La Signora Bibbiani, la già conosciuta protagonista e scrittrice dell’ormai noto libro “IL FORMICAIO”, è stata qualche giorno a Pomarance ospite della sua amica Emma.
Durante il suo soggiorno è venuta a trovarci alla
Pro Loco. Abbiamo parlato di argomenti del tempo passato, del suo libro e di
altre cose di Pomarance.
In questi giorni ha trovato il tempo per scrivere ancora qualcosa che poi ci ha lasciato insiema ad altro, tracciato precedentemente.
Sono tre racconti che riprendono il discorso dalla fine del suo libro. Il primo parla del trasloco dal Formicaio alla Fonte del Comune, il secondo del Lavatoio pubblico che si trovava presso la
sua nuova abitazione e delle storie accadute tra le donne che frequentavano questo luogo, il terzo è un racconto su questi ultimi giorni trascorsi a Pomarance e delle ore di lettura passate nel Piazzone.Certi di far cosa gradita ai nostri lettori, proponiamo loro tutti e tre i racconti.
LO SGOMBERO
Gli sgomberi sono avvenimenti molto importanti nella nostra vita, perché segnano le tappe del nostro percorso, tappe che lasciano dietro di sé un certo modo di vita, un certo ambiente, certe amicizie e ci portano in un ambiente tutto diverso, dove diverso sarà il modo di vivere, diverse le amicizie, diverse le esperienze.
Il primo fu per me il più doloroso. Fu il distacco dal Formicaio, dal nostro piccolo regno dove noi ragazzi eravamo nati e dove avevamo vissuto un’infanzia povera sì ma libera, sana e spensierata.
Fu l’addio al nostro piccolo grande Formicaio coi suoi campi, le sue piante, le sue bestie, la sua casa, la sua Croce.
Come risuonavano tristi le sue stanze vuote!
Vi rimase solo la mucca. E per mamma fu questo l’addio più doloroso poiché l’amava quasi come una persona; amore del resto ricambiato, poiché la povera bestia mugghiò dolorosamente per giorni e giorni come quando le portavano via il vitellino.
Portò via le nostre povere cose un carro trainato da buoi. All’ultimo viaggio in cima al carro troneggiavano il
trabiccolo e lo scaldaletto! Sotto, in una cesta, c’erano le galline, poiché mamma non aveva voluto separarsi da loro.
E noi dietro, a piedi, tristi, come a un funerale.
Tornammo alla fonte del Comune, a ridosso della collina, dove il sole tramontava alle tre del pomeriggio, in una vecchia casetta di tre misere stanze, davanti al lavatoio pubblico. Fu un cambiamento in peggio per tutti, in tutti i sensi. Babbo passò dalla vita contadina, faticosa si ma libera, a quella incerta e dipendente di operaio e mamma dovette andare a mezzo servizio. Perfino le galline ci scapitarono, private del vasto pollaio, dell’aia e dei campi e costrette in un angusto recinto dove non vedevano mai il sole.
La gattina bianca addirittura fuggì: ormai vecchia volle andare a morire al suo Formicaio.
V. Bibbiani
IL LAVATOIO
Il lavatoio pubblico fu per me come un palco da cui potei assistere a più d’uno spettacolo gratuito, e venire a conoscenza di vita morte e miracoli di tutto il paese, poiché le donne portavano al lavatoio non solo i panni sporchi materiali ma anche gli altri, cioè tutti i petegolezzi, tutti i segreti, tutti gli scandali.

Stropicciavano, sbattevano, sciacquavano, torcevano, e chiacchieravano, chiacchieravano… mentre l’acqua diventava sempre più sporca e più densa, finché si ricopriva di una coltre di sudicia saponata che le donne cercavano di allontanare continuamente dai loro panni.
Una volta, una donna, moralmente vulnerabile, malignò sul conto di un’altra che era dal lato opposto; questa naturalmente, replicò; la prima raddoppiò la dose, la seconda passò alle offese, finché tutte e due, rosse dalla rabbia, cominciarono a lanciarsi, a piene mani, quell’acqua limpida e profumata bagnando anche le altre.
Successe il finimondo!!!!
Spesso qualche pezzo di sapone scivolava dalle mani infreddolite delle donne e, siccome il fondo del lavatoio era in pendenza, riprenderlo era un problema. Munite di una mazza, in cima alla quale era legata una vecchia forchetta; povere donne, quanto frugavano e quanto imprecavano!

Il lavatoio veniva svuotato e pulito solo una volta o due alla settimana da Mizio, lo spazzino. Veniva giù nel tardo pomeriggio, armato di secchio e ramazza, dava all’ultima donna che si trovava lì il suo fagottino di panni sporchi perché glieli lavasse (era vedovo), mentre la vasca lentamente si svuotava. Infine vi entrava dentro per pulirla, recuperando fazzoletti, calzini, fibbie e bottoni e quei benedetti pezzi di sapone che erano diventati morbidi come pappa e* che regalava alla donna che gli aveva lavato i panni.
Durante la notte, lentamente, il lavatoio si riempiva.
La mattina dopo, le donne facevano a gara ad alzarsi presto per poter usufruire dell’acqua pulita. Arrivavano addirittura all’alba, una dietro l’altra e in poco tempo erano così tante che vi stavano a contatto di gomito, e non c’entravano e si bisticciavano.
La prima naturalmente era la Milia, la vecchia contadina, che aveva bollito il bucato la sera prima ed ora se lo portava addirittura fumante dalla conca. Era molto brava per lavare, la Milia, e con poco sapone, chè il segreto, diceva lei, stava nel far rimangiare ai panni la saponata, senza disperderla nell’acqua.
lo, dalla finestra, imparai tutti i segreti del mestiere e qualche volta mi alzavo presto per andare ad aiutarla.
Il compenso era un bell’uovo fresco!!!
IL PIAZZONE
Dietro al paese, dal lato di Nord-Est, c’è un gran piazzale a forma di triangolo, scavato nella roccia: il Piazzone.
Il lato occidentale è limitato da un alto muro, gli altri due da imponenti, meravigliosi, secolari ippocastani.
Ai miei tempi, per la festa del patrono, mentre in piazza si svolgeva la rumorosa fiera destinata alle donne e ai ragazzi, nel Piazzone si svolgeva quella, non meno rumorosa, del bestiame, destinata agli uomini.

Le bestie, teste e code ornate di nastri e cordicelle colorate, venivano attentamente osservate, palpate, guardate in bocca, misurate, pesate, in mezzo a urli, muggiti e ragli.
Ogni tanto qualcuna partiva col nuovo proprietario, finche, piano piano, il Piazzone si svuotava; restava solo qualche povera “brenna” che il padrone, deluso, si riportava a casa, mogio, mogio.
Poi vennero i trattori e la fiera del bestiame se ne andò, come se ne vanno tutte le vecchie cose.
Il Piazzone si trasformò in campo di calcio e risuonò delle urla dei tifosi assiepati lungo il muro di cinta. Alcuni secolari ippocastani furono sacrificati per far posto ad una delle porte da gioco, mentre la parte inferiore del triangolo fu isolata con un filare di cipressi e per metà lastricata ed adibita a pista da ballo e da pattinaggio.
Questa estate sono andata al paese; sono andata a frescheggiare nel Piazzone, all’ombra degli ippocastani.
Il campo da gioco è stato abbandonato per il nuovo stadio. Si anima solo per il Palio dei Rioni.
Seduta all’ombra soleggiata e profumata di resina dei cipressi, o a quella fonda e fresca degli ippocastani, ho trascorso lì molte ore del mattino.
Silenzio e pace assoluti, incredibili in questo mondo così rumoroso; aria pura, fresca, leggermente ventilata, profumo di erba, di terre, di ragia.
Nella strada sottostante non passano più le donne ciarliere per andare alla fonte e al lavatoio. Una sola ne ho vista; e non portava la “balla” dei panni in testa e le “mezzine” in mano, ma solo una tinozza di plastica celeste sotto il braccio.
Il libro è aperto sulle mie ginocchia. E’ un libro di Cassola e descrive proprio le colline e paesi di questa terra, di questa Maremma tanto cara al suo cuore come al mio. E i suoi personaggi suscitano in me il ricordo di altri personaggi lontani, ma stampati vivamente nella memoria. Ad ogni ora, l’alto campanile della Chiesa scandisce per due volte i suoi tocchi sonori; gli fanno eco, anch’essi per due volte, quelli più bassi deila Torre del Marzocco. Forse le cicale friniscono, ma al mio orecchio giunge solo un leggero fruscio.
Stanotte ha piovuto. Sulla pista, in un punto avvallato, c’è una bella pozzanghera di acqua piovana.
Giunge un uomo con un bambino.
L’uomo è sui 40 anni; il bambino ne avrà poco più di quattro; ha con sè la biciclettina a quattro ruote.
L’uomo mi dice di aver avuto il figlio dopo 13 anni di matrimonio e si vede subito che è un babbo apprensivo, esageratamente premuroso e timoroso. Gli mette la biciclettina sulla pista dicendo: “Lorenzo, mi raccomando, piano”.
Il bambino comincia a pedalare nell’asciutto, ma quella bella pozzetta d’acqua lo attira e vi si avvicina.
“No, Lorenzo, no, nell’acqua no!” Ma Lorenzo non ubbidisce e vi entra.
“Lorenzo, piano, ti bagni i piedi!”
Lorenzo non gli dà ascolto e sfreccia nell’acqua alzando ai lati due creste spumose.
Gli sorrido e lo incito. “Che bellezza eh! Ora sei al mare! La tua bicicletta si è trasformata in un motoscafo!”
E il babbo: “Lorenzo, piano! Lorenzo, vai all’asciutto!”
E Lorenzo mi guarda e sguazza felice su e giù.
E naturalmente si bagna i piedi!
“Te lo dicevo! Hai visto ti sei bagnato i piedi! Ora ti porto a casa!”
Ed io: “Sarebbe meglio che gli levasse le scarpe e, mentre queste asciugano al sole, ce lo facesse giocare a piedi nudi; tanto l’acqua è calda!”
Per non contraddirmi, il babbo cede.
E Lorenzo entra nell’acqua coi piedini scalzi e vi sguazza felice, come facevo io nel pelago e nelle pozzanghere del Formicaio!
E mi viene una voglia matta di andare nell’acqua con lui, ma temo che l’uomo mi prenda per “matta” e mi astengo.
Lorenzo mi guarda felice e riconoscente. Mi son fatta un amico.
E la mattina seguente spero che torni.
Passano le ore; piano piano la pozzanghera si ritira; Lorenzo non viene nè quel giorno nè i giorni seguenti.
Il babbo lo avrà portato a giocare altrove, lontano da questa nonna un po’ matta che ha voglia di sguazzare come lui nelle pozzanghere!
V. Bibbiani