NOTE DI STORIA MINERARIA

Se vi ha paese, che offra copia e varie­tà di minerali, egli è senza dubbio nella nostra Italia questa prediletta Toscana… È noto che fin dalla più remota antichità qui da noi si cavavano miniere… e di que­st’arte antichissima restano le vestigia nei pertugi delle montagne…’’.(1)

Non è certo questa la sede per eviden­ziare ancora una volta il ruolo svolto dal­le risorse minerarie (nella fattispecie sali e metalli) nella storia economica della To­scana medievale; una regione in cui il sot­tosuolo si presentava particolarmente ric­co di minerali utili in giacimenti di rilevante interesse economico e la cui storia mine­raria risulta per noi tanto più interessan­te se consideriamo che in quest’area “se ne togli qualche argentiera e ferriera di Lunigiana e Garfagnana, e qualche altra nell’alta Valle delTArno, su le terre dei Conti Guidi, tennero innanzi tutto la pal­ma i territori di Volterra e Massa- Populonia…”.(2)

La conoscenza di questo aspetto della storia economica toscana vanta infatti stu­di fondamentali e illuminanti come quelli di VOLPE e di FIUMI,(3) anche se man­ca tuttavia un’opera di ricostruzione com­plessiva delle operazioni intraprese, del­le relazioni con la metallurgia coeva, delle attività economiche indotte. Fortunata­mente però negli ultimi anni questo con­testo di studi è andato suscitando sem­pre più l’interesse dei ricercatori, arric­chendosi così di nuovi lavori tesi ad ag­giungere nuove tessere a questo com­plesso mosaico.(4)

Per quanto riguarda il territorio di Montecastelli, la sua grande attrattiva economi­ca fin dall’antichità è stata rappresenta­ta dalla notevole presenza di “vene di oro, argento e rame”(5) nella valle del Pavo­ne: la costituzione geologica, le eviden­ze mineralogiche, la documentazione storico-archivistica e, non ultime, le vesti­gia esterne e la grande estensione dei la­vori intrapresi sul fondo della stretta e pro­fonda gola posta fra Montecastelli e Roc­ca Sillana, rappresentano una sicura te­stimonianza dell’importante ruolo avuto da questa zona nella storia mineraria del­la Val di Cecina. In quest’area le ricerche e le escavazioni effettivamente documen­tate rimontano infatti, a quanto sembra, alla fine del sec. XII – inizio del sec. XIII, ovvero al periodo in cui il Vescovo di Vol­terra Ildebrando Pannocchieschi “ebbe libertà e comodità di ricoltivare lungo il fiu­me Pavone le miniere di rame, piombo ar­gentifero e forse oro ”.(6) Successivamente, sappiamo che uno dei Vescovi di Volterra, proprietari di queste miniere, le dette in affitto agli Incontri di Siena “con patto che d’ogni dieci libbre d’Argento che cavassero, gliene doves­sero dare una da mettersi sotto il co­nio’’.{7) Esse poi appaiono ricordate nei documenti d’archivio dell’inizio del Tre­cento come “argenterie et a u ri fodin is ”,(8) comparendo cioè genericamente negli at­ti comunitativi al pari degli altri beni co­nosciuti e ormai certi sui quali veniva esercitata giurisdizione nel territorio di Montecastelli. Tuttavia, come fatto giusta­mente osservare da FIUMI, “più che la prova di un’attività escavatrice in atto, po­trebbe ritenersi che gli strumenti registrati nelle carte di comunità alludessero a sta­bilire un diritto in potenza; ma è certo che nel corso dei secoli si ritrovano in quei luoghi segni di sfruttamento precedente e vestigia. Ciò è specialmente evidente per le cave di Montecastelli...”.(9) A con­ferma infatti dell’attività di queste minie­re nel corso del XIV secolo sta ad esem­pio la notizia che nel 1352 il Vescovo di Volterra Filippo Beiforti affittò a tre montierini “due cave di argento e rame o al­tro metallo poste nel territorio di Montecastelli sopra il fiume Pavone fra Silano e Montecatelli” a condizione che essi dessero a lui o ai suoi successori “la ven­tiquattresima parte di ogni metallo sca­vato’ ’.(10)

Anche Lodovico FALCONCINI, nel corso del Cinquecento, ricorda queste miniere di argento e rame “feracissime di detti metalli’’, ubicate precisamente “presso la riva del torrente Pavone, nella quale so­no state trovate anche oggi delle piscine in cui si lavava la gleba d’argento… ” e ri­porta di avere appreso che “perdue vol­te vi è stato cavato argento e rame per molti anni continui ogni volta, da duecen­to anni in qua ad istanza del Vescovo di Volterra allora signore di quelle miniere. Il luogo poi ov’esse si trovano appellasi Montepelato o Monte dell’Oro”.

Nel 1580, inoltre il Capitano Giovanni RONDINELLI accenna telegraficamente all’esistenza di queste miniere senza spe­cificare se esse si trovassero allora in at­tività.(1 2) In realtà nel corso del Quattrocento e, soprattutto, del Cinquecento le operazioni minerarie in questa zona do­vettero inarrestabilmente declinare svol­gendosi prima in modo saltuario e occa­sionale per poi cessare del tutto fino al 1584, quando Bernardo Giorgi, ministro economo delle miniere del Granducato, in una lettera diretta al Granduca di To­scana descrisse le consistenti potenzia­lità minerarie della zona, perorando con entusiasmo la pronta riattivazione dei la­vori: “… sotto braccia 11 si trova della mi­niera assai e di miglior qualità che la pri­ma che si manda di saggio… e la minie­ra va per filoni e non a noccioli come quel­la di Montecatini ed io ci ho grande spe­ranza’ ’.(13)

Ho ritenuto opportuno proporre questa lunga introduzione proprio per mostrare come tutte le fonti storiche note in mate­ria facciano riferimento unicamente alle miniere poste nella valle del Pavone, in­discutibilmente le più ricche e fertili di questa terra, e trascurino invece, se si ec­cettuano le generiche attestazioni di di­ritti “in potenza’’, tutte le altre analoghe (ma forse allora sconosciute) evidenze mi­nerarie della zona.

Tuttavia alcuni documenti conservati nel­la Biblioteca Guarnacci di Volterra e fino­ra inediti(14) consentono oggi di amplia­re, anche se pur di poco, le conoscenze relative alla storia mineraria della terra di Montecastelli, allargando il campo d’inda­gine a un’area finora mai citata in lette­ratura, ovvero quella delle pendici orien­tali del paese digradanti verso la valle del Cecina.

La filza 57 dell’Archivio Maffei contiene infatti tre documenti del 1605 e una map­pa presumibilmente coeva relativi alla scoperta di una nuova “cava” di rame in località Casa delle Pàstine.

A un’esame sommario i tre documenti sembrano testimonianze rese fra il 19 e il 20 febbraio 1605 a un processo istitui­to per dirimere la controversa causa sul­l’effettiva paternità della scoperta, e, co­me detto, assumono particolare rilievo perché per la prima volta l’area d’interes­se minerario si situa fuori della valle del Pavone; essi permettono pertanto di ar­ricchire la topografia storica delle esca­vazioni minerarie e dei tentativi operati nella zona di Montecastelli.

Esaminiamo dapprima i tre documenti:

Addi 19 di febraio 1605

tassi fede per me Bastiano di Sisto Ghilli da Monte Castelli come la verità è che sotto il dì 8 del presente mese volevamo andare a Firenze Marco di Giovan Paulo

  1. Pieralli e io venne Domenico di Matteo Bernardi di detto loco et disse che vole­va che noi portassi dua o vi ero tre pezuol
  2. di miniera di rame alla galleria la quale dette al sopra detto Marcho che la portase et andando detto Marcho et lo Bastia­no sopra detto.

Insieme permisino a Pogibonsi et lo Ba­stiano andai innanzi et arrivando detto Marcho il di dieci stante mi disse avere portato detta miniera alla galleria di S.A.S. et che non aveva trovato il provveditore ma che si bene vi voleva tornare per la risposta et per fede del vero lo Bastiano soprascritto o schritto di mia propria mano.

Adì 20 di febraio 1605

Fede per me Piero di Giusto d’Agusti no dal Bagnano Contado di Firenze come la verità è che! giorno di Carnovale prossi­mo passato fui chiamato da Domenico di Matteo Bernardi da Monte Castelli, a la­vorare alla Cava del Fame del luogo det­to alle Pastine insieme et in compagnia di Mario di Luca lavorante in detto luogho, et in mentre che lavoravamo detto Dome­nico disse a me Piero mentre che cava­va l’acqua per poter lavorare, disse Pie­ro domanda Mario chi trovò detto filone, et detto Mario disse Domenico et di più mi disse zappa qui, et in poche zappate trovammo il segno, et allora detto Piero disse harete cento scudetti, et lavoram­mo insino a notte, et cavammo della mi­niera, et la presi addosso, et la pesam­mo in casa di Messer Domenico et fu lib­bre trenta et di tanto dico essere la veri­tà, et per fede dico a preghato me Anto­nio Cial… Prete di Monte Castelli, che a nome suo facci da fede, perché le disse non sapere scrivere et tutto o fatto alla prese ntia del li infrascritti testimoni lo Bastiano di Sisto Ghilli fui presente quando detto Piero fece detta fede al so­pra detto Domenico et disse essere la ve­rità di quanto di sopra si contiene et in fe­de di mia propria mano o scritto lo Giovani Diacomo di Baco fui presente quato di sopra se rito in fede scrisi.

Adì 20 di febraio 1605Comparse avanti me Cosimo fu Provve­ditore di Volterra Michelangelo di Santi da Cerbaiola del Vicariato di Monti Castelli e disse che la miniera che si è scoperta nei beni di detto Santi suo Padre luogo detto le Pastine, la prima che si è scoper­ta fumo dua oprai che vi messino a far della legna, cioè Santi di Carlotto e Bal­dassarre che ne trovonno circa libbre 30, che l’hebbe Domenico fabro, e Mario di Luca lavoratori a Cerbaiola scoperse la vena della Cava in detto luogo, e me ne ha scoperto in un altro luogo acanto alla Casa dell’Aia e fra tutti dua questi luoghi ne ha cavata all’Aia 60 libbre e più il det­to Mario ne ha cavata fra tutti i luoghi cir­ca 200 libbre e tutta la hauta Domenico fabro, che la pagata parsi soldi 4 la lib­bra et disse che detto Domenico li ha volsuti dare uno scudo acciò dica che l’habbi trovata detto Domenico.

Se vi ha paese, che offra copia e varie­tà di minerali, egli è senza dubbio nella nostra Italia questa prediletta Toscana… È noto che fin dalla più remota antichità qui da noi si cavavano miniere… e di que­st’arte antichissima restano le vestigia nei pertugi delle montagne…’’.(1)

Non è certo questa la sede per eviden­ziare ancora una volta il ruolo svolto dal­le risorse minerarie (nella fattispecie sali e metalli) nella storia economica della To­scana medievale; una regione in cui il sot­tosuolo si presentava particolarmente ric­co di minerali utili in giacimenti di rilevante interesse economico e la cui storia mine­raria risulta per noi tanto più interessan­te se consideriamo che in quest’area “se ne togli qualche argentiera e ferriera di Lunigiana e Garfagnana, e qualche altra nell’alta Valle delTArno, su le terre dei Conti Guidi, tennero innanzi tutto la pal­ma i territori di Volterra e Massa Populonia…”.(2)

La conoscenza di questo aspetto della storia economica toscana vanta infatti stu­di fondamentali e illuminanti come quelli di VOLPE e di FIUMI,(3) anche se man­ca tuttavia un’opera di ricostruzione com­plessiva delle operazioni intraprese, del­le relazioni con la metallurgia coeva, delle attività economiche indotte. Fortunata­mente però negli ultimi anni questo con­testo di studi è andato suscitando sem­pre più l’interesse dei ricercatori, arric­chendosi così di nuovi lavori tesi ad ag­giungere nuove tessere a questo com­plesso mosaico.(4)

Per quanto riguarda il territorio di Montecastelli, la sua grande attrattiva economi­ca fin dall’antichità è stata rappresenta­ta dalla notevole presenza di “vene di oro, argento e rame”(5) nella valle del Pavo­ne: la costituzione geologica, le eviden­ze mineralogiche, la documentazione storico-archivistica e, non ultime, le vesti­gia esterne e la grande estensione dei la­vori intrapresi sul fondo della stretta e pro­fonda gola posta fra Montecastelli e Roc­ca Sillana, rappresentano una sicura te­stimonianza dell’importante ruolo avuto da questa zona nella storia mineraria del­la Val di Cecina. In quest’area le ricerche e le escavazioni effettivamente documen­tate rimontano infatti, a quanto sembra, alla fine del sec. XII – inizio del sec. XIII, ovvero al periodo in cui il Vescovo di Vol­terra Ildebrando Pannocchieschi “ebbe libertà e comodità di ricoltivare lungo il fiu­me Pavone le miniere di rame, piombo ar­gentifero e forse oro ”.(6) Successivamente, sappiamo che uno dei Vescovi di Volterra, proprietari di queste miniere, le dette in affitto agli Incontri di Siena “con patto che d’ogni dieci libbre d’Argento che cavassero, gliene doves­sero dare una da mettersi sotto il co­nio’’.{7) Esse poi appaiono ricordate nei documenti d’archivio dell’inizio del Tre­cento come “argenterie et a u ri fodin is ”,(8) comparendo cioè genericamente negli at­ti comunitativi al pari degli altri beni co­nosciuti e ormai certi sui quali veniva esercitata giurisdizione nel territorio di Montecastelli. Tuttavia, come fatto giusta­mente osservare da FIUMI, “più che la prova di un’attività escavatrice in atto, po­trebbe ritenersi che gli strumenti registrati nelle carte di comunità alludessero a sta­bilire un diritto in potenza; ma è certo che nel corso dei secoli si ritrovano in quei luoghi segni di sfruttamento precedente e vestigia. Ciò è specialmente evidente per le cave di Montecastelli...”.(9) A con­ferma infatti dell’attività di queste minie­re nel corso del XIV secolo sta ad esem­pio la notizia che nel 1352 il Vescovo di Volterra Filippo Beiforti affittò a tre montierini “due cave di argento e rame o al­tro metallo poste nel territorio di Montecastelli sopra il fiume Pavone fra Silano e Montecatelli” a condizione che essi dessero a lui o ai suoi successori “la ven­tiquattresima parte di ogni metallo sca­vato’ ’.(10)

Anche Lodovico FALCONCINI, nel corso del Cinquecento, ricorda queste miniere di argento e rame “feracissime di detti metalli’’, ubicate precisamente “presso la riva del torrente Pavone, nella quale so­no state trovate anche oggi delle piscine in cui si lavava la gleba d’argento… ” e ri­porta di avere appreso che “perdue vol­te vi è stato cavato argento e rame per molti anni continui ogni volta, da duecen­to anni in qua ad istanza del Vescovo di Volterra allora signore di quelle miniere. Il luogo poi ov’esse si trovano appellasi Montepelato o Monte dell’Oro”.

Nel 1580, inoltre il Capitano Giovanni RONDINELLI accenna telegraficamente all’esistenza di queste miniere senza spe­cificare se esse si trovassero allora in at­tività.(1 2) In realtà nel corso del Quattrocento e, soprattutto, del Cinquecento le operazioni minerarie in questa zona do­vettero inarrestabilmente declinare svol­gendosi prima in modo saltuario e occa­sionale per poi cessare del tutto fino al 1584, quando Bernardo Giorgi, ministro economo delle miniere del Granducato, in una lettera diretta al Granduca di To­scana descrisse le consistenti potenzia­lità minerarie della zona, perorando con entusiasmo la pronta riattivazione dei la­vori: “… sotto braccia 11 si trova della mi­niera assai e di miglior qualità che la pri­ma che si manda di saggio… e la minie­ra va per filoni e non a noccioli come quel­la di Montecatini ed io ci ho grande spe­ranza’ ’.(13)

Ho ritenuto opportuno proporre questa lunga introduzione proprio per mostrare come tutte le fonti storiche note in mate­ria facciano riferimento unicamente alle miniere poste nella valle del Pavone, in­discutibilmente le più ricche e fertili di questa terra, e trascurino invece, se si ec­cettuano le generiche attestazioni di di­ritti “in potenza’’, tutte le altre analoghe (ma forse allora sconosciute) evidenze mi­nerarie della zona.

Tuttavia alcuni documenti conservati nel­la Biblioteca Guarnacci di Volterra e fino­ra inediti(14) consentono oggi di amplia­re, anche se pur di poco, le conoscenze relative alla storia mineraria della terra di Montecastelli, allargando il campo d’inda­gine a un’area finora mai citata in lette­ratura, ovvero quella delle pendici orien­tali del paese digradanti verso la valle del Cecina.

La filza 57 dell’Archivio Maffei contiene infatti tre documenti del 1605 e una map­pa presumibilmente coeva relativi alla scoperta di una nuova “cava” di rame in località Casa delle Pàstine.

A un’esame sommario i tre documenti sembrano testimonianze rese fra il 19 e il 20 febbraio 1605 a un processo istitui­to per dirimere la controversa causa sul­l’effettiva paternità della scoperta, e, co­me detto, assumono particolare rilievo perché per la prima volta l’area d’interes­se minerario si situa fuori della valle del Pavone; essi permettono pertanto di ar­ricchire la topografia storica delle esca­vazioni minerarie e dei tentativi operati nella zona di Montecastelli.

Esaminiamo dapprima i tre documenti:

Addi 19 di febraio 1605

tassi fede per me Bastiano di Sisto Ghilli da Monte Castelli come la verità è che sotto il dì 8 del presente mese volevamo andare a Firenze Marco di Giovan Pauol

  1. Pieralli e io venne Domenico di Matteo Bernardi di detto loco et disse che vole­va che noi portassi dua o vi ero tre pezuo
  2. di miniera di rame alla galleria la quale dette al sopra detto Marcho che la portase et andando detto Marcho et lo Bastia­no sopra detto.

Insieme permisino a Pogibonsi et lo Ba­stiano andai innanzi et arrivando detto Marcho il di dieci stante mi disse avere portato detta miniera alla galleria di S.A.S. et che non aveva trovato il provveditore ma che si bene vi voleva tornare per la risposta et per fede del vero lo Bastiano soprascritto o schritto di mia propria mano.

Adì 20 di febraio 1605

Fede per me Piero di Giusto d’Agusti no dal Bagnano Contado di Firenze come la verità è che! giorno di Carnovale prossi­mo passato fui chiamato da Domenico di Matteo Bernardi da Monte Castelli, a la­vorare alla Cava del Fame del luogo det­to alle Pastine insieme et in compagnia di Mario di Luca lavorante in detto luogho, et in mentre che lavoravamo detto Dome­nico disse a me Piero mentre che cava­va l’acqua per poter lavorare, disse Pie­ro domanda Mario chi trovò detto filone, et detto Mario disse Domenico et di più mi disse zappa qui, et in poche zappate trovammo il segno, et allora detto Piero disse harete cento scudetti, et lavoram­mo insino a notte, et cavammo della mi­niera, et la presi addosso, et la pesam­mo in casa di Messer Domenico et fu lib­bre trenta et di tanto dico essere la veri­tà, et per fede dico a preghato me Anto­nio Cial… Prete di Monte Castelli, che a nome suo facci da fede, perché le disse non sapere scrivere et tutto o fatto alla prese ntia del li infrascritti testimoni lo Bastiano di Sisto Ghilli fui presente quando detto Piero fece detta fede al so­pra detto Domenico et disse essere la ve­rità di quanto di sopra si contiene et in fe­de di mia propria mano o scritto lo Giovani Diacomo di Baco fui presente quato di sopra se rito in fede scrisi.

Adì 20 di febraio 1605Comparse avanti me Cosimo fu Provve­ditore di Volterra Michelangelo di Santi da Cerbaiola del Vicariato di Monti Castelli e disse che la miniera che si è scoperta nei beni di detto Santi suo Padre luogo detto le Pastine, la prima che si è scoper­ta fumo dua oprai che vi messino a far della legna, cioè Santi di Carlotto e Bal­dassarre che ne trovonno circa libbre 30, che l’hebbe Domenico fabro, e Mario di Luca lavoratori a Cerbaiola scoperse la vena della Cava in detto luogo, e me ne ha scoperto in un altro luogo acanto alla Casa dell’Aia e fra tutti dua questi luoghi ne ha cavata all’Aia 60 libbre e più il det­to Mario ne ha cavata fra tutti i luoghi cir­ca 200 libbre e tutta la hauta Domenico fabro, che la pagata parsi soldi 4 la lib­bra et disse che detto Domenico li ha volsuti dare uno scudo acciò dica che l’habbi trovata detto Domenico.

Mappa del Borgo di Montecastelli del Seicento

Come si può notare, anche se la vicenda appare intricata, assai chiara risulta inve­ce la ben ferma e determinata posizione di Domenico di Matteo Bernardi di Mon­tecastelli, intenzionato ad aggiudicarsi con ogni mezzo la scoperta del nuovo gia­cimento che doveva fargli presagire chis­sà quali speranze di ricchezza.

Dell’esito di questa vicenda non abbiamo notizie, ma certamente l’escavazione del­la nuova vena di minerale non ebbe al­cun seguito di rilievo visto che le sue trac­ce documentarie si perdono e che anche le estese e attente ricerche intraprese in tutta l’area nel corso dell’ottocento e nel­la prima metà di questo secolo non ne hanno dato alcun riscontro.

Particolarmente importante per ricostruire topograficamente la zona agli inizi del Seicento risulta però la mappa allegata ai documenti: in essa appare chiaramente descritto il borgo di Montecastelli con la sua possente torre a base quadrata e le due porte contrapposte a Bucignano e a Gabbro, elementi questi che permettono di orientare la carta e di posizionare nel­le sue linee generali il nuovo giacimento. Dai pressi della porta a Gabbro si dipar­tiva la strada per Volterra che potrebbe forse corrispondere oggi alla strada che, diretta da Montecastelli a Cerbaiola, fini­sce poi in Bocca di Pavone: da qui essa andava probabilmente a congiungersi con l’antica Via Maremmana nel suo trat­to di fondovalle fra Volterra e Pomarance. Per quanto riguarda l’esatta identificazio­ne topografica della Casa delle Pàstine essa è resa difficile dal fatto che questo toponimo risulta oggi pressoché scono­sciuto agli abitanti di Montecastelli. Oc­corre pertanto procedere all’interpretazio­ne diretta della pianta avendo cura di te­nere ben presenti sia le caratteristiche strutturali dell’area in questione sia le condizioni geominerarie (presenza di masse o lembi di ofioliti, esistenza di fa­glie o contatti ecc.) compatibili con la pre­senza di mineralizzazioni di rame.(15) Ebbene, in base a tali criteri e coerente­mente aH’orientamento degli elementi pia­nimetrici raffigurati nel disegno, la zona descritta dovrebbe coincidere con quel­la oggi compresa fra i Poderi Casina e Catro e C. Suveretine (o Sugheretino), ov­vero un’area in cui compaiono affiora­menti di ofioliti (serpentina e gabbro) e contatti (anche per faglia) sia tra le stes­se “pietre verdi’’ che tra queste e le al­tre formazioni geologiche.

In realtà il terzo documento parla anche di un altro luogo in cui fu rinvenuta “la ve­na della cava”, e cioè “acanto Casa del­l’Aia’’, ma anche questo toponimo risul­ta oggi di difficile identificazione in quan­to, oltretutto, non figura neppure sulla mappa.

Per l’interpretazione delle distanze ripor­tate nel disegno basti sapere che un brac­cio corrispondeva a circa 60 centimetri. Per meglio collocare storicamente questa vicenda diremo che in quel periodo i la­vori alla “cava vecchia’’ del Pavone, no­nostante le grandi speranze lasciate in­travedere da Bernardo Giorgi, dovevano languire o essere del tutto fermi visto che, tranne un infelice tentativo attuato nel 1636, gli sforzi dei Medici per riattivare le due importanti miniere di Montecatini Val di Cecina e di Montecastelli risultarono nulli e “sino al 1751 ni uno pensò né a MonteCastelli né a Montecatini’’.(16) Appare pertanto più che comprensibile, in questo periodo di contrazione, di rista­gno o addirittura di abbandono delle atti­vità minerarie nella zona, l’invio di alcuni campioni di minerale del nuovo giacimen­to alla “galleria di Sua Altezza Serenis­sima’’ con lo scopo e la speranza di po­ter vedere confermati il valore e l’impor­tanza della scoperta e di poter quindi su­scitare una nuova ripresa delle ricerche e un fruttuoso interessamento economi­co alla coltivazione del filone. Si trattava in pratica di veder sancita e dischiusa tut­ta una serie di preziose possibilità eco­nomiche.

Come si può comprendere, anche per quanto riguarda il caso appena illustrato si tratta di una piccola testimonianza che riemerge dal passato, una piccola tesse­ra da aggiungere al mosaico: pochi dati che però possono contribuire ad accre­scere le conoscenze sulla microstoria economica e sociale di Montecastelli, una terra che appariva ricca di ambiti metalli e il cui sottosuolo, assieme alle diffuse mi­neralizzazioni, sembrava fornire alterne ma convincenti prospettive alle attività mi­nerarie, accendendo così a più riprese, nel corso dei secoli, le più rosee speran­ze di ricchezza.(17)

Angelo MARRUCC1

NOTE BIBLIOGRAFICHE

  • G. D’ACHIARDI – Mineralogia della Tosca­na. Pisa, 1872-73. p.1.
  • G. VOLPE – Montieri: costituzione politica, struttura sociale, attività economica d’una terra mineraria toscana nel secolo XIII. In: Marem­ma, anno I (1924), fase. 1, p. 29.
  • E. FIUMI – L’utilizzazione dei lagoni bora­ciferi della Toscana nell’industria medievale.

Firenze, Dott. Carlo Cya, 1943.

  • Cfr. ad es. A. MENICONI – Studi antichi e recenti sulle miniere medievali in Toscana: al­cune considerazioni. In: Ricerche Storiche, an­no XIV, n.1 gennaio-aprile 1984. pp. 49-56.
  • G. VOLPE – op. cit., p. 31.
  • M. BOCCI – Montecastelli Valdicecina. In: TAraldo, anno XLII, n. 25, 25 giugno 1972, p. 4.
  • G. TARGIONI-TOZZETTI – Relazioni d’al- cuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana. Firenze, Stamperia Granducale, 1769-74, t. VII, p. 392.
  • A.S.C.V. – Filza S nera 1 c.127r: Il documen­to reca la data 19 settembre 1301: esso va quindi postdatato rispetto al 1285, come ripor­tato da Fiumi (cfr. nota 3, p. 71).
  • E. FIUMI – op. cit. p. 71.
  • M. CAVALLINI – Notizie e spogli d’archi­vio. In: Rassegna Volterrana, anno I (1924), fase. Il, p. 84.
  • L. FALCONCINI – Storia dell’antichissima città di Volterra. Volterra, Sborgi, 1876, pp. 583-585. Il toponimo Monte dell’Oro è tuttora presente nella denominazione locale del pro­fondo e scosceso canalone che sovrasta l’an­tica miniera di Montecastelli detto, appunto, Vallone (o Borro) di Pietralloro.
  • B.G.V. – Ms. 8467 (LXII.7.16) – Descrizio­ne dell’antica e nobile città di Volterra fatta da Giovanni Rondinelli Capitano nel 1580, c.5r.
  • C. RIDOLFI – D’alcune miniere della Ma­remma. Cenni storico-economici per servire al­l’eccitamento dell’industria che si occupa di trarne profitto. In: Giornale Agrario Toscano, n. 24 (1832), tomo VI, p. 495.
  • B.G.V. – Archivio Maffei, filza 57: si tratta di un opuscolo costituito dalla mappa ripiega­ta e dalle tre lettere; la mappa reca sul dorso: scritture della Cava di Rame.
  • Cfr. la Carta archeologica dell’alta Val di Cecina alla scala 1:25.000 in: A. LAZZAROT- TO, R. MAZZANTI – Geologia dell’alta Val di Cecina. Boll. Soc. Geol. It., 95(6), 1976, pp. 1365-1487.
  • C. RIDOLFI – Op. cit. p. 495.

Evidenti limiti di spazio e di opportunità m’impediscono di occuparmi in questa sede della storia della più celebre e antica miniera di Montecastelli, se non per brevi cenni relati­vi al periodo tardo-medievale. In realtà la col­tivazione di questa miniera assunse il maggiore sviluppo nel corso dell’ottocento dando luo­go a vestigia e lavori sotterranei di grande in­teresse per l’archeologia industriale del nostro territorio. Su tutta questa storia intendo tutta­via tornare più a lungo in altra occasione col necessario e prezioso apporto di planimetrie e dati tecnici e col contributo di un’adeguata trattazione.

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

Lascia un commento