Archivi categoria: Minerali,miniere e cave

IL PONTE DI FERRO

a cura di F. Bongi

Il ponte sul fiume Cecina, o “Ponte di Ferro” come viene chiamato dalle popolazioni della Val di Cecina, è un nodo stradale molto importante sulla S. S. n° 439 per i collegamenti tra l’Alta e la Bassa Val di Cecina.

Da quanto abbiamo potuto trovare nell’Archivio Storico Comunale di Pomarance, la prima notizia sulla esi­genza della costruzione di un ponte nel luogo compreso tra il Piano delle Macie e la collina di Montebono risale al 24 agosto 1786. E’ infatti in questa data che, nel Libro delle Deliberazioni e dei Partiti, risulta adottato quanto segue:

“Adunati i signori Gonfaloniere e Priori residenti nel Magistrato Comunitativo di Pomarance, Vicariato di Val di Cecina, in legittimo e sufficiente numero di cinque per trattare … OMISSIS…

Di poi fu fatta ostentabile al Magi­strato loro la lettera dell’III. mo Signor Filippo Giobert, colla quale accompa­gna diversi quesiti relazionando al memoriale stato fatto sulla costruzio­ne del Ponte a Cecina … Deliberati deliberandis dissero commettersi conforme commessero al Sig. Dott. Giuseppe Maria Biondi il replicare a detti quesiti in quella forma, che cre­derà convenire, avendo ora per allora già approvate le repliche e quelle spe­dirsi al nominato Sig. Filippo e tutto con loro legittimo partito di voti favore­voli cinque nessuno contrario.

Sig. Francesco Biondi Gonfa loniere”.

I motivi che inducono alcuni Partico­lari a perorare la causa della costru­zione di un ponte sul fiume Cecina non ci è dato di conoscerli. In quegli anni infatti il traffico non era molto intenso e le persone che viaggiavano con una certa frequenza sulla Via Maremmana detta anche del Cerro Bucato (antico nome della S. S. n° 439) erano i Canovieri del sale delle Comunità dell’Alta Val di Cecina che si recavano al R. Magazzino di Volterra a fare il prelievo, il Procaccia che por­tava la posta da e per Firenze e Vol­terra, gli addetti al prelievo della pol­vere da “botta e da archibuso” presso i magazzini del Bastione di Volterra, i predicatori, gli addetti al trasporto dei malati di una certa gravità all’Ospedale di Volterra e saltuariamente gli uomini di Comune che dovevano sbrigare delle pratiche o a Firenze o a Volterra. Queste persone, a causa del carattere torrentizio del Cecina, spe­cialmente nelle stagioni piovose trova­vano un ostacolo pressoché insor­montabile nel fiume ingrossato dalla pioggia per cui o attendevano che le acque calassero o ritornavano sui loro passi.

Un’ipotesi probabile potrebbe esse­re quella di un suggerimento dato agli uomini del Comune da una persona­lità

che conosceva bene Pomarance ed i rischi di guadare il fiume quando questo era ingrossato dalla pioggia.

In quegli anni infatti una alta perso­nalità di origine pomarancina veniva a trascorrere un periodo di riposo nella casa paterna durante il mese di set­tembre. Era questi il Sen. Carlo Alber­to Biondi, cugino e fratello dei Biondi che ricoprivano importanti cariche nel Comune di Pomarance.

Essendo il Biondi Consigliere Intimo Attuale dell’imperatore d’Austria non­ché Presidente del Supremo Consiglio di Giustizia della Lombardia, gli uomi­ni del Comune pensarono di poter sfruttare la sua influenza sul Grandu­ca di Toscana che, fra l’altro, era fra­tello dell’imperatore d’Austria. La cosa però non sortì alcun risultato e del ponte sul Cecina non abbiamo trovato più notizie sino al 18 novembre 1795, data in cui torna a farsi sentire la necessità della costruzione di tale opera. Infatti, come risulta dalla seguente delibera, vennero delegati
dal Gonfaloniere Anton Lorenzo Sorbi i signori Biondi e Contugi affinché si recassero a Firenze per fare opera di persuasione presso S. A.R. il Grandu­ca.

Ponte Sospeso a catene sul Fiume Cecina (1902)

“A di 18 novembre 1795

Adunati i signori Gonfaloniere e Priori residenti nel Magistrato Comunitativo di Pomarance in legittimo e sufficiente numero di cinque per trat­tare servati servandis. Assente il sig. Dott. Giovanni Lenzi sebbene intimato … OMISSIS …

Di poi fu proposta la necessità della costruzione di un ponte al passo del fiume Cecina divisorio tra la Comunità di Volterra e quella di Pomarance con riprendere in esame tale affare a loro volta proposto presso S. A. R. e per­ciò eseguire

Deliberati deliberandis dissero eleg­gersi e deputarsi, conforme eleggono e deputano i signori Dott. Giuseppe Maria Biondi e Michele Contugi anco di concerto e con intelligenza alla Comunità di Volterra facciano quelle relazioni e proposizioni che crederan­no più convenienti e proficue al pub­blico ed alle Comunità comprese nel Dipartimento di Pomarance e di quelle di Volterra e insieme all’interesse medesimo delle Saline addette alla Comunità di Volterra con rilevare il notabile vantaggio ancora che ne ridonderebbe per il pubblico Commer­cio. E tutto da approvarsi tali proposizioni e relazioni che verranno fatte da ambe le Comunità. E tutto con il legit­
timo partito di voti favorevoli cinque nessuno contrario.

Anton Lorenzo Sorbi Gonfaloniere.

Nonostante la loro buona volontà i due delegati non ottennero alcun risul­tato e del ponte non se ne parlò più per altri 40 anni circa.

In questo periodo il traffico andava sempre più aumentando. Erano infatti state attivate le fabbriche di acido borico in varie località dell’Alta Val di Cecina e quindi il prodotto doveva essere trasportato in diverse parti d’Italia e all’estero tramite il porto di Livorno. In Pomarance, proprio a causa deH’aumento di traffico, si rese­ro necessarie alcune opere come ad esempio l’abbattimento della Porta Maremmana e l’allargamento del rela­tivo tratto stradale che era divenuto pericoloso sia per le persone che per gli animali.

Nel dicembre dell’anno 1832 i com­ponenti il Magistrato della Comunità di Pomarance presero la seguente deci­sione:

“Adunati Servati Servandis gli Illu­strissimi Signori Gonfaloniere e Priori componenti il Magistrato della Comu­nità di Pomarance in pieno numero di sei per trattare … OMISSIS…

Fatto presente dal loro Sig. Gonfa­loniere ed altri Priori del Magistrato di questa Comune che ricevono conti­nuamente delle lagnanze dalla popo­lazione di Pomarance non solo quan­to ancora da quelle dei Castelli e Comunità limitrofe perchè la strada che da Pomarance conduce a Volter­ra unica che dia comunicazione alla Capitale, ed alle altre città principali del Granducato, nel corpo dell’inverno si rende impraticabile ed inutile per essere mancante di un ponte che cavalchi il fiume Cecina che taglia la strada medesima, e che ordinaria­mente in tale stagione abonda tal­mente di acque che impedisce asso­lutamente di essere guadato fino a tanto che almeno non siano quasi del tutto scolate le di lui acque, le quali rodendo le sponde del proprio letto guastano continuamente il passo che avanti ad una piena era guadabile ed obbliga i passeggeri a fare con i loro legni dei lunghi ed incomodi giri sulla rena e sul letto del fiume per trovare un passo che conduca alla strada attraversando sopra i terreni dei pos­sidenti adiacenti che reclamano una servitù si variabile ma che necessaria­mente vien loro imposta

Considerando Essi III.mi Adunati che effettivamente senza la costruzio­ne di un ponte sulla Cecina nella sta­gione d’inverno resta spessissimo interrotta la comunicazione di questa Comunità ed altre limitrofe e che tale inconveniente pregiudica moltissimo al Commercio dei Comunisti non solo quanto al trasporto del Sai Borace, e del Fame che in tanta abbondanza si estrae dalle miniere esistenti ed aper­te in questo territorio

Considerato che la rilevantissima spesa occorrente per la costruzione di un tal ponte è assolutamente supe­riore alle forze della loro Comunità che è aggravatissima per spese di tal natura

Fatte altre considerazioni, e rilievi, e dopo lungo, e maturo colloquio

Modellino del Ponte Sospeso a catene che si trova nel Museo della Geotermia di Larderello

Deliberati deliberandis commessero ed incaricarono il loro Signore Gonfa­loniere di supplicare l’innata Bontà e Clemenza deH’Augustissimo Nostro Sovrano a volersi degnare di assicu­rare una permanente comunicazione delle città terre e castelli esistenti al di qua della Cecina col rimanente del Granducato facendo costruire un Ponte al passo così detto di Pomaran­ce incaricandolo di fare una tal suppli­ca di concerto con i Signori Gonfalo­nieri di tutte le altre Comunità interes­sate, facendo tutti quei rilievi che cre­derà opportuni non senza omettere però di avvertire che questa Comune tanto più è impossibilitata a supplire e concorrere alla spesa del Ponte da costruirsi in quanto che dopo tal costruzione è indispensabile che la Comune faccia formare circa tre miglia di nuova strada che dal richie­sto ponte vada ad unirsi con quella oggi esistente; e ciò autenticarono per partito di voti favorevoli cinque contra­rio nessuno non rendente il Sig. Gon­faloniere come sopra indicato

Camillo Tabarrini Gonfaloniere.

Dovettero ancora trascorrere quasi due anni prima che le popolazioni dell’Alta Val di Cecina vedessero deli­berata la costruzione del ponte sul fiume Cecina da parte del Granduca Leopoldo II di Toscana. Infatti, solo agli inizi del 1834, il Granduca ne deli­berò la costruzione ed affidò l’incarico e la direzione dei lavori a Francesco Larderel che sin dal 1818 aveva ini­ziato e sviluppato l’impresa boracifera dei Lagoni di Montecerboli e di altre località per la produzione di Acido Borico e Borace raffinato. Il Larderei chiamò in suo aiuto due ingegneri francesi, Francesco Tarpin e Tanislao Bigot i quali, molto probabil­mente realizzarono il progetto del ponte e fecero venire dalla Francia quattro specialisti (due fabbri e due falegnami). Le rimanenti maestranze (contabili, interpreti, maestri muratori, manovali, terrazzieri, barrocciai, ecc.) furono reperite nelle Comunità della Val di Cecina.

I lavori furono iniziati il 18 marzo 1834 e terminarono il 18 giugno 1835.

Al ponte, lungo 75 metri comprese le spallette terminali ed ubicato nello stesso luogo di quello odierno, fu rea­lizzato in una sola campata di circa 50 metri sorretta da due sistemi multipli di catene ed ancorata a otto grandi pilastri in muratura. Le catene a loro volta furono fissate al piano stradale, costruito con travi di legno ricoperte di terra e largo 3 metri, mediante due serie di tiranti in ferro che davano al ponte una ottima compattezza e soli­dità. Su uno dei pilastri fu installata una lapide, consevata oggi nel Museo di Larderello insieme ad un modellino in scala del Ponte sospeso.

Il costo complessivo dell’opera fu di 285.000 lire fiorentine che, tenuto conto del rapporto di 1 a 1.000 circa tra il valore d’acquisto della lira fioren­tina del 1835 e quello della lira attua­le, corrispondono a circa 2 miliardi e 850 milioni attuali.

Il ponte sospeso svolge il proprio servizio con perfezione fino alla notte tra il 6 e 7 settembre 1847 quando, a causa di una piena del fiume, crolla sotto la forza delle acque. Questo crollo mette a disagio tutte le popola­zioni dell’Alta Val di Cecina che si rivolgono al Magistrato affinchè venga subito chiesta al Governo Reale la ricostruzione. Il 25 ottobre in una riunione dei
componenti il Magistrato della Comu­nità di Pomarance “… Richiedono che la presente loro deliberazione sia inviata al Regio Trono per l’organo dell’III.mo Sig. Provveditore, affinchè voglia degnarsi di dare le opportune disposizioni aU’effetto che non venga più a lungo ritardata la ricostruzione del piano stradale e porzione della Pila del diroccato Ponte Sospeso per varcare liberamente e con tutta sicu­rezza il fiume Cecina sulla linea della Strada Provinciale Massetana ed i vettori specialmente dell’Acido Borico possano liberamente trasportarlo alla Piazza di Livorno e procurarsi con tale mezzo il proprio sostentamento e quello delle loro famiglie. Con partito di voti favorevoli 6 e nessuno contra­rio”.

I lavori furono iniziati il 18 marzo 1834 e terminarono il 18 giugno 1835.

Al ponte, lungo 75 metri comprese le spallette terminali ed ubicato nello stesso luogo di quello odierno, fu rea­lizzato in una sola campata di circa 50 metri sorretta da due sistemi multipli di catene ed ancorata a otto grandi pilastri in muratura. Le catene a loro volta furono fissate al piano stradale, costruito con travi di legno ricoperte di terra e largo 3 metri, mediante due serie di tiranti in ferro che davano al ponte una ottima compattezza e soli­dità. Su uno dei pilastri fu installata una lapide, consevata oggi nel Museo di Larderello insieme ad un modellino in scala del Ponte sospeso.

Il costo complessivo dell’opera fu di 285.000 lire fiorentine che, tenuto conto del rapporto di 1 a 1.000 circa tra il valore d’acquisto della lira fioren­tina del 1835 e quello della lira attua­le, corrispondono a circa 2 miliardi e 850 milioni attuali.

Il ponte sospeso svolge il proprio servizio con perfezione fino alla notte tra il 6 e 7 settembre 1847 quando, a causa di una piena del fiume, crolla sotto la forza delle acque. Questo crollo mette a disagio tutte le popola­zioni dell’Alta Val di Cecina che si rivolgono al Magistrato affinchè venga subito chiesta al Governo Reale la ricostruzione.

Il 25 ottobre in una riunione dei
componenti il Magistrato della Comu­nità di Pomarance “… Richiedono che la presente loro deliberazione sia inviata al Regio Trono per l’organo dell’III.mo Sig. Provveditore, affinchè voglia degnarsi di dare le opportune disposizioni aU’effetto che non venga più a lungo ritardata la ricostruzione del piano stradale e porzione della Pila del diroccato Ponte Sospeso per varcare liberamente e con tutta sicu­rezza il fiume Cecina sulla linea della Strada Provinciale Massetana ed i vettori specialmente dell’Acido Borico possano liberamente trasportarlo alla Piazza di Livorno e procurarsi con tale mezzo il proprio sostentamento e quello delle loro famiglie. Con partito di voti favorevoli 6 e nessuno contra­rio”.

Pomarance continua ad espandersi fuori dalle mura e sorgono nuove costruzioni nella zona del Treppiede e fuori Porta Volterrana.

Il Ponte sul fiume Cecina viene rico­nosciuto come opera di basilare importanza per lo sviluppo economico dell’Alta Val

di Cecina e quindi il Magistrato Comunitativo viene invitato a pronun­ciarsi circa il nuovo modo in cui dovrà essere ricostruito.

Il 3 marzo 1848 giunge al Comune una “ Officiale” della Regia Camera di Pisa riguardante la ricostruzione del ponte.

Il 16 marzo successivo si riunisce il Magistrato Comunitativo di Pomaran­ce e visto che nella “Officiale” viene ordinato di ricostruire il ponte a carico delle Comunità interessate; che anche le Comunità di Massa Marittima e Grosseto traggono vantaggio dal tran­sito sulla Strada Provinciale Masseta­na che attraversa le Terre di Poma­rance poiché, ora che il ponte è inter­rotto, devono percorrere la via più lunga dell’Emilia; e che la precedente costruzione era stata eseguita secon­do le prescrizioni della “Sovrana Resoluzione” del 19 giugno 1835; deliberano di “essere pronti a contri­buire la quota che per la richiesta loro occorrente alla ricostruzione del Ponte sul Fiume Cecina gli può spet­tare pagabili secondo le proprie forze amministrative; e domandano che a questa spesa siano chiamate non solo tutte quelle Comunità che sono comprese nel circondario castellabile del tratto di strada ove ricorre il Ponte da ricostruirsi, ma tutte le altre ancora che risentono in generale un interesse nel sicuro transito del Fiume Cecina

E frattanto rendono le più sentite grazie a S. A. S. Reale /Amatissimo Sovrano Leopoldo II per la fatta dichiarazione di far contribuire a questa spesa la Reale Azienda del Sale con un discreto contributo

Lapide posta sul pilone del Ponte di Ferro (Museo Larderello)

E tutto quanto sopra con Partito di voti Favorevoli 7 e nessuno contrario Donato Metani Gonfaloniere”.

Le difficoltà per le vetture e i vian­danti continuano ed il 22 aprile 1848 due passeggeri rischiano di affogare a causa di una piena. Il 6 maggio suc­cessivo, in seguito ad una “Officiale” del Prefetto del Circondario di Pisa che rende noto agli Amministratori del Comune il Progetto dell’ispettore delle Acque e delle Strade del Comparti­mento Fiorentino per la ricostruzione del Ponte, il Magistrato si riunisce per deliberare in quale modo e luogo si debba ricostruire il Ponte.

Esaminati i progetti presentati dall’ispettore delle Acque e delle Stra­de del Compartimento Fiorentino, Sig. Maurizio Zannetti, in uno dei quali si prevede di ricostruire il Ponte Sospe­so con catene di ferro nello stesso luogo e nello stesso modo del prece­dente con una spesa preventiva di lire 115.750,95 e nell’altro di ricostruirlo ex novo a tre arcate presso il podere Cerreto di fronte alle Vecchie Saline di San Lorenzo con una spesa preventi­va di lire 196.471,69, viene dato il seguente parere:

“Dichiarano che sono di parere doversi ricostruire il Ponte sul Fiume Cecina nel sito ove era già quello diruto

E che debba essere della qualità dei Ponti Sospesi con catene di Ferro

Con partito di voti Favorevoli 6 nes­suno contrario.

E tanto più confermano il proposto progetto in quanto che sono nella Lusinga che il Signor Cavaliere Conte de Larderei

possa nella peggiore ipotesi assu­merne la costruzione con la somma di lire Centomila

E tutto ratificarono e confermarono con Partito di voti Favorevoli 6 e nessun contrario”

Il 1848 è l’anno in cui tutta l’Italia è scossa dalle agitazioni democratiche ed anche a Firenze si scatenano lotte rivoluzionarie. Il Granduca fugge e ritorna alcuni mesi più tardi scortato dagli Austriaci che lo reinsediano sul Trono.

Fino al 1852 si discute su come ricostruire il Ponte sul Cecina e, poi­ché la spesa è notevole, ci si doman­da se sia meglio sfruttare le parti del vecchio Ponte di Ferro o ricostruirlo ex novo in pietra.

Il 25 agosto 1852 il Consiglio Comunale delibera quanto segue:

“Informato il Consiglio Comunale da alcuni residenti, che dalla Direzione d’Acqua e Strade era stata data com­missione allo Ingegnere Distrettuale di fare un progetto per la ricostruzione di un Ponte Sospeso sul Fiume Ceci­na al passo della già esistente Strada Provinciale Massetana detta del Cerro Bucato

Visto Tart. 52 lettera A della L.C. de! 20 novembre 1849 in ordine al quale i Consigli Comunali possono emettere Deliberazioni sui progetti di spese da eseguirsi a spese del Comune o col suo concorso

Attesoché alla spesa della ri costru­zione del Ponte di che si tratta fra le altre Comuni deve concorrervi anche quella di Pomarance da Loro Ammini­strata

Attesoché la ricostruzione del Ponte sulla Cecina che interessa la comuni­cazione di questa Provincia è neces­sario che offra una permanente stabi­lità

Attesoché sebbene a prima vista sembri conveniente per risparmio di spesa il ricostruire il detto Ponte di Ferro traendo profitto dal materiale tuttora esistente, pur nonostante resterebbe da esaminarsi se la mino­re spesa che potrebbe occorrere per la ricostruzione del Ponte Sospeso predetto fosse da preferirsi alla mag­giore spesa che occorrerebbe per la nuova costruzione di un ponte di pie­tra a fronte della instabilità dell’uno colla stabilità dell’altro, ed a fronte ancora della continua manutenzione e forte spesa che abbisogna pel primo, e della minore che occorre per il secondo; per questi motivi e nel solo desiderio di vedere una volta rico­struito il ponte di che si tratta, e per quanto si può nel più stabil modo, il Consiglio osa pregare il Sig. Prefetto a volersi compiacere d’incaricare l’ingegnere di Distretto, o l’ingegnere in capo del Compartimento a fare gli studi necessari per conoscere la spesa occorrente, onde costruire nel luogo suindicato un ponte di materiale con la massima economia, valutando e confrontando tutto considerato, se avvi maggior convenienza stante la specialità dalle circostanze a rifare un ponte di ferro simile a quello che rovinò, o a sostituirne uno di materiali vendendo il ferro che tuttora esiste, con partito di voti favorevoli 16 nes­sun contrario”.

Veniva quindi richiesto un nuovo progetto che doveva essere affidato o ailing. Distrettuale o all’lng. Capo del Compartimento.

Passò quasi un anno ed il 2 luglio 1853 giungeva una “Officiale” dalla Prefettura di Pisa che richiamava il Consiglio Comunale ad emettere una delibera per approvare il nuovo pro­getto di ricostruzione del Ponte diruto.

Il Consiglio Comunale, riunitosi il 18 luglio successivo, deliberava:

“A di 18 luglio 1853

Letta la Officiale della Prefettura di Pisa del dì 2 luglio andante, colla quale mentre accompagnava la peri­zia compilata dall’lng. in Capo Sig. Ridolfo Castinelli relativa alla ricostru­zione del diruto ponte a catene di ferro sul fiume Cecina al passo della Strada Provinciale Massetana, veni­vano Essi Signori adunati richiamati ad emettere su tal proposito la oppor­tuna deliberazione;

Udito che la ricostruzione del Ponte che sopra sull’antico sistema e preci­sa ubicazione del primo profittando della vecchia fiancata alla sponda destra del fiume e dei ferramenti ed altri materiali raccolti dopo la rovina vi occorreva la spesa di L. 58.000;

Attesoché ricostruendo il ponte a catene di ferro oltre a ristabilirsi sicuro e permanente il passo della Cecina viene anche a commettersi una spesa assai minore di quella che sarebbe occorsa per la costruzione sul fiume medesimo di un ponte di materiale;

Attesoché niun dubbio può a senso loro elevarsi sulla utilità e vantaggio che a causa di questo ponte tornano a risentire nuovamente tutte quelle pubbliche Amministrazioni che contri­buirono per la primitiva costruzione del ponte ridetto, cosicché repartendo tra esse nel modo tracciato dall’art. 2 Venerabile Legge del 21 agosto 1843 la presagita somma di L. 58.000, la quota spettante alla Loro Comunità sarà sempre minore di quella da essa corrisposta nella sua prima costruzio­ne.

Deliberati deliberandis, approvaro­no e approvano per quanto loro può spettare il progetto stato compilato dal predetto Sig. Ing. in Capo Cav. Ridolfo Castelletti fino dal dì 27 gen­naio anno corrente, e convennero che la Comunità di Pomarance concorra nel modo sopraindicato alla ricostru­zione del ponte surriferito, e frattanto attese le limitate finanze di essa e per non elevare di troppo l’annua imposta domandano al Governo un sussidio, o l’anticipazione almeno delle somme occorrenti per la esecuzione del lavo­ro da rimborsarsi dalle Comuni inte­ressate a modiche annue rate, lusin­gandosi Essi Signori adunati, che saranno secondati i loro desideri in vista della utilità grande che è per risentire la I. R. Amministrazione delle Saline col trasporto della legna che in gran parte transiteranno sul ponte in progetto.

E tutto quanto sopra ratificarono, con partito di voti 15 favorevoli contra­rio nessuno.

Dr. Giuseppe Biondi Bartolini Gon­faloniere”.

Il 28 gennaio 1854 giunge la tanto sospirata approvazione con cui si autorizza la ricostruzione del ponte, ed il 3 aprile successivo viene delibe­rato:

“A dì 3 aprile 1854

Letta la Officiale del Compartimento Pisano del 28 gennaio anno corrente colla quale rende noto che S.A.I.R. con veneratissimo Rescritto comuni­cato dal Ministero

dell’interno con dispaccio del 28 gennaio detto, mentre si era degnata approvare la ricostruzione del Ponte di Ferro sul Fiume Cecina, aveva altresì ordinato che la spesa relativa stata presagita in L. 58.000 pagar dovesse per un terzo a carico del Regio Erario e per gli altri due terzi a carico delle Comunità collettabili della seconda e terza Sezione della Strada Provinciale Massetana, e che le sud­dette Comunità che sono Volterra, Montecatini, Pomarance e Castelnuovo erano autorizzate a prendere a mutuo la somma necessaria per far fronte al contributo dimissibile in rate annuali in proporzione delle loro risor­se, e che la quota di contributo spet­tante alle Comunità suddette princi­piasse a decorrere nel futuro anno 1855.

Se ne chiamarono intesi e notificati con Partito di voti quattro favorevoli.

Dr. Giuseppe Biondi Bartolini Gon­faloniere “

La ricostruzione del Ponte Sospeso a catene di ferro pose termine ai disa­gi delle popolazioni e di coloro i quali, dovendo trasportare il Borace e l’Acido Borico da Larderello a Livorno e la legna dai boschi di Berignone a Saline, erano costretti a guadare il fiume con non pochi rischi da affronta­re.

Il Ponte di Ferro Sospeso svolse il proprio servizio sino al maggio 1922 quando a causa della evoluzione tec­nica dei mezzi di trasporto non venne più ritenuto idoneo. Infatti si era pas­sati dai barrocci trainati dai cavalli alle automobili ed ai camions. Questi ulti­mi erano molto più pesanti e larghi dei barrocci per cui non essendo le carat­teristiche costruttive del ponte idonee a sopportare tali carichi, fu decisa la sua demolizione e la sua sostituzione con un nuovo ponte in cemento.

La demolizione avvenne il 25 mag­gio 1922 a 87 anni dalla costruzione.

NOTE BIBLIOGRAFICHE

  1. LA COMUNITÀ’ DI POMARAN­CE – Rievocazioni Storiche di E. Mazzinghi – Anni 19 – 19
  2. ARCHIVIO STORICO COMUNA­LE – Deliberazioni e Partiti della Comunità di Pomarance – Filze 127, 129, 137, 141, 148, 150.
  3. BIBLIOTECA MUSEO DELLA GEOTERMIA LARDERELLO – Trattati di Domenico Cioni 1785- 1835.
  4. R. NASINI – I soffioni e i lagoni della Toscana e la industria boracifera – Ed. 1930

F. Bongi

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

PANORAMA MINERARIO DEL TERRITORIO VOLTERRANO ALLA METÀ DEL XVII SECOLO

a cura dei Dott. ANGELO MARRUCCI

Fin dalla più remota antichità protostori­ca il Volterrano è sempre stato conosciuto come un territorio ricco di risorse natura­li e, come tale, continuamente frequen­tato e lungamente investigato col preci­so scopo di ricercarne e coltivarne gli sva­riati giacimenti minerari, di sfruttarne le diffuse acque minerali e terapeutiche o, più semplicemente, per tentare di com­prendere, studiare e descrivere i sugge­stivi e inconsueti fenomeni naturali (sof­fioni, bulicami, putizze , lagoni ecc.) che in esso si riscontrano.

La storia economica legata allo sfrutta­mento medievale delle risorse minerarie del Volterrano – specialmente per quan­to riguarda lo zolfo, l’allume e il vetriolo – è stata, com’è noto, ampiamente rico­struita e documentata da Fiumi (1) il quale ha così permesso di valutare e di deter­minare con maggior precisione il ruolo fondamentale svolto dall’estrazione e dal commercio di queste materie prime (alle quali bisogna aggiungere il salgemma) nell’economia della zona durante tutto il Medioevo.

Le numerosissime evidenze naturalistiche e minerarie del Volterrano hanno quindi sempre esercitato indiscutibili e ri­levanti motivi d’interesse sia, ovviamen­te, in vista di un loro potenziale sfrutta­mento economico (2) , sia, ed è ciò che qui ci interessa, sotto l’aspetto della de­scrizione e dell’enumerazione fenomeno­logica delle più svariate manifestazioni e produzioni naturali.

A testimonianza di questo aspetto documentario-memorialistico sull’area in esame sta tutta la serie di relazioni redatte .sempre più frequentemente a partire dal­la metà del Quattrocento, da viaggiatori, storici, geografi, ufficiali e naturalisti allo scopo di evidenziare, illustrare e valoriz­zare questo non comune patrimonio di ri­sorse e nel preciso intento sia di incorag­giarne o svilupparne lo sfruttamento sia di indicare, emblematicamente, le vesti­gia e le tracce delle più antiche attività a tale fine intraprese.

A quanto risulta, la prima di queste rela­zioni (a noi purtroppo non pervenuta) fu compilata dall’artista volterrano Zaccaria Zacchi (1474-1544) che “descrisse tutto quello che gli venne osservato, non tan­to dei residui e artefatti della bella Anti­chità, quanto ancora le produzioni natu­rali più ragguardevoli, come acque mine­rali, miniere, pietre ecc. Il P. Leandro Al­berti e il P.Giovannelli hanno veduto que­sta descrizione manoscritta e ne hanno pubblicato un miserabile compendio, dal quale si viene in cognizione che essa do­veva esser bellissima e di somma impor­tanza. Ella non è giammai pubblicata colle stampe, anziché non si sa più dov’ella sia’’ (3). Purtroppo, tutte le ricerche svol­te a più riprese nel corso del tempo per rintracciare il documento (a Volterra, a Fi­renze, a Bologna) sono sempre risultate vane (4), facendo così temere seriamen­te che esso debba ormai considerarsi, salvo imprevisti, irrimediabilmente perdu­to. E non si tratta certo di una perdita da poco se pensiamo, per contrasto, che gli analoghi scritti successivi di Leandro Al­berti (5) e di Mario Giovannelli (6) parve­ro al Targioni Tozzetti solo “un miserabi­le compendio” di quel prezioso originale. In realtà la descrizione data da Leandro Alberti del territorio volterrano, benché forzatamente sintetica (in quanto inseri­ta in un’opera di carattere generale sul­l’Italia) possiede un duplice motivo di in­teresse poiché oltre al suo intrinseco va­lore documentario può forse permetterci di immaginare, seppure a grandi linee, quale doveva essere lo schema di base che ordinava lo scritto di Zaccaria Zacchi: inizialmente la Descrittione di tutta Italia (1550) illustra, procedendo in senso ora­rio, gli immediati dintorni di Volterra (Montebradoni, Portone, Ulimeto, Monte Ne­ro, Monte Voltraio) per poi dirigere l’atten­zione verso i borghi sparsi nel territorio a Sud della città, il più ricco di risorse mi­nerarie e di produzioni naturali (Saline, Pomarance, Libbiano, Monterufoli, Montecerboli, Castelnuovo, Leccia, i vari Ba­gni, Monterotondo, Lustignano). Da qui in avanti, però, la decrizione perde un ordi­ne logico preciso, una direzione di mar­cia chiara e preordinata; si passa infatti da Spicchiaiola a Silano a S.Dalmazio per poi tornare indietro verso Casole d’Elsa, Mazzolla e Roncolla. Di tutti luoghi citati vengono menzionate le peculiarità natu­ralistiche o minerarie dedicando solo bre­vissimi accenni alle attività estrattive eventualmente in atto o alle tracce dei la­vori antichi. In altre parole siamo di fron­te ad una panoramica del territorio real­mente “a volo d’uccello“ che però ser­ve, nonostante tutto, a “fotografare11 quali erano lo stato delle conoscenze sulle produzioni naturali del Volterrano e la situa­zione del loro sfruttamento alla metà del Cinquecento.

Carta mineraria schematica del territorio volterrano alla metà del Seicento

Ad arricchire il quadro di queste descri­zioni cinquecentesche contribuisce poi un altro documento, stavolta manoscritto: si tratta di una relazione stilata nel 1580 dal Capitano Giovanni Rondinelli e diretta al Granduca di Toscana Francesco de’ Medici (7). In questo rapporto, dopo un’in­troduzione di carattere storico-geografico relativa a Volterra, dopo aver trattato bre­vemente della situazione idrica del capo­luogo e del territorio e dopo aver descrit­to le possenti mura volterrane, l’Autore passa ad illustrare la condizione attuale (numero dei fuochi,situazione economica, caratteri produttivi peculiari) dei vari bor­ghi del circondario. È a questo punto che Rondinelli inizia la vera e propria enume­razione delle varie “doti, virtù e ricchez­ze” del territorio volterrano applicando a tale scopo uno schema tematico- gerarchico che da questo momento in poi è stato spesso adottato da quanti si sono occupati in seguito della questione e che è strutturato in base al seguente criterio ordinatore: miniere d’oro, miniere d’ar­gento, miniere di rame, calcedoni e dia­spri, travertini e marmi (broccatelli), sa­le, allume, vetriolo, zolfi gialli e neri, ba­gni e lagoni.

Dopo questi due casi, il Cinquecento for­nisce la sua ultima trattazione illustrativa del Volterrano con l’ottavo libro della Sto­ria dell’antichissima città di Volterra del volterrano Lodovico Falconcini (1524-1602). In quest’opera, scritta in la­tino nel 1589 e stampata (tradotta con te­sto originale a fronte) solamente nel 1876 (8), l’Autore passa tra l’altro in rassegna tutte le località rilevanti sotto l’aspetto sto­rico e naturalistico riportando osservazio­ni e notizie di grande interesse e offren­do talora al lettore preziose annotazioni e particolari del tutto inediti, come nel ca­so, ad esempio, delle miniere di Montecastelli e di Querceto o dei Bagni di S.Mi­chele delle Formiche presso Montecerboli.Per comodità del lettore diamo di segui­to l’elenco delle località illustrate dal Fal­concini ,avendo cura di evidenziare gra­ficamente in corsivo quelle su cui si sof­fermò maggiormente l’attenzione dell’Au­tore: Monte Nero, Cozzano, Pignano, Berignone, Pomarance, S.Michele delle For­miche, Montecerboli, Morba, Castelnuovo, Sasso, Lustignano, Leccia, Serrazzano, Libbiano, Micciano, Monterufoli, Montegemoli, Querceto, Montecastelli, Silano, S.Dalmazio, Radicondoli, Montecatini, Buriano, Miemo.

Per quanto riguarda il secolo successivo preferiamo sorvolare sulla già citata Cro­nistoria di Mario Giovannelli, pubblica­ta nel 1613, in quanto altro non può es­sere considerata che una copia piuttosto fedele della già ricordata descrizione di Leandro Alberti.

Ricerca di vene metallifere nel Medioevo (da G. Agricola – De Re Metallica – Basilea, 1556)

In verità, sebbene la storia mineraria del Volterrano durante il Seicento non sia molto conosciuta, appare chiaro, come vedremo, che le attività estrattive e commerciali legate alle risorse del sottosuo­lo dovevano stagnare ancora nello stato di crisi e di abbandono in cui erano ve­nute a trovarsi sempre più nel corso del secolo precedente. Dal 1472 agli ultimi decenni del ’500 la società e l’economia del Volterrano subirono infatti una profon­da trasformazione dovuta, tra l’altro, sia alla forzata integrazione politico­istituzionale nello stato fiorentino che al­la prolungata fase di progressiva specia­lizzazione che dalla fine del Quattrocen­to sembra caratterizzare l’economia to­scana.

Per quanto ci riguarda direttamente, que­ste nuove condizioni economico-sociali di necesario riassestamento dei vari settori produttivi segnarono il marcato declino delle attività connesse allo sfruttamento delle risorse minerarie del Volterrano: il commercio dei prodotti minerari del ter­ritorio (nella fattispecie il vetriolo e lo zol­fo) venne meno, la scoperta dell’allume si rivelò illusoria, mentre l’unica eccezio­ne di tutto rilievo in questo caso di gene­rale abbandono fu rappresentata dall’e­strazione del salgemma la cui “industria1‘ conobbe un’interessante continuità pro­duttiva. A questa generalizzata crisi del­le attività minerarie della zona si accom­pagnò inoltre una decisa accentuazione del carattere agricolo dell’economia vol­terrana e una decisa espansione delle grandi proprietà terriere. (9)

Nel settore minerario questa generale li­nea di tendenza negativa si protrasse an­che nel Seicento, periodo durante il qua­le la forte contrazione subita dai settori estrattivi (e alla quale certo non fu estra­nea la terribile pestilenza del 1630) con­dusse al conseguente ristagno generaliz­zato o, nella maggior parte dei casi, ad­dirittura alla completa cessazione di que­sti generi di attività economiche.

Per quanto riguarda ad esempio l’estra­zione del rame sappiamo che sia le celeberi miniere di Montecatini Val di Cecina che quelle di Montecastelli dopo il 1630 cessarono la propria attività fino al 1636 quando uno sfortunato tentativo di ripre­sa dei lavori attuato a Montecatini deter­minò la chiusura di entrambe le miniere per tutto il secolo. Analogamente, è noto che anche le meno importanti “ramiere” di Montecerboli restarono abbandonate durante tutto il Seicento e che, nella zo­na, analogo destino toccò pure a tutti i giacimenti fino ad allora più o meno sfrut­tati di minerali metalliferi. Fortunatamente ad aiutare lo storico e l’e­conomista nello studio e nella ricostruzio­ne di questo aspetto della realtà econo­mica locale seicentesca, esiste presso la Biblioteca Guarnacci di Volterra una re­lazione manoscritta (10) compilata intor­no alla metà del Seicento dal volterrano Raffaello Maffei (1605-1673), Provvedi­tore dei sali e della Fortezza (11). Si trat­ta di una descrizione abbastanza accu­rata, e per certi versi originale e dettaglia­ta, relativa alle cose notevoli del Volter­rano, alle ricchezze del suo sottosuolo e alle antiche vestigia, ancora visibili, che dallo sfruttamento di quelle notevoli risor­se avevano tratto origine.

Dal punto di vista morfologico il mano­
scritto si compone di un fascicolo di 13 carte numerate; il testo è incompiuto e dalle note apposte successivamente sul foglio di guardia che contiene il fascicolo si rileva che lo scritto era diretto a un re­ligioso. Circa la datazione essa è sicura­mente posteriore al 1625, anno di pubbli­cazione del De Mineralibus del volterra­no Giovanni Guidi, di cui si trova preciso riferimento nel testo.

L’argomento della relazione è chiaramen­te espresso nel titolo conferitogli in segui­to: Discorso sopra i residui d’antichità di Volterra. Bagni e acque termali. Saline e acque salse. Minerali, e risulta così ripar­tito:

  • antichità volterrane: cc. 1r – 4r;
  • bagni e acque termali: cc. 4v – 8v;
  • saline e acque salse: cc. 8v – 10v;
  • minerali: cc. 10v – 13v (incompiuto).

Per quanto riguarda l’aspetto che qui ci interessa fermeremo pertanto l’attenzio­ne sull’ultima parte, intitolata,.appunto, De i Minerali; essa risulta infatti molto in­teressante sia perché tra le varie sezioni del Discorso del Maffei è senza dubbio la meno conosciuta e la meno citata sia per­ché rispetto alle altre relazioni (preceden­ti, coeve o anche successive) di analogo argomento appare in alcuni casi più pre­cisa, più dettagliata e più informata, quin­di per noi più utile.

In particolare i punti di novità e di origi­nalità che vi si riscontrano si possono così riassumere:

  1. la notizia, citata poi da Fiumi (12), che immediatamente sotto la rupe su cui sor­ge il castello di Fosini, ovvero lungo il Bo­tro Ripenti o Riponti (un piccolo tributa­rio del Pavone) si ebbero anticamente escavazioni di oro. Anche se quasi cer­tamente si trattò di galena argentifera (o meglio, di tetraedrite) tutto ciò appare confermato dal fatto che all’epoca del Maffei le tracce di quell’attività erano an­cora riconoscibili sul terreno e che un pez­zetto di quel minerale “purgato dal fuo­co” era stato lì rinvenuto pochi anni pri­ma. In questo caso, a differenza di quan­to accade quasi inevitabilmente in que­sto genere di relazioni, il Maffei offre un’informazione topograficamente preci­sa su un lavoro minerario fino ad allora trascurato dai cronisti;
  2. la testimonianza di antichi lavori intra­presi presso il Monte S.Croce dove ana­loghe escavazioni di oro e di argento, seb­bene citate di sfuggita, appaiono qui fi­nalmente segnalate. La notizia è interes­sante poiché in precedenza questa loca­lità non veniva di solito menzionata nelle trattazioni del genere, sebbene fosse noto che in passato vi erano state svolte ricer­che ed attività estrattive (13). Dal Maffei giunge dunque la conferma dell’antichi­tà dei lavori e la testimonianza che ai suoi tempi la “cava” era in attività;
  3. la suggestiva e prolungata descrizio­ne incentrata sulla riscoperta delle minie­re di rame presso Prata, in luogo detto al­lora Piano di Siedi;
  4. la conferma che durante il Seicento le miniere di rame attivate nel secolo pre­cedente presso Montecerboli, in luogo detto le Maltagliate, versavano nel più completo stato di abbandono(14);
  5. la segnalazione di antiche ricerche di rame intraprese sul Poggio di M/emo(15);
  6. la notizia dell’esistenza di una miniera di piombo presso Montecerboli in luogo detto Botro a Tracolle, dove erano anco­ra visibili i resti dell’edificio ad essa atti­guo e dove si riscontravano abbondanti testimonianze che almeno la prima fusio­ne del minerale doveva avvenire sul luogo;
  7. una brevissima ma preziosa illustrazio­ne qualitativa delle cave di vetriolo presso Libbiano (in luoghi detti La Giunca e Tigugnano) e la segnalazione di analoghi lavori condotti a Porciniano (16) e alla Stri­scia (17).
  8. la generale conferma che alla metà del ’600, tranne le poche eccezioni legate al­l’estrazione del vetriolo (a Monterotondo M.mo e alla Striscia) e alla produzione del salgemma, l’attività mineraria nel Volter­rano versava nel più completo abbando­no e che l’estrazione e il commercio dei minerali metallici erano praticamente fermi.
Una miniera del Cinquecento (da G. Agricola – De Re Metallica – Basilea, 1556)

Per tutti questi motivi riteniamo opportu­no proporre all’attenzione e alla cono­scenza dei lettori questo breve documen­to che aiuta in qualche modo a far luce su un aspetto molto importante ma non completamente conosciuto della storia economica del Volterrano durante il XVII secolo e che contribuisce, nel suo picco­lo, a far meglio comprendere l’evoluzio­ne storica e topografica delle attività estrattive legate ad alcune risorse mine­rarie del nostro territorio.

Angelo MARRUCCI

R. MAFFEI – Discorso sopra i residui d’an­tichità di Volterra.

Bagni e acque termali. Saline e acque sal­se. Minerali, metà sec.XVII. Volterra, Bi­blioteca Guarnacci, Ms.5819 (Lll.5.2)

De i Minerali

Ma per dar principio a i Minerali stimo che havendo la P.V. per benignità sua dato piena fede alla mia relazione dell’acque termali che si trovano in questo contorno e sapendo essa molto bene che le quali­tà peregrine delle quali quest’acque son dotate non d’altronde pervengano loro che da luoghi sotteranei per i quali esse vanno scorrendo prima di venire alla lu­ce, sarà (credo io) senz’altro persuasa che i medesimi luoghi siano ripieni di quelle cose che son atte a contribuire le virtù che di quell’acque si raccontano, e perché queste sono ordinariamente mi­nerali e mezze minerali ne seguirà in ne­cessaria conseguenza che il paese sia abondantemente ripieno di miniere.

E non solamente la ragione ci persuade quanto io le dico, ma le autorità d’infiniti scrittori ce ne fan certi, le quali tutte tra­lasciando come a Lei molto ben note, mi basterà addurre come men vulgata l’au­torità di Gio. Guidi nel principio della sua Mineralogia Legale in queste parole: nulla Urbs, nullave ditio, ne dum huius Provin- ciae, sed totius etiam Italiae, tot tantisque regalibus naturae, ac Dei Optimi Maximi donis abundet, quemadmodum territorium Urbis Volaterrarum constat. Nam praeter Salinarum numerum, et facunditatem adsunt Auri, Argenti, Lapillorum, adsunt AEris, adsunt Aluminis, Sulphuris, Vitreoli, Ferri, Plumbi, Stamni et aliorum fere omnium Mineralium, ita peremnes venae, ut nullus in hac ditione mons emineat, nullus quamvis humilis coll is appareat, qui non aliquam metallicam Venam in sinu eius contineat, atque abscondat (*)•

Ma è superfluo affaticarsi con le ragioni e con le autorità di provare quello che si vede chiaro dall’evidenza del fatto poiché di tutte le sopradette cose l’esperienza ci ammaestra e l’occhio ne è oculato testi­monio.

E per dar principio dalle miniere dell’ar­gento e dell’oro dico che se bene non so­no state queste ne tempi moderni eser­citate, tuttavia e dalle scritture e dalle tra­dizioni e dalle vestigie di quegli edifizi e dalle cave si viene in cognizione che nel Monte della Nera vicino alla Città tre mi­glia vi è la vena dell’oro. Similmente in un Monte vicino al Castello di Querceto vici­no a qui nove miglia ve n’è un altra vena e si vede esserci stato cavato.Nella Con­tea di Fosini di questa Diocesi non solo si vede esserci una simil cava in luogo che si chiama Botro Ripenti, ma poch’an­ni sono un contadino del luogo s’abbatté a trovarne un pezzetto purgato dal fuo­co, il che dà chiaro indizio esser già la det­ta cava stata esercitata. Ma più chiare se ne vedono le vestigie nel territorio di Gerfalco di questo Vescovado, dove in un Monte detto di S.Croce vi sono di presen­te diverse buche donde si cava la minie­ra dell’oro e dell’argento, ed io ho vedu­to alcuni istrumenti antichi di locazioni fat­te di beni di questo luogo da i Vescovi di Volterra cum Aurifodinis et Argentifodinis. Né solo delle cave predette trovo riscon­tri molto chiari, na apparisce in uno istrumento del 13 di settembre 1277 che Mes­ser Tolomeo Tolomei rinunzia a Messer Ranieri Vescovo di Volterra le cave d’Argento di Montieri; anzi che nel 1257 si tro­va che il Vescovo Galgano II, come dice il Giovannelli, concede a Guido Tolomei licenza di batter moneta nel Comune di Montieri. Apparisce ancora un indulto di Carlo IV Imperatore dato in Pisa (s’io non ho male inetso) sotto il dì 22 maggio 1355 dove esenta Filippo Vescovo di Volterra dal pagamento di 60 marche d’Argento per esser mancate le miniere di Montie­ri, mediante la peste e la guerra. Queste cave d’Argento in Montieri furono molto famose e furono ritrovate da alcuni de To­lomei Gentil huomini Senesi l’anno 1175 nel tempo apunto che viveva S.Galgano e tuttavia si vedono dette cave et il pae­se all’intorno pieno di loppe e ceneracci. Ma più cospicue sono le cave del Rame delle quali la più moderna è quella di M.Catini fatta aprire et esercitare fino l’an­no 1580 dalla felice memoria del Gran Du­ca Francesco e poi tralasciata alla sua morte per essersi gl’altri Principi succes­sori più applicati ad altre gloriose impre­se. Questa miniera s’estende per lungo tratto sotto le radici d’alti Monti per la schena de quali si vedono molte buche che servivano per l’esalazione de fiati e vi sono diverse caverne più basse per le quali si dava l’esito all’acque. Ma la ca­va reale ha un ampia bocca in hoggi tut­ta ripiena d’acqua poiché si può credere che gl’esiti per i quali si smaltisca siano otturati.

Nel territorio di Monte Rotondo di questa Diocesi vi sono pozzi molto spessi e di quivi ancora fu già cavato il Rame vedendovisi gran quantità di loppe e di Marcassite con segni evidenti della miniera.

Ma sopramodo meravigliose sono le ca­ve del rame nel territorio di Prata anch’e­gli sottoposto in spirituale a questo Vesco­vo, ma in temporale territorio senese, do­ve nel luogo che si chiama piano di Sierli sono quelle famose miniere dette Porta di ferro dalle quali si cavava il Rame con un poco d’Argento e da persona che l’ha riconosciute d’ordine del Serenissimo principe Mattias mi vie referto che entra­to egli con sei huomini per li Cavi Reali e per gl’altri minori e camminando per le viscere della terra e talvolta andando car­pone e passando molti pericoli d’animali sotterranei e d’acque freddissime e cor­renti, videro esserci quasi un labirinto di strade e stradelle che dura quasi due mi­glia senza però potere andare in ogni luo­go perché molti viali sono ricoperti dalle rovine. Trovorono ivi la miniera del rame con i suoi filoni e più di 300 pozzi i quali vanno a ferire i Cavi ma per lo più guasti e rovinati et i Cavi medesimi sono gran­dissimi stanzoni e di vastezza così mo­struosa che sarebbe incredibile il dire la loro vastità. Sono ancora le cave del Ra­me vicino al Castello di Monte Cerbero et a i lagoni grandi de i quali ho fatto men­zione et il luogo si dice le Maltagliate. Qui­vi oltre alla bocca della Cava si vedono diversi pozzi per l’esito dell’aria, onde si conosce essere state per lungo tempo esercitate et a i nostri tempi hanno quei paesani trovati sotto terra grossi pani di Rame lavorato et uno tra gl’altri ne ven­derono più di venti scudi.

A Miemo luogo parimente di questo ter­ritorio in un poggio che si dice il poggio di Miemo sono pur anche le Cave del Ra­me e tuttavia vi si trovano da quei del luo­go dei pezzetti di Rame purgato siche si vede essere state ancor’queste alcune volte esercitate.

Il Piombo trovo essere stato cavato in due luoghi: l’uno a Monte Cerbero luogo det­to il botro a Tracolle, e trovo essere stata questa miniera esercitata dalla famiglia de Broccardi circa l’anno 1560, ma in hoggi l’edifizio è rovinato e solo se ne ve­dono le vestigie e quivi all’intorno quan­tità di ceneracci; l’altro è nel Comune di Monte Rotondo, ma di questo ne ho po­ca cognizione.

Delle Cave del ferro non ho notizia se non d’una nel Comune di Castel Nuovo a can­to al fiume Pavone, ma non son ben cer­tificato se quivi fusse la miniera o seppu­re la portassero d’altrove a quocere per­ché quei Paesani non ne mostrano vesti­gia. Si vede ben chiaro che quivi era il for­no dove il ferro si purgava vedendovisi al­l’intorno quantità grande di loppe e di pur­gami.

Vengo adesso alle Cave deH’Allume del­le quali una ne è vicina ai sopradetto luo­go ove ho detto che si purgava il ferro e

vi si vedono tuttavia quattro fornelli mu­rati per servizio d’essa fabrica d’Allume et ivi contiguo in un picciolo monticello vi son molte buche profonde donde si ca­vava la terra alluminosa, e queste Cave furono esercitate dalla famiglia de Pallini di Castel Nuovo circa l’anno 1570.

Nel Comune del Sasso vi sono quelle Ca­ve d’Allume memorabili per haver dato causa alla guerra di Volterra et alla per­dita della sua libertà l’anno 1472. Erano queste fertilissime vedendovisi grandis­simi residui di fornelli e d’habitazioni e molti monacelli di terra colata.

A Monte Rotondo vi è una bella Cava d’Allume la quale fu dismessa quando Ariadeno Barbarossa famoso Console Turco prese a infestare i nostri mari per­ché allora restò interrotto l’esito della mer­canzia, tanto più essendo occorse in quei tempi le guerre di Siena mediante le quali hebbero queste miniere l’ultimo tracollo. Parimente in detto territorio vi è un altra bella miniera d’Allume dove il Botro del­la Dirutta mette nel fiume Risecco da una parte del Monte Leo luogo detto la Maio­nica, e questa cava fu esercitata lungo tempo, ma poi tralasciata per interesse delle Cave della Tolfa nello stato della Chiesa.

Pagina manoscritto di R. Maffei

Non meno è abondante questo territorio di Vetriolo perché una miniera se ne tro­va nel Comune del Sasso vicino al Castel­lo un quarto di miglio, ma in hoggi le bu­che sono ripiene e più non s’esercitano. Nel Comune di Libbiano v’erano due ca­ve di Vetriolo: l’una si dice la Giunca, e vi si vedono ancora i fondamenti dell’edifizio e due profondissime buche dalle quali si cavava la terra; l’altra pure in detto Comune chiamata le Cave di Tigugnano, e di questa ho una memoria nella quale si dice che queste cave fossero molto mi­gliori che quelle dette di sopra della Giun­ca perché in queste l’acqua non dava im­pedimento e la terra era migliore facendovisi il Vetriolo senza ferro oltre all’es­sere il paese più comodo per la terra e per le legna e la terra medesima più fe­conda di miniera questa che quella.

A Monte Rotondo vi sono due Cave di Ve­triolo le quali si sono esercitate a i tempi nostri et anco in parte s’esercitano al pre­sente da i Baldassarrini di quel luogo; l’una per essere assai attaccata all’allume et al solfo fa molta feccia, ma col fuoco si purga e se ne fa buon Vetriolo. L’altra pure in detto Comune luogo detto il Lago partecipa anche essa un poco di solfo; ca­vasi in terra e non in Marcassita et è sti­mato questo Vetriolo molto buono per la tinta della seta perché è dolce al pari d’ogn’altro.

A Serrazzano ancora sono simili Cave ma non s’ha memoria quando sono state esercitate.

A Porcignano villa cinque miglia di qui lon­tano ve ne sono cave molto buone le quali à tempi nostri sono state esercitate da Gentil huomini di questa Città ma poi tra­lasciate perché la fertitilità e la bontà di quelle della Sdriscia l’ha superate. Que­ste dunque della Sdriscia che sono nel Vescovado di Volterra ma nel Contado di Firenze sono le più famose et esercitate e che tuttavia s’esercitano con frutto et uti­le grande, e se bene da parecchi anni in­dietro erano in disastro furono.poi median­te l’industria e la diligenza de Sig.ri Attavanti di Firenze rimesase in stato florido nel quale si mantengono ancora con fabricare quantità grande di Vetriolo.

Havendo io de sali parlato altra volta re­stami solamente a dire circa la miniera di zolfo. Di questo se ne trovano di due sor­te cioè il nero et il giallo. Il nero non è pun­to inferiore al giallo nelle sue qualità et di questo se ne trova assai nel contado di Libbiano et in particolare in una posses­sione che si chiama Fonte Bagni et si tro­va in miniera pura che per lo più ha poco bisogno d’esser purgata dal fuoco. Furo­no queste miniere di zolfo esercitate già dalla famiglia de Guidi di questa Città i quali ne traevano buon profitto, ma in hoggi…

NOTE BIBLIOGRAFICHE

  1. E.FIUMI – L’utilizzazione dei lagoni boraciferi della Toscana nell’industria medievale. Firenze, Dott. Car­lo Cya, 1943.
  2. Cfr. anche A.MENICONI – Studi antichi e recenti sulle miniere medievali in Toscana: alcune conside­razioni, in: “Ricerche Storiche”, anno XIV, n.1, gennaio-aprile 1984, pp.203-226.
  3. G.TARGIONI TOZZETTI – Relazioni d’alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana. 2.ed., Firenze, Stamperia Granducale, t.lll, 1769, p.104.
  4. Cfr. in proposito R.S.MAFFEI – Di Zaccaria Zacchi pittore e scultore volterrano (1474-1544). Volterra, Sborgi, 1905, p.17.
  5. L.ALBERTI – Descrittione di tutta Italia. In Bologna, per Anseimo Giaccarelli, 1550 (territorio volterrano: cc. 49r-51v).
  6. M.GIOVANNELLI – Cronistoria dell’antichità e no­biltà di Volterra. In Pisa, appresso Giouanni Fontani, 1613 (territorio volterrano: pp. 59-67).
  7. Descrizione dell’antica e nobile città di Volterra fatta da Giovanni Rondinelli Capitano l’anno 1580. Volter­ra, Biblioteca Guarnacci, Ms.8467 (LXII.7.16).
  8. L.FALCONCINI – Storia dell’antichissima città di Vol­terra. Scritta latinamente da Lodovico Falconcini e vol­tata in italiano dal Sac.Berardo Berardi. Firenze- Volterra, Sborgi, 1876 (territorio volterrano: pp.539-597).
  9. cfr. A.K.ISAACS – Volterra nel Cinquecento: alcu­ne prospettive di ricerca, in: “Bollettino storico pisa­no”, anno LVIII, 1989, pp.189-205.
  10. R.MAFFEI – Discorso sopra i residui d’antichità di Volterra. Bagni e acque termali. Saline e acque sal­se. Minerali, metà sec. XVII. Volterra. Biblioteca Guar­nacci, Ms.5819 (Lll.5.2).
  11. Per la vita e le opere del Provveditore Raffaello Maffei cfr. R.S.MAFFEI – Vita di Raffaello Maffei. In: Storia volterrana del Provv. Raffaello Maffei, a cura di Annibaie Cinci. Volterra, Sborgi, 1887, pp. VII-LX.
  12. E.FIUMI, op. cit., p.71.
  13. Cfr. B.LOTTI – Descrizione geologico-mineraria dei dintorni di Massa Marittima in Toscana. Mem. Descr. Carta Geol. d’lt.,vol.VIII, Roma, 1893, pp.114-115 e id. – Geologia della Toscana. Mem. Descr. Carta Geol. d’lt., vol. XIII, Roma, 1910, pp.334-335.
  14. Cfr. in proposito A.MARRÙCCI – Le miniere di ra­me del Podere ‘‘La Corte”, in: “La Comunità di Po­marance”, anno III, 1989, n.2, pp.10-13.
  15. Si veda anche M.BOCCI – Curiosità storico­minerarie del circondario di Volterra, in: “Volterra”, an­no VI, n.12, dicembre 1967, pp.20-22.
  16. Cfr. in proposito G.BATISTINI – / vetrioli nelle zo­ne del volterrano, in: “Rassegna Volterrana”, LXIII-LIV, 1987-1988, pp.3-19.
  17. Sulle cave della Striscia si veda G. TARGIONI TOZZETTI, op. cit., pp.112-117 e S.ISOLANI – Storia politica e religiosa dell’antica comunità di Montigno- so Valdelsa. Volterra, Tip. Carnieri, 1919, pp.120-123. *) I.GUIDI – De Mineralibus. Venetiis, apud Thomam Ballionum, MDCXXV, p.1

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

NOTE DI STORIA MINERARIA

Se vi ha paese, che offra copia e varie­tà di minerali, egli è senza dubbio nella nostra Italia questa prediletta Toscana… È noto che fin dalla più remota antichità qui da noi si cavavano miniere… e di que­st’arte antichissima restano le vestigia nei pertugi delle montagne…’’.(1)

Non è certo questa la sede per eviden­ziare ancora una volta il ruolo svolto dal­le risorse minerarie (nella fattispecie sali e metalli) nella storia economica della To­scana medievale; una regione in cui il sot­tosuolo si presentava particolarmente ric­co di minerali utili in giacimenti di rilevante interesse economico e la cui storia mine­raria risulta per noi tanto più interessan­te se consideriamo che in quest’area “se ne togli qualche argentiera e ferriera di Lunigiana e Garfagnana, e qualche altra nell’alta Valle delTArno, su le terre dei Conti Guidi, tennero innanzi tutto la pal­ma i territori di Volterra e Massa- Populonia…”.(2)

La conoscenza di questo aspetto della storia economica toscana vanta infatti stu­di fondamentali e illuminanti come quelli di VOLPE e di FIUMI,(3) anche se man­ca tuttavia un’opera di ricostruzione com­plessiva delle operazioni intraprese, del­le relazioni con la metallurgia coeva, delle attività economiche indotte. Fortunata­mente però negli ultimi anni questo con­testo di studi è andato suscitando sem­pre più l’interesse dei ricercatori, arric­chendosi così di nuovi lavori tesi ad ag­giungere nuove tessere a questo com­plesso mosaico.(4)

Per quanto riguarda il territorio di Montecastelli, la sua grande attrattiva economi­ca fin dall’antichità è stata rappresenta­ta dalla notevole presenza di “vene di oro, argento e rame”(5) nella valle del Pavo­ne: la costituzione geologica, le eviden­ze mineralogiche, la documentazione storico-archivistica e, non ultime, le vesti­gia esterne e la grande estensione dei la­vori intrapresi sul fondo della stretta e pro­fonda gola posta fra Montecastelli e Roc­ca Sillana, rappresentano una sicura te­stimonianza dell’importante ruolo avuto da questa zona nella storia mineraria del­la Val di Cecina. In quest’area le ricerche e le escavazioni effettivamente documen­tate rimontano infatti, a quanto sembra, alla fine del sec. XII – inizio del sec. XIII, ovvero al periodo in cui il Vescovo di Vol­terra Ildebrando Pannocchieschi “ebbe libertà e comodità di ricoltivare lungo il fiu­me Pavone le miniere di rame, piombo ar­gentifero e forse oro ”.(6) Successivamente, sappiamo che uno dei Vescovi di Volterra, proprietari di queste miniere, le dette in affitto agli Incontri di Siena “con patto che d’ogni dieci libbre d’Argento che cavassero, gliene doves­sero dare una da mettersi sotto il co­nio’’.{7) Esse poi appaiono ricordate nei documenti d’archivio dell’inizio del Tre­cento come “argenterie et a u ri fodin is ”,(8) comparendo cioè genericamente negli at­ti comunitativi al pari degli altri beni co­nosciuti e ormai certi sui quali veniva esercitata giurisdizione nel territorio di Montecastelli. Tuttavia, come fatto giusta­mente osservare da FIUMI, “più che la prova di un’attività escavatrice in atto, po­trebbe ritenersi che gli strumenti registrati nelle carte di comunità alludessero a sta­bilire un diritto in potenza; ma è certo che nel corso dei secoli si ritrovano in quei luoghi segni di sfruttamento precedente e vestigia. Ciò è specialmente evidente per le cave di Montecastelli...”.(9) A con­ferma infatti dell’attività di queste minie­re nel corso del XIV secolo sta ad esem­pio la notizia che nel 1352 il Vescovo di Volterra Filippo Beiforti affittò a tre montierini “due cave di argento e rame o al­tro metallo poste nel territorio di Montecastelli sopra il fiume Pavone fra Silano e Montecatelli” a condizione che essi dessero a lui o ai suoi successori “la ven­tiquattresima parte di ogni metallo sca­vato’ ’.(10)

Anche Lodovico FALCONCINI, nel corso del Cinquecento, ricorda queste miniere di argento e rame “feracissime di detti metalli’’, ubicate precisamente “presso la riva del torrente Pavone, nella quale so­no state trovate anche oggi delle piscine in cui si lavava la gleba d’argento… ” e ri­porta di avere appreso che “perdue vol­te vi è stato cavato argento e rame per molti anni continui ogni volta, da duecen­to anni in qua ad istanza del Vescovo di Volterra allora signore di quelle miniere. Il luogo poi ov’esse si trovano appellasi Montepelato o Monte dell’Oro”.

Nel 1580, inoltre il Capitano Giovanni RONDINELLI accenna telegraficamente all’esistenza di queste miniere senza spe­cificare se esse si trovassero allora in at­tività.(1 2) In realtà nel corso del Quattrocento e, soprattutto, del Cinquecento le operazioni minerarie in questa zona do­vettero inarrestabilmente declinare svol­gendosi prima in modo saltuario e occa­sionale per poi cessare del tutto fino al 1584, quando Bernardo Giorgi, ministro economo delle miniere del Granducato, in una lettera diretta al Granduca di To­scana descrisse le consistenti potenzia­lità minerarie della zona, perorando con entusiasmo la pronta riattivazione dei la­vori: “… sotto braccia 11 si trova della mi­niera assai e di miglior qualità che la pri­ma che si manda di saggio… e la minie­ra va per filoni e non a noccioli come quel­la di Montecatini ed io ci ho grande spe­ranza’ ’.(13)

Ho ritenuto opportuno proporre questa lunga introduzione proprio per mostrare come tutte le fonti storiche note in mate­ria facciano riferimento unicamente alle miniere poste nella valle del Pavone, in­discutibilmente le più ricche e fertili di questa terra, e trascurino invece, se si ec­cettuano le generiche attestazioni di di­ritti “in potenza’’, tutte le altre analoghe (ma forse allora sconosciute) evidenze mi­nerarie della zona.

Tuttavia alcuni documenti conservati nel­la Biblioteca Guarnacci di Volterra e fino­ra inediti(14) consentono oggi di amplia­re, anche se pur di poco, le conoscenze relative alla storia mineraria della terra di Montecastelli, allargando il campo d’inda­gine a un’area finora mai citata in lette­ratura, ovvero quella delle pendici orien­tali del paese digradanti verso la valle del Cecina.

La filza 57 dell’Archivio Maffei contiene infatti tre documenti del 1605 e una map­pa presumibilmente coeva relativi alla scoperta di una nuova “cava” di rame in località Casa delle Pàstine.

A un’esame sommario i tre documenti sembrano testimonianze rese fra il 19 e il 20 febbraio 1605 a un processo istitui­to per dirimere la controversa causa sul­l’effettiva paternità della scoperta, e, co­me detto, assumono particolare rilievo perché per la prima volta l’area d’interes­se minerario si situa fuori della valle del Pavone; essi permettono pertanto di ar­ricchire la topografia storica delle esca­vazioni minerarie e dei tentativi operati nella zona di Montecastelli.

Esaminiamo dapprima i tre documenti:

Addi 19 di febraio 1605

tassi fede per me Bastiano di Sisto Ghilli da Monte Castelli come la verità è che sotto il dì 8 del presente mese volevamo andare a Firenze Marco di Giovan Paulo

  1. Pieralli e io venne Domenico di Matteo Bernardi di detto loco et disse che vole­va che noi portassi dua o vi ero tre pezuol
  2. di miniera di rame alla galleria la quale dette al sopra detto Marcho che la portase et andando detto Marcho et lo Bastia­no sopra detto.

Insieme permisino a Pogibonsi et lo Ba­stiano andai innanzi et arrivando detto Marcho il di dieci stante mi disse avere portato detta miniera alla galleria di S.A.S. et che non aveva trovato il provveditore ma che si bene vi voleva tornare per la risposta et per fede del vero lo Bastiano soprascritto o schritto di mia propria mano.

Adì 20 di febraio 1605

Fede per me Piero di Giusto d’Agusti no dal Bagnano Contado di Firenze come la verità è che! giorno di Carnovale prossi­mo passato fui chiamato da Domenico di Matteo Bernardi da Monte Castelli, a la­vorare alla Cava del Fame del luogo det­to alle Pastine insieme et in compagnia di Mario di Luca lavorante in detto luogho, et in mentre che lavoravamo detto Dome­nico disse a me Piero mentre che cava­va l’acqua per poter lavorare, disse Pie­ro domanda Mario chi trovò detto filone, et detto Mario disse Domenico et di più mi disse zappa qui, et in poche zappate trovammo il segno, et allora detto Piero disse harete cento scudetti, et lavoram­mo insino a notte, et cavammo della mi­niera, et la presi addosso, et la pesam­mo in casa di Messer Domenico et fu lib­bre trenta et di tanto dico essere la veri­tà, et per fede dico a preghato me Anto­nio Cial… Prete di Monte Castelli, che a nome suo facci da fede, perché le disse non sapere scrivere et tutto o fatto alla prese ntia del li infrascritti testimoni lo Bastiano di Sisto Ghilli fui presente quando detto Piero fece detta fede al so­pra detto Domenico et disse essere la ve­rità di quanto di sopra si contiene et in fe­de di mia propria mano o scritto lo Giovani Diacomo di Baco fui presente quato di sopra se rito in fede scrisi.

Adì 20 di febraio 1605Comparse avanti me Cosimo fu Provve­ditore di Volterra Michelangelo di Santi da Cerbaiola del Vicariato di Monti Castelli e disse che la miniera che si è scoperta nei beni di detto Santi suo Padre luogo detto le Pastine, la prima che si è scoper­ta fumo dua oprai che vi messino a far della legna, cioè Santi di Carlotto e Bal­dassarre che ne trovonno circa libbre 30, che l’hebbe Domenico fabro, e Mario di Luca lavoratori a Cerbaiola scoperse la vena della Cava in detto luogo, e me ne ha scoperto in un altro luogo acanto alla Casa dell’Aia e fra tutti dua questi luoghi ne ha cavata all’Aia 60 libbre e più il det­to Mario ne ha cavata fra tutti i luoghi cir­ca 200 libbre e tutta la hauta Domenico fabro, che la pagata parsi soldi 4 la lib­bra et disse che detto Domenico li ha volsuti dare uno scudo acciò dica che l’habbi trovata detto Domenico.

Se vi ha paese, che offra copia e varie­tà di minerali, egli è senza dubbio nella nostra Italia questa prediletta Toscana… È noto che fin dalla più remota antichità qui da noi si cavavano miniere… e di que­st’arte antichissima restano le vestigia nei pertugi delle montagne…’’.(1)

Non è certo questa la sede per eviden­ziare ancora una volta il ruolo svolto dal­le risorse minerarie (nella fattispecie sali e metalli) nella storia economica della To­scana medievale; una regione in cui il sot­tosuolo si presentava particolarmente ric­co di minerali utili in giacimenti di rilevante interesse economico e la cui storia mine­raria risulta per noi tanto più interessan­te se consideriamo che in quest’area “se ne togli qualche argentiera e ferriera di Lunigiana e Garfagnana, e qualche altra nell’alta Valle delTArno, su le terre dei Conti Guidi, tennero innanzi tutto la pal­ma i territori di Volterra e Massa Populonia…”.(2)

La conoscenza di questo aspetto della storia economica toscana vanta infatti stu­di fondamentali e illuminanti come quelli di VOLPE e di FIUMI,(3) anche se man­ca tuttavia un’opera di ricostruzione com­plessiva delle operazioni intraprese, del­le relazioni con la metallurgia coeva, delle attività economiche indotte. Fortunata­mente però negli ultimi anni questo con­testo di studi è andato suscitando sem­pre più l’interesse dei ricercatori, arric­chendosi così di nuovi lavori tesi ad ag­giungere nuove tessere a questo com­plesso mosaico.(4)

Per quanto riguarda il territorio di Montecastelli, la sua grande attrattiva economi­ca fin dall’antichità è stata rappresenta­ta dalla notevole presenza di “vene di oro, argento e rame”(5) nella valle del Pavo­ne: la costituzione geologica, le eviden­ze mineralogiche, la documentazione storico-archivistica e, non ultime, le vesti­gia esterne e la grande estensione dei la­vori intrapresi sul fondo della stretta e pro­fonda gola posta fra Montecastelli e Roc­ca Sillana, rappresentano una sicura te­stimonianza dell’importante ruolo avuto da questa zona nella storia mineraria del­la Val di Cecina. In quest’area le ricerche e le escavazioni effettivamente documen­tate rimontano infatti, a quanto sembra, alla fine del sec. XII – inizio del sec. XIII, ovvero al periodo in cui il Vescovo di Vol­terra Ildebrando Pannocchieschi “ebbe libertà e comodità di ricoltivare lungo il fiu­me Pavone le miniere di rame, piombo ar­gentifero e forse oro ”.(6) Successivamente, sappiamo che uno dei Vescovi di Volterra, proprietari di queste miniere, le dette in affitto agli Incontri di Siena “con patto che d’ogni dieci libbre d’Argento che cavassero, gliene doves­sero dare una da mettersi sotto il co­nio’’.{7) Esse poi appaiono ricordate nei documenti d’archivio dell’inizio del Tre­cento come “argenterie et a u ri fodin is ”,(8) comparendo cioè genericamente negli at­ti comunitativi al pari degli altri beni co­nosciuti e ormai certi sui quali veniva esercitata giurisdizione nel territorio di Montecastelli. Tuttavia, come fatto giusta­mente osservare da FIUMI, “più che la prova di un’attività escavatrice in atto, po­trebbe ritenersi che gli strumenti registrati nelle carte di comunità alludessero a sta­bilire un diritto in potenza; ma è certo che nel corso dei secoli si ritrovano in quei luoghi segni di sfruttamento precedente e vestigia. Ciò è specialmente evidente per le cave di Montecastelli...”.(9) A con­ferma infatti dell’attività di queste minie­re nel corso del XIV secolo sta ad esem­pio la notizia che nel 1352 il Vescovo di Volterra Filippo Beiforti affittò a tre montierini “due cave di argento e rame o al­tro metallo poste nel territorio di Montecastelli sopra il fiume Pavone fra Silano e Montecatelli” a condizione che essi dessero a lui o ai suoi successori “la ven­tiquattresima parte di ogni metallo sca­vato’ ’.(10)

Anche Lodovico FALCONCINI, nel corso del Cinquecento, ricorda queste miniere di argento e rame “feracissime di detti metalli’’, ubicate precisamente “presso la riva del torrente Pavone, nella quale so­no state trovate anche oggi delle piscine in cui si lavava la gleba d’argento… ” e ri­porta di avere appreso che “perdue vol­te vi è stato cavato argento e rame per molti anni continui ogni volta, da duecen­to anni in qua ad istanza del Vescovo di Volterra allora signore di quelle miniere. Il luogo poi ov’esse si trovano appellasi Montepelato o Monte dell’Oro”.

Nel 1580, inoltre il Capitano Giovanni RONDINELLI accenna telegraficamente all’esistenza di queste miniere senza spe­cificare se esse si trovassero allora in at­tività.(1 2) In realtà nel corso del Quattrocento e, soprattutto, del Cinquecento le operazioni minerarie in questa zona do­vettero inarrestabilmente declinare svol­gendosi prima in modo saltuario e occa­sionale per poi cessare del tutto fino al 1584, quando Bernardo Giorgi, ministro economo delle miniere del Granducato, in una lettera diretta al Granduca di To­scana descrisse le consistenti potenzia­lità minerarie della zona, perorando con entusiasmo la pronta riattivazione dei la­vori: “… sotto braccia 11 si trova della mi­niera assai e di miglior qualità che la pri­ma che si manda di saggio… e la minie­ra va per filoni e non a noccioli come quel­la di Montecatini ed io ci ho grande spe­ranza’ ’.(13)

Ho ritenuto opportuno proporre questa lunga introduzione proprio per mostrare come tutte le fonti storiche note in mate­ria facciano riferimento unicamente alle miniere poste nella valle del Pavone, in­discutibilmente le più ricche e fertili di questa terra, e trascurino invece, se si ec­cettuano le generiche attestazioni di di­ritti “in potenza’’, tutte le altre analoghe (ma forse allora sconosciute) evidenze mi­nerarie della zona.

Tuttavia alcuni documenti conservati nel­la Biblioteca Guarnacci di Volterra e fino­ra inediti(14) consentono oggi di amplia­re, anche se pur di poco, le conoscenze relative alla storia mineraria della terra di Montecastelli, allargando il campo d’inda­gine a un’area finora mai citata in lette­ratura, ovvero quella delle pendici orien­tali del paese digradanti verso la valle del Cecina.

La filza 57 dell’Archivio Maffei contiene infatti tre documenti del 1605 e una map­pa presumibilmente coeva relativi alla scoperta di una nuova “cava” di rame in località Casa delle Pàstine.

A un’esame sommario i tre documenti sembrano testimonianze rese fra il 19 e il 20 febbraio 1605 a un processo istitui­to per dirimere la controversa causa sul­l’effettiva paternità della scoperta, e, co­me detto, assumono particolare rilievo perché per la prima volta l’area d’interes­se minerario si situa fuori della valle del Pavone; essi permettono pertanto di ar­ricchire la topografia storica delle esca­vazioni minerarie e dei tentativi operati nella zona di Montecastelli.

Esaminiamo dapprima i tre documenti:

Addi 19 di febraio 1605

tassi fede per me Bastiano di Sisto Ghilli da Monte Castelli come la verità è che sotto il dì 8 del presente mese volevamo andare a Firenze Marco di Giovan Pauol

  1. Pieralli e io venne Domenico di Matteo Bernardi di detto loco et disse che vole­va che noi portassi dua o vi ero tre pezuo
  2. di miniera di rame alla galleria la quale dette al sopra detto Marcho che la portase et andando detto Marcho et lo Bastia­no sopra detto.

Insieme permisino a Pogibonsi et lo Ba­stiano andai innanzi et arrivando detto Marcho il di dieci stante mi disse avere portato detta miniera alla galleria di S.A.S. et che non aveva trovato il provveditore ma che si bene vi voleva tornare per la risposta et per fede del vero lo Bastiano soprascritto o schritto di mia propria mano.

Adì 20 di febraio 1605

Fede per me Piero di Giusto d’Agusti no dal Bagnano Contado di Firenze come la verità è che! giorno di Carnovale prossi­mo passato fui chiamato da Domenico di Matteo Bernardi da Monte Castelli, a la­vorare alla Cava del Fame del luogo det­to alle Pastine insieme et in compagnia di Mario di Luca lavorante in detto luogho, et in mentre che lavoravamo detto Dome­nico disse a me Piero mentre che cava­va l’acqua per poter lavorare, disse Pie­ro domanda Mario chi trovò detto filone, et detto Mario disse Domenico et di più mi disse zappa qui, et in poche zappate trovammo il segno, et allora detto Piero disse harete cento scudetti, et lavoram­mo insino a notte, et cavammo della mi­niera, et la presi addosso, et la pesam­mo in casa di Messer Domenico et fu lib­bre trenta et di tanto dico essere la veri­tà, et per fede dico a preghato me Anto­nio Cial… Prete di Monte Castelli, che a nome suo facci da fede, perché le disse non sapere scrivere et tutto o fatto alla prese ntia del li infrascritti testimoni lo Bastiano di Sisto Ghilli fui presente quando detto Piero fece detta fede al so­pra detto Domenico et disse essere la ve­rità di quanto di sopra si contiene et in fe­de di mia propria mano o scritto lo Giovani Diacomo di Baco fui presente quato di sopra se rito in fede scrisi.

Adì 20 di febraio 1605Comparse avanti me Cosimo fu Provve­ditore di Volterra Michelangelo di Santi da Cerbaiola del Vicariato di Monti Castelli e disse che la miniera che si è scoperta nei beni di detto Santi suo Padre luogo detto le Pastine, la prima che si è scoper­ta fumo dua oprai che vi messino a far della legna, cioè Santi di Carlotto e Bal­dassarre che ne trovonno circa libbre 30, che l’hebbe Domenico fabro, e Mario di Luca lavoratori a Cerbaiola scoperse la vena della Cava in detto luogo, e me ne ha scoperto in un altro luogo acanto alla Casa dell’Aia e fra tutti dua questi luoghi ne ha cavata all’Aia 60 libbre e più il det­to Mario ne ha cavata fra tutti i luoghi cir­ca 200 libbre e tutta la hauta Domenico fabro, che la pagata parsi soldi 4 la lib­bra et disse che detto Domenico li ha volsuti dare uno scudo acciò dica che l’habbi trovata detto Domenico.

Mappa del Borgo di Montecastelli del Seicento

Come si può notare, anche se la vicenda appare intricata, assai chiara risulta inve­ce la ben ferma e determinata posizione di Domenico di Matteo Bernardi di Mon­tecastelli, intenzionato ad aggiudicarsi con ogni mezzo la scoperta del nuovo gia­cimento che doveva fargli presagire chis­sà quali speranze di ricchezza.

Dell’esito di questa vicenda non abbiamo notizie, ma certamente l’escavazione del­la nuova vena di minerale non ebbe al­cun seguito di rilievo visto che le sue trac­ce documentarie si perdono e che anche le estese e attente ricerche intraprese in tutta l’area nel corso dell’ottocento e nel­la prima metà di questo secolo non ne hanno dato alcun riscontro.

Particolarmente importante per ricostruire topograficamente la zona agli inizi del Seicento risulta però la mappa allegata ai documenti: in essa appare chiaramente descritto il borgo di Montecastelli con la sua possente torre a base quadrata e le due porte contrapposte a Bucignano e a Gabbro, elementi questi che permettono di orientare la carta e di posizionare nel­le sue linee generali il nuovo giacimento. Dai pressi della porta a Gabbro si dipar­tiva la strada per Volterra che potrebbe forse corrispondere oggi alla strada che, diretta da Montecastelli a Cerbaiola, fini­sce poi in Bocca di Pavone: da qui essa andava probabilmente a congiungersi con l’antica Via Maremmana nel suo trat­to di fondovalle fra Volterra e Pomarance. Per quanto riguarda l’esatta identificazio­ne topografica della Casa delle Pàstine essa è resa difficile dal fatto che questo toponimo risulta oggi pressoché scono­sciuto agli abitanti di Montecastelli. Oc­corre pertanto procedere all’interpretazio­ne diretta della pianta avendo cura di te­nere ben presenti sia le caratteristiche strutturali dell’area in questione sia le condizioni geominerarie (presenza di masse o lembi di ofioliti, esistenza di fa­glie o contatti ecc.) compatibili con la pre­senza di mineralizzazioni di rame.(15) Ebbene, in base a tali criteri e coerente­mente aH’orientamento degli elementi pia­nimetrici raffigurati nel disegno, la zona descritta dovrebbe coincidere con quel­la oggi compresa fra i Poderi Casina e Catro e C. Suveretine (o Sugheretino), ov­vero un’area in cui compaiono affiora­menti di ofioliti (serpentina e gabbro) e contatti (anche per faglia) sia tra le stes­se “pietre verdi’’ che tra queste e le al­tre formazioni geologiche.

In realtà il terzo documento parla anche di un altro luogo in cui fu rinvenuta “la ve­na della cava”, e cioè “acanto Casa del­l’Aia’’, ma anche questo toponimo risul­ta oggi di difficile identificazione in quan­to, oltretutto, non figura neppure sulla mappa.

Per l’interpretazione delle distanze ripor­tate nel disegno basti sapere che un brac­cio corrispondeva a circa 60 centimetri. Per meglio collocare storicamente questa vicenda diremo che in quel periodo i la­vori alla “cava vecchia’’ del Pavone, no­nostante le grandi speranze lasciate in­travedere da Bernardo Giorgi, dovevano languire o essere del tutto fermi visto che, tranne un infelice tentativo attuato nel 1636, gli sforzi dei Medici per riattivare le due importanti miniere di Montecatini Val di Cecina e di Montecastelli risultarono nulli e “sino al 1751 ni uno pensò né a MonteCastelli né a Montecatini’’.(16) Appare pertanto più che comprensibile, in questo periodo di contrazione, di rista­gno o addirittura di abbandono delle atti­vità minerarie nella zona, l’invio di alcuni campioni di minerale del nuovo giacimen­to alla “galleria di Sua Altezza Serenis­sima’’ con lo scopo e la speranza di po­ter vedere confermati il valore e l’impor­tanza della scoperta e di poter quindi su­scitare una nuova ripresa delle ricerche e un fruttuoso interessamento economi­co alla coltivazione del filone. Si trattava in pratica di veder sancita e dischiusa tut­ta una serie di preziose possibilità eco­nomiche.

Come si può comprendere, anche per quanto riguarda il caso appena illustrato si tratta di una piccola testimonianza che riemerge dal passato, una piccola tesse­ra da aggiungere al mosaico: pochi dati che però possono contribuire ad accre­scere le conoscenze sulla microstoria economica e sociale di Montecastelli, una terra che appariva ricca di ambiti metalli e il cui sottosuolo, assieme alle diffuse mi­neralizzazioni, sembrava fornire alterne ma convincenti prospettive alle attività mi­nerarie, accendendo così a più riprese, nel corso dei secoli, le più rosee speran­ze di ricchezza.(17)

Angelo MARRUCC1

NOTE BIBLIOGRAFICHE

  • G. D’ACHIARDI – Mineralogia della Tosca­na. Pisa, 1872-73. p.1.
  • G. VOLPE – Montieri: costituzione politica, struttura sociale, attività economica d’una terra mineraria toscana nel secolo XIII. In: Marem­ma, anno I (1924), fase. 1, p. 29.
  • E. FIUMI – L’utilizzazione dei lagoni bora­ciferi della Toscana nell’industria medievale.

Firenze, Dott. Carlo Cya, 1943.

  • Cfr. ad es. A. MENICONI – Studi antichi e recenti sulle miniere medievali in Toscana: al­cune considerazioni. In: Ricerche Storiche, an­no XIV, n.1 gennaio-aprile 1984. pp. 49-56.
  • G. VOLPE – op. cit., p. 31.
  • M. BOCCI – Montecastelli Valdicecina. In: TAraldo, anno XLII, n. 25, 25 giugno 1972, p. 4.
  • G. TARGIONI-TOZZETTI – Relazioni d’al- cuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana. Firenze, Stamperia Granducale, 1769-74, t. VII, p. 392.
  • A.S.C.V. – Filza S nera 1 c.127r: Il documen­to reca la data 19 settembre 1301: esso va quindi postdatato rispetto al 1285, come ripor­tato da Fiumi (cfr. nota 3, p. 71).
  • E. FIUMI – op. cit. p. 71.
  • M. CAVALLINI – Notizie e spogli d’archi­vio. In: Rassegna Volterrana, anno I (1924), fase. Il, p. 84.
  • L. FALCONCINI – Storia dell’antichissima città di Volterra. Volterra, Sborgi, 1876, pp. 583-585. Il toponimo Monte dell’Oro è tuttora presente nella denominazione locale del pro­fondo e scosceso canalone che sovrasta l’an­tica miniera di Montecastelli detto, appunto, Vallone (o Borro) di Pietralloro.
  • B.G.V. – Ms. 8467 (LXII.7.16) – Descrizio­ne dell’antica e nobile città di Volterra fatta da Giovanni Rondinelli Capitano nel 1580, c.5r.
  • C. RIDOLFI – D’alcune miniere della Ma­remma. Cenni storico-economici per servire al­l’eccitamento dell’industria che si occupa di trarne profitto. In: Giornale Agrario Toscano, n. 24 (1832), tomo VI, p. 495.
  • B.G.V. – Archivio Maffei, filza 57: si tratta di un opuscolo costituito dalla mappa ripiega­ta e dalle tre lettere; la mappa reca sul dorso: scritture della Cava di Rame.
  • Cfr. la Carta archeologica dell’alta Val di Cecina alla scala 1:25.000 in: A. LAZZAROT- TO, R. MAZZANTI – Geologia dell’alta Val di Cecina. Boll. Soc. Geol. It., 95(6), 1976, pp. 1365-1487.
  • C. RIDOLFI – Op. cit. p. 495.

Evidenti limiti di spazio e di opportunità m’impediscono di occuparmi in questa sede della storia della più celebre e antica miniera di Montecastelli, se non per brevi cenni relati­vi al periodo tardo-medievale. In realtà la col­tivazione di questa miniera assunse il maggiore sviluppo nel corso dell’ottocento dando luo­go a vestigia e lavori sotterranei di grande in­teresse per l’archeologia industriale del nostro territorio. Su tutta questa storia intendo tutta­via tornare più a lungo in altra occasione col necessario e prezioso apporto di planimetrie e dati tecnici e col contributo di un’adeguata trattazione.

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.