande semplicità, e con la precisa volon­tà di farsi capire dalla gente comune aiu­tandosi in questo con la proiezione di schede e diagrammi sulla lavagna lumi­nosa. Qualcuno l’ha definita una lezione universitaria di alto valore scentifico, fat­ta omaggio a tutti i cittadini che hanno manifestato apprezzamento per la rispo­sta delle istituzioni e le iniziative assunte in così breve tempo dall’inizio del sisma.

I danni

Molte sono state le segnalazioni di piccole lesioni, soprattutto negli edifici più vecchi; tuttavia, dopo un primo accertamento dei tecnici comunali e dei VV.FF. di Pisa, l’u­nica situazione che ha destato qualche preoccupazione è stata individuata nel palazzo comunale della ex Pretura, situa­to nel centro storico del capoluogo, in prossimità della “frana delle Grotte” già a suo tempo provocata da circostanze si­mili.

La preoccupazione, più che le lesioni agli immobili, peraltro lievi, derivava dalla in­stabilità geologica del terreno sottostan­te per il cui consolidamento sono peral­tro stanziati 500.000.000 di lire sulla Leg­ge 183 ed il Genio Civile di Pisa sta pre­disponendo i relativi progetti esecutivi. Cosicché a scopo precauzionale, veniva disposta l’evacuazione provvisoria dell’Ufficio di Collocamento e di 4 famiglie. Successivamente, dopo più approfonditi accertamenti statici e geologici effettuati da tecnici del Genio Civile ed a sisma or­mai esaurito, il provvedimento fu revoca­to e l’immobile è ritornato ad essere re­golarmente abitato.

Accertamenti, sismicità e censimento di vulnerabilità sismica degli edifici

Primo impegno operativo assunto dalla Regione Toscana fin dal primo incontro in Prefettura, e confermato poi al consi­glio comunale aperto del giorno succes­sivo, fu quello di avviare da subito una in­dagine a campione su varie tipologie di edifici presenti nei centri più colpiti e cioè a Pomarance, Montecerboli e San Dalma­zio. Cosi, già dal mercoledì 24/3, i tecni­ci della R.T. e del Genio Civile di Pisa raf­forzati da altri tecnici del Genio Civile di Livorno e Grosseto, hanno iniziato il la­voro in stretta collaborazione con l’Amm.ne Comunale. Scopo dell’indagi­ne: verificare il grado di vulnerabilità si­smica a cui sono soggette le nostre co­struzioni ed in base a questo individuare le possibili precauzioni da prendere. So­no stati esaminati una quarantina di edi­fici, per ciascuno dei quali è stata compi­lata una scheda a seguito di sopralluoghi ed esame di progetti, planimetrie ed al­tre documentazioni. Le schede sono sta­te poi elaborate presso il D.to Ambiente della Regione Toscana, d’intesa con il Gruppo Nazionale “Difesa dai Terremo­ti” del C.N.R. diretto dal Prof. Petrini. In una successiva riunione tenutasi pres­so la sede della Regione Toscana 1’8 Apri­le u.s., presenti tra gli altri l’assessore Mo­narca, l’arch. Ferrini, il prof. Petrini, il Co­mune di Pomarance, è stato fatto il pun­to della crisi sismica dopo 20 giorni, da cui è emerso quanto segue:

a) la zona geotermica mantiene le sue ca­ratteristiche di zona a “bassa sismicità”. Il prof. Petrini afferma che i Terremoti in Toscana non preoccupano certo a Poma­rance o Larderello, anzi a Larderello, per le sue caratteristiche storiche, se si tro­vassero alcune risorse per finanziare ade­guate ricerche, potrebbe diventare un la­boratorio strutturale valido per tutto il ter­ritorio nazionale;

b) a relazione sugli esiti del censimento di vulnerabilità sismica degli edifici deve essere ancora completata. Tuttavia, no­nostante il campione limitato dovuto a ca­renza di risorse e personale per l’indagi­ne, alcune indicazioni possono essere già evidenziate, in particolare il prof. Petrini ha ipotizzato a grandi linee una situazio­ne degli edifici in cui circa il 20% si collo­ca in una fascia di vulnerabilità molto bas­sa, il 60% in una fascia media e solo il restante 20% è nella fascia alta e cioè soggetta a conseguenze a fronte di ter­remoti simili. Se ne può dedurre che, non considerando la normativa sismica, in quanto trattasi di zona classificata non si­smica, si rende consigliabile l’individuazione di taluni accorgimenti, particolar­mente nei casi di ristrutturazione di vec­chi edifici, da individuare meglio al termi­ne degli studi indicati;

c) attività industriali dell’Enel, reiniezione, sismicità e controlli: su questi aspetti l’Amm.ne Comunale ha chiesto fin dal pri­mo incontro in Prefettura, un approfondi­mento scientifico delle correlazioni tra i fenomeni ed il ripristino di adeguati con­trolli esterni all’Enel. Sul primo aspetto, relazione reiniezione-sismicità, il prof. Pe­trini, pur confermando l’interpretazione già formulata dai proff. Barberi e Scan­done a favore del carattere naturale del fenomeno e quindi tendente ad esclude­re relazioni negative di causa-effetto con le attività Enel, ha assicurato ulteriori ap­profondimenti di analisi scientifiche in me­rito, da effettuare congiuntamente al Prof. Barberi e al Prof. Scandone.

Per quanto riguarda i controlli, al di là del­le competenze oggi Ministeriali, (’Asses­sore Monarca ha ipotizzato la ricostituzio­ne di un apposito gruppo di Lavoro, deli­berato dalla Giunta Regionale, non esclu­dendo di ripristinare la convenzione col C.N.R. per completare i controlli sugli aspetti energetici, idrici e sismici.

L’allora sindaco G. Pacini.

Conclusioni

Ogni esperienza è una lezione. Anche da una vicenda tragica si possono trarre spunti positivi. In questo caso che conlusioni possiamo trarne?

Senza enfasi e senza drammi. Con reali­smo.

Il Terremoto non si prevede e non si pre­viene, può ripetersi in ogni momento.La storia sismica della zona, così come ci è stata scientificamente illustrata, portereb­be ad escludere la possibilità che si veri­fichino eventi devastanti, di intensità su­periori a quelli che si sono già verificati. Simili eventi però possono ripetersi. E noi oggi siamo più preparati per affrontarli, più consci e consapevoli del fenomeno, più convinti della necessità, al di là di pre­scrizioni o imposizioni, di rafforzare le di­fese dei nostri edifici in ogni occasione uti­le (costruzioni o ristrutturazioni). Per il futuro quindi, continuiamo ad ap­profondire la nostra cultura e le nostre co­noscenze, a pretendere risposte e con­trolli, ma soprattutto ricordiamoci che ai problemi generali dobbiamo dare sempre risposte collettive e solidali. Solo così sa­remo tutti più garantiti.

Arch. Ferrini.

COMUNICATO DIFFUSO DAL COMUNE ALLA POPOLAZIONE E ALLA STAMPA COMUNE DI POMARANCE PISA

Si è tenuta alle ore 12 di stamani 22 Mar­zo 1993 in Prefettura a Pisa una riunione per esaminare la situazione connessa con la crisi sismica in atto nella zona di Po­marance. Alla riunione, presieduta dal Prefetto, hanno partecipato i Proff. F. Bar­beri e P. Scandone, il Sindaco e altri am­ministratori del Comune di Pomarance, funzionari della Regione Toscana, Dei Vi­gili del Fuoco e dell’Enel.

La sequenza è iniziata alle ore 14,49 del 20 Marzo ed alle ore 13 del 22 marzo si erano registrate un totale di 105 scosse. L’epicentro è spostato di pochi Km. a su­dest del paese di Pomarance. La massi­ma magnitudo è stata registrata alle 21,48 del 20 marzo (intorno a 3 scala Richter corrispondente ad una intensità Mercalli del V° grado).

Sette eventi hanno avuto una magnitudo compresa tra 2 e 2,8, l’ultimo dei quali re­gistrato alle ore 1,54 del 22/3 .

Tutte le scosse hanno una magnetudo in­feriore a 2. L’esame della Sismicità stori­ca dell’area indica che una crisi sismica simile all’attuale è avvenuta alla fine del 1802, con 33 scosse avvertite, massima intensità pari al V° grado, epicentro pres­so Pomarance, durata 17 giorni. Altre se­quenze minori sono avvenute nel 1934 (14 scosse, intensità massima V° grado, epicentro Larderello, durata 1 giorno) e nel 1946 (8 scosse, intensità massima Vl° grado, epicentro Larderello-Pomarance, durata 2 giorni).

Si sono poi avute nella zona scosse iso­late con massima intensità del Vll° gra­do (Agosto 1970) e altre sette scosse con massima intensità del Vl° grado. Più energetici (intensità massima del VII°-Vili0 grado) tre terremoti avvenuti nella zona di Travale molti anni fa, nel 1501, 1502 e 1724.

Nel’insieme la sismicità dell’area appa­re modesta tanto che il Comune di Poma­rance non è classificato come sismico. Sulla base di questi dati si può concludere che la sequenza sismica in atto può con­tinuare ancora per alcuni giorni, ma è po­co probabile che venga superata l’inten­sità del V°- Vl° grado. Una tale intensità all’epicentro non può provocare alcun danno ad edifici con normali caratteristi­che di resistenza. Possono essere dan­neggiate solo le costruzioni fatiscenti. Allo scopo di valutare la vulnerabilità si­smica degli edifici di Pomarance, la Re­gione Toscana, d’intesa con il Gruppo Nazionale per la Difesa dei Terremoti del CNR, realizzerà un intervento urgente con squadre di tecnici specialisti. Da un esame preliminare dei dati presentati dal­l’Enel sembra potersi escludere ogni re­lazione di causa effetto tra la crisi sismi­ca attuale e le operazioni industriali al campo geotermico di Larderello.

In ogni caso sono stati richiesti all’Enel tutti i dati in questione che verranno esa­minati approfonditamente nei prossimi giorni. Martedì sera si terrà a Pomaran­ce un incontro dei proff. Barberi e Scan­done e i funzionari della Regione Tosca­na con il consiglio Comunale e la Popo­lazione, nel quale verranno illustrate le ca­ratteristiche della crisi sismica e le misu­re di intervento già decise.

Prof. BARBERI – Sindaco G. PAONI

Il Direttore Responsabile J. Spinelli e la Reda­zione in collaborazione con il Sindaco Grazia­no Pacini

Grafico del sisma dal 20 marzo al 2 aprile 1993

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.