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LA MINIERA DI RAME DI MONTECASTELLI PISANO

a cura di Angelo Marrucci (II parte)

Questo fattore, è ovvio, impose ulteriori costi dovuti alla realizzazione in loco di un impianto di arricchimento a cui va aggiunta la mancanza di adeguate vie di comunicazione in sostituzione dei pochi e malagevoli sentieri che, allora come oggi, si spingevano in questa zona morfologicamente assai impervia. A que­sti motivi bisogna poi sommare, a quanto sembra, la difficoltà incontrata nell’eduzione delle acque dai livelli più profondi della minie­ra (impostati, come si è detto, al di sotto del livello del Pavone) e dovuta, pare, alla scarsità e all’inadeguatezzadei macchinari impiegati a tale scopo.(59) In ultimo, ma con effetti forse realmente determinanti, è da menzionare l’ina­spettata limitatezza del campo minerario di proprietà della Società proprio dalla parte in cui il giacimento si era mostrato più ricco. La legislazione mineraria allora vigente (emana­ta con Motu proprio dal Granduca Pietro Leopoldo nel 1788) riconosceva infatti ai pro­prietari del suolo anche la proprietà del sottosuolo: proprio per tale ragione pare che la cosiddetta Società di Monte Catini non fosse allora in grado di acquistare altri lotti di terreni per allargare la propria concessione data l’esosità e la riottosità a vendere da parte dei proprietari dei suoli confinanti.(60) Tutta questa serie di ostacoli ci può quindi aiutare a comprendere meglio le ragioni della chiusura sappiamo che i fabbricati furono affittati per essere utilizzati come mulini.(61)

Dopo la morte di Sloane, la proprietà della miniera di Montecastelli passò interamente al Conte Boutourline (parte per l’eredità Sloane e parte in affitto)(62) che la mantenne fino al 1879, anno della propria morte. Accadde così che i suoi eredi, desiderosi di ritirarsi in Russia “liquidarono il patrimonio ed esposero in ven­dita, in via privata la miniera di Montecastelli” che fu acquistata dai fiorentini comm.Vittorio Finzi e cav.Giacomo Pimpinelli “allo scopo di tentare nuovamente l’industria del lavag­gio”. (63)

I due nuovi proprietari iniziarono subito ani­mati dalle migliori intenzioni, tant’è che nel 1885 a studiare la situazione geomineraria del giacimento si recò addirittura Bernardino Lot­ti, uno dei maggiori geologi dell’epoca, che redasse nello stesso anno uno studio geologi­co dettagliato della zona(64). poi accompagnato e completato da una nuova indagine nel 1890.(65)

Per quanto riguarda l’andamento che ebbero i lavori durante il periodo 1885-1891 sono di prezioso ausilio le Relazioni sul Servizio Mi­nerario^), un periodico che ci permette di seguire di anno in anno la situazione della miniera. Grazie a questo strumento è possibi­le compilare la seguente cronologia:

  1. “venne riaperta la miniera di rame che era chiusa da vari anni’
  2. “di ben piccolo momento fu la produzio­ne di Montecastelli”
  3. – compare tra le minere esplorate “che non diedero produzioni di momento”
  4. – figura tra le miniere in cui “gli esplora­tori, ovvero coloro che hanno il diritto di esplorarle e scavarle, accolgono qualche la­vorante per pochi giorni con lo scopo di mantenere quel medesimo diritto in conformi­tà dei contratti stipulati coi proprietari del terreno”
  5. – è compresa tra le miniere produttive “comunque la sua produzione sia insignifican­te finora”
  6. – è elencata fra le ricerche di minerali di rame, ma si segnala che “fu sospesa ogni nuova indagine e non si fa ora che mantenere i lavori, in attesa di trovare qualche buona combinazione finanziaria che dia nuovo im­pulso a quelle ricerche”
  7. – le ricerche risultano sospese per tutto l’anno.

In realtà gli entusiasmi iniziali di Finzi e Pimpi­nelli si raffreddarono assai presto: Lotti stesso nel 1890 ricorda la “costanza senza pari’ e i “notevoli sacrifizi’ con cui i due proprietari proseguivano i lavori da cinque anni, anche se solo allora il filone cuprifero, pur sempre inte­ressantissimo sotto l’aspetto scientifico, sembrava mostrare finalmente “una certa im­portanza anche dal lato industriale”.(67)

In questo periodo, abbandonati definitivamente i lavori intrapresi precedentemente ai livelli più bassi della miniera, fu riaperta interamen­te la Galleria Isabella; quindi, una volta intercettato il filone nel cuore del monte, fu seguito con una nuova galleria, detta Galleria Rodolfo, che raggiunse il limite orientale del filone.(68) Le esplorazioni condotte in que­st’area videro poi l’apertura di due nuovi livelli superiori di gallerie da cui furono spinte varie traverse di ricerca. Le esplorazioni sotterra­nee ripresero anche nell’area di più antica coltivazione di Grotta Mugnaioli, dove la galle­ria principale fu spinta fino a 90 m. e dove la Galleria Vittorio, situata 13 m. più in alto ri­spetto alla precedente, avanzò per circa 40 metri. Poco più in alto ancora fu spinta una nuova galleria che incontrò “vene bellissime d’erubescite compattai’(Q9) e fu inoltre ese­guita tutta una serie di saggi superficiali lungo l’affioramento del filone “che mostrossi do­vunque più o meno mineralizzato”.(70) Di queste ricerche le più interessanti furono sen­za dubbio quella impostate nel Botro di Fungaiola, poco più a Sud della Grotta Mugnaioli(71 ) e al Pianetto, ovvero a una distanza orizzontale di circa 700 m. dalla Grotta Mu­gnaioli e circa 200 m. più in alto, dove il minerale (prevalentemente calcopirite) fu rin­venuto in noduli da 3 ad 8 cm. di diametro.(72) Tuttavia, nonostante tutti questi lavori aves­sero fornito localmente risultati di qualche interesse, le ricerche si dimostrararono com­plessivamente scoraggianti, tanto da far apparire l’iniziativa intrapresa come assolutamente antieconomica.

Dopo il 1891 i riferimenti alla miniera di Mon­tecastelli nella pubblicistica ufficiale scompaiono e gli affari dei due imprenditori fiorentini presero una piega talmente negativa che da parte loro non vi fu più certo il modo, la possibilità o l’interesse di riprendere in consi­derazione le esplorazioni minerarie a Montecastelli.

Nel primo decennio del Novecento la miniera risulta dunque completamente abbandonata finché il 20 agosto 1914, in seguito al fallimen­to di Finzi e Pimpinelli, essa fu acquistata dal conte francese Carlo De Germiny, già proprie­tario della tenuta del Palagetto nei pressi di Pomarance. Tuttavia, una volta aggiudicatosi la proprietà del suolo e del sottosuolo del­l’area minerariadi Montecastelli, il De Germiny non provvide a far intraprendere lavori di al­cun genere. Si giunse così al 1927, quando entrò in vigore la nuova legislazione mineraria (R.D. 1443 del 29/7/1927) che avocava allo Stato il diritto di concedere l’esercizio delle attività estrattive a singoli privati o società. In
quello stesso periodo il regime di autarchia economica vigente nel paese aveva imposto una riconsiderazione complessiva delle risor­se minerarie nazionali spingendo all’esplorazione e allo sfruttamento di nuovi giacimenti o, quando possibile, alla riattiva­zione di vecchie miniere abbandonate. Nel contesto di una più ampia ricognizione dei depositi cupriferi italiani, nel 1927 si recò pertanto sul posto l ing.Emilio Cortese che, trovato il sito completamente abbandonato, la Galleria Isabella di fatto impraticabile, dopo aver eseguito vari saggi (uno dei quali presso il Pod. la Casina) e analizzato infine un cam­pione di minerale (da cui fu rilevato un tenore in rame del 46,5%, cioè eccezionalmente ric­co), dichiarò esplicitamente e con grande detrminazione “l’alta convenienza” e l’assolu­ta necessità di riaprire quanto prima la miniera: “…/ sottosuoli appartengono ad un conte fran­cese che, opportunamente consigliato da un parente italiano, dicesi abbia dichiarato a tem­po di volervi lavorare. Ma altrettanto fondato è il supposto che non vi abbia fatto alcun lavoro in tempo utile. Pertanto, se questo proprieta­rio del sottosuolo, entro il periodo fissato dalla nuova legge mineraria (art.59) non avrà di­chiarato di voler lavorare seriamente e dopo tale dichiarazione non vi lavorerà intensa­mente, sarà il caso di togliergli ogni diritto e spingere altri a riaprire questa promettentissi­ma miniera” .(73)

Spronato da tale minaccia, nel 1928 il De Germiny si decise a inoltrare domanda per ottenere il rilascio della necessaria concessione di ricerca al Corpo dell Minieredi Firenze che nel 1929 inviò sul posto ring.Attilio Mon­ticelo per verificare l’effettiva proprietà mineraria denunciata dal richiedente e per constatare lo stato della miniera. In quell’oc­casione la galleria di scolo fu rinvenuta impraticabile, mentre a Grotta Mugnaioli non fu riscontrata traccia del filone e la galleria d’accesso ai lavori sotterranei fu trovata mu­rata; in uno dei fabbricati (probabilmente un magazzino) fu infine rinvenuta circa una ton­nellata di minerale di rame (soprattutto calcopirite e bornite) in noduli, già classificato e concentrato per il lavaggio e non utilizzato per l’estrema difficoltà del trasporto.(74). La concessione per l’area posta sulla destra del Pavone fu comunque accordata al De Ger­miny che la mantenne perii periodo 1928-1932. Intanto, nel corso del 1928, Caterina Serafini e il marito Alessandro Rosini, residenti a S.Miniato, ottennero il permesso di ricerca per l’area antistante la vecchia miniera di Montecastelli, ovvero per la zona situata sulla sinistra del Pavone, convenzionalmente denominata “Rocca Sillana”.(75) Il corso del Pavone rap­presentava il confine con la concessione affidata a De Germiny.

I due assegnatari intendevano esplorare la prosecuzione del filone di gabbro cuprifero che, affiorante con grande potenza nella Grot­ta Mugnaioli, attraversava poi il Pavone e risaliva oltre la sponda sinistra del torrente perdendosi su per le pendici del rilievo di Rocca Sillana per riapparire infine (messo in luce da una frana prrovocata da un terremoto) sull’altro lato dello stesso monte che declina verso il T.Possera, ovvero presso il Pod.Gorghe, tra Querciatella e Barbiano, lun­go la strada per S.Dalmazio, raggiungendo così la lunghezza complessiva di oltre 1.700 metri.(76)

L’area antistante la Grotta Mugnaioli era stata parzialmente esplorata a partire dal 1850(77), ma con lavori di scarso rilievo e saggi di breve sviluppo. Nel 1929 la Serafini (intestataria del permesso) fece pertanto aprire sul luogo una galleria ad un’altezza di circa 2,50 m. sul letto del Pavone in magra che fu diretta verso Ovest. Questo nuovo saggio dopo circa 80 m. di sviluppo, incontrò una vecchia galleria di ricerca che fu seguita per circa 12 m. consta­tando la presenza di ciottoli di bornite.(78) Nel 1930 fu poi attaccata un’altra galleria con ingresso adiacente alla prima: essa fu diretta verso Sud incontrando vene di calcopirite e di bornite spesse fino a un decimetro. Alla fine del 1930 i lavori avevano prodotto circa 1001.

Pianta delle ricerche di “Grotta Mugnaioli” e di Pocca Sillana (F. Federici, 1941)

di minerale cuprifero in ganga serpentinosa (201. dalla prima galleria, 801. dalla seconda), con un tenore approssimativo del 12% in rame, che giaceva inutilizzato nei pressi delle galle­rie non essendo ancora stato trasferito via per mancanza di mezzi di trasporto e di vie di comunicazione idonee, non esistendo che sentieri praticabili da bestie da soma(79); i detriti estratti venivano invece scaricati diret­tamente nel letto del Pavone. In tutto questo periodo i lavori furono svolti unicamente da due operai coadiuvati dal sorvegliante Luigi Gazzarri.(80) Nonostante questi limiti oggetti­vi, i lavori in questo permesso proseguirono fino all’estate del 1931 per poi cessare del tutto, probabilmente per l’impoverirsi della mineralizzazione. Ciò nondimeno, anche se durante la stessa estate la coppia Serafini- Rosini provvide a far trasportare via a basto quasi tutte le 1001. di minerale estratto fino ad allora(81) e ad abbandonare completamente la ricerca, essa rinnovò il permesso relativo all’area di Rocca Sillana fino al 1940.

L’inizio degli anni Trenta non vide così altre esplorazioni nella zona, in quanto anche il De Germiny nel 1932 rinunciò al suo permesso non avendo assolutamente intrapreso lavori di alcun genere nella sua concessione. Fu tuttavia una sospensione di breve durata in quanto la crescente necessità di minerale della nazione connessa al peso e agli obblighi imposti da una prolungata fase di autarchia economica spinse altri gruppi di imprenditori e di società a valutare di nuovo le potenzialità minerarie dei dintorni di Montecastelli. Dal 1936 cominciarono dunque a susseguirsi nuo­ve richieste di permessi di ricerca: tra le varie iniziative di questa fase la più significativa e importante resta quella intrapresa, a partire inizialmente dal 1936 e poi ufficialmente dal 1940, dalla ditta rag.Giuseppe Boldi & C. di Goito (Mn) con la denominazione “Cerbaiola”.(82) Il tecnico incaricato dall’assegnatario per le ricerche nella zona fu l’ing.Federico Federici che nel luglio 1941 redasse una rela­zione geologico-mineraria sul giacimento e sulle esplorazioni eseguite di grande accura­tezza e precisione, descrivendo analiticamente l’esatta disposizione e lo stato attuale di tutti i lavori più antichi riconosciuti sul terreno e indicando esattamente i lavori di ricerca già eseguiti o progettati.(83) La relazione tecnica era inoltre accompagnata da una planimetria in scala 1:5.000 dell’area esplorata e da una pianta in scala 1:1.000 di tutti i lavori sotterra­nei eseguiti in prossimità del Pavone (“vecchia miniera di Montecastelli” e “Rocca Sillana”). Ebbene, da questi documenti si evince chiara­mente che oltre ai lavori già noti (e precedentemente menzionati) era stata ese­guita in passato tutta una serie di saggi minori; infatti:

  1. nel Vallone di Pietralloro, a Sud-Est dei fabbricati della miniera e a quota 310, fu riaperta una galleria (Z) profonda 30 metri;
  2. a quota 540 fu rinvenuto ostruito lo scavo in discenderia del Pianetto, ma furono riscontra­te tracce di minerale nelle discariche circostanti;
  3. sul versante Est del monte, seguendo il filone, a quota 530 in località Pietre Bianche tu rilevata l’esistenza di un altro scavo in discen­deria (C);
  4. una galleria fu riconosciuta a quota 450 presso le case’Galleri” e altre due gallerie furono rilevate a circa quota 500 sulla strada fra Cerbaiola e Montecastelli, in località “Manfarda”.

A queste esplorazioni bisogna aggiungere inol­tre la presenza di un’ulteriore galleria posta quasi a mezza costa nel fosso del Pod. le Òapanne(84) e la notizia che a Est di Montecastelli, presso la Casina “fu fatto un pozzo, non molto profondo”, che attraversando lo spessore dei gabbri; arrivò alle formazioni sedimentarie (marne e calcari) trovando “del ricco minerale di rame’.(85)

Planimetria schematica degli edifici della miniera.

Alla relazione tecnica di Federici fu allegata anche una carta geoelettrico-mineraria alla scala 1:2.000 in cui comparivano i risultati di un apposito rilevamento eseguito in data 5 novembre 1936 dal Servizio Ricerche geofisi­che ing.A.Zabelli di Roma che confermava sostanzialmente la corretta ubicazione dei vecchi lavori. Successivamente, a ulteriore dimostrazione delle notevoli prospettive di successo dell’iniziativa di Boldi, al Corpo delle Miniere di Firenze fu inoltrata addirittura una relazione compilata dal rabdomante veronese Ettore Olivieri (che faceva parte dell’associa­zione di Boldi) basata sui rilevamenti da lui eseguiti nell’area di ricerca dal 21 marzo al 4 aprile 1941 .(86) Concordemente, poi, a quan­to già sostenuto da altri in passato(87) fu prospettata anche la realizzazione di una teleferica lunga circa 2.300 m. che, dopo aver risalito i rilievi sulla sinistra del Pavone, avreb­be dovuto trasportare il minerale (già arricchito in loco in un apposito impianto di flottazione) sulla strada per S.Dalmazio.(88) Ma purtrop­po anche il programma di ricerca e di riattivazione della ditta Boldi, ostacolato tra l’altro dagli eventi bellici e dalle difficoltà eco­nomiche di un paese stremato dalla guerra, naufragò e nel 1944 la concessione fu abban­donata.

Nell’Immediato dopoguerra fu la volta della S.A.R.E.M. (Soc. Anonima Ricerche Escavazioni Minerarie) con sede in Livorno che già nel 1941 si era mostrata interessata alla zona e che il 22/1/1947 chiese e ottenne il permes­so di ricerca per minerali di rame e lignite nell’area convenzionalmente denominata “Montecastelli”. Esaurito però il biennio dispo­nibile anche questa società non fece seguire alcuna domanda di rinnovo del permesso: scarsi i mezzi impiegati, poco fruttuose le ricerche, troppo impegnativa un’eventuale riat­tivazione.(89)

Dopo questo breve interludio la zona in esame divenne dal 1958 al 1960 oggetto di ricerche per minerali di rame e solfuri misti da parte dell’I.M.S.A. (Industria Mineraria Società per Azioni) con sede a Roma che mise in pro­gramma un nuovo studio geominerario di dettaglio e la riapertura di tutte le gallerie e i pozzi onde ispezionare il giacimento messo in vista dai vecchi lavori al fine di poter stabilire l’eventuale strategia mineraria e la politica economica da adottare.(90) Anche in questo caso l’esito fu deludente e allo scadere del consueto biennio di concessione il permesso non fu rinnovato.

Per i dieci anni successivi nessuno s’interes­sò più della miniera di Montecastelli finché a partire dal 1972(91) la zona rientrò in un ampio programma di ricerca intrapreso dalla SOLMINE s.p.a. (appartenente alla Montecatini-Edison s.p.a.) e finalizzato allo studio sistematico delle ofioliti e delle mineralizza­zioni ad esse associate in base alle ultime teorie sulla genesi delle “rocce verdi” che limitavano l’interesse minerario alle formazio­ni diabasiche utilizzando i diaspri come rocce-guida; l’associazione diabase-diaspri infatti avrebbe dovuto indicare le condizioni ambientali originarie favorevoli alla messa in posto di convogli mineralizzati (mineralizza­zioni primarie) a solfuri misti.

La SOLMINE mantenne i diritti di ricerca fino al 5 settembre 1979, quando fece pervenire un’esplicita istanza di rinuncia motivata da “un aftievolimento dell’interesse minerario del comprensorio di Montecastelli”.(92) Nel peri­odo di vigenza del permesso la zona fu comunque oggetto di un’indagine geostatica sulle formazioni ofiolitiche e sulle mineralizza­zioni associate nonché di studi sulle possibilità di recupero di alcuni metalli dalle stesse rocce mediante processi idrometallurgici in sito.(93)

Dopo questo lungo viaggio attraverso tre mil­lenni di storia mineraria siamo così giunti ai giorni nostri, ovvero a un’epoca in cui cono­scenze geologioche più approfondite e tecniche d’indagine geomineraria più raffina­te, hanno purtroppo condotto (unitamente alla mutate condizioni economiche della nazione e congiuntamente alla sua diversa politica mineraria) all’amara conclusione che “le spe­ranze di trovare nei terreni ofiolitici della To­scana un deposito cuprifero d’indiscutibile valore industriale devono considerarsi del tut­to perdute”(94), determinando così per questa miniera, come per tutti gli altri analoghi giaci­menti toscani, il definitivo abbandono.

Ciò tuttavia non riduce in alcun modo il note­vole ruolo svolto nella storia economica e sociale di Montecastelli dall’esistenza di im­portanti mineralizzazioni metallifere nei suoi immediati dintorni: una presenzacostante che ha accompaganato, talora condizionandola, la vita di questa piccola comunità della Ma­remma volterrana dalle sue origini ad oggi tanto da rappresentare a buon diritto la carat­teristica principale del luogo e tale da alimentare a più riprese nel corso dei secoli le più illusorie ed ottimistiche prospettive di un’au­tentica ricchezza di metallo. Illusioni e speranze mai sopite a cui il nome di Montecastelli resterà sempre indissolubilmen­te legato.

NOTE BIBLIOGRAFICHE

  • Corpo delle Miniere, Distretto di Firenze, Permessi e concessioni, Prov. di Pisa – permessi non accordati: G.PEROTTO – Relazione geologico-mineraria sull’area domandata in permissione denominata “Monte Castelli” e programma dei lavori che s’intendono svolgere. Dattilo­scritto inedito non datato, p.3;
  • Ibidem
  • B.LOTTI – Sul giacimento ofiolitico di Rocca Sillana. in: “Boll. R. Com. Geol. It.”, voi.7, 1876, p.292;
  • A.SCHNEIDER – La miniera cuprifera di Montecatini (Val di Cecina). Firenze, Tip. G.Barbèra, 1890, p. 15;
  • B.LOTTI – Sul giacimento cuprifero cit., p.84;
  • cfr. nota 49;
  • B.LOTTI – Ulteriori notizie sul giacimento cuprifero di Montecastelli in provincia di Pisa, in: “Boll. R. Com. Geol. It.”, XXI, 1890, pp. 15-17;
  • Relazioni (già Rivista) del Servizio Minerario e statisti­ca delle industrie estrattive. Roma. Corpo delle Miniere, dal 1878;
  • B.LOTTI – Ulteriori notizie cit., p. 15;
  • Ibidem;
  • Idem, p.17:
  • Ibidem;
  • cfr. B.LOTTI – Geologia della Toscana, cit., p. 258;
  • B. LOTTI – Ulteriori notizie cit., p.17;
  • E.CORTESE ■ Giacimenti cupriferi italiani, in: ‘Nuovi annali dell’agricoltura del Ministero dell’Economia Nazio­nale”, 1927, p. 483;

Corpo dell Miniere, cit., Pisa III 59 – “Montecastelli”: A.MONTICOLO – Verbale di sopraluogo alla miniera cupri­fera di Montecastelli. dattiloscritto inedito datato 16 marzo 1929:

  • Corpo dell Miniere, cit., Pisa II 8, “Rocca Sillana – Barbiano”;
  • cfr. B.LOTTI – I depositi dei minerali metalliferi. Roma, ediz. de “L’Industria Mineraria”, 1928, p.67:
  • cfr. nota 51 p 65:
  • Relazioni sul Servizio Minerario cit., 1929, p.130:
  • cfr. nota 75: A.MONTICOLO – Rapporto sulla ricerca di rame “Rocca Sillana’’. Visita del 23 ottobre 1930, mano scritto inedito:
  • Ibidem;
  • Idem, A.MONTICOLO – Rapporto sulla visita del 3 ottobre 1931 alla ricerca “Rocca Sillana”, manoscritto inedito:
  • Corpo dell Miniere, cit., Pisa 45/25 “Cerbaiola”: per­messo accordato in data 5/10/1940;
  • Idem. F.FEDERICI – Relazione geologico mineraria sul giacimento cuprifero di Montecastelli Pisano e sui lavori di esplorazione eseguiti, dattiloscritto datato 1 luglio 1941,6
  • cfr. U GELLI & G.GIORGI – La miniera de!pavone cit., p.26.
  • E.CORTESE – Giacimenti cupriferi cit., p.482;
  • cfr. nota 82;
  • Cfr. A.MONTICOLO alle note 74 e 81: cfr. inoltre L.GERBELLA ■ Il problema del rame cit., p.287;
  • cfr. nota 83. p.5:
  • Corpo delle Miniere, cit., Pisa 45/104 “Montecastelli”;
  • Corpo dell Miniere, cit., Pisa 45/146 “Montecastelli”;
  • Corpo dell Miniere, cit., Pisa 45/192 “Monte Castelli”:
  • Ibidem;
  • Ibidem:
  • G.CAROBBI & F.RODOLICO ■ I minerali della Tosca­na. Saggio di mineralogia regionale. Firenze, Olschki. 1976, p.46.

ERRATA CORRIGE

Nella prima parte di questo articolo sono state omesse o ridotte alcune note. Scusandocene coi lettori provvediamo a riprodurle nella loro completezza.

  • cfr. P.FABBRI – Montecastelli: un comune medioevale della maremma volterrana, in: “Volterra”, a. X, n. 7 8, luglio- agosto 1971, p.16; per un esame completo degli aspetti socioeconomici della zona durante questo periodo si veda comunque P.FABBRI – Vita e società di un Comune rurale della Maremma volterrana nella prima metà del XV secolo: Monte- castelli. Tesi di laurea. Univ. degli Studi di Firenze, Facoltà di Magistero, a.a. 1969-70, 2 voli, e G.PAMPALÓNI – Vita, società e organizzazione di tre castelli della Maremma volter­rana alla fine de! Trecento e nei primi decenni del successivo Quattrocento, in: Studi in onore di Eugenio Duprè Theseider, Roma, Bulzoni, 1974, pp. 747-783, in cui sono studiati i comuni rurali di Sillano, Montecastelli e Canneto:
  • cfr. L. ALBERTI – Descrittione di tutta Italia. In Bologna, per Anseimo Giaccarelli, 1550. cc. 47-52;
  • cfr. B.G.V.. ms. 8467 (LXII.7.16): Descrizione dell’antica e nobile città di Volterra fatta da Giovanni Rondinelli Capitano l’anno 1580, c. 5r. La trascrizione integrale del documento si può leggere oggi in: A.MARRUCCI – Imago Mundi. Opere geografiche e cartografiche della Biblioteca Guarnacci. Volterra, Consorzio di Gestione del Museo e Biblioteca Guarnacci, 1992, pp. 125-136:
  • Azione della miniera di Montecastelli.
  • cfr. C.PERAZZI – Intorno ai giacimenti cupriferi contenuti nei monti serpentinosi dell’Italia Centrale. Torino, Stamperia Reale, 1864, pp.20-21. L’ingresso di Boutourline nella Società fu senza dubbio decisivo sotto l’aspetto della gestione finan­ziaria. Infatti due anni dopo le sue adesioni alla cosiddetta Società di Monte Catini fu creata appositamente per la miniera di Montecastelli una nuova società in accomandita denomina­ta Société Anonyme de Montecastelli, registrata a Marsiglia con atto del 26 ottobre 1843. La Società nacque con un fondo
  • sociale (o capitale effettivo) di 100.000 franchi rappresentato da 100 azioni di fondazione ognuna delle quali dava diritto a 1/ 200 sui benefici netti e a 1/200 sulla proprietà materiale della Società. Oltre ai signori Crenin e Cohen spicca tra i fondatori il nome del Conte de Larderei che evidentemente intendeva perseguire anche in questo modo la sua personale e fortunata strategia economica rivolta allo sfruttamento di ogni possibile risorsa mineraria presente nella regione boracifera o nei terreni che divenivano progressivamente di sua proprietà.

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

LE CAVE DI ZOLFO A FONTEBAGNI E VALLI

NEL COMUNE DI POMARANCE (PI) a cura di J. Spinelli (II parte)

L’attività estrattiva dello zolfo in loca­lità Fontebagni e Valli è documentata an­cora fino agli anni 1840 in cui risultano in­teressanti cause civili presso la podeste­ria di Pomarance nelle quali vengono coinvolti gli stessi proprietari, Fedeli e Bardini, con mercanti ed appaltatori. È in­fatti attorno al 1833 una delle numerose cause, che si protraranno per anni, tra certo Cosimo Azzati, mercante livornese, ed i Fedeli che, per motivi non chiari, stralciava il contratto di affitto delle cave stipulato l’otto Marzo 1833:

“Per il presente compromesso apparisca e sia noto qualmente il Sig. Cavalier Giu­seppe Bardini e Bartolomeo Fedeli e suoi nepoti, danno in affitto le loro cave poste nei poderi di proprietà dei sopradescritti Signori denominate Podere Valli e Fon­tebagni posti nel Comune di Pomarance e precisamente per il podere delle Valli nel luogo detto la Masa… al Sig. Cosimo Azzati mercante, abitante a Livorno con gli appresso patti e cioè: Il Sig. affittuario dovrà pagare in natura per canone di af­fitto al Cavaliere Bardini il dieci per cen­to sopra lo zolfo fabbricato e dal Fedeli per i primi cinque anni il 7°/o e per gli altri cinque il 1O°/o e questi dovrà essere fatto non in pietra ma in zolfo… Non potrà detto affittuario trasportare lo zolfo prima che il Sig. Cav. Bardini e Fe­deli non abbiano assistito alla spedizio­ne e che ne abbiano essi prelevato la lo­ro quota e perciò dovrà l’affittuario prima della spedizione avvisare i proprietari del­la cava onde assistere fino alla medesi­ma , e gli venga consegnato ciò che gli spetta:

Solfara naturale nei pressi di Libbiano.

“Per il presente compromesso apparisca e sia noto qualmente il Sig. Cavalier Giu­seppe Bardini e Bartolomeo Fedeli e suoi nepoti, danno in affitto le loro cave poste nei poderi di proprietà dei sopradescritti Signori denominate Podere Valli e Fon­tebagni posti nel Comune di Pomarance e precisamente per il podere delle Valli nel luogo detto la Masa… al Sig. Cosimo Azzati mercante, abitante a Livorno con gli appresso patti e cioè: Il Sig. affittuario dovrà pagare in natura per canone di af­fitto al Cavaliere Bardini il dieci per cen­to sopra lo zolfo fabbricato e dal Fedeli per i primi cinque anni il 7°/o e per gli altri cinque il 1O°/o e questi dovrà essere fatto non in pietra ma in zolfo…

Non potrà detto affittuario trasportare lo zolfo prima che il Sig. Cav. Bardini e Fe­deli non abbiano assistito alla spedizio­ne e che ne abbiano essi prelevato la lo­ro quota e perciò dovrà l’affittuario prima della spedizione avvisare i proprietari del­la cava onde assistere fino alla medesi­ma , e gli venga consegnato ciò che gli spetta        

Che tutti i danni siano resarciti qualunque la deputazione dello zolfo cagionasse dei danni alle semente olivi, viti e questi, sic­come la maggior parte sarebbero appor­tati al luogo delle Val li, podere oggi lavo­rato da Lorenzo Gazzarri, e di proprietà del Cav. Bardini;in tal caso l’affittuario do­vrà pagare scudi sessanta annui al Ca­valier Bardini, rimanendo il prodotto di detto luogo in vantaggio all’affittuario;… …qualora la fabbrica si farà o sia murata o in altro modo nei beni d’ambedue i Sig.ri proprietari delle cave, al termine del contratto , per qualunque titolo esso ter­mini dovranno queste fabbriche non es­sere demolite, ed intatte, e rimanere nel suolo in cui sono state costruite e perciò appartenere in possesso al proprietario… cui appartengono. Se il Sig. affittuario non aprirà la cava a tutto settembre di que­st’anno s’intende decaduto l’affitto…

La cava non potrà essere aperta con un numero minore di venti persone, e queste permanentemente vi dovranno rima­nere al lavoro.

Se il sig. affittuario terrà sei mesi la cava chiusa, intendendosi per chiusa il tener­si un numero di lavoranti minori di venti persone ipso fatto, decaduto dall’affitto ancora che i prorietari della cava ne ab­biano fatto formale disdetta.

Se nel corso dei tre mesi dall’estate, cioè da luglio ad agosto rimarrà la cava chiu­sa per motivo che i lavoranti ritornar vo­lessero, secondo l’uso ordinario, alle lo­ro case, questi mesi non verranno consi­derati nei sopradetti.

La dispensa sarà tenuta in società fra il Sig. Bardini e Famiglia Fedeli ed i prezzi saranno regolati secondo i prezzi cor­renti…

Ogni mese il sig. affittuario dovrà pagare l’importare dei generi levati dalla dispen­sa dai suoi lavoranti ed esso ne rimarrà sempre mallevadore…

Se starà il sig. affittuario più di un mese a pagare l’importare dei generi lavorati dai suoi lavoranti alla dispensa, questa verrà ipso fatta chiusa e tutti i generi che saranno sopra la cava rimarranno in ga­ranzia dell’importare dei generi levati dal­la dispensa….

per maggior chiarezza del precedente ar­ticolo si intendono per i generi che sono sopra le cave quelli che appartengono in proprietà all’affittuario compresi Zolfi, le­gna ed ogni altro che sia di sua pro­prietà…

Francesco Funaioli

Raffaello Tamburini

Marco Bicocchi

Cosimo Azzati

Da una causa intentata fra l’Azzati ed il Fedeli presso il tribunale di Pomarance a circa 18 giorni dalla stipula del contrat­to abbiamo notizia delle revoca del con­tratto di escavazione:

A di 20 Aprile 1833

Davanti V. S. III. ma Elettivamente Sig. Po­destà Regio di Pomarance comparisce,Il Sig. Cosimo Azzati mercan­te e possidente di Livorno domiciliato in Livorno ed elettivamente presso il sotto­scritto (Avv. Pietro Biondi) che nomina suo procuratore.

Rappresenta nuovamente ed in faccia di bisogno e non di altrimenti al Tribunale di V. S. Eccellentissima che per contrat­to posto in essere fra la Casa e la Fami­glia, diretta e amministrata da Bartolomeo Fedeli, nel di 8 Marzo 1833 venne ad es­sere celermente esiliato dalle Cave di Zol­fo esistenti nell’ambito intero del podere di Fontebagni…”

Quali furono le cause che determinarono la rottura del contratto di locazione non ci è dato a sapere, anche se appare in se­guito nella presente causa il Sig. Miche­le Bicocchi, figlio di Marco e fratello di Giuseppe,ricco possidente che era entra­to da poco nella società De Larderei per

  1. sfruttamento dei lagoni boraciferi di Montecerboli.

Nell’istruttoria si apprende che venne ini­bito dal tribunale di Pomarance qualsia­si tipo di escavazione nelle cave di Cal­dana e della Masa e la prosecuzione delle stessa punibile addirittura con l’arresto. In un successivo documento dal tribuna­le appare in causa direttamente anche Mi­chele Bicocchi che fece causa allo stes­so mercante livornese:

Davanti alTIII.mo Podestà compare il Sig. Michele Bicocchi possi­dente domiciliato in Pomarance rappre­sentato da me Not. Stefano Biondi che elegge come suo procuratore contro

  1. Sig. Cosimo Azzati mercante… domici­liato a Livorno e rappresentato dall’Avv. Pietro Biondi.

Ed in sequela di due scritture rilasciate negli atti di questo tribunale e notificata la prima fatta il 18 aprile 1833 in persona di Giovanni Morelli, e la seconda sotto di 20 aprile del medesimo anno in persona del Sig. Francesco Serini, con le quali in sostanza dopo non vera ed approvata esposizione di fatto, si viene a conclude­re dal ridetto Sig. Azzati,che venga inibi­to ai signori Serini e Morelli (agenti dell’Azzati) l’intrapresa prosecuzione delle escavazioni solfuree di CALDANA spet­tanti di proprietà dei Fedeli.

Attestato che il Sig. Francesco Serini, quanto Giovanni Morelli non rivestano che la pura e semplice qualità di agenti ed incaricati del comparente, non essen­do che il comparente stesso interessato nella escavazione di cui si tratta in virtù di vendita e cessione di diritti fattagli dai proprietari del luogo ove intraprese l’escavazione e precisamente in luogo detto Caldana viene ingiunta l’inibitoria di escavazione.

Planimetria di Libbiano – 1835 c.a.

Dai documenti di archivio si apprende che il diritto di escavazione fu concesso dai Fedeli in data 13 Aprile 1833 e non sap­piamo quali siano state le cause delle re­cessione del rogito notarile avvenute 5 giorni più tardi, dato che altri documenti confermano la concessione per l’estrazio­ne dello zolfo a Michele Bicocchi proprie­tario della Villa di S.Ippolito :

“A Di 13 Aprile 1833

Nel nome di Dio Santissimo avanti avanti a me sottoscritto Dott. Giu­seppe Antonio Biondi Bartolini del fu Dott. Giovanni Battista Biondi, Notaio regio re­sidente in Pomarance di studio di casa di mia proprietà, posta in luogo detto Con­trada di Petriccio,si sono presentati i Sig. Bartolomeo del fu Giuseppe Fedeli An­drea e Giovanni fra loro fratelli tutti lavo­ranti e possidenti, domiciliati al podere Fontebagni,popolo di Pomarance;

Il Sig. Michele del Sig. Marco Bicocchi possidente e commerciante dimorante e domiciliato nella terra di Pomarance dal­l’altra parte.

I suddetti Bartolomeo, Andrea e Giovan­ni Fedeli in virtù del presente istrumento e liberamente per loro, loro eredi e suc­cessori ed aventi diritto a causa hanno da­to e ceduto siccome danno e cedono e vendono per IO anni continuativi da co­minciare dal dì del presente istrumento al Sig. Marco Bicocchi possidente… il dirit­to di escavare e farsi suo ogni quantitati­vo di Zolfo che potrà nel corso dei sud­detti 10 anni escavare ed estrarre dagli appezzamenti di terra conosciuti con il ge­nerai vocabolo di Caldana, divisi dagli altri detti della Masa, dal crine del POGGIO ad ACQUA pendono verso il possesso Funaioli, il botro di Caldana ed il fiume Trossa e sino a tutti i confini posti nella comunità di Pomarance di proprietà Fe­deli… con gli appresso patti accettati dal ridetto Sig. Bicocchi:

  1. Che il comparente e conducente Sig. Bicocchi dovrà assumere la difesa dei cessionari Sig. ri Fedeli per qualunque molestia, spesa e danni che potesse di­venirli per parte dei Sig. ri Giuseppe Ba­gnolesi, Antonio Trafeli e Giovanni Baldi e loro eredi circa degli impegni e patti con i medesimi sulla cava in antico aperta in Caldana e sebbene tali impegni li abbia­no e tengano per ultimati, non vogliono soffrire spese a danno e lite con gli anzidetti Bagnolesi e Trafeli e Baldi e avve­nendo tale contratto intendono che il Sig. Bicocchi sia a suo rischio e pericolo.
  2. Che il canone prezzo di detta cessio­ne e vendita sia per 10 anni di diritto di escavazione e fissato a libbre 10 di zolfo depurato; per ogni libbre cento di zolfo che verrà estratto dai suddetti terreni di Caldana da rilasciarsi dal suddetto Sig. Michele Bicocchi a favore dei mentovati cedenti proprietari fedeli e loro eredi e successori volta per volta che ne sarà una quantità da spedirsi, ne potrà farsi spe­dizione senza che sia pesato alla presen­za dell’interessato Fedeli.
  3. Che nel suddetto prezzo pattuito cano­ne non debbono essere compresi i danni di qualunque specie fatti dagli uomini e dalle bestie che verranno destinati per la escavazione, sia al suolo che alle semen­te ed alle piante selvatiche e domesti­che…

Che il suddetto Sig. Bicocchi ricevendo buon lavoro debba servirsi per la maci­nazione delle grasce per uso della dispen­sa della lavorazione ed escavazione ,del mulino dei mentovati Fedeli…

… e stante che i ridetti Fedeli in garan­zia, vogliono che venga messo mano e cominciati i lavori di escavazione dentro quattro mesi da oggi e non più tardi, ab­biano richiesta la somma di scudi cento ossia Fiorini 420 con patto che se sarà mancato porre mano alla escavazione nel suddetto tempo tale somma rimarrà a lo­ro proprio in rifacimento…”.

Un contratto notarile ed altri documenti del 1836 confermano varie liti tra gli affit­tuari ed i Fedeli ed in particolare uno stral­cio di contratto conservato nell’Archivio Biondi Bartolini in cui il notaio Giovan An­tonio Biondi Bartolini fa una relazione det­tagliata sulle precedenti liti tra questi per­sonaggi:

A di 4 Maggio 1836

…Comparvero il Sig. Cosimo di fu Stefa­no Azzati di Livorno, commerciante e pos­sidente ed i Signori Bartolomeo del fu Giuseppe Fedeli, Giovanni del fu Seba­stiano Fedeli ed Andrea del fu Sabatino Fedeli in fra loro zio e nipoti, tutti conta­dini e possidenti domiciliati a Fontebagni presso Pomarance…

Narrasi per quanto, come tra dette parti, ed intervenuto ancora il Cav. Giuseppe Bardi ni, si stipulò l’atto di cui segue il te­nore.:

…In una causa acerrissima si trovò impe­gnato il Sig. Cosimo Azzati per l’altro af­fitto come sopra, dai Sig. Fedeli la quale finalmente venne resoluto favorevolmente al medesimo Azzati con la descrizione an­notata dal supremo Consiglio di Giusti­zia…

…Narrasi come stante la pendenza di det­ta causa, il Sig. Azzati dovè fino al mese di ottobre dell’ anno 1834 tener limitata la lavorazione nella parte delle cave de­nominate la MASA, e solo da detta epo­ca venne ad attendere all’altra parte del­la cava denominata Caldana…;

Narrasi prossimamente, come i Sig. ri Fe­deli lasciarono ad un tempo di poter te­nere la dispensa, che avevano voluto aprire per loro profitto…;

narrasi similmente che i suddetti Sig.ri Fe­deli hanno fino a tutto Aprile 1836 con­seguito dal Sig. Azzati ciò che li è dovuto di zolfo, avendo rilasciato con la giusta vendizione concordata volta per volta al medesimo Azzati;

Narrasi come finalmente essendo da ora pareggiati gli interessi tra le parti in cau­sa e nascendo questioni di quanto per la pendenza della detta causa, debba dirsi fatto principiato il decennio levato dall’af­fitto e conseguentemente fino a quale epoca debba protrarsi la scadenza.Con­sultando le stesse parti il loro respettivo interesse sono presi nella concorde reso­luzione, di divenire comunque alla se­guente stipulazione e perciò…

…detti Sig. Bartolomeo, Giovanni e An­drea Fedeli, insieme ed in solido ,in pat­to al suddetto Cosimo Azzati, e questo a loro ciascuno per il reso attivo interesse ne altrimenti, per loro, danno e concedo­no in affitto al predetto Sig. Cosimo Az­zati presente e perciò ricevente e condu­cente, tutte le cave di zolfo spettanti nel loro podere di Fontebagni in comunità di Pomarance, quale confina con i botri di Caldana e della Masa, che danno il no­me ai terreni adiacenti, meglio descritti e confinati al catasto della Comunità in no­me dei detti Signori Fedeli.

Un tale affitto deve guardarsi per comin­ciare nel primo marzo 1836 stante e du­rare a tutto il 30 Aprile 1846…

…per canone di affitto di anno, il predet­to Sig. Azzati dovrà pagare e così promet­te, e si obbliga sempre per se e suoi ere­di al prefato Sig. Bartolomeo, Giovanni ed Andrea Fedeli, cento scudi fiorentini di lire sette per scudo, pari a fiorini quattrocen­to venti ogni anno perciò anticipato, inve­ce dello zolfo in natura… A cautela del Sig. Azzati per l’esercizio dell’affittateli cave i Sig.ri Bartolomeo Gio­vanni ed Andrea Fedeli hanno ipotecato ed ipotecano a favore del medesimo Az­zati e suoi eredi il preindicato podere de­nominato Fontebagni con le relative per­tinenze…”.

Fattoria delle Valli.

L’attività estrattiva nelle miniere di zolfo dell’area di Fontebagni e Valli continuò ancora per qualche decennio dato che una relazione provincile di Pisa del 1860 conferma l’abbandono delle cave in que­gli anni. Le cause che determinarono la cessazione estrattiva sono imputabili pro­babilmente ai giacimenti di zolfo ritrovati in America ed esportati a minor costo di quello locale. L’area di Fontebagni ebbe però notevole interesse per molti anni con l’escavazione dell’alabastro “Agata”; che si trovava “copiosamente”, nel sottosuolo e che è stato estratto per molti anni fino ai nostri giorni.

Un certo interesse per i giacimenti di zol­fo che si trovavano nella zona si determi­nò nel dopoguerra tra il 1947 ed il 1949 quando fu richiesto al Corpo Minerario la concessione di fare un saggio nei terreni vicini all’area di Fontabagni.

La domanda di permesso che pubblichia­mo integralmente è stata fornita, per gen­tile concessione, dell’amico Dott. Ange­lo Marrucci di Volterra, Direttore della Bi­blioteca Guarnacci, al quale anticipatamente rivolgo il mio più sincero ringrazia­mento.

L’area indagata dalla ditta Salghetti-Drioli e Porciati di La Spezia, era nella zona del Podere la Favorita nei pressi del torrente Corbolino (già denominato Botro Cupo), proprio sotto il podere della Casa Nuova che oggi non esite più perchè demolito negli anni sessanta.

RELAZIONE GEOLOGICA ALLEGATA ALLA DOMANDA DI PERMESSO DI RI­CERCA MINERARIA PER MINERALE DI ZOLFO AVANZATA DALLA DITTA SALGHETTI-DRIOLI E PORCIATTI.

La zona interessata investe la caratteri­stica sedimentazione Miocenica Messi­cana e Pontica con argille e gessi e spes­so ligniti.

Percorrendo la Via Provinciale cha da Po­marance discende alla stazione Ferrovia­ria di Saline di Volterra, presso il podere la Favorita e fino ai poderi di Piagge del Rio s’incontrano duomi gessosi che emergono dalle argille circostanti e che osservati attentamente presentano i ca­ratteri del briscale e cioè di minerale sol­fitene alterato. Data l’importanza della massa gessosa, venne allo scrivente nel 1915 (allorché di­rigeva l’apertura della miniera lignitifera della LAMA per la Ditta Fineschi di Firen­ze) l’idea che si potesse incontrare al di sotto di quel briscale uno o più strati di minerale solfifero.

Avutane occasione, lo scrivente fece af­fondare un pozzetto verso ovest in pros­simità del Torrente Corbolino, pozzetto che a 12 mi. di profondità incontrò uno strato di zolfo di alto titolo giallo e brillante. Dato che allora il minerale di zolfo era po­co pregiato e richiesto, per la concorren­za americana che metteva lo zolfo pres­so le banchine dei porti mediterranei a L. 6 il quintale, lo scrivente fece ricoprire il pozzo senza neppure curarsi di specula­re lo spessore dello zolfo. E questo fece per le eccessive proteste del proprietario superficiario allora padrone anche del sot­tosuolo.

Ora che il sottosuolo è di proprietà Dema­niale lo scrivente compila la presente re­lazione a corredo della domanda di Per­messo.

Ing. Angiolo Porciatti Pisa, li 5 ottobre 1946.

NOTE

  1. Angelo Marrucci, “IMAGO MUNDI’’, pag. 132 e segg. Tip. Grafitalia, Peccioli, 1992.
  2. E. Fiumi, “L’utilizzazione dei Lagoni Bora­ciferi della Toscana nell’industria Medioevale”, Casa ed. Carlo CYA, Firenze 1943.

“Lo zolfo era usato specialmente in medicina, in tintoria e nella fabbricazione della polvere da sparo… Quanto negli usi industriali lo zol­fo nero era richiesto neH’imbianchimento del­la seta e di ogni tessuto in genere, nel solfo­rare le botti’’.

In medicina: “era indicato per risolvere i tumori, per la rogna, per la tisi,per malattie di petto, mentre i fummigi pare avessero sicura effica­cia nella cura dell’asma’’.

Cercando di focalizzare lo studio sulla coltiva­zione dello zolfo tra il XVIII secolo e II XIX ho tralasciato la parte di ricerca più antica di cui aveva già parlato l’esimio Prof. Fiumi ben 50 anni fa e da cui riporto alcuni stralci di docu­menti che spero possano completare questo studio.

PUTIZZE DI LIBBIANO E MICCIANO E ZOL­FI NAIE DI FONTE BAG NI

1380 – Novembre 23. Giusto di Iacopo da Pomarance e Nera del fu Neri, sua moglie, loca­no a Polito di Giovanni da Pomarance (Incontri) un pezzo di terra incolta nella curia di Libbiano, in luogo detto Fontebagni,ovvero alle Lillora, per cavarvi zolfo.

1382 – Simone, rettore dell’ospedale di S. Simone di Libbiano,concede in affitto a ser Cec­

co di Chelino Incontri da Pomarance, a Giu­sto di Francesco Peruzzi e a Francesco di Mar­tino di Credi, ambedue di Volterra, un pezzo di terra che possedeva in comune con la Fa­miglia Ferrari perchè i detti conduttori potes­sero estrarvi zolfo cinque anni, contro l’affitto di f. 10 l’anno.

Rilevazioni del Catasto di Volterra 1427-1429

  1. Della Bese: Piero e Giovanni di Giusto di Francesco posseggono un terreno atto a ca­vare zolfo di Libbiano e Pomarance, 1/3 con Francesco e Tancredi di Martino Credi, “ma sono passati più anni e non si cava niente’’. La stessa denuncia ripetono gli Incontri e i Credi.
  2. Guidi: Mercatante e Gentile di Giovanni di Giusto posseggono “più pezzi di terra che con­finano tutti insieme, atti a chavare solfo, posti nella corte di Libbiano con loro vocaboli che cominciano in Sancto al Nespolo e finiscono in Trossa. I quali pezzi di terra confinano: a I. via, II. Michele di Ser Ceccho e compagni e in parte Giovanni di Guasparre e compagni, III. in parte il comune di Ripomarance.in parte il bosco, IV. in parte lo spedale di Libbiano. E detti pezzi atti a cavare solfo al presente non si lavorano e non si fa lavorare da più anni, e quando si è lavorato vi s’è perduto assai e an­che assai guadagnato; non ci pare si debba­no stimare al presente alcuna cosa perchè al presente non ne cavano nulla,ma se vi si la­vora ne terrà conto e noctificherallo’’.

Un pezzo di terra, ovvero puzaia, posta nella corte di Libbiano: a, I) Via, II) botro dell’Adio, III) Michele di Ser Ceccho e compagni, IV) la chiesa di Libbiano. Non si lavora, non si cava frutto niuno.

6 Marzo 1429 (st.f.); “Stimala Mercatante fl.4”. Un pezzo di terra sodo e boscato e parte a lumaia da zolfo nella Corte di Micciano in luogo detto Castagnoli Confina a: I) via, Il e III) la co­munità di Micciano, IV) il botro dell’Adio.

  • Marchi: Giovanni di Guaspare e fratelli pos­seggono nella corte di Libbiano due pezzi di terra a Fontebagni e Cagnuolo,ambedue indi­visi coll’erede di Guelfuccio e Napoleone di Bartolomeo da Libbiano, nei quali si usava “trarre solfo alcuna volta’’.

1485 – Febbraio 14. Mariotto e Giovan Batti­sta Incontri locano a Nicola Guidi una “cavam seu bucam cave sulfuree in castro Libbiani,lo­co dicto ne Cellenesi”.

1490 – Maggio 1. Nicola Guidi vende a Ser Nic­colò Tancredi di Libbiano un pezzo di terra po­sto a Libbiano, luogo detto Soppresso, riser­vandosi però “quamdam puzariam seu terram mineralis ad mineram sulfuris aptam’’.

1566 – La compagnia della Beata Vergine di Duomo affitta a Giovan Battista di Buonristoro Gherardi le putizze o zolfaie poste nella co­munità di Libbiano a Cafaggiuolo.

1600 – Le suddette putizze sono allogate a Ber­nardino e Cosimo di Giovan Antonio Roncalli (fratelli del pittore Cristofano Roncalli detto il Pomarancio)

  1. TARGIONI TOZZETTI, Relazioni su alcuni viaggi in Toscana I754
  2. Archivo Storico Comunale Pomarance F. 577B- 579B
  3. Archivio privato Biondi Bartolini Pomarance non classificato.

Ringrazio i Dott.ri Giovanni e Giulio Biondi Bar­tolini per avermi concesso nel 1990 la consul­tazione della carte relative a questo mio stu­dio che è stato ultimato pochi giorni prima della stampa del N. 1 1993 grazie all’aiuto di molte persone, tra le quali il Dott. Angelo Marrucci, Direttore della Biblioteca Guarnacci.

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

LE CAVE DI ZOLFO A FONTEBAGNI E VALLI

NEL COMUNE DI POMARANCE a cura di J. Spinelli (I parte)

La coltivazione mineraria in Val di Ce­cina è stata fin dai tempi più remoti una delle principali risorse economiche della zona che ebbe il suo maggiore sviluppo nel XIX secolo, quando imprese a capi­tale straniero cominciarono ad interessar­si di quest’area ricca di minerali come il rame, il ferro l’antimonio, il vetriolo, il piombo ed altri.

Nel Comune di Pomarance le tracce e le testimonianze delle attività minerarie so­no assai note, in particolare quelle di ra­me che fu estratto fino ai primi anni del ’900 nella zona di Sant’lppolito e Monterufoli e di cui abbiamo reperti che risal­gono al periodo etrusco e romano.

Ma fu soprattutto l’intraprendenza di com­mercanti francesi, come il “De Larderei”, che determinò in loco una nuova mentalitàper lo sfruttamento del sottosuolo at­tuando un processo industriale sulle ema­nazioni “vulcaniche” naturali dei “Lago­ni di Montecerboli”, attuando i progetti del pomarancino Paolo Mascagni, che anni prima, non aveva trovato il conforto ne­cessario dalla aristocrazia e borghesia pomarancina. I De Larderei grazie a questo riuscirono a fare la loro fortuna in queste zone che sfruttarono fino ai primi anni del ’900.1 vecchi proprietari terrieri delle an­tiche casate nobiliari pomarancine e vol­terrane solo in parte si interessarono al­lo sfruttamento minerario in Val Di Ceci­na e furono incoraggiati, soprattutto nel­l’ottocento, dai notevoli guadagni che gli “imprenditori stranieri” facevano nella zo­na delle colline metallifere.

Podere di Fontebagni.

Sulla scia infatti di questi nuovi impren­ditori, dotati di cospicui capitali, anche a Pomarance si formarono alcune società per l’escavazione e la commercializzazio­ne di un minerale molto richiesto fin dal­l’antichità: lo “Zolfo”.

Commercializzato fin dal Medioevo, il gia­cimento più antico e conosciuto fu quel­

  1. che si trovava nel comune di Libbiano, antica roccaforte della famiglia Cavalcanti che possedeva nel suo territorio importan­ti giacimenti di “Apyron” allo stato natu­rale e dai quali il Comune di Volterra trae­va tasse e gabelle.

Le Cave più antiche descritte dagli stori­ci si trovavano in località “Chiuse di Sop­presso”, poco distante dalla villa di Lib­biano, e passarono dai Cavalcanti alla fa­miglia dei Guidi di Volterra. Comunello di Libbiano, esistito giuridi­camente fino al 1776, quando fu compre­so nella nuova Comunità di Pomarance, estendeva il proprio territorio fino alle macchie di Monterufoli, lungo il corso del torrente Adio e quello della Trossa. In par­ticolare in un pezzo di territorio ubicato sul versante opposto al castello, al di là della Trossa, caratterizzato dalla presen­za di giacimenti di zolfo, che sono testi­moniati da vari documenti (XIV e XVII se­colo) ed alcune relazioni dei “Capitani di Volterra” che cotrollavano il territorio giu­risdizionale della Val di Cecina.

Area di appartenenza del comune di Libbiano fin dal XIV secolo (zona Fontebagni e Valli).

La località era, e lo è tutt’oggi, denomi­nata Fonte Bagni. Descritta dal Targioni Tozzetti come “Fonte a Bagni” era l’area in cui si estraeva lo zolfo migliore, più pu­ro denominato zolfo nero che veniva estratto dal sottosuolo e che fu fino all’ot­tocento una delle risorse primarie del ter­ritorio volterrano. Il luogo era stato descritto secoli addie­tro dall’Alberti, da Frà Giovannelli ed an­che da R.Maffei nei “Discorsi sopra i re­sidui d’antichità a Volterra”:

“…Havendo io de sali parlato altra volta restami solamente a dire circa la miniera di zolfo. Di questo se ne trovano di due sorte cioè nero e giallo. Il nero non è pun­to inferiore al giallo nelle sue qualità et di questo se ne trova assai nel contado di Libbiano et in particolare in una posses­sione che si chiama Fonta Bagni et si tro­va in miniera pura che per lo più ha poco bisogno d’essere purgata dal fuoco.Fu­rono queste miniere di zolfo esercitate già dalla famiglia de Guidi di questa citta …i quali ne traevano profitti (1)”.

Da “Agricola” – “De re metallica libri XII (1556)”. Lavorazione dello zolfo nel XVII see.

La Località, conosciuta principalmente per l’estrazione di alabastro, di cui riman­gono ancora oggi evidenti tracce, presen­ta casualmente testimonianze di questa antica manifattura che è confermata so­prattutto da innumerevoli documenti tratti dall’archivio Guarnacci di Volterra, da quello Biondi Bartolini di Pomarance e dall’Archivio Storico dello stesso comune. Fonti orali ricordano questa antica estrazone con l’individuazione di pozzi profon­di 6 m. ritrovati mentre si escavava l’ala­bastro. La localizzazione del sito, dove si fabbricavano i famosi “pani di zolfo”, stu­diando i toponimi locali come ad esem­pio il “Campo della Ferrira” (sotto il po­dere San Domenico di Proprietà Ferri) ha reso, durante alcune ricognizioni, fram­menti di vasi e cocci in terracotta con trac­ce di Zolfo (mostratemi alcuni anni fa dal Sig. Silvano Gazzarri, detto “Gattafumma”, vissuto in questa zona da ragazzo) che starebbero ad indicare almeno uno dei luoghi dove veniva lavorato questo mi­nerale.

Questo lembo di territorio appartenuto al comune di Libbiano ed al di là dei suo ter­mini naturali, confinava con la Comunità di Montegemoli, Montecerboli e Pomaran­ce attraverso un confine che seguendo il Botro Cupo (oggi denominato Corbolino), costeggiando la “Villa delle Valle”, rag­giungeva un termine di confine in prossi­mità del podere Nespolo e proseguiva giù lungo il fosso di Caldana fino al fiume Trossa sotto il “Mulino di Fontebagni”. Ed è soprattutto in tale area che le fonti documentarie ricordano questa lavorazio­ne che dava sostentamento a numerosi capifamiglia nonostante che il mestiere non fosse dei più salutari.

L’origine di Fontebagni secondo il Targioni Tozzetti deriverebbe da antiche fonti termali o da un’antica fonte di acqua po­co sopra al Poggio di Fontebagni.

La località era denominata in antico an­che alle Lillora come testimoniano scritti di Don Socrate Isolani e studi di E. Fiumi (2).

Fontebagni, trasformato in podere fin dal epoche remote ed oggi abitato dalla fa­miglia Gremigni era l’unica casa coloni­ca lungo la vecchia strada per Libbiano, che si dipartiva dal podere Nespolo fino al fiume Trossa come testimoniano carte leopoldine dell’ottocento. La località det­te il nome anche al mulino di Fontebagni di proprietà per secoli della famiglia Fe­deli, interessati anch’essi all’estrazione di questo minerale per lungo tempo, e che possedevano gran parte dei terreni del poggio di Fontebagni come certificano gli estimi catastali del XVII e XIX secolo.

L’area interessata dalle cave di zolfo era quella che andava dal fosso di Caldana a quello della Masa. Qui si estraeva il fa­moso Zolfo nero, così detto per il suo co­lore cenerino.I terreni erano dati in allo­gazione o affitto a vari commercianti che provvedevano, a proprie spese, alla estra­zione e commercializzazione del prodot­to. La presenza dell’attività solfifera era testimoniata anche al di là del botro del­la Masa nei territori della “Fattoria delle Valle” di proprietà Bardini (già Maffei) do­ve sono ancora evidenti acune cave nel vallone del fosso. La Famiglia Fedeli ri­sulta aliirata nell’estimo del comune di Libbiano del 1787 dove sono descritte le proprietà di Fedeli Antonio di Francesco e Sabatino suo fratello: …Un podere luo­go detto Fontebagni, con casa da lavo­ratore e stalle per i bestiami di terre lavo­rative, sode e macchiate con una chiusa, parte d’essa vignata confinata a 1. fiume della Trossa, 2. Botro delle Caldane, 3. Acqua caduta mediante la Commenda di San Lazzaro e Monache di San Dalma­zio, 4. salendo alle Quercie Crociate del Poggetto del Nespolo mediante la Com­menda di San Lazzero e da detta Quer­cia va ad una stalletta rovinata sempre a confine colla Commenda, 5. Ser Cavalier Gherardo Bardini scendendo da detta stalletta, fino alla strada delle Valli per in giù a mano sinistra, va al broto della Ma­sa sempre a confino col Sig. Cav. Bardi­ni, 6. detto broto e seguita il medesimo fino a tutta la vigna a confino col Sig. Cav. Bardini e voltando a mano sinistra va al­le gore del Mulino delle Valli sempre a confino con detto Bardini, 7. da dette Go­re e segue le medesime fino al fiume della Trossa primo termine nominato. Stimato L. 700

Con Voltura n. 78 del 1792 risultano pro­prietari anche di un mulino (di Fonteba­gni) stimato L. 400”

Nello stesso estimo del XVIII secolo è an­notato anche il più facoltoso possidente Bardini che attraverso le confinazioni del­le proprietà ci permette di individuare esattamente il territorio comunale di Lib­biano sul versante di Pomarance: ‘‘Bardini Sig. Cav. Gherardo del Cav. Ma­rio … Una Villa luogo detto le Valli per uso del padrone con due orti e cisterne annessi a detta Villa, Casa per il lavoratore con stalle e chiostre per i bestiami ed un infrangitoio da olio, con terre lavorate vigna­te pomate di staia settecentocinquanta, con in più un mulino vicino al fiume tros­sa ad un palmento con casa ed altre stan­ze per il mugnaio, con più una fornace da lavoro quadro al qual tenimento di terre

confina: 1. con un termine murato diviso­rio fra la Comunità di Pomarance e Co­munità di Libbiano posto circa dieci brac­cia distante dalla strada che delle Valle conduce alle Pomarance dove sono alcu­ni Gelsi, qual termine tira in giù nel broto del Nespolo; 2. Botro del Nespolo e se­guita detto Botro per in giù fino al Botro delle piagge Buie e seguita per il mede­simo…

La fonte più autorevole nella descrizione del luogo è quella fatta nel XVIII secolo dal Targioni Tozzetti che descrisse que­sti luoghi con le cave di zolfo di Libbiano e di Fontebagni:

‘‘Lo zolfo usuale si cava da due sorti di matrici; cioè da zolloni minerali nascosti nel seno della terra, per lo più fra l’ala­bastro, da crostoni, vale a dire aggrumamenti d’esalazioni di Bulicami o di Mofete. Da ambedue queste matrici si ha lo zolfo di due sorti, cioè vergine, e colato. Lo zol­fo vergine o vivo, che gli antichi chiama­vano APYRON, a distinzione del PEPY- ROMENON, o fuso, o colato, di cava è molto raro, poiché difficilmnte se ne tro­va del puro e bello, senza miscuglio di ter­ra, o d’altra sostanza…; Lo solfo di cava costa più di manipolazione, che quello di crostone (sotto Libbiano-Chiuse di Soppresso-) perchè bisogna fare dei poz­zi o mine per averlo, e sovente armarli di legname, affinché non franino; dato che il crostone si trova a fior di terra.

Lo zolfo di cava, fuso che sia ricompen­sa la spesa, perché rende più zolfo, ed assai più bello che quello di crostone; anzi gli appaltatori mescolano un tanto per cento dello zolfo di cava con quello di cro­stone per dargli un bel colore e farlo cre­scere di prezzo…

Quando gli zolfai hanno estratto il mate­riale “…lo mettono a cuocere in certi va­si di terra cotta come pentole, dentro a certi fornelli fatti di terra a uso di casse bislunghe… ”

(omissis) “…Lo zolfo ridotto dal fuoco, sa­le nel cappello della terra posto sopra al­le pentole, e dai beccucci di due cappelli va in un terzo, donde poi si cola e getta in un vaso di quella figura che si vuol da­re; specialmente zolfo di canna, si chia­ma quello gettato dentro cannelli di canna…

Nella fusione di zolfo si consumano po­che legna, le quali sono somministrate da circon vicini boschi. La fabbrica del forno costa poche lire, e si fa nella campagna aperta in tempi non piovosi…

Nei cappelli delle campane restano bel­lissimi fiori di zolfo, i quali sono disprez­zati dai rozzi operai, ma potrebbero met­tersi in uso per la medicina, senza farli ve­nir fuori dello Stato. Si potrebbe anche ot­tenere con pochissima spesa l’olio di zol­fo per uso della Medicina…”

Dalla descrizione del Targioni Tozzetti si ha la certezza di quante cave esistesse­ro in questa località:

“…Salii di poi verso le Pomarance, per il poggio di Fonte a Bagni, ne so perché, non avendo io inteso che vi si trovino ba­gni presentemente, dai quali possa aver presa la denominazione, e quante acque vi trovai erano tutte insipide.

Zona di Fontebagni – Campo della ferriera.

Per questo poggio sono da cinquanta ca­ve di zolfo nero, cioè pozzi profondi da 7 in 8 braccia (circa m. 5,40), che tanto ci vuole per trovare lo zolfo a questa profon­dità tra grossissimi massi di alabastro bianco e venato, si trova in gran copia il minerale dello zolfo …che si rompe col piccone e si mette in pezzetti a bollire dentro alle pentole.

Quivi nel bollire fa gran schiuma, depo­sita pochi ribolliticci, e ne cola uno zolfo buonissimo, di color pallido, quale per al­tro si chiama Zolfo nero… e nella piazza di Livorno si paga bello e condotto, due pezze il cento libbre: gli appaltatori per lo più se ne servono per condire lo zolfo , che si fabbrica nel senese verso Orbetello.

Lo Zolfo sembra essere stato colato qui dall’Autore Sapientissimo della Natura, distribuito a suoli o filoni inclinati, che con­tribuiscono a formare l’ossatura della pendice di questo monte…

lo mi credo che il descritto zolfo minera­le si chiami nero, perché nella di lui ma­trice predomina il colore cenerino, o piom­bato e non il bianco o il giallognolo, co­me nello zolfo dei crostoni…

Quando io fui sul luogo, non si faceva escavazione, e perciò non potei avere di quello zolfo, ma ne ebbi doppo diverse mostre…

Solamente presi sul luogo certe loppe, o schiume ai piè d’una fornacetta, dove fu fatta già la fusione di questo zolfo nero, e sono in forma di pezzi di pietra color cene­rino scuro, tutta spugnosa e sparsa di cavernette più o meno grandi, perchè il fuo­co aveva fatto volare in alto quel che vi era dentro di zolfo…

…convien d’avvertire, che in queste minie­re di zolfo di Fonte a Bagni, non vi sono altre caverne, se non quelle fatte dagli uo­mini per estrarre la vena dello zolfo…

Proseguendo verso le Pomarance, osser­vai che sopra alla pendice della Fonte a Bagni, dove si trova l’alabastro collo zol­fo nero, è depositato il sedimento orizzon­tale del mattaione delle colline, quale si trova per qualche tratto della salita…”.

Il procedimento per la fabbricazione del­lo Zolfo nero a Fontebagni fu probabil­mente lo stesso che ritroviamo nei primi anni dell’ottocento. La distribuzione av­veniva prevalentemente verso il porto di Livorno, dove era possibile smerciare il prodotto e dove in quegli anni compari­vano vari personaggi di origine francese che, interessati al territorio di Pomaran­ce, formarono varie società, come la Fos­si, Chemin, Prat, Lamotte, Larderei, che iniziarono lo sfruttamento dei “Lagoni di Montecerboli”.

Altri, come il Greumard e Franchini, ottenenero la privativa di escavazione sul­le cave di Zolfo di Fontebagni dai proprie­tari Bardini e Fedeli.

Questi due personaggi, Franchini e Greu­mard, facevano parte della Società Tastoni-Fossi-Franchini-Greumard costi­tuita a Monterotondo nel 1818 per realiz­zare acido borico dai Bulicami di Monte­rotondo, acquistando il brevetto di inven­zione dall’anatomico pomarancino Pao­lo Mascagni. Quando i due avessero iniziato lo sfrut­tamento dei filoni di Fontebagni non è da­to a sapere. I preziosi documenti conser­vati a Pomarance e Volterra ci dicono che in data 9 Aprile 1814 essi cedettero i loro diritti di escavazione ad un’altra società di “pomarancini” formata dal Notaio Isi­doro Biondi e dal Sig. Marco Bicocchi, possidenti e commercianti, a cui si ag­giunse in seguito anche il Sig. Bardini: “L’anno milleottocentoquattordici, a que­sto di nove del mese di aprile per il pre­sente atto privato, sotto pugnatura priva­ta apparisca e sia noto qualmente i Sig.ri Pietro Greumard e Francesco Franchini, ambi di professione mercanti, domiciliati nella città di Volterra, capoluogo del Cir­condario del Mediterraneo, di loro piena e libera volontà diedero vendono, cosi co­me danno e vendono, ai Sig.ri Isidoro Biondi e Marco Bicocchi, il primo di pro­fessione possidente e legale, ed il secon­do, possidente e mercante, ambi domici­liati nella terra delle Pomarance, canto­ne del medesimo nome, la somma e guantità di libbre settecentomila di zolfo, e tutto quanto sarà realizzato sopra le lo­ro cave di questo genere, conosciute sot­to i nomi di Fontebagni e Valle, situate nel comune e cantone di Pomarance …con gli infrascritti patti e che cioè: …Che fino da questo giorno tutto lo zolfo, che sarà scavato e fabbricato deve passare nelle mani dei Sig.ri compratori Bicocchi e Biondi, e così a seguitare di giorno in gior­no in avvenire, fino a che non sarà fatto completo le rammentate libbre settecen­tomila, antico peso toscano colla modifi­cazione cioè che: …nel tempo che detti Signori compratori Biondi e Bicocchi fan­no del loro proprio da questo presente giorno in avvenire tutto lo zolfo, che sarà fabbricato sopra le dette due cave, fino alla convenienza di libbre 700.000, devi­no ogni giorno sul quantitativo dello zol­fo scavato e fabbricato, rilasciare ai sig. venditori Greumard e Franchini la som­ma e quantità di libbre quattromila sen­za alcuna somma e così gratis, e in loro pieno diritto…

Che i Sig.ri compratori, viceversa siano nella facoltà nonostante qualsiasi doman­da fatta dai Sig.ri venditori, di acquistare lo zolfo scavato e fabbricato a Lire 3 sol­di dodici, antica moneta toscana, vender­lo a qualunque altro prezzo senza esse­re tenuti ad avere alcun riguardo ai ven­ditori medesimi dal dì sedici al trentuno dì del prossmo mese, come dal dì sedici dal trenta del prossimo mese di maggio, come dal dì sedici al trenta del prossimo giugno e dal dì sedici a tutto il trentuno del successivo mese di Luglio e col me­desimo sistema sempre nei giorni succes­sivi dì poi il dì quindici di ciascun mese prossimo futuro e avvenire fino a tanto che non saranno scavata e fabbricate so­pra le due cave le anzi dette libbre sette­centomila di zolfo, al netto di libbre quat­tromila, da considerarsi ogni giorno gra­tis ai sig.ri venditori…

Che i sig.ri compratori da questo presente giorno fino a che non sarà passata nelle loro mani la quantità delle libbre settecen­tomila di zolfo scavato e fabbricato… de­vino continuare a somministrare come per il passato dalla loro dispensa, i generi agli uomini e lavoratori sopre le predette cave, per essere loro abbuonate a dette loro somministrazioni dai Sig.ri Pietro Greumard e Francesco Franchini nei lo­ro conti correnti… ”.

Inoltre i Sig.ri compratori con il suddetto acquisto promettevano a Graumard e Franchini di non infierire in nessuna mo­lestia per avere le somme dovute quanto di impedire o reprimere qualunque cau­sa contro i suddetti venditori, che potes­sero promuovere la Società Grilli di Vol­terra, quanto il Sig. Michele Santini di Por­ta a Borgo, circondario di Pistoia, che pro­babilmente erano già interessati all’acqui­sto della cave.

Oltre al Notaio Biondi e Marco Bicocchi era in compartecipazione societaria Giu­seppe Bardini figlio del Cav. Gherado, co­me traspare da un documento dell’8 Giu­gno 1814, per lo smercio dello Zolfo sul­la piazza di Livorno ad un mercante anch’esso di origine francese:

LIVORNO a dì otto di Giugno 1814

Per la presente scrittura da valere e te­nere come se fosse fatta per mano di No­taio Regio, apparisca e sia noto qualmen­te i Sig.ri Cavalier Giuseppe Bardini e per esso assente, Antonio Funaioli suo agen­te, Marco Bicocchi ed Isidoro Biondi, tut­ti possidenti domiciliati alle Pomarance, vendono ed obbligano al Sig. Brunel Giu­liano domiciliato in Livorno, tutti li zolfi del­le fabbriche delle Valle e di Fontebagni che saranno spediti alla Cecina a tutto di 31 Agosto prossimo futuro e da conse­gnarsi detti zolfi alla Cecina condotti a spese di detti venditori fino alla spiaggia. Il Sig. Brunel si obbliga a spedire i basti­menti occorrenti per la caricazione di detti zolfi che dovranno da esso riceversi a la detta spiaggia nel modo e nei tempi che apresso;…

Pendice del botro della “Caldana”.

I Sig.ri venditori dichiarano che esistono già alla detta spiaggia di Cecina, di loro conto libbre quattrocento mila di zolfo che il sig. Brunel si obbliga a ricevere subito, tempo permettendo, mandando colà i ba­stimenti senza dilazione, i quali dovran­no essere pronti a ricevere dette quanti­tà al piu tardi il 22 del corrente mese.

  1. Sig.ri venditori continueranno a spedire alla Cecina fino a tutto il 31 Agosto pros­simo futuro il resto dello zolfo già fabbri­cato e da fabbricarsi e subito che vedran­no alla spiaggia una quantità di libbre centocinquantamila circa, ne daranno av­viso di mano in mano al Sig. Brunel il qua­le sarà in obbligo di spedire i bastimenti a caricare subito, in modo che siano pron­ti a ricevere, al più tardi venti giorni dopo l’avviso ricevuto per cosi’continuare fino alla totale consegna delti zolfi, e s’intende che ci dovrà essere almeno sei giorni di intervallo da un avviso all’altro a continua­re dal suddetto giorno 22 corrente;

Si conviene che il detto zolfo da consegnar­si come sopra deve essere di buona quali­tà in pani e rottami, giallo come suol lavo­rarsi a dette fabbriche escluso verdastro ed esenti da qualunque corpo estraneo.

  1. detto Sig. Brunel si obbliga a pagare il detto zolfo a pronti contanti in Livorno al prezzo fissato e stabilito in lire quattro ogni libbre cento toscane delle solite ta­re d’uso , e ciò dietro l’esibizione a con­segna, delle rispettive polize di carico ed a proporzione che le medesime saranno rilasciate pertita per partita al detto Sig. Brunel.

Subito che la caricazione sarà effettuata, tutti i risici saranno a carico del Sig. Bru­nel il quale si intende ricevere la detta merce alla spiaggia di Cecina come so­pra convenuto. Sarà in facoltà del Sig. Brunel di incaricarsi alle medesime condizioni che sopra di tutti li zolfi che resteranno sulle cave, che non si saranno potute trasportare alla Cecina a tutto il 31 Agosto suddetto alla quale epoca il Sig. Brunel, dovrà significare le sue intenzioni per lettera ai venditori i quali dal canto loro si obbligano di non vende­re, impegnare o consegnare sotto qualsia­si titolo e convenzione, ad alcuno, la ben­ché minima quantità di zolfo già fabbrica­to e da fabbricarsi come sopra a tutto ago­sto prossimo, eccettuata la quantità di lib­bre trecentosettemila da fabbricarsi nel ter­mine che sopra, che restano eccettuate dalla presente convenzione perchè riser­vate a favore dei Sig. Greumard e Fran­chini di Volterra. Così convenuto daccordo sotto il rispettivo obligo dei contraenti i quali promettono di osservare esattamen­te la presente convenzione.

Libbiano – Solfara naturale “Chiuse di Soppresso’’.

Fatto, duplicato e consegnato un esem­plare al Sig. Brunel ed uno al Sig. Isido­ro Biondi per interesse dei Sig. Venditori. Antonio Funaioli agente del Sig. Giuseppe Bardini – Marco Bicocchi – Isidoro Biondi Pietro Brunel

A distanza di un mese dal contratto con il Brunel iniziarono i trasporti del minera­le di zolfo verso Livorno. Varie infatti so­no le ricevute di pagamenti e di carico merci dei battelli che da Cecina salpava­no verso Livorno. In data 1 luglio 1814 ri­sultano infatti varie ricevute di trasporto per alcune migliaa di libbre di zolfo:

“A di 1 di Luglio 1814 in Cecina

ha caricato col nome di Dio, e di buon sal­vamento una volta tanto in questa spiag­gia, il Sig. Marco Bicocchi per con il ri­schio di cui aspetta sopra il navicello no­minato la Sacra Famiglia; padrone Vitto­rio del Vivo toscano per condurre e con­segnare in questo suo presente viaggio in Livorno all’ordine del Sig. Giuliano Bru­nel, /’appiè nominate mercanzie, asciut­te, intiere e ben condizionate segnate co­me di contro , e così promette detto pa­drone al suo salvo arrivo… 57460 libbre di Zolfo in pani e pezzi… ”

Da una ricevuta del 18 Giugno 1814 tra­spare che essi avevano già consegnato 334.647 libbre per un valore di lire 13.385, 17 cosi come il 12 Agosto 1814, per li zolfi venduti e trasportati, incassarono una somma di di lire 29.226. Le spedizioni continuarono anche a tutto settembre con la vendita di 9.968 libbre di zolfo.

La presenza del Bardini nella società è te­stimoniata anche da alcuni quaderni con­tabili di acconti che furono passati dalla società Greumard-Franchini ai signori Bicocchi, Biondi e Bardini.

Agente o fattore del Bardini per la socie­tà pomarancina era uno dei Fedeli di Fontebagni, socio anch’egli per aver affitta­to i suoi terreni nella estrazione dello zol­fo. Il passagio della società è esplicito an­che tramite i pagamenti che venivano fatti agli operai con alcune ricevute di paga­mento:

“Luigi Possi, lavorante alle zolfaie per la Società Greumard e Franchini è restatato debitore di Lire 35 soldi 11 danari 8, la qual somma li sarà pagata dal Sig. Bardini a di 5 Agosto 1814 II Ministro Lenzi

“Il sottoscritto ha ricevuto dal Sig. Desidoro

Biondi il saldo del presente mandato’’.

A di 7 Agosto 1814

lo Domenico Vollani lavoratore alle zolfaie per la società Greumard e Franchini è re­stato creditore di lire Duegento sedici, la qual somma li sarà pagata dal Sig. Bar­dini. Buono di lire 216

Il ministro Lenzi

Alcuni dati forniti attraverso i libri conta­bili a tutto il 19 Maggio 1814 consentono di apprendere l’impiego in questa lavora­zione di ben 146 lavoratori che compor­tarono una spesa di lire 2.998 soldi 4 pa­gati in Settembre.

(CONTINUA)

Jader Spinelli

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

LE LUMIERE

Oggi si ottiene l’allume facendo agire l’acido solforico sull’argilla ma un tempo si ricavava in natura: è una pietra che un pò coltiva ancora nelle viscere delle Col­line Metallifere di Larderello: specificatamente nella zona del Sasso Pisano dove abbondava.

È un solfato doppio di potassio e allumi­nio idrato e serviva perlopiù come mor­dente in tintoria ma serviva pure nell’industria della carta e in medicina. Nel 1472 l’allume di “Castel del Sasso” cagionò il Sacco di Volterra da parte dei Fiorentini e, in verità, il Granduca Loren­zo, cioè il “Magnifico” (di cui quest’anno si celebra il quinto centenario della mor­te) non fu tenero con i Volterrani. Secon­do una versione piuttosto opinabile, in quanto presuppone la rivelazione da par­te del Savonarola dei segreti della con­fessione, parrebbe che tra le colpe di cui si macchiò il Magnifico e di cui sentiva ri­morso, vi fosse anche quella del Sacco di Volterra. Ma è passata tant’acqua sot­to i ponti e quel fattaccio è dimenticato. Nel 1483 le allumiere venivano donate al­l’associazione dell’Arte della Lana che le abbandonò presto.

In un documento del 3 dicembre 1471 il cancelliere di Volterra osservava che le cave di allume, attraversando il poggio di Bruciano, andavano in dirittura alla pie­ve di Commessano e da questa, in linea retta, al fiume Cornia, seguitando detto confine fin dove termina la comunità di Volterra con quella di Monterotondo; ma erano giacimenti sporadici e isolati.

Lo sfruttamento delle cave di allume fu ri­preso nel gennaio 1666, su indicazione di Lionardo Signorini che asseriva di aver trovato nuove coltivazioni nella zona del Sasso e di Monterotondo. Furono interes­sati alla coltivazione i fratelli Niccolo e Giovan Battista Signorini, il dottor Giusep­pe Frosini e Francesco Maffei i quali, do­po diversi approcci, formarono la società per lo sfruttamento dell’allume del Sas­so, riservandosi di allargare la coltivazio­ne alla zona di Monterotondo in un secondo tempo.

La società si proponeva di ottenere il per­messo Granducale per venti anni e di eri­gere nella cava del Sasso una fabbrica che lavorasse tutto l’anno con una caldaia di tenuta di almeno duecento barili alla fiorentina, obbligando ciascun socio a sborsare una determinata somma in con­to capitale. Fra l’altro veniva stabilito: – Che la cassa, detta “di Maremma”, stes­se in Volterra, in mano al cav. Francesco Maffei, a suo carico e risico;

  • Che il ministro del negozio sia il dottor Donato Frosini, figlio del dottor Giuseppe;
  • Che gli altri ministri e i lavoratori si deb­bano cercare e trovare di comune accor­do e soddisfazione;
  • Che se si volesse aprire la cava del Frassine presso Monterotondo, si sborsasse­ro nuovi capitali;
  • Che se nascessero divergenze tra i so­ci si rimettessero ad amici comuni della città di Firenze.

Il contratto fu firmato a Firenze il 28 gen­naio 1666 e prevedeva:

  • Di pagare a S.A.S. il Granduca 2.500 du­cati ogni anno, di lire sette per scudo;
  • Di non pagare gabella al Comune di Firenze;
  • Di non transitare, né introdurre nello Sta­to di S.A.S. allume forestiero;
  • Che all’Arte della Lana vengano riser­vate mille cantare di allume all’anno e che detta Arte s’impegni ad acquistarlo, pur­ché sia buono e a buon prezzo;
  • Che sia lecito edificare molini , macelli ed altro e trasportare pietre per l’uso;
  • Che sia lecito pigliar legna in certi bo­schi, passar gabella senza licenza, aver salvacondotti e privilegi;
  • Che siano preferiti nelle conduzioni dei beni comunali e che in caso di peste, guerra e incendi, non paghino;
  • Che non diano ad altri carni, vino, ma­cinati ecc.
  • Che si tengano armi consentite in un massimo di vénti.

Per quanto riguarda le persone che oc­correvano per tirare avanti una caldara che renda seimila cantare d’allume all’an­no erano previste settantaquattro perso­ne così suddivise:

Il ministro/governatore; il dispensiere con l’aiuto; il cappellano; il cassiere; lo scrit­tore; il fattore alla caldara con dodici uo­mini; il focarolo con l’aiutante; il comandatore; il caporale della cava con diciotto uomini; e poi: due persone a net­tare la cava; due carrettieri; tre piazzaioli a innacquare la pietra; sei tagliatori di le­gna; tre a fare casse, manichi e altro; set­te vetturali/cavallari; un capo macchia; due guardie per la bandita; un fornaio; un macellaro; un fabbro; un manescalco; un bastiere e due stallieri.

Detto personale veniva valutato, l’un per l’altro tra il salario e il vitto, in otto scudi al mese.

Occorreva pure tenere un cassiere gene­rale e un ragioniere in Volterra e un’aiu­to per scrivere lettere.

Occorrevano poi ventuno cavalli da ba­sto; quattro cavalli per le carrette e tre da sella la cui spesa era prevista (un caval­lo per l’altro) in due scudi al mese.

La spesa per fare 7.200= cantare all’an­no, rilevata dal Frosini sopra 11.000 = cantare, risultava questa:

Per 2.000= fasci (?) di legna L. 20.000 per ferramenti,

4.000

2.000

17.000

e Firenze lire 5,5 il cantaro L.

Detta spesa importava circa 21 giulii ogni cantaro; se tutto andava favorevole vi sa­rebbe stato un avanzo di 9 giulii il canta­ro. Poiché occorrevano dieci giulii per fare un ducato e questo oscillava intorno alle sette lire, in quel periodo il ducato dove­va valere circa lire 6,1/4.

Infine, a proposito di un certo tipo di spe­se, “per la bocca si farà così”:

Ai ministri la tavola ordinaria (e non si vo­gliono ministri di superbia ma persone uti­li e da poterle maneggiare).

A tutti gli altri se li dà un fiasco di vino e libbre quattro il dì; tre libbre di carne la settimana; due libbre di farina, una libbra di sale e 1/2 libbra di olio ogni settimana. Ai cavalli di sella e di carretta si vuole la stalla con due stallaioli a governarli e ser­virli e per servire i ministri di casa.

Si raggiungono così otto scudi il mese per uomo.

La legna non si conta, essendo servitori e cavalli messi in conto.

Vi erano poi altre spese ordinarie e straor­dinarie che venivano valutate a parte, come i fonditori di caldara, i fabbri e le ferramenta. Tuttavia questa società non ebbe vita lun­ga, poiché si sciolse il 5 dicembre 1668. Subentrò ad essa una nuova società e il Granduca ne concesse l’autorizzazione per venti anni, alle condizioni precedenti. La nuova società si componeva di Niccolo Signorini e Giuseppe Frosini, della vec­chia società, e dei mercanti ebrei residen­ti a Livorno, Abramo Pimentel, Daniel Valentino e Isach Pegna. Ai “cristiani” Si­gnorini e Frosini fu dato il beneficio del­l’accomandita.

Giovanni Batistini

NOTE BIBLIOGRAFICHE

BGV, Arch. Maffei, filze 149 e 169 FIUMI E., L’utilizzazione dei lagoni boraciferi della Toscana, Firenze, dott. Carlo Cya, 1943. PESCETTI L., Storia di Volterra, Volterra, UTA

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

I CALCEDONI DI MONTERUFOLI

Situata nel settore nord-occidentale del­le Colline Metallifere, in un’aspra e solitaria zona collinare coperta da un’estesa e fittis­sima boscaglia di macchia mediterranea, l’a­rea circostante la Fattoria di Monterufoli presenta motivi di grande interesse natura­listico sia per le numerose varietà minera­logiche che vi si riscontrano (rame, quarzi, calcedoni, magnesite, zolfo, antimonite, ve­triolo, lignite, amianto ecc..) che per le dif­fuse tracce che le trascorse e differenziate attività minerarie vi hanno disseminato nel corso del tempo. La natura geologica pre­valentemente ofiolitica e alloctona della zo­na unita agli effetti prodotti su di essa dalla tettonica mioquaternaria e provocati sia dal­l’attività idrotermale connessa all’Evento Ap­penninico che dalla contiguità geografica col campo geotermico di Larderello (e quindi coi fenomeni minerogenetici ad esso connes­si), hanno infatti determinato in tutta l’area di Monterufoli caratteri mineralogici e mine­rari assai peculiari, interessanti ed eteroge­nei anche se non particolarmente ricchi o durevoli dal punto di vista di un loro sfrutta­mento economico. Di tutte queste numero­se “produzioni naturali” ce n’è comunque una che supera tutte le altre per la celebri­tà acquisita grazie alla sua riconosciuta e ap­prezzata capacità di poter essere meravigliosamente sfruttata in ambito arti­stico e artigianale, una risorsa mineraria che ha fatto conoscere ovunque quest’area del volterrano conferendole ulteriori motivi di fa­scino e d’interesse in aggiunta a quelli che già le sono propri per i toni assai marcati del suo paesaggio (clima decisamente mediter­raneo, morfologia spesso accidentata con ampie zone scoscese o franose prive di ve­getazione, frequenti e visibili alterazioni delle rocce in posto, assoluta mancanza di pre­senze o di attività antropiche stabili ecc..) e per un ambiente naturale di straordinaria suggestione. Sotto l’aspetto naturalistico il nome della Fattoria di Monterufoli risulta in­fatti ancora oggi indissolubilmente legato al­l’abbondante presenza nei suoi dintorni dei famosi e ricercati calcedoni, pietre silicee d’indiscutibile pregio estetico, la cui escavazione e il cui sfruttamento a scopo artistico-ornamentale si protrassero, come vedremo, ininterrottamente dal 1598 alla se­conda metà dell’ottocento, quasi esclusivamente per opera dell’opificio Granducale delle Pietre Dure di Firenze (1).

Ma che cosa sono i calcedoni? Perché so­no così abbondanti nel territorio di Monte­rufoli? E Perché sono stati oggetto di cosi esclusive e interessate ricerche, tanto da di­venire quasi sinonimo o emblema di questa terra? Procediamo con ordine. Sotto l’aspetto mineralogico il calcedonio al­tro non è che quarzo, o, per meglio dire, si­lice microcristallina anidra (Sio2 : biossido di silicio) connotata da una caratteristica struttura fibrosa. Chimicamente identico al quarzo, rispetto al quale ha durezza legger­mente inferiore (6,5 della scala di Mohs in­vece di 7), il calcedonio se ne differenzia però notevolmente sotto il profilo gemmo logico in quanto mentre il primo ha forma monocristallina, aspetto vetroso e frattura vetrosa-ossidianoide il secondo si presen­ta piuttosto come un vero e proprio aggre­gato micropolicristallino caratterizzato da un aspetto ceroide, semitrasparente o tra­slucido e da una frattura di tipo concoide con superficie sempre opaca, quasi smeriglia­ta o granulosa. Per la loro tessitura tipica­mente fibrosa (per lo più a fibre parallele aciculari) i calcedoni risultano notevolmen­te permeabili ai liquidi, anche a quelli più densi e viscosi: questa proprietà è stata sfruttata ampiamente nei processi di lavo­razione artigianale di queste pietre in quanto ha consentito talora di modificarne la colo­razione naturale rinforzandone (o addirittu­ra mutandone) il colore nella fasce più porose in base alle necessità dettate dall’u­tilizzazione estetica alla quale i pezzi era­no destinati.

MONTERUFOLI: Villa delle Cento Stanze

Il calcedonio si presenta in natura con un’ampia varietà di tipi e di colorazioni as­sumendo, a seconda dei casi, denominazio­ni particolari come agata, crisoprasio onice, corniola, eliotropio, ecc..’, per tale motivo il termine calcedonio dovrebbe pertanto es­sere riservato più correttamente ai tipi con colorazione omogenea, generalmente bian­castra, grigia o lattiginosa, caratterizzata ta­lora da deboli effumazioni ocracee, giallastre, giallorosate o azzurrognole, ma per evitare confusioni e per ricordare che la specie mineralogica è sempre la stessa, converrà premettere la denominazione di calcedonio a qualsiasi varietà ci si intenda riferire (calcedonio-agata ecc..).

Dal punto di vista tipologico, i calcedoni di Monterufoli sono giustamente celebri; essi presentano infatti svariatissime colorazioni unite a una insolita gamma di trasparenze: “…se ne hanno dei bianchi, dei grigi, dei vio­lacei, dei verdi, dei gialli, dei carnicini, dei rossi con tutte le possibili sfumature; ma pre­domina per altro nei veri e propi Calcedoni un tranquillo e simpatico color fior di lino ora volgente al chiaro e ora a un violaceo livido (…). A queste tinte si aggiunge una lucen­tezza opalina e una translucidità, che dà un aspetto di gelatina alle masse più chiare, le quali per trasparenza appaiono anche gial­lognole o grigiorosee”.(2) Tra i numerosis­simi tipi di calcedonio presenti nella zona (spesso caratterizzati da esemplari bianchi lattiginosi, traslucidi, con frattura scagliosa, appannata e con superficie bernoccoluta), spiccano soprattutto quelli conosciuti come calcedoni opachi o bianco di Volterra, che, grazie alla loro quasi totale opacità, alle numerose tonalità.

MONTERUFOLI: Villa delle Cento Stanze

All’interesse scientifico e al pregio estetico di queste mineralizzazioni contribuisce inol­tre l’ampia tipologia di forme (botrioidali, co­ralloidi, stalattitici, in abiti massivi, in geodi ecc..) in cui i calcedoni si presentano in que­st’area^), anche se di norma la loro giaci­tura più comune è quella in filoni in alcuni dei quali predominano certe varietà, in altri altre. Come nota infatti Repetti: “…la singo­larità per altro di Monte Rufoli consiste nel­l’indole del suolo sparso di calcedonie traslucide tramezzo a filoni iniettati,

o fra strati di calcare compatto e di schisto mar­noso convertito in galestro, oppure in filoni penetrati fra i spacchi formati nelle subiacenti masse serpentinose, filoni che sono ripieni di botriti, ossia di geodi calcedonio­se, le quali variano fra loro sia in direzione, sia in potenza, come anche in colore. Nes­suno di cotesti filoni calcedoniosi è totalmen­te pieno e compatto; anzi poche sono le porzioni dei medesimi scevre di cavernosi­tà o screpolature, in cui non siano masse botritiche, ventri gemmati, o geodi tappez­zate di variatissime e isolate cristallizzazio­ni di quarzo jalino, e tal altre volte del calcedonio paonazzognolo contornate e ri­vestite” .(5) Proprio alla straordinaria varietà, all’ecce­

zionale abbondanza e alla non comune qua­lità estetica dei calcedoni di Monterufoli si de­vono pertanto ricondurre tutte le attente e premurose ricerche e le diffuse e prolunga­te escavazioni condotte nella zona e commis­sionate quasi unicamente da parte dell’opificio delle Pietre Dure di Firenze (che ne detenne a lungo addirittura l’esclusiva per precisa disposizione granducale) i cui lavori di mosaico hanno reso celebre e decantati ovunque questi minerali con opere d’indiscu­tibile pregio artistico. A tal fine, ad esempio, le qualità opache giallastre, venivano utiliz­zate per la realizzazione di arabeschi, foglia­mi, nastri, cartelle, penne ecc.., mentre quelle bianco-azzurrognole, rossicce o vagamente colorate servivano per comporre fiori, frutti e ancora penne.(6)

Dal punto di vista genetico, per cercare di spiegare la notevole presenza di silice concrezionaria nell’area di Monterufoli (nella for­ma di vene, globuli e filoni, costituiti per lo più da calcedonio, quarzo, opale, diaspro) nonché quella dei vari carbonati di magne­sio (magnesite, dolomite, miemite) ad essa comunemente associati, bisogna considerare attentamente sia la costituzione geologica e l’assetto tettonico della zona sia la prolunga­ta azione di un’anomala attività idrotermale correiabile al contiguo campo geotermico di Larderello e responsabile dei vistosi fenomeni di alterazione che hanno interessato, trasfor­mandole e mineralizzandole in vario modo, praticamente tutte le formazioni rocciose pre­senti nell’area.

Sotto l’aspetto geologico la zona di Monte­rufoli è caratterizzata quasi esclusivamente dalla presenza di un’imponente ed estesa col­tre di formazioni alloctone (qui traslate dalla tettonica compressiva connessa all’Evento Appenninico) e riferibili nella loro totalità sia al Complesso Ofiolitifero (ofioliti, diaspri, cal­cari a Calpionelle, argille fissili con calcari si­licei “palombini”) che alla cosiddetta Formazione di Lanciaia (una formazione se­dimentaria costituita da una varia successio­ne di brecce ad elementi prevalentemente ofiolitici, siltiti, marne, calcari marnosi, areanarie e calcari arenacei).

Ebbene, all’interno di questo caotico conte­sto litologico c’è però una formazione che su­pera tutte le altre per estensione e per potenza condizionando quindi in modo de­terminante il paesaggio e la morfologia di quasi tutta la zona considerata: quella delle ofioliti, ovvero delle rocce più diffuse e sicu­ramente più rappresentative dell’area di Mon­terufoli. Considerate nel loro insieme le ofioliti formano infatti qui un’enorme placca la cui forma può ricordare approssimativamente quella di un triangolo isoscele avente il ver­tice a Ovest-Sud-Ovest. Secondo Lotti, poi, “…la roccia ofiolitica predominante nei din­torni di Monterufoli (…) ricoperta qua e là da rocce sedimentarie” formerebbe nel suo in­sieme addirittura “un’enorme cupola circolare avente un diametro di dodici chilometri” co­stituendo così senza dubbio “la più grande massa ofiolitica della Toscana”.(7)

Questa singolare caratteristica geologica è in questo caso ancora più degna di menzione in quanto l’abbondante presenza di ofioliti è assolutamente’determinante per la genesi dei depositi silicei e – ancor più – dei depositi magnesitici che vi si trovano assai spesso as­sociati (talora anche in quantità economicamente sfruttabili). Le ofioliti (o “pietre verdi”) sono infatti un’insieme di rocce di origine magmatica, di natura sia intrusiva (pe­ridotiti e gabbri) che effusiva (basalti) che me­tamorfica (serpentine: derivate dalla trasformazione delle peridotiti), la cui com­posizione chimica, ultrabasica e basica, si può descrivere molto grossolanamente come una complessa miscela di silicati di magne­sio e di ferro. Nell’area di Monterufoli il mem­bro più diffuso della cosiddetta “triade ofiolitica” (serpentina – gabbro – diabase) è rappresentato dalle serpentine, ossia da roc­ce derivate da particolari processi di meta­morfismo (serpentinizzazione) che hanno profondamente interessato le peridotiti alte­randone radicalmente la struttura mineralo­gica, originariamente costituita da Olivina (o “peridoto”), Pirosseni, e, subordinatamente, da Orneblende, Biotite e Plagioclasi. Infatti durante il processo di progressivo raffredda­mento delle periodotiti all’interno del camino di risalita (ricordiamo che si tratta di rocce di origine magmatica costituenti essenziali della crosta oceanica) può accadere che si verifi­chino condizioni d’idratazione e di tempera­tura (tra 500 e 350 C) tali da innescare nelle Olivine un processo di autometasomatosi (ov­vero un autoriadattamento a condizioni am­bientali diverse) e d’idratazione che si conclude con la loro trasformazione in Ser­pentino (il minerale principalmente rappre­sentato nelle serpentine) e in ossidi di magnesio (MgO). Se successivamente acque ricche di anidride carbonica o fluidi idroter­mali hanno modo d’attaccare queste perido­titi in avanzato stato di alterazione (cioè ormai metamorfosate in serpentiniti) – e quindi ric­che, come abbiamo visto, in ossido di magne­sio proveniente dal disfacimento dei silicati di magnesio (Pirosseni, Antiboli, Olivina) ori­ginariamente presenti nelle peridotiti iniziali – vengono finalmente a crearsi le condizioni per la precipitazione dei carbonati di magne­sio (magnesite, dolomite, miemite) e per la liberazione di molecole di biossido di silicio che poi precipitano e si cristallizzano, a se­conda delle diverse condizioni giacimentolo­giche, in varie forme e in vari abiti, dando così origine a vari tipi di quarzi e di calcedoni. Orbene, se questo è un attendibile modello genetico, perché i calcedoni non si trovano allora diffusi in tutti gli affioramenti ofiolitici?

E perché, al contrario, se ne rinviene in grande abbondanza proprio a Monterufoli? Come aveva già osservato Pilla nel secolo scorso “…/ calcedoni opachi di Monte Rufoli si trovano solamente nelle ofioliti di quel paese. In altre contrade ofiolitiche occorre bene vedere varie vene e rognoni di sostan­ze silicee; ma elle sono in forma di veri cal­cedoni, ovvero di quarzo resinite, di opale, di leucagata, né hanno mai quella qualità particolare che le rende così utili nelle ar­ti”^)’. in altre parole non sempre esiste una correlazione fra ofioliti e depositi silicei in qualche modo interessanti per quantità o qualità. Per cercare allora di spiegare per­ché queste particolari mineralizzazioni ab­biano avuto una particolare diffusione proprio in questa zona bisogna chiamare in causa un fattore qui ancor oggi assai mani­festo la cui responsabilità nel caso di que­sta minerogenesi appare senza dubbio determinante: l’attività dei fluidi idroterma­li. Se consideriamo infatti che la zona di Monterufoli si trova in palese contiguità geo­grafica col campo geotermico di Larderello – Serrazzano e coi numerosi fenomeni en­dogeni e minerogenetici da tempo in esso attivi e se osserviamo inoltre che il territo­rio in esame è interessato sia da alcune im­portanti faglie, che possono aver facilitato la risalita di fluidi idrotermali e di acque carbonatiche circolanti in profondità (cosa che del resto è ampiamente attestata in tutta la zona boracifera), che dalla fitta rete di frat­turazioni e di fessurazioni presente normal­mente in tutte le ofioliti, potrà apparire chiaro come questa singolare convergenza di fat­tori naturali abbia potuto dar luogo a una grande diffusione di depositi silicei e magnesitici in alcune aree della copertura ofiolitica di Monterufoli.

Anche se secondo Lotti la genesi di queste mineralizzazioni andava ricercata nell’azio­ne di acque termali silicifere che avrebbero interessato sia le masse ofiolitiche che gli altri membri della copertura alloctona – pro­vocando nelle serpentine la trasformazione del feldspato e del diallagio rispettivamen­te in opale e smaragdite(9) (un minerale in cristalli aciculari di colore verde erba o ver­de smeraldo piuttosto diffuso nell’area) e ri­ducendo le serpentine stesse a una pasta resinosa, oltre a determinare la silicizzazione delle altre rocce interessate al fenome­no – appare oggi certo, come abbiamo visto, che la minerogenesi dei calcedoni e della magnesite di Monterufoli debba essere at­tribuita all’azione di acque vadose ricche di anidride carbonica sui silicati di magnesio presenti nelle ofioliti, con la conseguente for­mazione – vale la pena di ripeterlo – di vari carbonati di magnesio (magnesite, dolomi­te, miemite) e con la separazione di silice libera poi precipitata e cristallizzata in va­rie forme (quarzo, opale, calcedonio, aga­ta, crisoprasio, corniola ecc..) e in vari abiti. Sotto l’aspetto giacimentologico può esse­re infine interessante osservare che l’au­mento delle mineralizzazioni silicee rispetto a quelle magnesitiche risulta direttamente proporzionale alla profondità del giacimen­to: la causa di questo fenomeno è probabil­mente da ricercarsi “nel particolare comportamento delle soluzioni di silice che possono mantenersi sovrassature per perio­di di tempo molto lunghi. Nelle zone più su­perficiali del giacimento è logico ammettere che la deposizione della magnesite dalle so­luzioni circolanti sia un fenomeno piuttosto rapido e che quindi venga accompagnato da una scarsa deposizione di silice. Nelle zone più profonde invece dove le velocità di deposizione della magnesite sono più basse si raggiungono i tempi necessari al­la deposizione completa anche della silice con aumento quindi dei noduli opalini”.(10) La deposizione del biossido di silicio avvie­ne quindi molto più lentamente di quella del­la magnesite ed ha luogo nei livelli più profondi del giacimento.

Quanto alla distribuzione spaziale di questi depositi silicei e magnesitici è possibile de­limitare un’area abbastanza precisa in quan­to tutte le località note per gli affioramenti e le escavazioni risultano per lo più ubicate nell’area compresa fra la Fattoria di Monte­rufoli, Casa Malentrata, la Fattoria di Caselli, Casa la Pieve, Villetta e Serrazzano.

Per narrare la storia dello sfruttamento del­le pietre dure di Monterufoli occorrerebbe almeno un libro: tante sono infatti le notizie, i fatti, gli spunti che emergono dalla consul­tazione dei fascicoli di documenti conservati nella Filza 59 dell’Archivio Maffei presso la Biblioteca Guarnacci di Volterra. Se si con­sidera l’importanza di questi materiali docu­mentari (unitamente a quella dei documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Fi­renze e presso l’Archivio dell’opificio delle Pietre Dure) e, soprattutto, l’effettiva (e pa­radossale) carenza di notizie sulla storia economica dei tanto celebrati calcedoni vol­terrani apparirà senza dubbio chiara la ne­cessità di un’attenta e completa indagine archivistica finalizzata alla ricostruzione sto­rica delle vicende legate all’escavazione e all’utilizzazione di questi caratteristici mi­nerali.

Date queste premesse, risulta pertanto chia­ro che in questa sede non si potrà far altro che tracciare alcune linee generali di una storia ancora tutta da scrivere.

Le prime notizie documentate relative all’e­sistenza di minerali silicei nei pressi di Mon­terufoli risalgono al 1516 quando Antonio di Gentile Guidi da Volterra, in una memoria riguardante alcune risorse minerarie del vol­terrano, ebbe a descrivere chiaramente la presenza del quarzo nell’area considerata nel modo seguente: “…in quello di Monteruffoli vi sono i Berilli fini: sono dal Castello delle Donne, per andare per la Via della Ser­ra, a mano manca, v’è un poggio molto gros­so, tiene Querce sù la cima, vi sono certe crepacce, e certi peli lunghi, v’è di belle pia­stre, e vi sono suso appiccate ad uso di Diamanti” .(11)

La prima notizia certa sull’effettiva escavazione di queste pietre si trova comunque in una lettera del 1598 in cui Cosimo Fei, prov­veditore delle Saline di Volterra, chiedeva un rimborso per le spese occorsegli per il trasporto delle pietre cavate da Monterufo­li.(12) Era accaduto infatti che già dal 1580 si era definitivamente affermata a Firenze, dietro reiterata iniziativa del Granduca Fran­cesco I (che nel 1572 aveva chiamato a Fi­renze due esperti milanesi specializzati nella lavorazione del cristallo di rocca), un’“offi­cina” specializzata nella lavorazione artigia­nale delle pietre dure: ciò aveva provocato pertanto che le ricerche di questi minerali si concentrassero tra l’altro anche nella te­nuta di Monterufoli che, divenuta proprietà dei Maffei di Volterra nel 1535, era già nota da tempo per l’eccezionale abbondanza e varietà di calcedoni e pietre dure che affio­ravano dal suo sottosuolo(13): proprio per questa ragione “… ogni tanto tempo i Mini­stri della galleria, solevano mandare perso­ne intendenti a Monte Ruffoli per scavare calcedoni per uso dè lavori”.(14) In questo stato di cose vi è ragione di credere, come ha notato Batistini, che fin dalle prime mis­sioni della Real Galleria dovessero covare sordi risentimenti tra l’amministrazione Granducale e la famiglia Maffei in merito al­l’effettiva giurisdizione sulle cave e sui cri­teri relativi al loro sfruttamento(15): ciò appare confermato indirettamente dal fatto che con Bando del 10 febbraio 1609 il gran­duca Ferdinando I stabilì l’assoluto divieto di estrarre ed esportare tutte le pietre atte ad essere lucidate, riservandone l’uso esclu­sivo alla Galleria Granducale.(16) Questa provvide infatti all’alacre sfruttamento del­le cave, come risulta, ad esempio, dalla te­stimonianza di Orazio Cangi, che dopo essere stato in Sicilia e in Corsica a scopri­re cave, rimise nel 1612 una nota di spese fatte per la Galleria nella sua gita a Volter­ra alla ricerca di calcedoni.(17)

Anche se in questo periodo le ricerche do­vettero essere assai intense, le pietre cavate a Monterufoli trovarono inizialmente scarsa applicazione in quanto a causa delle picco­le dimensioni dei blocchi esse apparivano del tutto inadatte ad essere utilizzate per il rivestimento delle vaste superfici interne del­la Cappella dei Principi in S.Lorenzo: per ta­le motivo si preferiva quindi far sovente ricorso a pietre importate dall’estero.

Ma a partire dalla metà del Seicento l’atten­zione finì per concentrarsi esclusivamente sulle risorse del Granducato conducendo così, anche nella zona alla progressiva sco­perta di nuovi depositi silicei come ad esem­pio nel caso di quello del bianco di Caselli – che non è molto duro, ma è “di pelle fina e candida” – o di quelli del paonazzo o dei verdi (agli inizi del ’700).(18) Da allora pra­ticamente ogni anno è documentata una missione a Monterufoli che veniva alloggiata e ospitata nella villa dei Maffei. Ogni anno si preparavano i materiali per l’anno succes­sivo e si cavavano quelli predisposti l’anno precedente applicando in certi casi anche un particolare trattamento termico (già no­to nell’antichità, unitamente all’esposizione prolungata alla luce solare del minerale grezzo di colore troppo chiaro) con lo sco­po di rinforzarne le colorazioni: i calcedoni venivano sotterrati riscaldandoli lentamen­te per poi venire lentamente raffreddati, ben sapendo che la porosità selettiva della pie­tra è infatti tale da consentire, tra l’altro, un assorbimento differenziato di eventuali fo­sfati organici naturali presenti nel terreno. L’insofferenza e il risentimento dei Maffei nei confronti della prerogativa granducale an­darono però acutizzandosi a tal punto che il Granduca Francesco I di Lorena in data 31 ottobre 1758 si vide costretto ad emana­re un bando in cui veniva confermato quanto espresso nell’editto del 1609 e in cui si in­giungevano pene rigorose (fino a 50 scudi e a dieci anni di carcere) nei confronti di chiunque scavasse, estraesse o vendesse i calcedoni della tenutaci 9) Sempre nel 1758 fu inoltre stabilito di mettere addirittu­ra delle guardie “a conservazione e custo­dia delle Pietre Dure di Monte Rufoli”; alle guardie “non fu assegnato alcuno appaia­mento” essendo loro solamente consentita la facoltà di portare armi da fuoco grazie a una semplice licenza che ricevevano gratis

dal Reale Guardaroba. Queste nuove restri­zioni provocarono le giuste lagnanze dei Maffei che, pur essendo i proprietari dei ter­reni in cui si trovavano le cave, si erano da prima visti compensare da Casa Medici sol­tanto con “qualche regalo di lavori di cal­cedoni lavorati in Galleria” per essere poi completamente ignorati dai Lorena ed anzi addirittura compresi, essi stessi, nell’ingiun­zione di divieto del 1758.(20) Ogni rimostran­za cadde tuttavia nel vuoto.

A sorvegliare le cave furono così poste ini­zialmente tre guardie (poi divenute quattro) scelte fra i giovani contadini della zona: nel 1761, ad esempio, troviamo Sabatino Querci, Salvadore di Bernardo Sarri, Paolo di Giovanni Danzini e Ottaviano di Pio Danzini.(21)

Che la fama dei calcedoni di Monterufoli (e quindi il reale interesse per il loro impiego) non fosse comunque limitata all’ambito re­gionale – determinando cosi un’inevitabile contenzioso per il loro monopolio – è testi­moniato anche dal tipo di committenza in­teressata a questi materiali: è del 1755, ad esempio, una richiesta della Real Corte di Napoli per un quantitativo di pietre dure che “devono cavarsi nella Val di Cecina, in luo­go detto Monte Rufoli, Monte Quercioli e Querceto” .(22)

In questo clima di evidente espropriazione, l’attrito fra i Maffei e il Granduca andò fa­cendosi realmente insostenibile tanto da sfo­ciare infine nel 1788 in un’iniziativa del tutto autonoma della famiglia proprietaria con la quale Niccolò Luigi Maffei stabilì che per i dieci anni successivi la casa Maffei avreb­be ceduto calcedoni al Sig. Morandi di Fi­renze e alla Galleria Granducale, qualora ne avesse fatto richiesta.(23) Fu solo l’inizio di una rapida riappropriazione, tant’è che ai primi dell’ottocento le cave risultano gesti­te completamente dai Maffei che vi eserci­tavano un assoluto controllo.

Questa nuova situazione condusse nel 1826 a una serie di convenzioni con la Real Gal­leria che, come ebbe a scrivere in seguito Carlo Siries, direttore della galleria, in una lettera a Giulio Maffei “…non tolgono alla di lei famiglia la facoltà di vendere o di dona­re… Danni potrebbero esser fatti alle ca­ve…come accadde allorché anni fa fu permesso al Morandi di scavarvi a suo pia­cere… Da qui in avanti sarà mia cura fare nuove provviste mediante le quali la di lei famiglia sarà largamente compensata”.(24) Nel 1836 la corte granducale tornò a chie­dere la privativa di escavazione, ma le pre­tese dei Maffei furono giudicate troppo onerose e il progetto fu abbandonato.

Sempre nel 1836 i Maffei vennero citati in giudizio da Giuseppe Galeotti, curatore di Giovanni Antonio Paoletti, in relazione alle escavazioni di calcedonio da loro intrapre­se sul Poggio di Castiglione. Benché con­dannati dal Tribunale di Volterra i Maffei ripresero dopo pochi anni possesso delle ca­ve sul Castiglione per riperderle poi defini­tivamente nel 1861.(25)

Nel frattempo continuavano ogni anno le missioni da parte della Galleria Granduca­le: l’ultima di cui si ha notizia ebbe luogo nel 1855 e fu capeggiata da Niccolò Betti.(26) I Maffei erano rimasti così signori incontra­stati delle cave e veri e propri imprenditori di pietre dure: circa l’attività di estrazione in questo periodo basti dire che nel 1858 fu­rono scavate e pulite 10.000 libbre di pietre dure a Fonte Gabbra e 7.500 libbre a Malendrata e che i pezzi non venivano più spaccati ma segati a mano con sega a fer­ro dolce senza denti e a rena smerigliata; i cavatori erano quattro o cinque e tutti del­la zona, mentre segantini erano due e vol­terrani. Gli utensili impiegati consistevano in mazze, martelli, subbie, corde, pali di fer­ro, frulloni, spianatoi, paletti per “mine”, se­ghe a smeriglio, manici, telai, zappe oltre a un particolare trapano a corde chiamato “violino”, mentre per gli sbancamenti più grossi venivano impegnati addirittura dei contadini coi buoi.(27) Per facilitare le fati­cose e lunghe operazioni di taglio i Maffei pensarono anche di acquistare una sega meccanica azionata da un motore, ma il co­sto troppo elevato del macchinario li dissua­se, obbligandoli così a rivolgersi al sig. Vassilio Perdicary, proprietario delle cave di marmi di Monterombolo presso Campiglia Marittima, ogni qual volta avessero bisogno di far segare delle lastre.(28)

Assai richiesti sul mercato delle lavorazio­ni artigianali, i calcedoni procurarono ai Maf­fei anche soddisfazioni non soltanto economiche: nel 1850, ad esempio, la dire­zione delle II. e RR. Scuole Tecniche d’Arti e Manifatture di Firenze ricevette dai Maf­fei (dietro sua specifica e premurosa richie­sta) ben ventidue campioni di pietre dure e di brecce scavate nei possessi di Monteru­foli onde esporli nel Museo Tecnologico annesso(29) e nel 1854 una nutrita serie di esemplari fece bella mostra di sé alla gran­de esposizione fiorentina organizzata dallo stesso lstituto(30); nel 1862, infine, Niccolò Maffei fu addirittura premiato all’Esposizione internazionale di Londra “per la notabi­le bellezza della calcedonia da lui recentemente scoperta e per la sua colle­zione di minerali”.(31) Ma furono gli ultimi momenti di gloria per queste splendide pie­tre il cui declino, unitamente alla diminuita richiesta del mercato, appare indissolubil­mente legato a quello della famiglia Maffei che, travolta da varie avversità, perse nel giro di pochi anni tutto il suo immenso pa­trimonio e con esso la Tenuta di Monteru­foli che fu definitivamente ceduta nel 1887, segnando così la fine delle escavazioni di calcedonio in tutta la zona.

Per ricostruire l’esatta ubicazione delle va­rie cave sul territorio risulta senza dubbio indispensabile la descrizione datane da Giu­seppe Antonio Torricelli da Fiesole e pub­blicata da Targioni Tozzetti nel tomo III delle sue Relazioni assieme ad un’accuratissima illustrazione di queste mineralizzazioni e ad acute osservazioni sulla loro genesi.(32) Si apprende così che presso un “Uccellare da Tordi” passava un filare di “Bianchi stietti” che si prolungava poi fin oltre il Ritasso “ne ’Monti di S.Antonio” (oggi Poggio di Casti­glione); ben tre grossi filoni (rispettivamente di calcedoni paonazzi, di carnicini e di bian­chi) si trovavano poi sulla parte occidenta­le del Monte Quercioli, un rilievo poco a Nord del Pod. Gabbra, mentre sul “Monte di S.Antonio” passava un bel filone di bian­co e giallo. Calcedoni di vari colori erano poi segnalati presso il Pod. Sorbi, nel “Fiume del Mulino di Sorbi” e nel “Borro degli Scopi”.

Tra le località di estrazione più importanti o dimostratesi più durature nel corso del tempo spiccano comunque l’antica cava an­cor oggi visibile presso il Pod. Monterufolino, in cui si possono chiaramente osservare le giaciture delle vene silicee en­tro le ofioliti alterate, e le numerose e ric­che cave un tempo esistenti presso i poderi Sorbi e Gabbra, poco a NNO di Villetta, già celebri in passato per le notevoli mineraliz­zazioni presenti ed oggi malamente acces­sibili per la fitta vegetazione che ricopre la zona. In particolare, presso Sorbi si aveva­no escavazioni nel Fosso Rimandrio, nel Fosso Rivivo (un botro che faceva da con­fine fra il Pod. Gabbra e il Podernuovo), nel Fosso Morocco e nella Serra al Fabbro (presso il Pod. Malentrata), mentre nei din­torni di Gabbra c’erano cave importanti al Monte Quercioli, alla Fonte di Gabbra e alla Porcareccia.(33) Grossi filoni erano poi conosciuti anche lungo il Ritasso, sul Pog­gio di Castiglione (detto un tempo Poggio di S.Antonio), nel Fosso degli Scopai e a Sud della Fattoria di Monterufoli, nel Botro delle Acque Calde (o “Botro di Campora”). Naturalmente, oltre a queste località più no­te ve ne erano molte altre ad essere inte­ressate dalla presenza dei vari filoni silicei, spesso anche su ampie superfici, e poiché nell’area affioravano “Calcedoni di tutti i co­lori, cioè il Bianco, e il Bianco e Giallo, il Bianco e Rosso, il Pavonazzo, il Rosso, il Carnato, il Verde con macchia Bianca, lo Scuro, e cento altri colori(34), ne consegui­va che tutte le cave erano caratterizzate dal­la particolare varietà di calcedonio che vi si rinveniva: si aveva così bianco al Boschet­to, misto grigio alle Pianacce, giallo-celeste al Poggio di Castiglione e al Monte Quercioli, rosso-turchino nel Fosso Rivivo, ver­de ai Gabbrucci, rosso-granata al Pod. Sorbi, nero, alla Ficaia.(35) Altre cave si tro­vavano infine nei dintorni di Caselli (Pod. la Pieve, la Serra, i Capannoni) al Poggio dei Gabbri, al Vallino(36) e nell’area a Nord-Ovest di Serrazzano, nota da tempo per la particolare presenza di corniola (un tipo di calcedonio uniformemente colorato in rosso più o meno sanguigno).

Ma al di là delle cave “storiche”, apposita­mente individuate e coltivate per l’estrazio­ne dei calcedoni (e che fornirono in notevoli quantità campioni di straordinaria qualità estetica), nuove località sono state ricono­sciute in tempi più recenti, durante la ricer­ca e l’escavazione di giacimenti di magnesite, un minerale a cui il calcedonio e il quarzo si trovano, come si è detto, as­sai spesso associati (risultando, però, in questo caso veri e propri elementi “di distur­bo”). Tra queste sono da menzionare le ri­cerche condotte nella valle del T. Ritasso (presso Villetta) e nel Fosso di Malentrata; specialmente in quest’ultima località le mineralizzazioni silicee e magnesitiche pre­sentano grande diffusione e pertanto pro­prio in questa zona si sono concentrate e succedute quasi tutte le attività minerarie. Qui i minerali (dolomite, magnesite, miemi­te, quarzo, calcedonio, crisoprasio e dia­spro) si rinvengono estesamente lungo le sponde del fosso e nei grossi massi che giacciono nel suo letto. Sulla destra idrogra­fica del fosso è ancora visibile, quasi a li­vello dell’alveo e seminascosta fra la vegetazione, una piccola galleria di ricerca di breve sviluppo in cui si possono riscon­trare modeste mineralizzazioni di idroma­gnesite (un carbonato basico di magnesio in forma per lo più di fini cristalli aciculari bianchi lunghi alcuni millimetri).

Decisamente più frequenti e senza dubbio più interessanti sono comunque le numero­se discariche che si trovano nel tratto com­preso fra la confluenza col Ritasso e la piccola miniera: vi si segnalano in partico­lare il crisoprasio (varietà di calcedonio di colore verde traslucido per presenza di ni­chel), la dolomite e il quarzo, sia in varietà ialina che latteo-calcedoniosa.

Estese ricerche e importanti escavazioni di magnesite furono inoltre intraprese anche nel Fosso degli Scopai, un affluente di de­stra del Ritasso, dove, a partire da circa 300 m. a monte della confluenza e per oltre 400 m. di lunghezza, furono riconosciuti 14 filo­ni di magnesite per la cui escavazione, alla fine degli anni Venti, vennero impiegati 150 operai con una produzione annua di 10.000 t. di minerale commerciabile. Lo sfruttamen­to di questi depositi riprese poi soprattutto nel periodo 1928-1950 per opera del Conte Ugolino Della Gherardesca, estendendosi anche al contiguo Botro di Carnovale.

Esemplare di Calcedonio di Monterufoli

Ma, assieme al Fosso di Malentrata e al Fos­so degli Scopai, l’altra località importante per le mineralizzazioni a magnesite e a cal­cedonio è senza dubbio quella rappresen­tata dal già ricordato Poggio di Castiglione (presso Canneto), dove fra la fitta vegeta­zione è ancora possibile osservare piccole cave e diverse discariche (una di esse si tro­va a ridosso della strada provinciale per Canneto) incluse fra le rocce serpentinose profondamente alterate e silicizzate che co­stituiscono la parte più alta del rilievo.

Qui le ricerche individuarono alcuni filoni dello spessore variabile dal a 5 m. e di lun­ghezza oscillante da alcune decine ad ol­tre 200 m. e si concentrarono soprattutto sulle pendici meridionali ed orientali del pog­gio, a quote medio-alte. Le mineralizzazio­ni magnesitiche del Poggio di Castiglione si presentano sotto forma di noduli o bloc­chi di magnesite di colore bianco-giallastro, inglobati in concrezioni di silice calcedonio­sa contenenti una notevole percentuale di ferro e di calcio. Notevole è, infine, qui la presenza del quarzo.

Angelo MARRUCCI

NOTE BIBLIOGRAFICHE

  1. Cfr. G. TARGIONI TOZZETTI, Relazioni di alcuni viaggi fatti in diverse parti delia To­scana. 2.ed. Firenze, Stamperia Granduca­le, 1768-79, till, p. 316 e A. PAMPALONI MARTELLI, Le raccolte lapidee dell’opificio delle Pietre Dure, in: Splendori di pietre du­re. L’arte di Corte nella Firenze dei Gran- duchi. Firenze, Giunti, 1988, p. 272.
  2. A. D’ACHIARDI, Mineralogia della Tosca­na. Pisa, Nistri, 1872-73, v. I, p. 101.
  3. Cfr. L. PILLA, Breve cenno sulla ricchez­za minerale Toscana. Pisa, Vannucchi, 1845, p. 103.
  4. Cfr. G. BRIZZI & R. MELI, Le pietre sili­cee della Fattoria di Monterufoli, in: “Riv. Min. It.”, 3, 1988, pp. 101-110.
  5. E. REPETTI, Dizionario geografico fisico storico della Toscana. Firenze, per l’autore ed editore, 1833-43, pp. 517-18.
  6. Cfr. G. TARGIONI TOZZETTI, cit. p. 305.
  7. B. LOTTI, Geologia della Toscana. Mem. Descr. Carta Geol. d’It., Roma, 1910, p. 251.
  8. L. PILLA, cit., p. 104.
  9. B. Lotti, cit., p. 251.
  10. M. FRANZINI, La magnesite, in: La To­scana meridionale. Fondamenti geologico- minerari per una prospettiva di valorizzazio­ne delle risorse naturali. Rend. S.I.M.P., 27 (fase, sp.), 1971, p. 510.
  11. G. TARGIONI TOZZETTI, cit., t. IX, p. 26.
  12. Cfr. A. PAMPALONI MARTELLI, cit., p. 272.
  13. L’esistenza dei calcedoni di Monterufo­li alla metà del Cinquecento era già ampia­mente nota: oltre agli scritti menzionati da Targioni Tozzetti (t. Ili, p. 316 e segg.) si può ricordare ad esempio la Descrittione di tut­ta Italia del frate bolognese Leandro Alber­ti (1550) in cui si legge (c.50r.) che nell’area in questione “…retrovansi Pietre da Porfi­do, Serpentino, Agata, Calcedonii, con mol­te simili preziose pietre di diverse maniere et de diversi colori…”.
  14. G. TARGIONI TOZZETTI, cit., p. 316.
  15. G. BATISTINI, / calcedoni di Monteru­foli, in: Università della Terza Età di Volter­ra – Programma anno accademico 1988-89, xerocopie.
  16. A. PAMPALONI MARTELLI, cit.
  17. ibidem
  18. G. TARGIONI TOZZETTI, cit., t. Ili, p.321.
  19. B.G.V., Archivio Maffei, filza 59. Il do­cumento è molto prezioso ai fini della sto­ria delle escavazioni in quanto vi si trova conservata in due fascicoli la maggior par­te dei documenti relativi alla gestione delle cave (lettere, permessi di escavazione, no­tifiche, trattative, pagamenti agli operai, spe­se per acquisto di materiali ecc.) dai primi del Seicento a tutto l’ottocento.
  20. ibidem
  21. ibidem
  22. ibidem
  23. ibidem
  24. Cfr. G. BATISTINI, cit.
  25. B.G.V., Archivio Maffei, cit.
  26. A. PAMPALONI MARTELLI, cit.
  27. Gli strumenti impiegati per l’estrazione del minerale (e quindi i sistemi di coltivazio­ne delle cave) si possono parzialmente ri­costruire grazie alle numerose ricevute di pagamento relative alla metà del secolo scorso e conservate in B.G.V., Archivio Maf­fei, cit.
  28. ibidem
  29. ibidem
  30. Cfr. Catalogo dei prodotti naturali e in­dustriali della Toscana presentati all’espo­sizione fatta in Firenze nel 1854 nell’l. e R. Istituto Tecnico, 2.ed., Firenze, Tip. Tofani, 1854, pp. 79-80. I campioni esposti porta­no i numeri dall’839 all’879.
  31. Esposizione Internazionale dell’anno 1862. Regno d’Italia. Elenco degli esposi­tori premiati. Londra, Eyre e Spottiswoode, 1862 p.6.
  32. G. TARGIONI TOZZETTI, cit., t. Ili, pp. 316-327.
  33. B.G.V., Archivio Maffei, cit.
  34. G. TARGIONI TOZZETTI, cit., t. Ili, p.322.
  35. Cfr. G. BATISTINI, cit.
  36. B.G.V., Archivio Maffei, cit.

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

LA MINIERA DI LIGNITE DEL PALAGIONE A POMARANCE

Tra le numerose risorse minerarie del territorio volterrano la lignite è senza dub­bio quella che ha conosciuto il destino più singolare: ricercata con impeto e con avi­dità dalla fine del Settecento e per tutto l’Ottocento in tutti gli affioramenti di ar­gille mioceniche, fu quindi diffusamente e metodicamente coltivata nel corso di questo secolo in concomitanza delle due guerre mondiali (ricorrendo, per necessità di Patria, anche allo sfruttamento inten­sivo dei giacimenti più poveri e meno si­gnificativi) per essere infine talmente tra­lasciata nel secondo dopoguerra, che og­gi risulta assai difficile (almeno per le mi­niere più piccole) riscontrare sul terreno le tracce delle attività connesse all’escavazione di questo combustibile fossile. Dal punto di vista storico fino alla prima metà dell’ottocento la lignite, eccettuato che per il suo interesse scientifico, appare assolutamente trascurata nel quadro del­le materie prime minerarie della Tosca­na. Infatti fu solo verso il 1830 – ’40 che nella nostra regione lo sviluppo del bino­mio miniere – ferrovie, la formazione di nuovi e più spregiudicati gruppi impren­ditoriali desiderosi di più efficaci e reddi­tizie forme di investimento e la necessi­tà, già manifestata alla fine del Settecen­to, di sostituire l’uso del carbone di legna (di cui si paventava già l’eccessivo sfrut­tamento) con combustibili più economici e maggiormente disponibili, resero pos­sibile tutto un proliferare di ricerche vol­te al reperimento di giacimenti utili di car­bon fossile (1).

La zona del Palagione

Nel volterrano queste prospezioni con­dussero progressivamente alla scoperta di piccoli ma numerosi depositi nelle val­li dell’Era (Montauto – Lajatico, Torri, Ca­sanova, Camporbiano), della Cecina (Buriano – Cortolla, Lama, Botro del Filare, Palagione, Montauto – Monteguidi, Monterufoli, Serrazzano I e II, S. Ippolito, Montecerboli, Mocaio, Ceramelli- Loghe, Bo­sco Tatti, Montecastelli – Colombaia) e della Cornia (Rio Guardigiano, Rio Pia­strello, Montebamboli).

Per quanto riguarda il giacimento del Pa­lagione presso Pomarance, esso fu sco­perto intorno al 1915, vale a dire in un pe­riodo in cui le difficoltà economiche di una nazione ormai prossima all’entrata in guerra obbligavano a sfruttare a fondo tut­te le risorse di materie prime del Paese ed in particolare i combustibili.

Precedentemente, sulla lignite di questa località non si trovano accenni nè alla det­tagliatissima MINERALOGIA di D’Achiardi del 1872 – ’73 (2) nè nella grande mo­nografia di Lotti del 1910 sulla geologia della Toscana (3): segno evidente che fi­no ad allora gli sforzi economici e le ri­cerche minerarie si erano concentrati al­trove, su depositi più ricchi, più facili da sfruttare e quindi maggiormente remune­rativi.

Le prime notizie ufficiali sulla miniera ri­salgono comunque al 19 aprile 1916, da­ta in cui la miniera risulta denunciata per la prima volta al R. Corpo delle Miniere. Dai documenti si apprende che proprie­tario ne era il Cav. Carlo Andrea Fabbri­cotti (a cui apparteneva la tenuta del Pa­lagione), esercente Alessandro Rosini di Pomarance, direttore dei lavori ring. Adolfo Giulio Galigani di Pieve a Nievole e sorvegliante Terzilio Sprugnoli di Poma­rance (a cui subentrò poi Giacomo Mucci).

La prima visita di un Ispettore del Corpo delle Miniere fu effettuata in data 15 lu­glio 1916 dal perito Attilio Monticolo: dal­la relazione che egli compilò in quell’oc­casione risulta che il primo banco colti­vato si trovava a non più di 400 m. dal Possera e la sua potenza variava da 65 a 155 cm. ; la lignite estratta era nera, pi­cea, e rendeva 5500 calorie. Poiché lo strato lignitifero si mostrava pressoché orizzontale lo scavo avveniva a cielo aper­to con una trincea che si sviluppava per 30-40 metri. Sempre nel 1916 tale Fineschi iniziò l’e­splorazione del giacimento del MULINO DI TERRA ROSSA (luogo con cui si iden­tificherà da qui in avanti la vera e propria miniera del Palagione) con uno scoperchiamento di 20 metri e con un tronco di 8 metri in galleria, ma appena fu incon­trata la prima interruzione del banco i la­vori furono sospesi.

Nello stesso tempo, in località POGGIO ULIVINO fu condotto uno scavo con una galleria lunga 35 metri diretto a raggiun­gere un banco verticale di potenza com­presa fra 60 e 150 cm. Fu poi allestita una galleria di ricerca anche presso il BOR­RO DI PIETRANERA in luogo detto FON­TE A CASTRO. Qui la galleria avanzò per circa 20 metri iniziando nella lignite e pro­seguendo nell’argilla, ma ben presto del banco si persero le tracce determinandovi così la fine dei lavori.

In questo periodo nei vari cantieri del Palagione lavorarono 22 uomini e 4 donne con una produzione di 10 t. di lignite al giorno. Nel 1917 la produzione diminuì per una frana superficiale che ricoprì i la­vori precedentemente eseguiti nella zo­na del Mulino di Terra rossa. L’anno seguente la concessione minera­ria del Palagione passò alla Società Mi­neraria Galileo Palagi e C. di Firenze che in data 18 luglio 1918 sostituì il direttore Ing. Galigani con l’Ing. Camillo Boni di Fi­renze. Nello stesso anno si rintracciò il banco sulla sinistra del Possera e se ne constatarono la continuità e la regolarità. Nel 1919 si eseguirono scavi a giorno in località GORGHE e si proseguirono in lo­calità FORNACE e PURETTINO dove si riscontrò un banco della potenza di 110 cm.: si trattava comunque di banchi di di­screta potenza con lignite di buona qua­lità, ma purtroppo di estensione limitata. I lavori proseguirono fino al 1923 con una produzione complessiva di circa 2000 t. di lignite. Da ricordare è anche il fatto che tra il 1916 ed il 1923 nella Miniera del Mu­lino di Terra rossa si verificarono due gra­vi incidenti: uno mortale per rottura del tetto, l’altro abbastanza grave per incen­dio di gas.

Ubicazione dei lavori nei primi anni quaranta e dislocazione delle tre discenderie

Dopo due anni di abbandono la miniera fu riaperta nei primi mesi del 1925 e fino a tutto il 1926 vi lavorarono soltanto 3 ope­rai interni che produssero 51. di lignite al giorno “… abbattendo il carbone a rapi­na nei vecchi tracciamenti, per camere senza ripiena e senza legname”(4). Le camere misuravano circa 24 mq. ed era­no talora intercomunicanti separate da un pilastro perduto di circa 4 m. Dopo la cer­nita il carbone estratto veniva ceduto ai forni della R. Salina di Volterra, mentre lo scarto veniva consumato dall’esercente nella sua fornace di laterizi a Saline di Vol­terra.

Dal punto di vista tecnico i lavori sotter­ranei non risultarono affatto semplici. In­fatti poiché la discenderia del cantiere principale era stata scavata esattamente sotto il BOTRO DEL PALAGIONE si ave­vano inevitabilmente infiltrazioni d’acqua; a questo problema si pose rimedio con­vogliando l’acqua in due pozzetti per poi portarla a giorno con un vagoncino a bot­te da 3 quintali. D’inverno si estraevano in tutto 4 botti al giorno (12 q.), mentre in estate l’eduzione si limitava ad una sola botte giornaliera. Nel 1925 fu aperta una nuova discenderia, intermedia fra quella sopra descritta e la casa del Palagione; essa avanzò per circa 30 m. incontrando il banco lignitifero, ma fu poi abbandonata con la chiusura generale della miniera. Per la cronaca ricorderemo anche che fra questa discenderia e quella sottostante fu scavato un pozzetto profondo 12 m. che raggiunse il tetto del banco lignitifero, ma che dovette essere abbandonato poiché da esso si sprigionava una forte quantità di grisù.

Da una relazione stilata nel 1926 da A. Monticolo (5) si apprende che mentre gli strati del fondo valle e di parte delle spon­de cessavano dopo un percorso di 15-30 m., dimostrando di essere spezzoni “do­vuti a colossali scoscendimenti cagiona­ti dall’erosione del Possera”, più promet­tente si mostrava invece l’affioramento del Mulino di Terra rossa. Per Monticolo questo deposito presentava infatti le mi­gliori condizioni geologiche (banco immergentesi sotto una potente serie di ges­si e calcari non molto disturbati) per un eventuale e proficuo sfruttamento inten­sivo, tanto più che se pure la potenza del­l’affioramento non era molto consistente (80 cm.), ottima risultava invece la quali­tà della lignite.

Nel 1933 De Castro e Pilotti ritornarono sull’argomento nel quadro del loro accu­rato lavoro sui depositi e sulle potenziali­tà lignitifere della Toscana (6). Anche in questa occasione i due autori dopo aver ricordato le esplorazioni condotte in pas­sato nelle aree limitrofe di Gorghe, For­nace e Purettino, si dicevano convinti che la presenza evidente di un banco dello spessore di 80-100 cm., pur “dislocato e rotto in vari pezzi di varia grandezza, immersi nelle argille mioceniche più o me­no franose”, costituiva un’ottima premes­sa al ritrovamento di uno strato continuo in sede, e individuavano quindi in questo giacimento – come già aveva fatto Monticolo – ottime prospettive di sfruttamento. Ciò nonostante dal 1926 al 1940 la minie­ra restò chiusa. A riettivarla provvide il nuovo proprieta­rio della tenuta del Palagione, Avv. Lin­coln Ricci (come si evince dal permesso biennale rilasciato in data 2 novembre 1940) che affidò la direzione della minie­ra all’lng. Angelo Porciatti di La Spezia. Nel primo mese di attività effettiva i lavo­ri si concentrarono in tre diversi cantieri:

  1. a circa 80 m. di quota sul Possera, a circa 300 m. sul BOTRO DI DOCCIA (sul­la sponda sinistra), con due trincee e con una galleria di 15 m. I ritrovamenti di li­gnite furono qui assai sporadici (comples­sivamente 12-141. di lignite picea altera­ta) tanto che poi del banco fu persa ogni traccia;
  2. sulla sponda del Possera, al contatto fra i calcari e le sabbie gialle e le argille mioceniche sottostanti, con una trincea lunga 14 m.;
  3. nel luogo dei vecchi lavori degli anni 1916 – ’23 e 1925 – ’26, ovvero in luogo detto IL MOLINUCCIO, circa 750 m. a nord del Mulino di Terra rossa, nell’inci­sione del Botro del Palagione. In questa zona infatti si erano concentrati i lavori più importanti condotti in passato, poiché pro­prio qui più che altrove erano oggettiva­mente evidenti i migliori indizi per una fa­vorevole coltivazione del giacimento. In base a ciò, nel luglio del 1941, ring. Por­ciatti presentò un esauriente programma di riattivazione e sviluppo della vecchia miniera, suffragando il suo ottimismo coi dati raccolti dai vecchi lavori e con le ca­ratteristiche geominerarie del luogo, che avrebbero garantito, a suo parere, lavori facili e redditizi (7).

Nell’ottobre dello stesso anno il permes­so di ricerca fu ceduto dall’avv. Ricci ai sigg. Corrado Bagnoli e Comm. Luigi Pa­rini di La Spezia, ma con questa nuova gestione ricerche e lavori non conobbe­ro alcun progresso.

Successivamente, con D.M. del 24 mag­gio 1942, la concessione passò a Giusep­pe Bocchese di Vicenza, titolare di una filanda di bozzoli, che, tra proroghe e am­pliamenti, la mantenne fino alla chiusura definitiva della miniera, nel novembre del 1947. L’Azienda Mineraria Bocchese eb­be sede a Pomarance.

Gli auspicati lavori di riattivazione incon­trarono tuttavia seri ostacoli dovuti alla dif­ficile situazione italiana nell’economia di guerra. Infatti come documenta esaurien­temente una precisa relazione di Porciatti del settembre 1942 “… il progetto di rin­novo (…) va effettuandosi purtroppo con esasperante lentezza e con enorme spre­co di denaro; anzitutto per l’impossibilità di trovare la maestranza che sarebbe ne­cessaria ai lavori previsti e poi per le dif­ficoltà di trovare materiali occorrenti e so­prattutto per le difficoltà di trovare traspor­ti per farli affluire in miniera. I sindacati dei lavoratori locali e vicini, continuamen­te ed insistentemente richiesti, non han­no personale da assegnare: i pochi mina­tori della zona furono assegnati e mobili­tati dalla Forestale ai tagliatori e carbonizzatori di boschi e se ne abbiamo richie­sto alcuno ci è stato inesorabilmente ri­fiutato (…). In questa critica circostanza l’Azienda Mineraria Bocchese non si è abbattuta, ma ha cercato con i pochi ope­rai raggranellati, quasi tutti vecchi e gio­vanissimi, di sviluppare i lavori” (8).

Tra gli interventi più importanti di questo periodo bisogna ricordare l’escavazione di due nuove discenderie e la progressi­va riapertura della discenderia vecchia, interamente tagliata nel carbone per 125 m. Fu inoltre eseguita la tubazione del Bo­tro del Palagione ottenendo così ‘‘un bel­lissimo piazzale all’imbocco delle scen­derle 1 e 3”. Tale piazzale era più alto di circa m. 1,60 della strada di servizio per cui fu eseguito un muro di sostegno col risultato di ricavare ‘‘un bellissimo piano caricatore” che sarebbe stato poi ricoper­to da 200 mq. di lamiera. In un piccolo fabbricato fu poi allestita una centralina termoelettrica azionata da una locomobile e da un alternatore capace di fornire un’e­nergia di 20 Kw e furono installati un motoargano, una motopompa con la relati­va tubatura per l’emunzione dell’acqua dalle gallerie, un elettrotrasportatore e due motorini sussidiari. Fu infine sistema­ta la via provvisoria di accesso che immet­teva sulla strada provinciale presso il Mu­lino di Possera.

Nel settembre 1942 la maestranza era li­mitata a soli 12 operai, dei quali solo 2 po­tevano considerarsi allievi minatori.

Miniera del Palagione: un gruppo di minatori

Le difficoltà di questa miniera non erano comunque terminate: il 7 novembre 1942 un violento nubifragio si abbatté sulla zo­na provocando lo straripamento del Bo­tro del Palagione (che correva sotto il piazzale) con la conseguente inondazio­ne di tutto il piazzale e delle due discen­derie e con l’annegamento delle pompe. L’alluvione asportò circa 8 t. di trito e 1 t. di pezzatura dai due monti che si tro­vavano sul piazzale.

Per rendere ulteriormente conto delle pre­carie condizioni in cui si svolgevano i la­vori in sotterraneo basti dire che nell’au­tunno del 1942 l’avanzamento della di­scenderia n. 2 fu sospeso poiché il car­buro già assegnato per le lampade ad acetilene dei minatori non era stato distri­buito all’Azienda. In quello stesso perio­do si apprestò un importante lavoro di bo­nifica sotto al piazzale approntando un canale sotterraneo murato a volta per convogliarvi il Botro del Palagione ed eli­minare così il pericolo di future alluvioni della miniera. Nei primi mesi del 1943 fu completata e attivata la centrale termoe­lettrica e furono prosciugate mediante elettropompa le discenderie allagate, che vennero quindi nuovamente armate, ren­dendo così possibile la ripresa degli avan­zamenti. Furono poi allestiti piazzali di ca­rico e di raccordo fra le tre discenderie, un piazzale per la stazione di partenza della teleferica che avrebbe dovuto col­legare la miniera con la villa del Palagio­ne (per la quale opera furono approntati macchinari e 40 vagonetti o benne dalla Ditta Lenni e Cancelli di Livorno) oltre al restauro delle strade di accesso alla mi­niera. Tutti questi lavori impegnarono 25 operai per un totale di 1400 giornate.

A partire dai primi mesi del ’43 le notizie ufficiali si fanno più scarse. Risulta per­tanto preziosa la testimonianza diretta del sig. Ottavino Cipriani di Montecerboli che lavorò allora, appena quindicenne, nella miniera del Palagione (9). Ebbene, in que­sto periodo erano presenti 25 operai sud­divisi in due turni: dalle 5 alle 13 e dalle 13 alle 21 ; di notte il lavoro veniva sospe­so. Il minerale scavato dal minatore con l’aiuto di 2-3 operai veniva caricato su va­goncini poi trainati all’esterno dall’arga­no a motore. Il salario oscillava dalle 280 alle 300 lire mensili. Da Cipriani appren­diamo che inizialmente come motore era stata installata una caldaia a vapore il cui rifornimento d’acqua era garantito dalle donne che la trasportavano continuamen­te dal Possera con tinelli di legno. Con­duttore della caldaia era tale Nello di Bal­lerò e fuochista Ilio Grossini. Successiva­mente la caldaia fu collegata alla nuova centralina termoelettrica che assicurò co­sì l’illuminazione elettrica alle gallerie. Alla fine del 1943 fu iniziato un pozzo di ricerca del diametro di 120 cm. che fu spinto alla profondità di oltre 100 m. Ca­porale della miniera era allora Giusto Ros­si di Pomarance. Fu questo l’ultimo lavo­ro importante ad essere eseguito visto che per il proseguire della guerra le atti­vità rallentarono fino a cessare del tutto e i vari progetti di meccanizzazione e di ammodernamento (tra cui la teleferica) non poterono essere realizzati.

Nel 1944 la miniera versava nel più com­pleto stato di abbandono e veniva utiliz­zata dagli abitanti del luogo come rifugio antiaereo.

Alcuni lavori furono ripresi nel 1946 nel tentativo di raggiungere un lembo di ban­co al termine di una discenderia allaga­ta, ma le persistenti infiltrazioni d’acqua e la mancanza di mezzi di eduzione im­pedirono il raggiungimento dello scopo. Altre modeste ricerche, sia in sotterraneo che in superficie, eseguite in località CO­LOMBAIA dettero risultati del tutto irrile­vanti. Da una relazione tecnica del novembre 1947 compilata dall’lng. Riccardo De Marpillero si apprendono poi altre notizie interessanti: “… durante il periodo di tem­po nel quale l’Alta Italia è stata tagliata dal resto della penisola dalla linea Goti­ca, certo Taddiello, persona che si dice­va di fiducia del sig. Bocchese, vendette tutta l’armatura del Palagione, ivi compre­so il legname di armatura delle scenderie n. 1 e 2 e relativi livelli, dimodoché in seguito ad allagamento tali opere risulta­rono distrutte. Solo la scenderia n. 3 non venne disarmata, ma a seguito di una pie­na del Possera fu in parte allagata cau­sando la rovina delle vecchie opere” (10). Sulla base di un attento esame dei vec­chi lavori, dall’analisi delle precedenti re­lazioni di Porciatti e dal fatto che le pri­me quattro traverse della discenderia n. 3 si erano arrestate non per avere esau­rito il banco, ma perchè le esalazioni di gas ed il calore intenso non permetteva­no agli uomini di procedere nell’avanza­mento (tanto che i minatori denominava­no quella zona “Maremma”), De Marpillero si convinse che il banco di lignite do­veva proseguire verso sud, oltre i vecchi lavori: fece pertanto eseguire due son­daggi per valutarne l’esatta posizione e l’eventuale consistenza, ma entrambi eb­bero esito negativo. Per niente scoraggia­to, De Marpillero propose allora l’apertu­ra di due nuove gallerie ed un pozzo, ma tutti questi progetti non approdarono a nulla dato che da allora la miniera fu de­finitivamente abbandonata nonostante il parere più che favorevole del tecnico sulla prosecuzione dei lavori: ”… la lignite del Palagione è, a mio avviso, sebbene lamel­lare, una delle migliori ligniti che io cono­sca. Dalle analisi che ho fatto eseguire all’Uva a Savona risulta uno scarso tenore di ceneri, un’alta percentuale di sostan­ze volatili e basso tenore di zolfo; abbru­ciando non agglomera, il che non è lieve vantaggio. Sarebbe veramente deplore­vole lasciare inutilizzata sotto terra una si­mile lignite” (11).

Termina dunque cosi, con questo giudi­zio paradossalmente ottimistico, la storia di questa piccola miniera: una storia, co­me si è potuto capire, “minore” sia per­chè estremamente travagliata nel suo svi­luppo attraversato da difficoltà, interruzio­ni e ostacoli di ogni sorta, sia perchè si­curamente emblematica della situazione mineraria generale (e lignitifera in parti­colare) di quest’area della Toscana, ric­ca, appunto, di giacimenti poveri.

E oggi? Che cosa rimane oggi di tutte le opere e le attività intraprese nella zona del Palagione? Ebbene, i resti materiali di tut­ta questa storia sono oggi pressoché scomparsi, mascherati perfettamente dal­la vegetazione o cancellati per sempre dalle frane o dalle piene del Possera: so­lo con difficoltà se ne possono intuire le tracce tra le oasi di pini e le fitte chiazze di macchia mediterranea che costellano qua e là i rotondi e spaziosi pendìi argil­losi digradanti su questo tratto della Val di Possera.

Dott. Angelo Marrucci

NOTE BIBLIOGRAFICHE

  1. Sui fattori che determinarono la ricerca e il primo sfruttamento del carbon fossile toscano ponendo quindi le premesse alle prospezioni e coltivazioni di questo secolo si veda A. GIUN­TIMI – La grande illusione. La scoperta del car­bon fossile nella Toscana della prima metà dell’Ottocento, in: “Ricerche Storiche”, anno XIX, n. 1, gennaio – aprile 1989, pp. 3-43;
  2. A. D’ACHIARDI – Mineralogia della Tosca­na. Pisa, Nistri, 1872 – ’73, 2 voli.;
  3. B. LOTTI – Geologia della Toscana. Mem. Descr. C. Geol. d’lt., XIII, Roma, 1910;
  4. Corpo delle Miniere, Distretto di Firenze – Permessi e Concessioni, Provincia di Pisa n. 45/30 “Pomarance”: A. Porciatti – Relazione – Progetto per la riapertura della vecchia mi­niera del Palagione, 31 luglio 1941, p. 1. Re­lazione inedita;
  5. Ibidem, Permessi e Concessioni, III 21 – Pi­sa “Miniera di lignite Petranera e Palagione”: A. MONTICOLO – Giacimenti lignitiferi: terri­torio di Pomarance e regioni attigue, 18 set­tembre 1926, pp. 4-7. Relazione inedita;
  6. C. DE CASTRO e C. PILOTTI -1 giacimenti di lignite della Toscana. Mem. Descr. C. Geol. d’lt., XXIII, Roma, 1933, pp. 133-134;
  7. cfr. nota 4
  8. Corpo delle Miniere, Distretto di Firenze – Permessi e Concessioni, Prov. di Pisa n. 45/30 “Pomarance”;
  9. Le notizie sono state raccolte e cortesemen­te trasmessemi dall’amico Jader Spinelli al quale va il mio sincero ringraziamento;
  10. cfr. nota 8: R. DE MARPILLERO – Relazio­ne sulle ricerche del Palagione, 18 ottobre 1947. Relazione inedita;
  11. cfr. nota 10

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

LE MINIERE DI RAME DI MONTERUFOLI

a cura del Dott. Angelo Marrucci

“Situata in cima d’un alto ed orrido monte, in mezzo ad immense boscaglie’’ (1), la villa di Monterufoli domina in completa solitudine uno degli ambienti naturali più selvaggi, intat­ti e suggestivi del volterrano.

Nota soprattutto perché legata alla presenza dei celeberrimi calcedoni, la zona di Monteru­foli vanta tuttavia, fra i suoi numerosissimi ca­ratteri d’interesse naturalistico, una diffusione di mineralizzazioni cuprifere così ampia da di­venire, specialmente durante il secolo scorso, oggetto di capillari indagini gelogiche e teatro di ripetuti tentativi di sfruttamento minerario. La struttura geologica dell’area, caratterizza­ta infatti da una spessa ed estesa coltre di ter­reni alloctoni costituiti per lo più da argille e calcari palombini, da vari membri della Forma­zione di Lanciala e, soprattutto, da enormi am­massi di rocce ofiolitiche (per lo più in facies di serpentiniti), spiega facilmente, assieme alla stretta contiguità col campo geotermico di Lar- derello (e quindi coi fenomeni idrotermali in es­so attivi), la presenza di questo particolare ti­po di depositi minerari.

Zona di Monterufoli nei pressi di Botticella. Impluvio del Fosso Linari.

Circa il loro primitivo sfruttamento non esiste finora alcun tipo di documento, motivo per cui si possono soltanto avanzare delle ipotesi che, per quanto attendibili, restano tuttora in atte­sa di conferma. Secondo Fiumi infatti in epo­ca protostorica, etrusca e romana “…rame si estraeva ancora dai filoni, non molto persistenti ma ricchi di minerale in superficie, di Montecastelli, Monterufoli e Micciano in Val di Ceci­na.’’ (2). Anche se finora non sono mai stati rinvenuti reperti che possano far pensare alla presenza di stazioni preistoriche o etrusche nella zona di Monterufoli, si può tuttavia sup­porre che eventualmente tali giacimenti pos­sano essere stati sfruttati da comunità stanzia­te nel territorio di Pomarance, di Lustignano o di Rocca Sillana: tutte località da cui proven­gono suppellettili e sicure testimonianze di ca­rattere archeologico (3).

A differenza inoltre della vicina miniera di Mon­tecatini Val di Cecina (per la quale si conosco­no abbastanza bene le vicende dello sfrutta­mento minerario preottocentesco) e contraria­mente ad alcune aree minerarie limitrofe, per quanto riguarda la zona di Monterufoli, se si esclude l’escavazione dei calcedoni iniziata al­la metà del XVI secolo, non esistono testimo­nianze di alcun genere che attestino per que­sto specifico territorio l’esistenza di una qual­siasi attività estrattiva di minerali di rame dal Medioevo all’ottocento (4). Proprio per tale mo­tivo, per tentare di ricostrure anche per som­mi capi la storia mineraria di questa terra, non si può prescindere da un esame accurato del­le rare relazioni minerarie ottocentesche, non­ché della scarsa documentazione reperibile presso il Distretto del Corpo delle Miniere di Firenze – come pure, soprattutto, dei fondi ar­chivistici conservati presso la Biblioteca Guarnacci di Volterra, dove è infatti depositato l’ar­chivio della famiglia Maffei, proprietaria della Tenuta di Monterufoli fino alla fine dell’Ottocento e per l’interessamento della quale eb­bero inizio le prime ricerche minerarie di cui abbiamo notizia per quest’area.

Anche se questa breve ricerca dovrebbe limi­tarsi a indagare le vicende dello sfruttamento dei depositi cupriferi nel territorio circostante la Fattoria di Monterufoli (e più specificatamen­te nell’impluvio del Fosso Linari e nei rilievi di Poggio Gabbra, Corno al Bufalo e Poggio di Campora), per costruire un quadro d’insieme più attendibile della topografia storica relativa alle ricerche che hanno interessato questa re­gione poco conosciuta, è assolutamente ne­cessario prendere contemporaneamente in considerazione anche la contigua zona di Libbiano che con l’area in esame forma, sia per costituzione geologica che per caratteri geo­grafici e morfologici, un territorio assai omo­geneo ed uniforme che conviene quindi ana­lizzare nella sua globalità. Prima però di affron­tare più in dettaglio questo tema, è indispen­sabile dare uno sguardo all’oggetto privilegiato di tutta questa storia: le mineralizzazioni cu­prifere, la loro origine e la loro distribuzione in questa ristretta zona delle Colline Metallifere: ciò permetterà di comprendere meglio la logi­ca che ha orientato le ricerche succedutesi nel corso del tempo e l’ubicazione di saggi e mi­niere nella vasta coltre ofiolitica di Monterufoli. È noto infatti che dal punto di vista giacimen­tologico, le zone che risultano più frequente­mente sede di mineralizzazioni cuprifere (per 10 più a calcopirite e pirite) nelle ofioliti (e che quindi sono state ripetutamente ricercate e in­vestigate con grande attenzione) si trovano:

  • al contatto tra le ofioliti e le adiacenti forma­zioni della coltre alloctona
  • al contatto tra i diversi membri della serie ofio­litica
  • in zone di faglia nelle ofioliti

Circa l’origine della mineralizzazione cuprife­ra nelle ofioliti essa oggi viene unanimemen­te considerata primaria di tipo vulcanosedimen­tario e sviluppata durante il Giurese in zone di apertura oceanica: si tratta, molto schemati­camente, di un fenomeno tuttora in atto in pros­simità delle dorsali mediooceaniche, ovvero dell’azione esercitata dal moto convettivo del­l’acqua marina che circolando surriscaldata nelle fratture della crosta oceanica rende pos­sibile l’accumulo per precipitazione di alcuni tipi di depositi minerari (per lo più a solfuri e ferromanganesiferi). Accade infatti che l’acqua salata, discesa fino a grande profondità attra­verso le fratture presenti nella crosta oceani­ca e riscaldatasi sempre più a causa della tem­peratura molto elevata connessa alla prossi­mità e al contatto dei fluidi magmatici prove­nienti dal mantello, diviene chimicamente ag­gressiva provocando così la lisciviazione dei metalli pesanti contenuti nelle formazioni roc­ciose più profonde, il loro trasporto ascensio­nale in soluzione e, finalmente, la loro ridepo­sizione sul fondo dell’oceano, dove i minerali, concentrandosi progressivamente per precipi­tazione, possono dare origine a giacimenti e corpi minerari anche di notevole interesse (5). Su questa mineralizzazione primaria sarebbero poi intervenuti fenomeni di minerogenesi se­condaria di alterazione, mobilizzazione e ar­ricchimento legati all’attività idrotermale miopliocenica connessa all’Evento Appeninico che avrebbero conferito ai depositi le loro caratte­ristiche attuali (6).

In generale, le mineralizzaioni cuprifere più consistenti si rinvengono sotto forma di filoni impastati, ovvero spaccature riempite di pez­zi di rocce verdi e di minerali cupriferi immer­si in una pasta steatitosa (una giacitura que­sta che ben testimonia le violente azioni mec­caniche alla quali sono state sottoposte le ofio­liti durante la loro messa in posto), e nell’aspet­to di filoni iniettati, ossia vene e filoncelli cu­priferi che si insinuano nelle rocce ofiolitiche talora impregnandole diffusamente.

Quanto ai minerali che vi si rinvengono si trat­ta per lo più di calcopirite (o “rame giallo”, di colore giallo ottone, iridescente sulle superfici da tempo esposte all’aria), erubescite o bor­nite (o “rame paonazzo”, di colore bronzeo, passante al rosso rame nelle fratture fresche e iridescente in quelle esposte all’aria), calcosina o calcocite (o “rame grigio”, di colore gri­gio scuro) e pirite, ai quali si accompagnano azzurrite, crisocolla (assai frequente e ben ri­conoscibile per il bel colore verdeazzurro), cu­prite e, raramente, rame nativo. La diffusa presenza di mineralizzazioni di ra­me nella vasta coltre ofiolitica che interessa al­cune aree della Toscana è, come accennato, ben conosciuta da tempo e fin da epoche as­sai remote è stata oggetto di alacri ricerche e di più o meno fortunati tentativi di sfruttamento.

Il periodo delle maggiori ricerche e delle più

estese coltivazioni si dispiegò comunque fra il 1830 e il 1910 raggiungendo il massimo svi­luppo negli anni compresi fra il 1850 e il 1890. A testimonianza di questo febbrile interesse stanno, ad esempio, gli importanti lavori pio­nieristici di Savi, Caillaux e Perazzi che, sia pu­re con ovvi limiti, intesero studiare specifica­tamente la geologia, la petrografia e la giacimentologia generale degli ammassi ofiolitici to­scani al fine di valutarne l’effettiva potenziali­tà mineraria in relazione ai depositi cupriferi in essi inclusi (7); tuttavia, nonostante che a Monterufoli affiori una delle più estese coltri ofiolitiche della Toscana, in questi pur impor­tanti studi non si trova alcun cenno ai giacimen­ti della zona. A differenza di altri analoghi de­positi minerari esistenti nelle vicinanze (Mon­tecatini Val di Cecina, Montecastelli, S.lppolito- Serra alla Corte), le mineralizzazioni cuprife­re dell’area di Monterufoli risultano difatti pra­ticamente sconosciute fino alla metà dell’ot­tocento, quando, cioè, più specifiche, capilla­ri e metodiche si fecero le indagini in tutti gli affioramenti ofiolitici della regione per rilevar­ne le potenzialità sfruttabili; prima di questo pe­riodo, pertanto, nessun autore vi fa cenno: le relazioni seicentesche sulle produzioni natu­rali del territorio, ad esempio, le ignorano com­pletamente (8) e anche Targioni Tozzetti che visitò la zona alla metà del Settecento descri­vendone a lungo e meticolosamente i calce­doni e i loro affioramenti, si limitò soltanto a citare una “certa miniera di Ferro che si trova presso il Castello di Micciano e altresì cer­ta Terra da far Ferro del medesimo luogo’’, an­notando inoltre che nel medesimo monte di Micciano “verosimilmente sono delle vene di rame’’ (9). Per quanto riguarda invece Libbiano, il naturalista ravvisò evidenti analogie geo­logiche con Caporciano deducendovi pertan­to la probabile presenza di vene di rame (10), ma ignorò completamente questa eventuale ri­sorsa nella contigua zona di Monterufoli.

Galleria armata in muratura nel Botro di S. Barbara

Tuttavia, anche se le conoscenze geologiche non erano certo sufficienti per una rapida ed economica prima valutazione delle potenzia­lità economiche offerte da ogni località con in­dizi mineralizzati e se pure risultava realmen­te impossibile valutare le zone caratterizzate da una copertura sedimentaria anche limitata di altri membri alloctoni (a meno di lunghi e onerosi scavi localizzati a caso), è certo che nel periodo compreso fra il 1850 e il primo de­cennio del Novecento si assiste anche nell’a­rea di Monterufoli a un attento lavoro di rile­vamento sistematico con buona valutazione delle possibilità reali e con scelta appropriata finale delle località migliori (11). Anche dal pun­to di vista storico le prime notizie certe di im­portanti ricerche di rame intraprese nell’area in oggetto risalgono al 1850 e si riferiscono alle località di Libbiano e di Monterufoli (12). I la­vori di effettiva coltivazione mineraria, comun­que, raggiunsero il massimo sviluppo e la mag­giore estensione nel periodo 18541865, per poi declinare progressivamente, tra stagnazioni, delusioni e abbandoni, fino al 1907, anno in cui l’attività mineraria in questa zona risulta completamente cessata (13). Le ricerche nel­la zona ripresero poi attivamente nel periodo compreso fra il 1926 e il 1942, quando cioè le impellenti necessità metallurgiche dettate dal­l’autarchia economica e dall’economia di guer­ra imposero di riconsiderare a fondo tutte le aree italiane in cui si fossero già svolte ricer­che o attività minerarie o in cui comparissero anche soltanto indizi e tracce di mineralizza­zioni cuprifere; tuttavia anche questi nuovi ten­tativi, condotti peraltro con scarsi mezzi e con discutibili approcci metodologici, fallirono, con­tribuendo così, se non altro, a fugare ogni re­sidua speranza crrca l’eventuale presenza in quest’area di giacimenti economicamente sfruttabili. Al di là infatti della grande diffusio­ne spaziale di mineralizzazioni, tracce e indi­zi cupriferi di vario genere che vi si riscontra, tutte le ricerche e gli studi qui condotti fino ad oggi hanno quasi sempre portato a localizza­re “mineralizzazioni discontinue, con locali concentrazioni distribuite senza regola nelle zona di faglia e nei contatti e sempre d’entità modesta o modestissima’’ (14), individuando, cioè, definitivamente questa zona come un’a­rea ricca di giacimenti poveri o poverissimi in quanto caratterizzata da mineralizzazioni discontinue, scarsamente concentrate, distribui­te irregolarmente, di entità assai modesta e a tenore medio o mediobasso.

A questo punto possiamo scendere più in det­taglio e focalizzare l’attenzione su un momento importante: l’inizio delle ricerche e dello sfrut­tamento dei giacimenti cupriferi in questo ter­ritorio. I motivi principali alla base della ripre­sa ottocentesca delle attività minerarie in que­st’area della Toscana sono sinteticamente ri­conducibili, grosso modo, a tre ordini di fattori:

  1. un’incipiente industrializzazione in progres­sivo sviluppo bisognosa di materie prime;
  2. la vicinanza del polo portuale ed economi­co di Livorno con la conseguente presenza di nuovi, dinamici ed intraprendenti gruppi im­prenditoriali italiani, francesi e inglesi estremamente interessati a finanziare e gestire attivi­tà minerarie: un tipo di investimento certo ri­schioso, ma capace di far realizzare, se iniziato su solide basi scientifiche e su indizi minerari favorevoli, se condotto con grande attenzione ai progressivi sviluppi non disdegnando una certa dose di fortuna, ottimi guadagni;
  3. l’aperta disponibilità di quasi tutti i proprie­tari terrieri, finora quasi sempre legati a rendi­te di tipo agricolo, a concedere permessi di esplorazione e di escavazione nelle loro Tenute a gruppi e società che avrebbero potuto apri­re loro nuove fonti di reddito se non di ricchez­za, contribuendo inoltre, si auspicava, alla con­seguente valorizzazione economica di proprie­tà e terreni talora del tutto improduttivi.

In Val di Cecina l’impulso più potente impres­so a questa “svolta” imprenditoriale da parte di molti proprietari terrieri fu rappresentato sen­za dubbio dai successi economici che corona­rono l’idea di Francesco de Lardarel di inve­stire capitali nell’estrazione dell’acido borico dai lagoni e che, soprattutto, suggellarono la riattivazione della miniera di rame di Montecatini Val di Cecina da parte di Luigi Porte nel 1827, dando l’avvio a un’attività estrattiva de­stinata a culminare nel giro di pochi anni in una delle miniere più importanti d’Europa.

Fu così che molti proprietari furono spinti a sol­lecitare, nel caso del rame, esplorazioni e ri­cerche nei propri possedimenti, ovunque af­fiorassero terreni ofiolitici o si ravvisassero i mi­nimi indizi di mineralizzazioni cuprifere; furo­no anni di febbrili ricerche, che permisero, qua­le che fosse il loro esito, di scandagliare a fon­do tutti i terreni interessati dalle ofioliti, valu­tandone con buona approssimazione le reali potenzialià minerarie. Per quanto riguarda la Tenuta di Monterufoli sappiamo che già dai primi mesi del 1846 i Maf­fei erano intenzionati a dar luogo a ricerche mi­nerarie nel loro possedimento: ne è testimo­ne una lettera, datata 14 aprile 1846 in cui Giovan Battista Cairoli offre a Giulio Maffei i pro­pri servigi di esperto contabile essendo venu­to a conoscenza della “intrapresa che V.S.III.ma va ad eseguire nei di Lei possessi di Monte Rufoli, della escavazione del Mine­rale Argentifero’’ (15). Nel frattempo, anche nelle tenute circostanti si firmavano accordi e concessioni: il 17 aprile 1846, ad esempio, fu stipulato un contratto fra l’impresa del livornese Enrico Coioli e il Conte Beltrami che autoriz­zava le ricerche e le escavazioni nei suoi pos­sessi di Serrazzano (16). Durante tutto il resto del 1846 i Maffei ricevettero numerose richie­ste, ma verosimilmente la famiglia rimase in attesa al fine di valutare le migliori proposte e le condizioni più convenienti; il 26 settem­bre dello stesso anno, ad esempio, è la volta dei fondatori e amministratori della Società per la ricerca e l’escavazione del carbon fossile di Monte Massi e di Monte Bamboli, che, previe le necessarie e approfondite ricognizioni in lo­co, richiedono a Giulio Maffei il diritto esclusi­vo di estrarre “qualunque minerale si ritrovas­se liquido o non liquido, escludendo solamen­te, se casi a Lei piacesse, le Calcedonie ed al­tre pietre delle quali ella è solita cedere all’l. e fì.Governo’’. Nella lettera si prospettano poi precise condizioni: “…Siamo inoltre in dove­re di prevenirla, che essendo uso nostro inva­riabile, di servirci per i lavori interni ed esterni di Gente di Montagna, non prenderessimo, a nessun costo, impegno di impiegare gente del luogo. I generi per la dispensa, come pure il molto legname occorrente, dovrebbero esserle pagati al prezzo corrente reale della località. I terreni, dovrebbero, mediante indennità pel danno reale, prestarsi a tutto; per case, poz­zi, gallerie, strade ecc. vorressimo l’uso dell’acque fluenti ecc. ecc. All’incontro come detto sopra, qualunque danno, verrebbe da noi pa­gato in contante; ella potrebbe servirsi delle strade, ed in caso di esito infelice e di abban­dono dell’impresa, le capanne, le fabbriche ecc. rimarrebbero a pieno di Lei vantaggio sen­za indennità. Ci permetteremo di fare osser­vare a V.S.I. che in questo genere di opera­zioni il proprietario del suolo nulla rimette ma bensì guadagna sicuramente, qualunque sia l’esito dell’impresa. Lo speculatore invece mol­to rischia e rare volte riesce; e siccome nell’o­pinione nostra qualunque società si cimenti in lavori di miniere con poche centinaie di migliale di lire corre a sua perdita certa e muore sul più bello per mancanza di capitali; così in caso V.S.I. accolga la nostra domanda sarà neces­sario che ella sia moderata nelle sue preten­sioni, che conceda a noi tutto il comodo di di­ligentemente fare esplorare i Terreni da uno o più pratici e dopo l’esplorazione, il tempo ne­cessario per organizzare prontamente una so­cietà seria…” (17).

Miniera del Caggio. A sinistra, ai piedi del muro, nascosto dalla vegetazione, un pozzo di estrazione

A questa interessante e articolta proposta se­guiva, tra le altre, quella di Angiolo Ambrosi di Livorno che, in data 16 novembre 1846, chie­deva ai Maffei se erano “intenzionati di entra­re in trattative (a condizioni discrete) per i Ter­reni Metalliferi che posseggono giacché po­trebbe essere propizia la presenza a Pomaran­ce del Sig. Gaetano Begni (il quale trovasi co­là per fare i saggi nei Terreni da noi acquistati dal Sig.Bicocchi) insieme a quello lll.mo Sig. Cav. Console Claudio Binard…” (18).

Il 10 aprile 1847, finalmente, veniva avanzata la prima richiesta da parte del livornese Enri­co Coioli: “…Avendo acquistato i Diritti dal Sig. Gio. Beltrami per Serrazzano, Sig. Conte Guidi per Libbiano, Sig. Bardini per Micciano, ed avendo fatto più volte visitare dette località da Uomini di Scienza dietro i rapporti dei quali hawi fondate speranze di felice resultato, e sic­come con tutta franchezza le dico presentare Monterufoli detti eguali indizzi quantunque giu­dicati nel percorrere i confini, così gradirei che la Società che vado a montare in breve per sca­vare diversi punti dei Terreni e di cui Diritti son già acquistati potesse effettuare dei tentativi nella precitata Sua Tenuta, divenendo così una Impresa importantissima e di molta entità per quei Paesi…’’ (19).

Nei mesi che seguirono l’interesse di Coioli per questo affare si fece sempre più marcato e pre­ciso: “…sta però a Lei fissare l’interesse che crede rimborsarsi sul minerale greggio che sa­rà estratto. Voglio lusingarmi che Ella vorrà ac­cordare a me la preferenza in vista delle già da me riportate Concessioni dei Diritti dai SS. Beltrami, Guidi, Bardini ecc., cosa vantaggio­sissima anche per il di Lei interesse, poiché in alcuni punti le giaciture ramifere passano da questi e traversano nei di Lei tenimenti… ” (20).

Alla fine del 1847 i Maffei avevano ormai op­tato per le proposte di Enrico Coioli, che, con una missiva del 17 dicembre, inviò a Giulio Maffei i contratti già stipulati con le famiglie Guidi, Beltrami, Bardini, Pallavicini e Ruggie­ri “onde possano servire di norma per sceglire fra essi le condizioni che più Le convengo­no’’ (21).

Per quanto riguarda le località della Tenuta sul­le quali sembrò cadere il primitivo interesse dei ricercatori, è di preziosissimo ausilio una let­tera del 30 dicembre 1847 del contabile G.B.Cairoli che proponeva come particolar­mente idonei alle escavazioni i seguenti luo­ghi confinari: Gabbrucci, Biancanelle, Pog­gio Alto e Colle alle Monache (22).

L’accordo con Coioli fu finalmente stipulato il 2 marzo 1848, ma le ricerche, contrariamente ad ogni aspettativa dei Maffei, non ebbero ini­zio fino al 1854; tuttavia questa situazione as­sai frustrante non incrinò, almeno inizialmen­te, i reciproci rapporti, come si rileva assai bene dagli atti relativi al contenzioso sorto più tardi fra i due contraenti per un successivo contrat­to riguardante la Tenuta di Caselli, di proprie­tà degli stessi Maffei: “Con atto privato del 2 marzo 1848 i Nobili sigg. Cav. Giulio e Raffaello fratelli Maffei di Volterra, non tanto in nome e per interesse proprio, quanto in nome e per in­teresse del loro nepote Cav. Niccolò, conces­sero al sig. Enrico Coioli possidente e nego­ziante domiciliato a Livorno ivi II diritto di esca­vare e far suoi tutti i minerali di qualunque spe­cie essi sieno e carbon fossile che esistono o possono esistere sia alla superficie, sia nelle viscere del terreno componente la fattoria o te­nuta denominata Monte Bufoli appartenente a detti sigg. cedenti (…) Fra le convenzioni che nel citato atto si stipulavano, vi era ancora que­sta ivi Dovrà il sig. Coioli o suoi por mano alla esecuzione dei lavori nel tempo e termine di anni due decorrendi da oggi, con dichiarazio­ne che il detto termine spirato, senza che il sig. Coioli abbia posto mano ai detti lavori, s’inten­derà esso decaduto, ipso iure et ipso facto, dal diritto di escavazione come sopra cedutogli, senza bisogno d’interpellazione veruna o co­stituzione in mora.

Dall’anno 1848 nel quale si faceva la conces­sione del diritto di escavare nella tenuta di Monte Rufoli, si giungeva ai primi del 1854 sen­za che il sig. Coioli non solo non avesse posto mano ai lavori, ma neppure intrapreso alcuno studio, fatto nessun tentativo. Sebbene in que­sto stato di cose avrebbero potuto i sigg. Maf­fei promuovere l’azione che loro competeva e domandare conseguentemente che fosse di­chiarato decaduto il sig. Coioli dal diritto di escavare minerali ecc. non dimeno vollero piut­tosto con successivo atto privato de’ 25 feb­braio 1854 rinnuovare la già fatta concessio­ne della tenuta di beni denominata Monte Ru­foli. Al 25 febbraio 1854 dunque, il sig. Coioli ha diritto di escavare e far suoi i minerali che ritrovar si possono in quella parte dei beni Maf­fei, che è compresa sotto l’appellativo di Monte Rufoli…” (23).

E i lavori ebbero finalmente inizio subito do­po, come testimonia infatti una “Nota dell’opre fatte alla Cava del Rame di Monterufoli” e relativa al periodo 18 marzo – 31 maggio 1854; vi furono impiegati complessivamente 4 operai: Giuseppe Castelli, Domenico Belli, Brizzolo Berni e Domenico Barzotti (24). Ma sull’esatta ubicazione di questa primo saggio non si hanno notizie. Certo è però che nel giu­gno del 1854 i lavori erano attivi alla Galleria della Fonte al Fico e nel 1856 si erano estesi alla ‘‘Cava del Botro de Linari del Corno al Bufalo” (25) dove si manifestavano gli indizi più importanti e che offriva in assoluto le mi­gliori prospettive. Fu qui infatti che si svilup­pò la cosiddetta Miniera del Caggio, la più im­portante di tutta la zona.

in quest’area le ricerche di Coioli vennero a contatto con quelle condotte dalla Società Mi­neraria AngloToscana, un’impresa con sede a Livorno, che aveva acquistato i diritti per la zona di Libbiano (soprattutto per la più antica Miniera del Castagno) e per parte dell’alveo del Trossa. A dirigere i lavori di questa società era addirittura l’ing. Giuseppe Meneghini, uno dei maggiori geologi italiani dell’epoca nonché au­tore di alcune delle pochissime relazioni geologicominerarie pubblicate sulla zona, ben coa­diuvato sul posto dall’ing. Lorenzo Chiostri di Pomarance, già responsabile tecnico della mi­niera della Faggeta presso Miemo (26) e insi­gnito di una menzione onorevole all’Esposizione Internazionale di Londra del 1862 “per la sua carta geologica del distretto di Libbiano e pei campioni che l’accompagnano’’ (27).

Per quanto riguarda gli accordi intercorsi fra i Maffei e il Coioli, sappiamo che ai primi an­dava l’8°/o sulla quantità di minerale ‘‘estratta a bocca di pozzo”; il minerale ricevuto venivo stoccato nei magazzini della Fattoria di Mon­terufoli dove, una volta “imbottato”, era pronto ad essere spedito per la vendita (28). A tale pro­posito una minuta informa di un possibile af­fare con Guglielmo Miller, rappresentante della Società Mineraria AngloToscana, che prospet­tò ai Maffei una vendita del loro minerale in In­ghilterra al prezzo di “circa 17 lire sterline la tonnellata, ossiano lire 425”, da cui, detratte le spese di spedizione sarebbe risultato un utile netto di lire 77 la tonnellata (29). I lavori presso il Caggio ebbero inizio, come si è detto, nel 1856 e si prolungarono fino al 1865 raggiungendo la massima intensità ne­gli anni 18581862; delle grandi speranze ac­cese in questo periodo fanno fede ad esem­pio i cataloghi delle varie e frequenti Esposi­zioni campionarie alle quali erano soliti parte­cipare massicciamente tutti coloro che aves­sero intrapreso attività di carattere minerario o che comunque avessero interessi scientifici o economici legati alle risorse naturali e al lo­ro sfruttamento: all’Esposizione Italiana di Fi­renze del 1861 troviamo presenti Lorenzo Chio­stri con una collezione di minerali cupriferi delle miniere di Libbiano, Enrico Coioli con minera­li di rame, Emilio Fontani di Livorno (divenuto nel 1857 concessionario esclusivo per le ricer­che nell’area di S.IppolitoSerra della Corte, di proprietà della famiglia Bicocchi) con saggi di rame, la Società Anglo-Toscana, rappresentata da Guglielmo Miller, con minerali cupriferi e Niccolò Maffei con una collezione di marmi e alabastri e con una di calcedoni e diaspri (30). Quest’ultimo fu addirittura premiato con una medaglia all’Esposizione londinese del 1862 “per la notabile bellezza della calcedonia da lui recentemente scoperta e per la sua colle­zione di minerali’’ (31), incentrata, per lo più, su campioni di “rame, ferro, antimonio e carbonfossile” (32), mentre il Coioli ricevette una menzione onorevole “perla sua nuova scoper­ta di lignite, creduta di qualità superiore del Podernuovo” (33).

Miniere di Monterufoli. Carta topografica del 1885

Per meglio delineare l’evoluzione e la distribu­zione dell’attività mineraria nell’area di Monterufoli è comunque preferibile far ricorso a un’analisi più ravvicinata, considerando cioè le varie località interessate dalle ricerche.

Infatti dal punto di vista topografico, anche se la distribuzione delle manifestazioni interessa tutta l’area in esame, ritrovandosi, ad esem­pio, “lungo i torrenti Trossa e Secolo ai botri del Confine, di Linari, del Castagno, dello Zuc­cherino e dei Fichi, alle Capanne, al Corno al Bufalo, al Caggio, a Grotta di Castri e in vari altri siti…’’ (34), per quanto riguarda più in par­ticolare l’ubicazione delle vecchie ricerche e dei più importanti lavori (e quindi delle mag­giori mineralizzazioni) si può ricorrere al se­guente schema:

ZONA DI LIBBIANO – Si tratta soprattutto del­la cosiddetta Miniera del Castagno, ubicata nell’impluvio del Botro di S. Barbara, a Sud di M. Alto. Le notizie su questa miniera sono scar­sissime: certo è che nel 1850 risultava già at­tiva (35).

La mineralizzazione era costituita per lo più da vene di calcopirite e d’erubescite che impre­gnavano un filone di gabbro.

Di proprietà della Società Mineraria Anglo-Toscana (o Anglo-ltalian Mining Company), in­torno al 1860 sembrava offrire grandi speran­ze. Nel fondo della valle fu scavata una lunga galleria da cui furono poi dipartite varie traverse e una discenderia che dava accesso a un se­condo piano di avanzamento. Tra i lavori più importanti sono segnalati un pozzo profondo 150 m. e una galleria lunga 900. La miniera risultava ancora attiva nel 1874 (36). Di essa si può osservare oggi l’imbocco di una galle­ria armata in muratura, sulla sponda destra del Botro di S. Barbara presso la confluenza col T. Trossa; dallo scavo (ostruito da una frana dopo pochi metri) fuoriesce un discreto flusso d’acqua che attraversa l’antistante piazzale di discarica per poi finire nel Trossa. Altri lavori furono eseguiti all’Aia al Cerro (“pozzo Sa­muele”) e al Poggio di Frontosini dove fu spinta una galleria (37).

ZONA DI MONTERUFOLI – Quella circostan­te Monterufoli rappresenta senza dubbio l’a­rea in cui si sono maggiormente concentrate le ricerche e i tentativi di coltivazione minera­ria in quanto proprio qui compaiono partico­larmente numerose e consistenti le mineraliz­zazioni di rame.

Presso Botticella furono eseguiti ripetutamen­te saggi e lavori superficiali ma sempre con mediocri risultati. Le mineralizzazioni compren­dono qui calcopirite, erubescite e malachite e risultano incluse nelle serpentine. Non vi si ri­scontrano tracce di escavazioni in sotterraneo, ma solo i resti di un fabbricato.

Al Carbonaione, sul versante NNO di Poggio Montorsi, circa 1 Km. a Nord della Fattoria di Monterufoli, un filone di gabbro incluso nelle serpentine e mineralizzato a pirite e calcopiri­te fu esplorato da due gallerie con imbocco li­mitrofo. Una di esse, benché quasi compietamente ostruita è ancora oggi osservabile as­sieme alla piccola discarica antistante.

Nella stessa zona furono eseguiti poi altri la­vori sulle pendici meridionali del Poggio Gabbra e a varie altezze sulla sponda destra dell’Adio rivolti a esplorare il contatto fra le ser­pentine e l’adiacente flysch alloctono.All’Ortaccio sembra invece che siano stati ese­guiti solo scavi esterni e con mediocri risulta­ti. I minerali dominanti risultano essere qui la pirite e la pirrotina (o “pirite magnetica”) con minime tracce di rame.

Alla Fonte al Fico, presso Monterufolino, le ri­cerche e le escavazioni risultano, come accen­nato, già attive nel 1854. Qui vennero scavate due gallerie che esplorarono il solito contatto fra gabbro e membri alloctoni adiacenti riscon­trando piccoli globuli di calcopirite.

Tracce e mineralizzazioni sono segnalate inol­tre presso il Mulino di Campora, presso la Fonte di Malentrata, nel Botro della Chiusa (poco a NE della Fattoria di Monterufoli) e pres­so il Poggio di Campora (38).

I lavori che tuttavia assunsero indubbiamente il maggior rilievo e il più considerevole svilup­po furono quelli localizzati, come noto, nell’a­rea del Caggio-Fosso Linari. In questa zona infatti furono intrapresi ingenti lavori di ricer­ca sia da parte della società livornese di Enri­co Coioli che dall’Angloltalian Mining Compa­ny e che si concretizzarono poi nell’attivazio­ne di una vera e propria miniera impostata su vari cantieri vicini, dei quali si possono osser­vare ancora i pochi ma significativi resti mu­rari. Furono scavati tre pozzi (Guglielmo Edoar­do. Miller, Stewart) e tutta una serie di galle­rie intese a congiungere tra loro i tre pozzi e ad esplorare il giacimento in profondità (39). A ridosso di ogni pozzo fu costruito un locale circolare del raggio di 4 m. in cui furono collo­cati argani di servizio e maneggi azionati pri­ma da cavalli e quindi da macchine a vapore alimentate col combustibile proveniente dalla vicina miniera di lignite di VillettaPoder Nuo­vo, gestita dal Coioli.

Fra gli impianti esterni della miniera del Cag­gio un tempo adibiti a servizi, uffici e magaz­zini, ed oggi diroccati, si possono tuttora rin­venire piccoli campioni del minerale scavato, in pieno accordo con quanto riferisce una re­lazione del 1927: “In una stanza scoperchia­ta è ancora del minerale scelto che era mes­so in sacchetti per condurlo al mare e espor­tarlo. I sacchetti sono marciti, ma del minera­le si trova ancora colà” (40). La cernita del mi­nerale veniva fatta a mano sulle piazzuole an­tistanti la miniera.

Si può quindi ben comprendere come i resti di questi impianti, benché quasi completamen­te invasi dalla vegetazione, costituiscano co­munque ancora oggi una testimonianza di grande interesse per l’archeologia industriale e la storia mineraria del nostro territorio.

Come già accennato, la miniera fu attivata nel 1856 e i lavori proseguirono fino al 1865, lo­calizzandosi principalmente nei pressi della confluenza fra Trossa e Linari, sulla sponda si­nistra del Trossa (dove furono scavate galle­rie taverse e discenderie per molte decine di metri) (41) e, soprattutto, nell’area della testa­ta del Linari. In questo periodo furono estratte circa 1001. di minerale (42). Nel 1885 l’abban­dono di queste miniere doveva essere totale dato che nell’edizione del F.119 della carta to­pografica d’Italia alla scala 1:25.000 pubblicata nel luglio 1885 esse compaiono raffigurate ad­dirittura come ruderi. Se si trascura la breve riattivazione che ebbe luogo intorno al 1905, per assistere a una ripresa d’interesse per que­ste coltivazioni bisogna giungere al periodo 19381942, quando nuove ricerche furono con­dotte nella stessa zona dal Conte Ugolino della Gherardesca che divenuto proprietario della Tenuta di Monterufoli era vivamente interes­sato a saggiarne e a sfruttarne tutte le ricchez­ze del sottosuolo.

I lavori si concentrarono soprattutto a circa 80 m. dalla confluenza del Linari col Trossa e sulla destra del Botro Corno al Bufalo, in prossimi­tà della confluenza di questo col Linari, luogo questo di mineralizzazione importante.

Lungo le sponde dei botri Linari e Corno al Bu­falo furono provocate numerose frane e furo­no eseguiti piccoli scavi per rintracciare la mi­neralizzazione cuprifera e piritifera inclusa nel­le serpentine a contatto con l’adiacente flysch alloctono. Questa si presentava in vene dello spessore di 25 cm. in gran parte alterate. Il te­nore in rame comunque risultò del 29,6%, il più elevato di tutta l’area (43).

Anche oggi qui si rinvengono importanti mine­ralizzazioni ad alto tenore consistenti soprat­tutto in calcocite, pirite e calcopirite nella for­ma di vene, noduli e impregnazioni; esse tut­tavia risultano di interesse scientifico-collezionistico assai limitato in quanto si pre­sentano sempre in abito massivo. Nei pressi si osserva anche una breve galleria di ricerca lunga circa 15 m. e terminante in un pozzo al­lagato.

Sempre in questa zona, altri lavori furono ese­guiti nel 185960 sulla destra del Trossa pres­so la confluenza col Secolo (area interessante per la grande ricchezza di tracce e di effuma­zioni di rame) e sulla riva destra del Secolo sul versante meridionale del Poggio delle Sughe­rello, ma queste ricerche sotterranee, intrapre­se nonostante “l’affluenza straordinaria del­l’acqua e la posizione selvaggia e lontana del luogo’’ (44), non fornirono i risultati sperati e furono quindi abbandonate. Ulteriori esplora­zioni furono condotte anche lungo il Botro del Confine, ma fornirono risultati scoraggianti.

Oggi questi giacimenti hanno perduto tutto il loro interesse economico, tutta quell’“aura” che li aveva resi così appetibili alle ricerche passate e ai ripetuti tentativi di coltivazione. Le più approfondite conoscenze geologiche e mi­nerarie, le esperienze progressivamente accu­mulate e le radicalmente diverse condizioni economiche e industriali del Paese hanno in­fatti sancito per queste miniere, al pari di tutti gli altri anloghi depositi toscani, il definitivo ab­bandono, risultando ormai purtroppo eviden­te che “le speranze di trovare nei terreni ofiolitici della Toscana un deposito cuprifero d’in­discutibile valore industriale devono conside­rarsi del tutto perdute” (45).

Resta però del tutto intatto il singolare fasci­no di questi scarsi resti: mura diroccate, poz­zi, saggi e gallerie che ben testimoniano il la­voro e la fatica dell’uomo in un ambiente osti­le e impervio, oggi reso ancora più tale dal completo spopolamento dei luoghi; esili trac­ce e labili storie che una natura aspra, selvag­gia e incontaminata sta progressivamente obliando alla nostra memoria.

Angelo MARRUCCI

NOTE BIBLIOGRAFICHE

  1. G.TARGIONI TOZZETTI – Relazioni d’alcu- ni viaggi fatti in diverse parti della Toscana. 2. ed. Firenze, Stamperia Granducale, till (1769), p.314;
  2. E.FIUMI – La facies arcaica del territorio vol­terrano, in “Studi Etruschi”, a.XXIX (1961), p.282;
  3. Idem, ad es. p.262 n.25 e p.283 n.80;
  4. cfr. ad es. E.FIUMI – L’utilizzazione dei la­goni boraciferi della Toscana nell’industria me­dievale. Firenze, Cya, 1943; L.ALBERTI – Descrittione di tutta Italia. In Bologna, per Ansei­mo Giaccarelli, 1550, cc.4752 e A.MARRUCCl – Panorama minerario del territorio volter­rano alla metà del XVII secolo, in “La Comu­nità di Pomarance”, anno IV n.3, 1990, pp.22-26;
  5. cfr. G.MARINELLI – // magmatismo recente in Toscana e le sue implicazioni minerogenetiche. Mem. Soc. Geol. It., 25, pp. 111-124 e P.RONA – Giacimenti minerari da sorgenti ter­mali oceaniche, in “Le Scienze”, n.211, mar­zo 1986, pp.62-82;
  6. G.TANELLI – Mineralizzazioni metallifere e minerogenesi della Toscana. Mem. Soc. Geol. It., 25, p.99;
  7. P.SAVI – Delle rocce ofiolitiche della Tosca­na e delle masse metalliche in esse contenu­te, in “Nuovo giornale dèLetterati”, 183839; A.CAILLAUX – Memoria sopra li depositi di Ra­me contenuti nelle Montagne Serpentinose del­la Toscana ecc., in “Nuovi annali delle scien­ze naturali ecc.” – t.ll e III, Bologna, 1850; C.PERAZZI – Intorno ai giacimenti cupriferi contenuti nei monti serpentinosi dell’Italia cen­trale. Torino, Stamperia Reale, 1864;
  8. cfr. A.MARRUCCI cit.
  9. cfr. nota 1, p.348;
  10. Idem, pp.340-341;
  11. cfr. ad es. L.PILLA – Ricerche geologiche sopra i segni di depositi ramiferi che compari­scono nel territorio di Serrazzano e Libbiano. Livorno, 1849; H.COQUAND – Sui giacimenti serpentino cuprici di Libbiano e Serrazzano-, G.MENEGHINI – Rapporto sulle miniere di Lib­biano. Livorno, Sardi, 1859; id. – Secondo rap­porto sui giacimenti ramiferi di Libbiano. Livor­no, Sardi, 1860; id. – Rapporto sui lavori ese­guiti in Libbiano dalla Società Mineraria Anglo- Toscana durante l’annata sociale 1860-61. Li­vorno, Sardi, 1861 ; id. – Minerali di rame della miniera del Caggio in Monterufoli, 1865;
  12. Rapporto generale della Pubblica Esposi­zione dei prodotti naturali e industriali della To­scana fatta in Firenze nel novembre 1850. Fi­renze, Tip. della Casa di Correzione, 1851, p.65;
  13. L.DE LAUNAY – La metallogenie de /’Ita­lie e des regi ones avoisinantes. Notes sur la Toscane minière et Tile d’Elbe. Mexico, X Geol. Conv., p.50;
  14. F.ARISI ROTA & L.VIGHI – Le manifesta­zioni cuprifere nelle rocce verdi, in: La Tosca­na meridionale. Fondamenti geologico mine­rari per una prospettiva di valorizzazione del­le risorse naturali. Rend. S.I.M.P., 27 (fase, sp.). p.362;
  15. B.G.V., Archivio Maffei, filza 87;
  16. Ibidem;
  17. Ibidem;
  18. Ibidem;
  19. Ibidem;
  20. Ibidem;
  21. Ibidem;
  22. Ibidem;
  23. Corte R. d’Appello di Lucca – Maffei e Cojoli. Memoria. Lucca, Tip. di B.Cavenotti, 1860, pp.12;
  24. B.G.V., Archivio Maffei, filza 109;
  25. Ibidem: le date si rilevano da varie ricevu­te di consegna di arnesi e legnami.
  26. cfr. L.CHIOSTRI – Rapporto sulla miniera della Faggeta nei monti di Miemo comune di MonteCatini in Val di Cecina. Livorno, Sardi, 1853;
  27. Esposizione Internazionale dell’anno 1862. Regno d’Italia. Elenco degli espositori premiati. Londra, Eyre e Spottiswoode, 1862, p.6;
  28. B.G.V., Archivio Maffei, filza 109: “Regi­stro del minerale ricevuto dal Sig. Enrico Cojoli di Livorno…”;
  29. Ibidem;
  30. Esposizione italiana agraria, industriale e artistica tenuta in Firenze nel 1861. Catalogo officiale. Firenze, Tip. Barbèra, 1862, pp.147148, 152 e 155;
  31. cfr. nota 27, p.5;
  32. B.G.V., Archivio Maffei, filza 109;
  33. cfr. nota 27, p.6;
  34. A.D’ACHIARDI – Mineralogia della Tosca­na. Pisa, Nistri, 1872-73, t.ll, p.298;
  35. cfr. nota 12, ibidem;
  36. cfr. G. JERVIS –1 tesori sotterranei d’Italia. Torino, Loescher, 1874, t.ll, p.424;
  37. G.MENEGHINI – Secondo rapporto sui gia­cimenti ramiferi di Libbiano. Livorno, Sardi, 1860, p.7;
  38. B.LOTTI – Geologia della Toscana. Roma, Mem. Descr. Carta Geol. d’lt., XIII, 1910, p.251;
  39. cfr. nota 37, p.5;
  40. E.CORTESE – Giacimenti cupriferi italia­ni, in: “Nuovi annali dell’agricoltura del Mini­stero dell’Economia Nazionale, 1927, pp.481-482;
  41. cfr. nota 14, p.369;
  42. cfr. nota 38, pp.38-39;
  43. cfr. nota 40, p.482;
  44. cfr. nota 37, p.6;
  45. G.CAROBBI, F.RODOLICO –1 minerali del­la Toscana. Saggio di mineralogia regionale. Firenze, Olschki, 1976, p.46.

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

LE MINIERE DI RAME DEL PODERE “LA CORTE”

Nel comune di Pomarance le tracce e le testimonianze delle attività minerarie ed estrattive esercitatevi nel corso dei secoli sono estremamente numerose, variamen­te disperse sul territorio ed assai differen­ziate sia per generi di minerali estratti che per tipologia di giacimenti coltivati.

Per quanto riguarda l’escavazione dei mi­nerali di rame ricorderemo, ad esempio, i lavori intrapresi in passato nella zona di Monterufoli, sul Rio Sancherino, a Libbiano, a Micciano e soprattutto, anche per­ché probabilmente si tratta delle più an­tiche ricerche documentate, alla Serra al­la Corte presso Sant’lppolito. Tuttavia di quest’ultimo giacimento cuprifero, ben­ché verosimilmente sia stato il primo ad essere sfruttato nel territorio di Pomaran­ce, non si hanno paradossalmente che in­formazioni assai scarse, di gran lunga in­feriori a quelle, del resto mai abbondan­ti, relative alle altre miniere della zona; an­zi le notizie finora edite sulle miniere del­la Corte sono così sintetiche e la povertà di documenti pubblicati in merito è tale, che queste antiche escavazioni rischia­no oggi di essere completamente dimen­ticate. A riprova di ciò possiamo citare il caso di un recentissimo volume dedica­to ai minerali ed alle miniere della Val di Cecina (1) (una pubblicazione importan­te perché prima ed unica su questo tema): ebbene in essa sono elencate con una certa dovizia di particolari tutte quelle at­tività e ricerche minerarie succedutesi nel corso del tempo nel bacino della Cecina che hanno ottenuto un sia pur minimo ri­sultato; tuttavia la zona della Serra alla Corte viene completamente trascurata. Ma incomprensibilmente ed ingiustamen­te. Vediamo perché.

Ubicazione delle antiche Miniere di Rame della Corte.

Il podere Corte presso Montecerboli, un tempo appartenente alla Fattoria di S. Ip­polito della famiglia Bicocchi ed oggi pro­prietà del Sig. Gino Cavicchioli, vanta no­bili origini; furono infatti i Medici a farlo costruire alla fine del Quattrocento sulla pendice del Poggio Carnevale che guar­da la Valle del Secolo per farne residen­za e rifugio e “per avere maggiore liber­tà e sicurezza’’ allorché si recavano a fre­quentare le acque del Bagno a Morba (2). A quanto risulta nella zona di Montecer­boli l’estrazione dei minerali era già atti­va almeno fin dal 1395; legata quasi esclusivamente all’escavazione del ve­triolo e dell’allume ed allo sfruttamento dello zolfo prodottosi intorno ai lagoni, es­sa era localizzata soprattutto nel versan­te prospicente il T. Possera (3). Sembra anche che nella zona della Corte i Medi­ci facessero eseguire saggi e tentativi d’escavazione di rame già nel corso del Tre­cento; tuttavia le prime testimonianze a stampa di storici e geografi non sembra­no tenerne conto: Leandro ALBERTI nel 1550 si limita a menzionare appena la col­locazione topografica di Montecerboli (4) e altrettanto farà nel 1613 (e come vedre­mo senza alcuna giustificazione) Mario GIOVANNELLI che si ridurrà a ricopiare semplicemente il passo dell’Alberti (5). In realtà il primo documento che informa esaurientemente sulle potenzialità mine­rarie della zona in esame e sui primi la­vori praticativi, risulta essere una lettera datata 1558 inviata da tale Alessandro CI­NI al Granduca Cosimo I dé Medici per comunicargli la scoperta di un giacimento di rame “presso Casa alla Corte’’. Da questa relazione, di cui si conserva co­pia presso la Biblioteca Guarnacci di Vol­terra (6), si apprende che all’inizio ven­nero rinvenuti “…in pietra nera detta Gab­bro certi filoncini di Marchassita di Rame finissima che durò tre braccia per in giù …” e tre braccia oltre si incontrò “ceneraccio bianco involtovi dentro pezzi grandi di Rame puro’’. Da quanto si apprende lo scavo iniziò dapprima con un fosso che venne affondato nel monte per diciassette braccia; ma il lavoro si mostrò assai pre­sto pericoloso per la cedevolezza delle ar­mature. Pertanto “essendo massime il Monte mineralissimo e perché le spese fatte non fussino col tempo buttate via”, si fece ricorso all’escavazione di due poz­zi “…l’uno per soccorso dell’altro in ca­so che si trovassi acqua (…) e si andaro­no murando man mano che si affondava­no e larghi di diametro sei braccia e di­scosti l’uno dall’altro diciotto braccia. Messi una bocca di pozzo nel fosso, den­tro si trovò el rame e visi fece un palco di panconi di quercia per tirare con li ar­gani coperto con tetto e si seguitò a tro­vare rame per in giù venti braccia”. Con l’aumentare della profondità furono dira­mate a vari piani delle gallerie per segui­re o rintracciare le vene di minerale e “…si sfondò il giorno con una di dette ca­ve per dare esito all’acqua”. Al termine di questi lavori il pozzo più profondo mi­surava 88 braccia e 100 braccia la galle­ria più lunga ed i risultati si erano dimo­strati talmente incoraggianti che CINI con­cludeva: “Si può dire sia cerco quasi niente massime essendosi ito trovando sempre Rame, vena Marcassita, Antimo­nio et altri segni minerali che danno cer­tezza d’esser questo Monte ricco di que­sto puro metallo”. Ma le speranze alimen­tate da questa prima scoperta non si sa­rebbero poi concretizzate in alcuna atti­vità mineraria degna di un pur minimo ri­lievo; basti dire che nel 1580, ovvero ap­pena venti anni dopo la scoperta del gia­cimento della Corte, il capitano Giovanni RONDINELLI, compilando una relazione sul territorio volterrano, a proposito di Montecerboli è assai laconico “…ha 25 fuochi poverissimi, ha i lagoni con due ba­gni, con una miniera di rame e di vetrio­lo” (7). Alla fine del Cinquecento ogni at­tività estrattiva nella zona doveva essere interamente cessata poiché il BALCON­CINI trattando, tra l’altro, dei lagoni di Montecerboli, annota: “Anche in vari siti dei monti esistenti presso le dette lacu­ne è stato trovato il rame ed il piombo; non vi sono però miniere, ma strati super­ficiali di questi metalli, poiché sotto ter­ra, come ci ha insegnato l’esperienza, non è stato trovato niente” (8). Alla metà del XVII secolo, poi, i tentativi di coltiva­zione mineraria intrapresi cent’anni pri­ma erano divenuti addirittura uno sbiadi­to ricordo, affidato soltanto alle vestigia ed alle tracce riscontrabili sul terreno; così infatti scrive il Provveditore Raffaello MAFFEI: “Sono ancora le cave del Rame vicino al Castello di Monte Cerbero, et ai lagoni grandi dei quali ho fatto menzio­ne, et il luogo si dice le Maltagliate. Quivi oltre alla bocca della cava si vedono di­versi pozzi per l’esito dell’aria, onde si co­nosce essere state per lungo tempo eser­citate, et a ’ nostri tempi hanno qué pae­sani trovati sotto terra grossi pani di ra­me lavorato, et uno tra gl’altri ne vederono più di venti scudi” (9).­

Il completo abbandono di ogni attività connessa all’escavazione del rame nei pressi della Corte proseguì anche per tut­to il XVIII secolo, tanto che Antonio VIVIANl redigendo un rapporto sullo stato del territorio volterrano, non trovò di meglio, trattando di Montecerboli, che riportare fedelmente il breve passo di Rondinelli sopra menzionato (avendo però cura di ridurre il numero dei fuochi da 25 a 20, (10) mentre il TARGIONI TOZZETTI, che ebbe modo di visitare la zona, potè de­scrivere dettagliatamente i pochi resti os­servabili, traendo tuttavia conclusioni fa­vorevoli per il ripristino e lo sviluppo del­le ricerche in quell’area: ‘‘…per la strada che da Serrazzano conduce a Montecer­boli, dentro ai massi sono scavati a per­pendicolo due larghissimi e profondissi­mi pozzi cilindrici, murati ottimamente e benissimo conservati (…). Nelle pareti si vedono buche, o usciolini, che verosimil­mente introducevano nei cunicoli laterali (…). È fama che da questi luoghi si cavas­se vena di rame (…) e dicono che questo rame si fondeva in queste vicinanze (…). La spesa che è stata necessaria per sca­vare e murare questi due bellissimi Poz­zi, fa conoscere che la miniera dava gran guadagno. Crederei che il ritrovarla va­lesse bene il prezzo dell’opera, benché stante la faccia piana del monte difficil­mente vi si potrebbe lavorare a cava aper­ta come a Caporciano (…). Nelle vicinan­ze non so come si stese bene a acqua ne­cessaria per gli Edifizi; solo si abbonde­rebbe di carbone. Farebbe però di mestie­ri fabbricare di pianta gli Edifizi, i Forni, ed anche le abitazioni per gli Operai, giac­ché non vi è altro che quella Casa da Con­tadino, per quello che io sappia” (11). Tut­tavia questi consigli del Targioni Tozzetti rimasero totalmente inascoltati e le ri­cerche in quest’area del territorio volter­rano, a differenza di quanto stava acca­dendo in altre zone del Granducato di To­scana (in cui si susseguivano intense in­dagini e tentativi di escavazione assai ben visti e stimolati dai Lorena) (12), furono assolutamente nulle per tutto il Settecen­to. Ciò nonostante la rinascita dell’attivi­tà mineraria toscana, iniziata e sviluppa­tasi nel periodo delle riforme lorenesi, an­dò poi propagandosi anche al territorio volterano dove raggiunse il suo culmine nel periodo che va dal 1850 al 1890. Di questi primi vivi fermenti e delle rinnova­te e febbrili ricerche si possono menzio­nare anche alcuni eventi importanti: nel 1827 Luigi Porte riattivò decisamente, con ben fondati e sicuri criteri industriali, la mi­niera di Montecatini Val di Cecina e nel 1833 fu riaperta anche la miniera di Montecastelli; nel frattempo si susseguivano gli studi e le prospezioni dei geologi (Sa­vi, Pilla, Cocquand, Caillaux, Meneghini, Lotti ecc.) nell’intento di accertare la pre­senza di giacimenti economicamente col­tivabili e si accentuava sempre più l’inte­resse di industriali e possidenti italiani e stranieri a investire capitali in questo ge­nere di attività che, a quanto facevano in­tuire le relazioni tecniche dei geologi e de­gli ingegneri, sembrava prospettare otti­mi affari.

Nel 1851 la miniera di S. Ippolito risulta­va già attiva (13); ma è a partire dal 1857 che vi vennero intrapresi i più importanti lavori di esplorazione e di sviluppo. Da al­cuni documenti (14) risulta infatti che con atto del 30 maggio 1857 registrato a Li­vorno il 16 giugno dello stesso anno, fu venduto al Sig. Emilio Fontani “… il dirit­to perpetuo di escavare minerali fossili et …in tutte le estensioni di terreno posse­duto da Michele Bicocchi e quali e quan­ti costituiscono la Fattoria di S. Ippolito”. Fu pertanto fondata una Società in acco­mandita per azioni che prese il nome di “Impresa Marmifera e Carbonifera E. FONTANI & C.” e che si costituì con un capitale sociale di 900.000 lire toscane di­viso in 900 azioni.

La Società iniziò intorno al 1860 l’escavazione del marmo e della lignite, impian­tò una fabbrica di bottiglie e prolungò la propria attività fino al 1900 (come si de­sume da un ultimo bilancio in data 1 gen­naio 1901), dopodiché tutti i diritti sul sot­tosuolo furono restituiti ai Bicocchi.

Per quanto riguarda l’escavazione del ra­me, ricostruire l’andamento cronologico dei lavori condotti in questo periodo risul­ta assai difficile per la scarsità dei dati di­sponibili. Certo è che, però, nel 1874, a quanto riporta JERVIS, i lavori “… pres­so S. Ippolito, ove si fecero delle ricerche per rame molti anni fa in un giacimento di serpentino…” erano fermi ‘‘atteso pen­denze giudiciali” (15).

Comunque, per gli anni seguenti, alcuni dati, in verità assai scarni, permettono di delineare l’andamento delle operazioni di ricerca e di estrazione (16):

1882: ‘‘Il signor Emilio Fontani ha conti­nuato i lavori di Sant’lppolito (…). Queste esplorazioni sono imprese da parecchi anni con la speranza di trovare una mi­niera di rame in quella formazione serpentinosa, ove esistono lavori antichi”; 1883: si elencano varie ricerche che ‘‘tranne quella di Sant’lppolito” dettero ‘‘qualche prodotto comunque ne sia po­co importante la qualità”;

1886: ‘‘…nulla fu la produzione delle esplorazioni di S. Ippolito”;

1887: si curò soltanto il mantenimento dei lavori;

1888: è annoverata in esercizio;

1889: figura nel prospetto delle miniere non produttive.

Se non siamo in grado di ricostruire esat­tamente la progressione cronologica delle operazioni condotte in quegli anni è pe­rò possibile conoscere con una certa pre­cisione quali e di quale entità furono i la­vori svolti. Infatti in Palazzo Bicocchi a Po­marance (oggi di proprietà del Comune) si conserva, tra gli altri documenti appar­tenuti ai vecchi proprietari, la copia ma­noscritta di una relazione inedita dal tito­lo Giacimenti di rame di S. Ippolito (To­scana) (17). Il documento, costituito da un fascicolo di 15 pagine formato protocol­lo, figura redatto da tale Ing. CHAUSSEL e risulta ultimato a Saint Etienne in data 27 febbraio 1900.

Podere “La Corte”.

Si tratta, a quanto si evince dal testo, di un’accurata perizia tecnica commissiona­ta per appurare se sussistessero le con­dizioni sufficienti per la prosecuzione e/o l’eventuale ampliamento di quelle ricer­che risultate fino ad allora sfavorevoli. La relazione inizia descrivendo la situa­zione topografica della zona di S. Ippolito e le sue caratteristiche geologiche, per passare poi ad esaminare in dettaglio i va­ri lavori eseguiti “…in due regioni che si distinguono col nome di Antica Miniera e Nuova Miniera”. Di quest’ultima tuttavia non tratteremo sia perché la sua ubica­zione (Acquarella, presso Montecerboli) esula dai limiti della zona della Corte, sia perché i lavori svoltivi, per quanto di una certa entità, risalgono tutti alla fine del se­colo scorso.

Per quanto riguarda l’ANTICA MINIERA, Chaussel distingue quattro pozzi fatti sca­vare dai Medici nei dintorni del Podere della Corte: “… due pozzi gemelli nel luo­go chiamato PIANO DELLE CAVE, non lungi dal Podere della Corte; un pozzo nel posto detto FONTE AL FAME si chiama PESCINA DEL FUOCO a cagione di una esplosione di gas. Uno chiamato DELLA MONNA, dal nome del podere dello stes­so nome situato più a Nord. Questi quat­tro pozzi sono stati scavati e rivestiti in muratura sullo stesso modello”. Gli ulti­mi due pozzi risultarono inaccessibili per­ché pieni d’acqua, mentre “… i due pri­mi, quelli della Corte avevano 51 m. di profondità. Sono stati svuotati per mez­zo di una galleria di scolo e sono stati tro­vati rivestiti di muratura dall’alto in bas­so con tutta cura; gl’ingressi delle galle­rie, a quattro livelli differenti sono a volta ogiva in mattoni. Il diametro dei pozzi è di m. 3.80”.

Come per Targioni Tozzetti così anche per Chaussel “…le operazioni metallur­giche si eseguivano sul luogo stesso per­ché vi si sono ritrovate delle scorie”.

Le prime operazioni intraprese da Fontani portarono al prosciugamento dei due poz­zi, ma non permisero l’esplorazione dei diversi piani; fu riparata soltanto qualche galleria e si rinvenne “una certa quanti­tà di rame piritico”, ma non fu messa “…parlando giustamente, la mano sulla parte produttiva del filone”.

La galleria di scolo fatta scavare da Fon­tani misurava 289 m., ma tale lunghezza era insufficiente, secondo Chaussel, a rin­tracciare il filone coltivato dagli antichi la­vori, che, presumibilmente, si trovava “al di là degli antichi pozzi”. La galleria di scolo è ancora oggi in ottimo stato di con­servazione ed il suo ingresso è ben visi­bile sul margine sinistro del Bottello del­la Guardiola, un piccolissimo affluente del Secolo; nelle immediate vicinanze fu po­sto l’ingresso della Galleria di S. Miche­le, vhe venne collegata con uno dei pozzi. Dall’attenta osservazione degli antichi la­vori anche Chaussel trasse la convinzio­ne che vi si dovesse essere estratta una “…una discreta quantità di minerale poi­ché i quattro piani sembra presentino una rete importante di gallerie”. Proprio per questo motivo Fontani concentrò i propri sforzi di preferenza sui pozzi antichi, che, oltretutto, “gli era facile prosciugare con gallerie, a cagione della loro posizione elevata”.

Complessivamente vennero scavati circa 1000 m. di gallerie, di cui 425 m. attorno ai due pozzi antichi e 375 m. con attac­chi dall’esterno. Tuttavia, nonostante tutta questa serie di tentativi e di ricerche i ri­sultati non furono confortanti, tanto che – scrive Chaussel – “…nessun luogo ha mostrato, malgrado molte spese, un filo­ne ben distinto del quale si possa misu­rare lo spessore e giudicare la ricchez­za”. Proprio per questo, secondo Chaus­sel, si sarebbe resa necessaria una se­rie di ricerche metodiche e ben ordinate anche perché sarebbe stata senza dub­bio coronata “con moltissime probabilità da successo”.

Dei lavori fatti intraprendere da Fontani all’esterno della miniera esistono ancora oggi i resti degli edifici fatti costruire “…fra gli antichi pozzi e la galleria di scolo, so­pra una spianata molto ben esposta”, per alloggiarvi gli operai e per stabilirvi un uf­ficio, la direzione ed i magazzini.

Per quanto riguarda infine l’escavazione di nuove gallerie, oltre alle già menziona­te, è da ricordare quella detta DELL’AC­QUA CALDA, situata ad est della galle­ria di scolo, sulla sponda destra del T. Se­colo, ma il cui ingresso franò dopo poco tempo. All’incirca nel 1907 il liquidatore della So­cietà Aw. Raffaele Tuccimei effettuò un’i­spezione alla miniera che trovò comple­tamente abbandonata; in quell’occasio­ne egli compilò un detagliato e prezioso rapporto in cui descrisse minuziosamen­te lo stato attuale della miniera (lunghez­za e direzione di ogni galleria, mineraliz­zazioni e rocce incontrate durante le ope­razioni di scavo ecc.), facendo soprattut­to riferimento alle ricerche svolte negli an­ni 1885 – 1888 e fornendo così un’esatta “fotografia” dello sviluppo definitivo rag­giunto dai lavori. (18)

Da quel periodo in poi è infatti cessata ogni escavazione di rame nei dintorni del­la Corte, anche se successivamente vi si sono susseguite, pur in modo saltuario, ricerche e prospezioni di vario genere in­tese ad accertare con metodi sempre più raffinati la presenza nella zona di concen­trazioni utili di minerale. Tra queste ricer­che ricorderemo, ad esempio, quelle mol­to recenti condotte dalle Società Montecatini Edison (poi Solmine) e RIMIN nel­le aree di S. Michele e del T. Secolo du­rante il periodo 1972 – 1981, con risultati che, a quanto sembra, inducono (per la concentrazione estremamente dispersa e caoticamente diffusa di mineralizzazioni comunque di tenore medio-basso e di scarsa entità) ad accantonare ogni spe­ranza di rinvenire un giacimento tale da risultare oggi economicamente sfrutta­bile.

Esterno Galleria di Scolo.

Come abbiamo detto, nella zona della Corte si possono ancora osservare uno dei pozzi (magnificamente conservato) e la galleria di scolo (parzialmente allaga­ta) oltre ai resti degli edifici di servizio e a tutta una serie di tracce di pozzetti, trin­cee e gallerie che ben testimoniano l’in­tensità delle ricerche che, sulla scia delle grandi speranze alimentate dall’abbon­dante presenza d’indizi apparentemente favorevoli e confortate dall’avallo delle pe­rizie tecniche, vennero svolte anche in quest’area; speranze che però, come ac­cadde pressoché ovunque nei giacimen­ti cupriferi associati alle ofioliti delle Col­line Metallifere, andarono quasi sempre deluse, conducendo alla forzata e pro­gressiva cessazione dell’attività minera­ria legata all’estrazione del rame.

Ciò nonostante, di tutte queste vicende, di tutta questa storia “minore” del terri­torio volterrano, non rimangono oggi che poche vestigia, scarsi resti isolati ormai prossimi a scomparire, testimoni silenzio­si e schivi di entusiasmi, di delusioni, di fallimenti, pallidi ricordi affidati alla me­moria di pochi (19).

Angelo Marrucci

Galleria di Scolo.
Interno Galleria “a volta ogiva’.

NOTE BIBLIOGRAFICHE

  1. R. NANNONI, M. CAPPERI, Miniere e minerali della Val di Cecina, Ceci­na Gruppo Mineralogico Cecinese, 1988.
  2. S. ISOLANI, L’Abbazia di Monteverdi e la Madonna del Frassine in Val di Cornia, Castelfiorentino, Tip. Giovannelli, 1937, p. 161.
  3. M. BOCCI, Curiosità storico minera­rie del circondario di Volterra, VOL­TERRA, anno VI, n. 12, dicembre 1969, pp. 20 – 22.
  4. L. ALBERTI, Descrittione di tutta Ita­lia, in Bologna, per Anseimo Giaccarelli, 1550, c. 50 r.
  5. M. GIOVANNELLI, Cronistoria dell’Antichità e Nobiltà di Volterra, Pisa, Fon­tani, 1613, p. 60.
  6. B. G.V.,Ms. 5706, filza 41 b, doc. 15, Lettera d’Alessandro Cini sulla cava del Rame della Casa alla Corte nel Comune di Montecerboli.
  7. B. G. V., Ms. 8467, Descrizione del­l’antica e nobile città di Volterra fatta da Giovanni Rondinelli capitano l’an­no 1580, c. 5.
  8. L. Falconcini, Storia dell’antichissima città di Volterra, Volterra, Sborgi, 1876, p. 557.
  9. B. G. V., Ms. 5819, R. MAFFEI, Discor­so sopra i residui d’antichità di Volter­ra. Bagni e acque termali. Saline e ac­que salse. Minerali, c. 12 r.
  10. B. G. V., Ms. 9343, A. VIVIANI Bre­ve ragionamento sopra lo stato Anti­co, Moderno ed Economico della Cit­tà di Volterra p. 17.
  11. G. TARGIONI TOZZETTI, Relazione d’alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana, 2 ed. Firenze, Stam­peria Granducale, 1769 – 74, t. Ili, pp.
  12. 387 – 389. G. MORI, L’estrazione dei minerali nel Granducato di Toscana durante il periodo di riforme (1737 -1790), in Studi di storia dell’industria, 2 ed. Ro­ma, Editori Riuniti, 1976, pp. 83 – 141.
  13. Rapporto generale della Pubblica Esposizione dei prodotti naturali e in­dustriali della Toscana fatta in Firen­ze nel 1850, Firenze, Tip. della Ca­sa di Correzione, 1851, p. 65.
  14. Corpo delle Miniere, Distretto di Fi­renze, Permessi e Concessioni, Pro­vincia di Pisa, Fase. Ili 22, Miniera di lignite e rame – S. Ippolito.
  15. G. JERVIS, I tesori sotterranei d’Ita­lia, Torino, Loescher, 1874, tomo II, p. 425.
  16. CORPO DELLE MINIERE, Relazio­ne sul servizio minerario, anni 1880 – 1983.
  17. Desidero ringraziare il sindaco di Po­marance Prof. Renato Frosali e l’Arch. Florestano Bargelli per aver­mi cortesemente consentito di con­sultare il documento e, non ultimo, l’amico Jader Spinelli per avermene dato notizia.
  18. cfr. nota 14.
  19. Un ringraziamento particolare al Sig. Gino Cavicchioli, proprietario del Po­dere della Corte, per l’ineguagliabi­le cortesia e la sicura competenza con cui ha fornito indispensabili in­dicazioni.

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

LA MINIERA DI RAME DI MONTECASTELLI PISANO

A CURA DI ANGELO MARRUCCI (I PARTE)

Negli ultimi anni si è assistito da parte della storiografia italiana a un vero e prorio risveglio d’interesse per gli aspetti storici e archologici le­gati allo sfruttamento delle risorse minerarie, con tutta una serie di saggi, di studi e di articoli tesi a indagare e ad illustrare le molteplici forme cul­turali, tecniche ed economiche in cui si è svilup­pato il millenario rapporto fra comunità umane, minerali e metallurgia. In questo panorama è ov­vio che per quanto riguarda l’Italia una delle re­gioni privilegiate per questo genere di studi non poteva essere che la Toscana(1), e, più in parti­colare, l’area delle Colline Metallifere dove lo sfrut­tamento dei numerosi depositi minerari di questa terra vanta origini e tradizioni estremamente re­mote.

Il territorio di Montecastelli è noto fin dall’antichità per le mineralizzazioni di rame e di argento esi­stenti nella valle del Pavone: la costituzione geo­logica di quest’area, le tracce di ripetute attività mi­nerarie che vi si rinvengono, la documentazione storico-archivistica al riguardo e, non ultima, la grande estensione dei lavori sotterranei intrapresi a vari livelli nella stretta e profonda gola situata fra Montecastelli e Rocca Sillana, testimoniano sen­za alcun dubbio il non indifferente ruolo svolto da questa ristretta zona nella storia mineraria della Val di Cecina e giustificano in pieno il profondo inte­resse multidisciplinare che essa suscita ancora fra ricercatori ed appassionati di discipline storiche e naturalistiche.(2) Ciò nonostante, la storia di que­ste miniere presenta generalizzazioni, lati oscuri e inesattezze tali da richiedere una sua revisione completa e qualche indispensabile (e, si auspica, definitivo) chiarimento.

Inquadramento geominerario

La zona di Rocca Sillana-Montecastelli-Cerbaiola è costituita quasi esclusivamente da una grande cupola di rocce ofiolitiche (serpentiniti, gabbro dia­base) della lunghezza di 5 km. a cui si accompa­gnano, marginalmente e con piccola estensione, ridotti lembi di marne e calcari eocenici.

Il T.Pavone, nel suo corso da Sud verso Nord, ha inciso molto profondamente questo possente am­masso di “rocce verdi” dando così origine alla stret­ta, impervia e suggestiva gola che separa il rilievo di Rocca Sillana da quello di Montecastelli e in cui fin dall’antichità si sono concentrate tutte le ricer­che e le attività connesse allo sfruttamento delle mineralizzazioni a solfuri metallici ivi esistenti. Mentre sulla sinistra idrografica del Pavone, ossia nella porzione occidentale della gola, compaiono- quasi esclusivamente le serpentiniti (per lo più nella facies di serpentina dialagica, di colore verde cu­po e con spessori di grande potenza, tanto da co­stituire, ad esempio, l’intero rilievo su cui è edifi­cata la Rocca Sillana), sulla pendice opposta, in­cluso nelle serpentiniti, si trova un filone di gab­bro di colore da verde chiaro a grigio verdastro, con struttura massiva e a grana grossa (gabbro eufotide) che, individuabile già poco a Nord di Mon­tecastelli, attraversa il Vallone di Pietralloro per poi dirigersi direttamente verso la Grotta Mugnaioli do­ve raggiunge il massimo spessore (circa 45 metri) e da cui dopo aver tagliato trasversalmente il cor­so del Pavone, risale il pendìo di Rocca Sillana fa­cendo perdere infine le sue tracce.(3) Questo filo­ne è molto importante in quanto proprio esso è se­de della mineralizzazione metallifera e pertanto pro­rio su di esso si sono sempre concentrate nel cor­so dei secoli l’attenzione dei ricercatori e le ripe­tute esperienze di coltivazione mineraria. Tale fi­lone, che nell’area della gola del Pavone presen­ta uno sviluppo di oltre 700 m. verso Est, appare riconoscibile rispetto alle serpentine incassanti in quanto parzialmente alterato in steatite e quindi ca­ratterizzato da una colorazione bianco-verdastra e coperto talora da una patina talcosa bianca. Quanto alle mineralizzazioni metallifere che vi si trovano incluse si tratta per lo più di bornitee (o erubescite o “rame paonazzo’’, di colore bronzeo passante al rosso rame nelle fratture fresche e iridescente in quelle esposte all’aria) e calcopirite (o “rame gial­lo” (di colore giallo ottone, iridescente nelle superfici da tempo esposte all’aria) a cui si accompagnano calcocite, sfalerite (o blenda)(4) e, in misura assai minore, galena e tetraedrite.(5) Sotto l’aspetto giaciturale la mineralizzazione era concentrata soprat­tutto al letto del filone e si presentava per lo più sotto forma di venette nel gabbro poco o nulla al­terato e in noduli e impregnazioni diffuse nella pa­sta cloritica derivante dall’alterazione del gabbro.(6) Quanto all’effettiva presenza di tenori utili di argen­to, la questione rimane aperta. Anche se la docu­mentazione archivistica medioevale testimonia in­fatti, come vedremo, di escavazioni di argento in quest’area, le successive indagini mineralogiche rendono assai perplessi circa l’esistenza nella go­la del Pavone di depositi di solfuri argentiferi an­che di un sia pur minimo interesse, tanto che Targioni Tozzetti poneva addirittura la questione se la miniera d’argento nota nelle carte medievali non si trovasse in una zona limitrofa a quella finora men­zionata.(7) Mentre poi Savi, ad esempio, nel 1839 sosteneva di sapere che il minerale estratto con­teneva “una piccola quantità d’argento”(8), D’Achiardi, dal canto suo, escludeva che nell’area di Montecastelli si potesse trovare tale minerale(9); Jervis, poi, citando ricerche di rame eseguite pres­so Rocca Sillana, parla di un giacimento consisten­te in “…pirite di rame, associata a rame pavonazzo e ad altri solfuri metallici’’DO), mentre tutti gli studi e i saggi eseguiti in questo secolo non ac­cennano mai a questa caratteristica mineralogica, che se fosse stata presente in quantità anche re­lativamente modeste non sarebbe certo sfuggita all’attenzione dei ricercatori^ 1): tutto ciò fa pertanto legittimamente riflettere sulla reale consistenza di questi giacimenti argentiferi e, di conseguenza, sul­la possibile durata e sull’effettiva entità delle colti­vazioni minerarie qui a tal fine intraprese durante il Medioevo.

Il territorio di Montecastelli e le zone di attività mineraria

Storia delle attività minerarie

Dal punto di vista cronologico, se si considera che le mineralizzazioni a solfuri di rame, carbonati di rame e rame nativo associate alle rocce ofiolitiche ampiamente presenti nelle formazioni alloctone (ge­nericamente note come “Liguridi s.l.”) del Volter­rano si presentano con caratteristiche mineralogi­che e giaciturali tali (ampia disseminazione delle mineralizzazioni con concentrazioni locali distribuite irregolarmente nelle zone di faglia o di contatto e per lo più ben individuabili superficialmente come impregnazioni, vene, noduli o filoni quasi sempre di entità modesta o modestissima)(12) da non ri­chiedere per il loro sfruttamento (certamente con­dotto mediante scavi a cielo aperto) particolari co­noscenze di arte mineraria o complesse tecniche metallurgiche, si può ritenere per certo, anche in mancanza di specifici reperti archeologici(13) o di informazioni letterarie che attestino una icura col­tivazione etrusca, che tali depositi siano stati sfrut­tati fin da periodi antecedenti al formarsi della na­zione etrusca.(14) Date tali premesse risulta per­tanto estremamente plausibile la ricostruzione di Fiumi secondo ia quale nel periodo dell’età del ferro e dell’arcaismo etrusco l’economia volterrana più che sull’agricoltura era imperniata sulla coltivazione dei vari giacimenti minerari presenti nel territorio per mezzo di tutta una serie di piccoli insediamenti (probabilmente né ricchi né densamente popolati) situati nelle immediate vicinanze dei depositi più importanti. Tuttavia, anche se la vocazione econo­mica fondamentale di questi piccoli centri abitati era per lo più identificabile nell’attività estrattiva, è certo che essi erano completamente esclusi da quella ricchezza che caratterizzava invece i centri di lavorazione e di negoziazione del minerale.(15) In tale contesto geoeconomico, Fiumi collega i gia­cimenti cupriferi di Montecastelli alle stazioni prei­storiche, etrusche e romane di Rocca Sillana(16)
e ad ulteriore conferma di ciò cita il ritrovamento presso Montecastelli di un’ascia ad alette della prima età del ferro.(17) Fiumi ricorda poi Rocca Sillana fra le varie stazioni dell’età del ferro situate sulle colline che fiancheggiano i maggiori corsi d’acqua della Val di Cecina(18) riportando come documentazione materiale la notizia che nel cor­so di lavori per ricerche minerarie intrapresi nella zona negli anni 1935-42 (dalladitta Rag.G.Boldi & C. di Goito) furono ritrovate alcune tombe con­tenenti fibule a navicella, braccialetti di bronzo, spille ed altro materiale villanoviano che. in par­te, fu venduto a Livorno.(19) Ad ulteriore riprova dell’antichità degli insediamenti di questa zona valga infine ricordare per Montecastelli la cosid­detta “Buca delle Fate”, mentre per quanto riguar­da Rocca Sillana si segnala il recentissimo ritro­vamento in loco di frammenti di ceramica a ver­nice nera effettuato da alcuni ricercatori univer­sitari impegnati in un progetto di ricognizione ar­cheologica a vasto raggio della Val di Cecina.(20) Al di là di questi dati non si può andare, non esi­stendo per ora altro materiale documentario che permetta di descrivere meglio e meno ipotetica­mente la più antica storia mineraria di questa terra. Anzi, per trovare la prime testimonianze scritte bi­sogna far trascorrere molto tempo e giungere al­meno al XIII secolo. Infatti con la fine dell’impero romano d’Occidente, con la frammentazione ter­ritoriale e con lo sconvolgimento economico- finanziario che seguì alle invasioni barbariche, questo aspetto dell’attività economica del Volter­rano declinò decisamente e lo sfruttamento dei giacimenti minerari subì un prolungato e quasi to­tale abbandono interrotto, probabilmente, da at­tività estrattive di scarso rilievo e/o estremamen­te localizzate.

Secondo una tradizione storiografica che risale a Raffaello Maffei l’edificazione di Montecastelli sarebbe avvenuta nel 1202 ad opera del vesco­vo Ildebrando Pannocchieschi (cha già da tem­po rivendicava diritti sulla zona in forza del privi­legio concessogli da Arrigo VI nel 1186) e di tale Guasco, capostipite dei Conti Guaschi della Roc­ca.(21) Le testimonianze archivistiche disponibi­li consentono tuttavia di retrodatare ragionevol­mente la presenza dell’insediamento medioeva­le di circa un secolo; da un documento dell’Ar­ch ivio Vescovile di Volterra datato 24 aprile 1115 risulta infatti che Guido e Giovanni di Gherardo donarono al Vescovo Ruggero tutti i loro posses­si posti in “summo poio de monte castelli’’(22), ovvero in un luogo in cui la toponomastica indica chiaramente la preesistenza di un borgo fortificato. In ogni caso si può ipotizzare che la piena affer­mazione del vescovo Ildebrando su questa terra agli inizi del Duecento gli garantisse la totale “li­bertà e comodità di ricoltivare lungo il fiume Pa­vone le miniere di rame, piombo argentifero e for­se oro”(23) Il possesso vescovile su questa zo­na non fu tuttavia privo di contrasti: basti pensa­re che già dal 1204 uomini di Montecastelli giu­rarono fedeltà e promesse di aiuto al comune di Volterra(24), acerrimo rivale e principale conten­dente del vescovo per il dominio sul territorio, dan­do così inizio a una lunga serie di lotte che si fe­cero progressivamente sempre più aspre e si pro­trassero con fasi alterne per circa un secolo e mez­zo condizionado ovviamente la storia e la vita eco­nomica di questo borgo.

Quanto alle miniere di rame e di argento esse nel corso dei secoli XIII e XIV risultano attive e gesti­te dai vescovi di Volterra; anzi, proprio “…uno di essi Vescovi le dette in affitto agl’incontri di Sie­na, con patto che d’ogni dieci libbre d’argento che cavassero, gliene dovessero dare una da mettersi sotto il conio”.(25) Anche se tale citazione è pur­troppo vaga e lacunosa, è però certo che in un documento del 1285 relativo a una cessione di di­ritti sul territorio di Montecastelli al Comune di Vol­terra compaiono finalmente quelli che fino ad oggi sono i primi e precisi cenni a “…pascuis, silvis, argentifodinis” e a qualsiasi altro genere “metallorum” di questa zona.(26)

Successivamente, risulta che nel 1300 il conte Gherardo del fu Guido da Fosini dei Conti d’Elci cedette al Comune di Volterra i 5/12 della metà dei suoi beni posti in Montecastelli assieme alla giurisdizione, ai diritti e al dominio sul castello stesso e sui suoi vassalli, “…comprese le cave d’argento” (27).

Nel 1301 il Comune di Volterra tentò di acquisire il completo possesso del castello e di tutti i suoi beni proponendo al Vescovo di cedere i propri di­ritti su Montecastelli in cambio di beni posti sulle pendici del colle di Volterra. Nel maggio dello stes­so anno mori il Vescovo Ranieri dei Ricci a cui successe Ranieri Beiforti (settembre 1301). Nei pochi mesi in cui la sede fu vacante, Monteca­stelli si ribellò, dandosi al Comune volterrano.Nel settembre 1301 fu comunque raggiunto un accor­do e il Comune di Volterra acquisì legalmente di­ritti e giurisdizioni su Montecastelli, compresa la nomina del podestà e l’esercizio della giustizia, più i diritti sulle risorse minerarie della zona, men­zionate sempre genericamente nelle carte comunitative come “argenterie et aurifodinis”.(28) Più in particolare,la transazione, avvenuta in data 25 settembre 1301, riguardò la cessione dei diritti per le miniere d’argento poste sul lato di Silano.(29) Quanto alla palese genericità di queste citazioni, caratteristica del resto di tutte le testimonianze archivistiche medievali relative ai giacimenti mi­nerari del Volterrano, non si può non concordare con Fiumi, secondo cui “…più che la prova di un’attività escavatrice in atto, potrebbe ritenersi che gli strumenti riportati nelle carte alludessero a stabilire un diritto in potenza; ma è certo che nel corso dei secoli si ritrovano in quei luoghi se­gni di sfruttamento e vestigia. Ciò è specialmen­te evidente per le cave di Montecastelli...’’.(30) In ogni caso, nel corso del XIV secolo le cave ri­sultano attive, come testimonia, ad esempio, la notizia che nel 1352 il Vescovo di Volterra Filip­po Beiforti affittò a tre montierini “due cave d’ar­gento e rame o altro metallo poste nel territorio di Montecastelli sopra il fiume Pavone fra Silano e Montecastelli” a condizione che essi dessero a lui o ai suoi successori “la ventiquattresima par­te di ogni metallo scavato”.(31) Quanto ai giaci­menti situati sul lato di Rocca Sillana essi appaio­no menzionati in un documento datato 23 gen­naio 1386 e relativo alla vendita di tale castello da parte dei Petroni di Siena al Comune di Firen­ze; in esso si legge infatti che i proprietari senesi “…vendono due delle tre parti pro indiviso…con tutto il suo territorio e corte…con tutte le cave d’ar­gento, rame e qualunque metallo”.(32)

Nel Quattrocento Montecastelli finì assoggettato alla giurisdizione di Firenze e sotto tale dominio appare amministrato nel 1405, nel 1410 e nel 1427.(33) Nel maggio 1431 il piccolo centro fu con­quistato da Niccolò Piccinino e nell’ottobre dello stesso anno ritornò ai fiorentini. Dopo la comple­ta conquista fiorentina del territorio volterrano, cul­minata nel cruento e definitivo assoggettamento del capoluogo (1472), Montecastelli fu riunito al contado di Volterra sul quale, del resto, aveva sempre gravitato economicamente e geografica­mente. In tutto questo periodo l’attività mineraria fu probabilmente sporadica, superficiale o di scar­sa entità dato che non ha lasciato tracce docu­mentarie di qualche rilievo.

Anche durante il Cinquecento le informazioni re­lative alle miniere della zona sono in verità piut­tosto scarse e solo documenti appartenenti all’ul­timo ventennio del secolo servono a illuminarci, più o meno direttamente, circa l’effettiva condi­zione in cui dovevano trovarsi i giacimenti della valle del Pavone.

Ignorate da Leandro Alberti nella sua Descritto­ne del 1550 e telegraficamente menzionate dal capitano fiorentino Giovanni Rondinelli in una sua relazione conoscitiva del 1580 sul territorio vol­terrano diretta al Granduca Ferdinando I (senza il minimo accenno al fatto se esse si trovassero in attività)(35), le miniere di Montecastelli appaiono finalmente ricordate nel 1589 da Lodovico Falconcini, che descrive queste cave d’argento e rame come “feracissime di detti metalli” e ubicate “presso la riva del torrente Pavone, nella quale sono state trovate anche oggi delle piscine in cui si lavava la gleba d’argento”. Egli riporta inoltre di avere appreso che ‘ ‘per due volte vi è stato ca­vato argento e rame per molti anni continui ogni volta, da duecento anni in qua ad istanza del Ve­scovo di Volterra allora signore di quelle minie­re. Il luogo poi ov’esse si trovano appellasi Mon­tepelato o Monte deH’Oro” .(36)

Da questi pur brevi si può insomma dedurre che nel corso del Quattrocento e, soprattutto, del Cin­quecento le attività minerarie locali dovettero inar­restabilmente declinare, svolgendosi dapprima in modo saltuario o occasionale per poi cessare del tutto. A ulteriore suffragio di questa tesi basti pen­sare che nel periodo compreso fra il 1472 e gli ultimi decenni del Cinquecento l’economia e la società del Volterrano subirono profondi cambia­menti a causa della sempre più accentuata spe­cializzazione che andò progressivamente carat­terizzando l’intera economia regionale: in tale con­testo accadde così che molte attività prima fiorenti scomparvero, il commercio dei prodotti minerari della zona (soprattutto vetriolo e zolfo) venne a mancare, la scoperta dell’allume si rivelò infine illusoria e soltanto l’estrazione e la commercia­lizzazione del salgemma riuscirono a mantene­re, con singolare quanto interessante continuità, la loro tradizionale importanza.(37) Alla fine del XVI secolo si registrano però i primi segnali di una ripresa d’interesse per i giacimen­ti di Montecastelli. Da una lettera di Giovanni Ros­si, ministro delle cave, diretta al Granduca e da­tata 11 aprile 1582, si apprende infatti che era sta­to dato ordine di riaprire la miniera di Monteca­stelli entro quello stesso anno, ma che non se ne era fatto niente fino ad allora perché i lavori si era­no concentrati sulla miniera di Montecatini Val di Cecina e che, altresì, si sarebbe dato inizio alle opere necessarie appena fosse stato avviato il pro­cesso di fusione del minerale estratto da quest’ul­tima miniera.(38) In altre parole, prima di proce­dere all’apertura di un nuovo cantiere si voleva esser certi di aver avviato nella maniera più opporuna e completa lo sfruttamento della miniera che sembrava garantire i migliori risultati. In una lettera di Bernardo Giorgi, ministro economo delle miniere, datata 20 novembre 1584 si legge poi che sebbene fossero trascorsi due anni e la miniera non fosse ancora stata riattivata, essa pareva of­frire ottime prospettive, tanto che si perorava con grande entusiasmo un pronto inizio dei lavori: “…sotto braccia 11 ci trovo della miniera assai e di miglior qualità che la prima che si manda di sag­gio… e la miniera va per filoni e non a noccioli come quella di Montecatini ed io ci ho grande spe­ranza” .(39) Le ricerche proseguirono anche nel 1585 e si concentrarono per lo più nel cosiddetto Vallone di Baldo (o Vallone del Bardo), poco a Nord di Grotta Mugnaioli, dove furono rinvenuti convincenti indizi di “minerale di rame, e soven­te ancora di piriti di ferro” che dettero luogo a la­vori di escavazione.(40) Le belle speranze lasciate intravedere da Giorgi andarono però presto de­luse in quanto il rame faticosamente ottenuto da Montecatini e da Montecastelli si era dimostrato inutilizzabile per le manifatture, cosicché si richie­deva di far venire da Venezia un tal maestro Fran­cesco Neretti “…a raffinare centocinquanta mi­gliaia di quel metallo che si trovano nel castello di Firenze, e che era talmente agro che senza ri­durlo non potea farsene nulla di buono”.(41) La ripresa di interessi per le mineralizzazioni me­tallifere della zona contagiò presto anche gli abi­tanti di Montecastelli che cominciarono a intrave­dere nel ritrovamento di un ricco filone la possi­bilità di arricchirsi e di svincolarsi finalmente dal­la misera e stagnante vita economica che afflig­geva questo piccolo borgo della Maremma volter­rana. Alcuni documenti e una pianta del 1605 at­testano infatti una lite sorta fra alcuni paesani per il possesso di un nuovo filone di rame casualmen­te scoperto sulle pendici orientali del poggio di Montecastelli, ovvero nell’area digradante verso la Val di Cecina, in prossimità del Pod. la Casina(42): una vicenda che però, probabilmente, non ebbe esiti di rilievo, dato che successivamente non ha lasciato tracce documentarie di alcun genere e che la zona in oggetto non si è mostrata parti­colarmente significativa dal punto vista giacimen­tologico.

Dopo i tutto sommato insoddisfacenti tentativi me­dicei di fine Cinquecento é quindi la volta di al­cuni privati a provare ad intraprendere l’esplora­zione o la coltivazione dei siti minerari tradizio­nalmente più interessanti. Ma la tragica esperien­za di un certo Nardone, che nel 1636 perse la vi­ta nella miniera di Montecatini, segnò la fine di ogni tentativo di riattivazione nella zona per tutto il XVII secolo “…e sino al 1751 niunopensò altri­menti né a Monte Castelli né a Montecatini” .(43) Proprio in questa data sappiamo infatti che una Società di Livorno tentò di riprendere la coltiva­zione della miniera di Montecatini, ma essa eb­be vita breve e non fece che poco o nulla.(44) Quanto alle miniere di Montecastelli esse furono pressoché dimenticate per tutto il Settecento: a convalida di ciò basti il fatto che perfino Targioni Tozzetti, che quasi sempre costituisce una fonte straordinariamente acuta, preziosa e attendibile di osservazioni dirette, trascurò di visitare la zo­na nel corso delle sue ricognizioni storico­naturalistiche, ammettendo apertamente di non conoscere nemmeno il luogo preciso ove queste miniere si trovassero.(45)

Planimetria della zona mineraria di Montecastelli (F. Federici, 1941)

Per giungere ad un vero e proprio periodo di sfrut­tamento ben documentato bisogna cosi giunge­re al 1832, anno di inizio di tutta una serie di la­vori che, prolungatisi fino alla fine del secolo, han­no prodotto vestigia esterne e opere sotterranee di rilevante interesse per l’archeologia industria­le del nostro territorio oltre a rappresentare il ve­ro e proprio apogeo nella coltivazione di questi giacimenti.

Per capire come andarono le cose bisogna però fare un piccolo passo indietro e tornare al 1825, quando gli imprenditori Sebastiano Kleiber e Gia­como Luigi Le Blanc si unirono in società con l’in­traprendente Luigi Porte per assumere la gestio­ne dell’Al lumiera di Montioni. Giovandosi dei ca­pitali di Kleiber e Le Blanc, Porte stipulò nel 1827 una serie di contratti con cui acquistò i diritti di escavazione per la miniera di Montecatini e , vi­sto che gli affari andavano bene, i tre soci istitui­rono nel 1830 una società anonima che prese il nome di Società d’industria Minerale.^) Forte del successo iniziale di Montecatini, Porte si po­se il problema del trattamento metallurgico del mi­nerale da lì estratto riuscendo addirittura a farsi accordare dal Granduca una parte dello stabili­mento dell’Accesa per costruirvi una fonderia di rame e già che il bilancio della Società era in atti­vo Porte iniziò con l’acquisto di alcuni terreni in data 28 febbraio 1832 anche la coltivazione del­la miniera di rame di Montecastelli, la cui direzione tecnica fu affidata ad Augusto Schneider, già ispettore della miniera di Montecatini.(47) Le in­genti spese richieste dai complessi lavori di esplo­razione e di sfruttamento del giacimento di Mon­tecatini segnarono però il rapido declino della So­cietà che .infatti, già alla fine del 1832 entrò in crisi, costringendo Porte, in base a quanto previsto dalla convenzione costitutiva, a rinunciare a tutti i suoi diritti in favore di Kleiber e Le Blanc. Durante il 1832 furono comunque eseguiti alcuni lavori di saggio nel grosso filone di gabbro minerallizzato di Grotta Mugnaioli che consistettero in due gallerie (la più bassa delle quali ubicata a cir­ca 4 m. di altezza sul letto del Pavone) impostate a quote altimetriche diverse, l’una profonda 45 m., l’altra 50. In questi due cantieri le escavazioni pro­seguirono ininterrottamente fino a parte del 1834 con una produzione complessiva di circa 7 t. (19.486 libbre) di “buonissimo minerale” che fu ridotto in metallo alla fonderia dell’Accesa (48), gestita, come si è visto, dalla stessa Società.

Nel 1836 la morte di Kleiber incrinò l’equilibrio or­mai già compromesso della Società. Leblanc dette allora in affitto la sua metà di proprietà a tale Bech e ai due fratelli banchieri Orazio e Alfredo Hall, sciogliendo così definitivamente la Società d’in­dustria Minerale. Nel 1837 i fratelli Hall rilevaro­no tutte le vecchie quote e dettero vita a una nuova società, convenzionalmente definita Società di Monte Catini, nominando come direttore ammi­nistrativo Pietro Igino Coppi. Nel 1839 entrò in so­cietà anche Francesco Giuseppe Sloane che di­venne progressivamente il detentore della mag­giore quota azionaria e nel 1840 al gruppo dei soci si unì anche Coppi; nel 1841, infine, divenne so­cio anche il conte Demetrio Boutourline, una pre­senza determinante che fino al 1871 (anno della morte di Sloane) contribuì a dare il maggiore im­pulso ai lavori minerari sia a Montecatini che a Montecastelli. Fu infatti proprio nel periodo com­preso fra il 1841 e il 1869 che a Montecastelli si svolsero i lavori più imponenti e approfonditi di di tutta la sua storia mineraria, con opere di tale grandiosità che i loro evidenti resti (pozzi, saggi, edifici, gallerie ecc.) suscitano ancora oggi la sin­cera meraviglia di ogni visitatore.

Fra il 1841 e il 1842 venne approntata la galleria principale (la cosiddetta “galleria Isabella”) che fu impostata sul fondo del Vallone di Pietralloro, poche decine di metri a Sud di Grotta Mugnaioli, a circa 5 m. sopra la sponda destra del Pavone, con lo scopo di intercettare il filone in profondità. Al termine della galleria Isabella, ovvero a circa 120 m. dall’ingresso, intorno al 1850 fu poi sca­vato un pozzo che si spinse alla profondità di ol­tre 100 m. sotto il letto del torrente e che aveva il compito sia di esplorare completamente la par­te più profonda (il “letto”) del filone sia di servire per l’estrazione di quanto veniva scavato nei li­velli più bassi della miniera. Quest’ultima funzio­ne, in particolare, veniva svolta mediante un sa­liscendi azionato da un ruotone idraulico messo in moto dalle acque del Pavone che, imbrigliate con una diga di presa appositamente costruita cir­ca 500 m. più a Sud, venivano introdotte all’in­terno della miniera tramite un gorile adduttore per essere poi fatte defluire circa 630 m. più a valle dell’imbocco della galleria Isabella per mezzo di un’apposita galleria di scolo lunga circa 700 me­tri. (49) Sopra il pozzo erano insomma poste due macchine idrauliche a ruota : una per l’estrazio­ne del minerale e della roccia sterile, l’altra per l’esaurimento dell’acqua “per mezzo di pompe aspiranti e prementi a doppio effetto” .(50)

Nel periodo 1841-1850 i lavori si concentrarono unicamente sulla sponda destra del Pavone ot­tenendo dai numerosi filoni iniettati della zona cir­ca 121. (36.000 libbre) di ottimo minerale (per lo più bornite e calcopirite).(51) Certo è comunque che nel 1850 i filoni situati dal lato di Rocca Sillana, ‘ ‘quantunque pure essi consistenti per la mas­sima parte in bellissima Philipsite (bornite)”, ri­sultavano ancora inesplorati.(52)

In ogni caso la miniera di Montecastelli assunse un notevole importanza a livello nazionale tanto da essere costantemente annoverata fra i mag­giori depositi cupriferi dell’Italia centrale.(53) Col progredire dei lavori ci si rese conto però che due fattori avrebbero limitato drasticamente la vita e le possibilità produttive di questa miniera, ov­vero:

a) il campo di coltivazione di proprietà della So­cietà di Monte Catini che dalle ricerche condotte in profondità andava apparendo purtroppo limi­tato proprio dalla parte in cui il giacimento si sta­va mostrando più ricco(54);

b) le caratteristiche giaciturali della mineralizza­zione utile, che risultava prevalentememte disse­minata nella matrice rocciosa determinando cosi la presenza di minerale “povero” poché a basso tenore.

Per la combinazione di questi due motivi i lavori di coltivazione del filone cuprifero non si svolse­ro pertanto unicamente in sotterraneo: l’ampia di­spersione del minerale nella matrice impose in­fatti l’abbattimento a cielo aperto di notevoli quan­tità di roccia, soprattutto nell’area di Grotta Mu­gnaioli, dove il filone mostrava la maggiore po­tenza. La presenza prevalente di minerale “po­vero” unitamente all’ubicazione estremamente di­sagiata della miniera (praticamente priva di vie d’accesso idonee all’attività intrapresa), convin­sero pertanto i gerenti ad attivare sul posto un im­pianto di trattamento meccanico per l’arricchimen­to del minerale. Nel 1868 entrò così in funzione un impianto di lavaggio che però ebbe vita bre­vissima.(55) Infatti nello stesso anno, nonostan­te i soddisfacenti risultati ottenuti da tale tecnica di arricchimento, l’attività di lavaggio fu soppres­sa e nel 1869, per motivi, come vedremo, per lo più indipendenti dalle condizioni del giacimento, fu chiusa pure la miniera ed ogni lavoro abban­donato.

Proprio nei pressi dell’ingresso della galleria Isa­bella esistono tuttora i fabbricati della miniera: eb­bene. a giudicare dall’entità, dalla dimensione e dalla vastità degli stessi si possono facilmente de­durre sia l’importanza che a questa miniera fu at­tribuita dai suoi proprietari sia gli ingenti capitali che vi furono investiti nella certezza (rivelatasi poi illusoria) di lucrosi guadagni. Si tratta, più in par­ticolare, di un complesso di vari edifici (oggi com­pletamente scoperchiati e privi di porte, finestre per le successive asportazioni di travature, tego­li, macchinari ed ogni tipo di infissi) che, riuniti in un sol corpo della lunghezza di circa 75 m. e della larghezza approssimativa da 10 a 15 metri, erano in parte adibiti all’impianto di laveria e a ma­gazzini; mentre in altri locali trovavano posto le officine di riparazione, le stanze riservate agli ope­rai e gli alloggi per il personale dirigente.

Circa i motivi per i quali il 30 settembre 1869 la miniera fu abbandonata, un autore come Jervis è tassativo: per mancanza di prodotto(56); Lotti, invece, che raccolse le testimonianze dei nuovi proprietari, riporta, senza ulteriori indicazioni, che i motivi della cessazione furono indipendenti dalle effettive condizioni del giacimento.(57) E proba­bilmente aveva un buona parte di ragione. Certo è che le caratteristiche giacimentologiche gene­rali della mineralizzazione non erano delle migliori presentandosi essa, come si è detto, prevalente­mente disseminata nel gabbro in minute particelle e solo localmente concentrata in venette, picco­le lenti e noduli.(58)

NOTE BIBLIOGRAFICHE

  1. cfr. ad es. il recentissimo Inventario del patrimonio minera­rio e mineralogico in Toscana. Aspetti naturalistici e storico­archeologici. Firenze, Regione Toscana, 1991, 2 voli., con am­pia bibliografia. Dal punto di vista storiografico si veda inoltre A. MENICONI – Studi antichi e recenti sulle miniere medieva­li in Toscana: alcune considerazioni, in: “Ricerche Storiche”, a. XIV, n. 1, gennaio-caprile 1984, pp. 49-56;
  2. cfr. G. BRIZZI & R. MELI – L’antica minerà di Montecastelli e i minerali delle rocce circostanti, in: “Rivista Mineralogica Italiana”, a. XII, n. 3, luglio-settembre 1989, pp. 163-178: A. MARRUCCI – Note di storia mineraria, in: “La Comunità di Pomarance”, a. Ili, 1989, n. 4, pp. 22-24, poi comparso in ver­sione corretta, integrata e definitiva come Montecastelli, no­te di storia mineraria, in: “La Spalletta”, a. Vili, n.1, 5 gen­naio 1991, pp.23-26; U. GELLI & G. GIORGI – La miniera del Pavone a Montecastelli Pisano, in: “La Comunità di Poma­rance”, a. V, 1991, n.1, pp.22-26;
  3. cfr. G. BRIZZI & R. MELI – L’antica miniera cit., p.169:
  4. Idem, pp.170-173;
  5. F. ARISI ROTA & L. VIGHI – Le manifestazioni cuprifere nelle rocce verdi, in: La Toscana meridionale. Fondamenti geo­logico minerari per una prospettiva di valorizzazione delle ri­sorse naturali. Rend. S.I.M.P., 27 (fase, sp.), p. 368;
  6. Ibidem
  7. G. TARGIONI TOZZETTI – Relazioni d’alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana. Firenze, 2.ed., Stamperia Gran­ducale di G.Cambiagi, 1768-1779, 1. VII, p. 392;
  8. P. SAVI – uelle rocce ofiolitiche e delle masse metalliche in esse contenute, in: Id. – Memorie per servire allo studio della costituzione fisica della Toscana. Pisa, F.lli Nistri, 1839, p. 80;
  9. A. D’ACHIARDI • Mineralogia della Toscana. Pisa, 1872-73, t. Il, pp. 299 e 375;
  10. G. JERVIS –I tesori sotterranei d’Italia. Torino, Loescher, 1874, t.ll, p.423; un accenno alla presenza di argento e addi­rittura di oro nella gola del Pavone si trova inoltre in G.VOL­PE – Montieri: costituzione politica, struttura sociale, attività economica d’una terra toscana nel secolo XIII, in: “Marem­ma”, a. I, 1924; fase. I, p. 29;
  11. cfr. ad es. l’esauriente indagine mineralogica di G. BRIZ­ZI & R. MELI, cit., in cui non compare mai menzione della ga­lena e dove la sfalerite è segnalata come “non molto frequen­te” (pp. 170-173);
  12. F. ARISI ROTA & L. VIGHI – Le manifestazioni cit., p. 362;
  13. Finora nel Volterrano non è mai stato rinvenuto niente di simile alla subbia di rame, di epoca probabilmente etrusca, ritrovata nel secolo scorso in un’antica galleria di ricerca mi­neraria nei pressi di Gerfalco (cfr. T. HAUPT – Rendimento di conto del mio servizio in Italia. Firenze, Le Monnier, 1889. P 118);
  14. cfr. G. TANELLI –1 depositi metalliferi dell’Etruria e le atti­vità estrattive degli Etruschi, in: Secondo Congresso Nazio­nale Etrusco. Atti. Roma, G. Bretschneider. 1989, voi. Ili, p. 1413;
  15. cfr. E. FIUMI – La facies arcaica del territorio volterrano, in: “Studi Etruschi”, a. XXIX, 1961, p. 283 nota 83;
  16. idem, p.283;
  17. idem, p.283 nota 80;
  18. idem, pp.259-262;
  19. idem, p.262 nota 25;
  20. Comunicazione personale del Doti.Andrea Augenti:
  21. cfr. R. MAFFEI – Storia volterrana, pubblicata per cura di A. Cinci. Volterra, Tip. Sborgi, 1887, p. 96;
  22. cfr. Biblioteca Guarnacci Volterra (B.G.V.), ms. 11347, Per­gamene dell’Archivio Vescovile trascritte da G. Mariani, sca­tola 1, doc. 225, e M. CAVALLINI – Montecastelli, in: “Il Co­razziere”, a. LI, n. 43, 23 ottobre 1932, p. 2;
  23. M. BOCCI – Montecastelli Valdicecina, in: “L’Araldo”, a. XLII, n. 25, 25 giugno 1972, p. 4;
  24. F. SCHNEIDER – Regestum Volaterranum. Roma, Loe­scher, 1907, p. 91, n. 263;
  25. G. TARGIONI TOZZETTI – Relazioni cit., p. 392;
  26. Archivio Storico Comunale Volterra (A.S.C.V.), filza S ne­ra 1, c. 125r.; il documento reca la data 18 marzo 1285:
  27. E. REPETTI – Dizionario geografico fisico storico della To­scana. Firenze, per l’autore e editore, 1833-43, t. Ili, p. 341:
  28. cfr. A.S.C.V., filza S nera 1, c. 127r.; il documento reca la data 19 settembre 1301;
  29. cfr. M. CAVALLINI, cit., p. 2;
  30. E. FIUMI – L’utilizzazione dei lagoni boraciferi della To­scana nell’industria medievale. Firenze. Dott.Carlo Cya, 1943. p.71;
  31. M. CAVALLINI – Notizie e spogli d’archivio, in: ‘Rasse­gna Volterrana”, a. I, 1924, fase. Il, p. 84;
  32. Archivio di Stato di Firenze (A.S.F.), Capitoli del Comune, registro 5, cc. 179 V.-180 r.;
  33. cfr. P FABBRI – Montecastelli: un comune medioevale del­la maremma volterrana, in: “Volterra”,36) L. FALCONCINI – Storia dell’antichissima città di Volterra. Volterra, Sborgi, 1876, pp. 583-585. Il toponimo “Monte dell’Oro” è tuttora presente nella denominazione locale del profondo e scosceso canalo­ne che sovrasta l’antica miniera di Montecastelli, detto, ap­punto, “Vallone (o Borro) di Pietralloro”;
  34. cfr. A.K. ISAACS – Volterra nel Cinquecento: alcune pro­spettive di ricerca, in: “Bollettino Storico Pisano”, a. LVIII, 1989, pp. 189-205;
  35. cfr. C. RIDOLFI – D’alcune miniere della Maremma. Cen­ni storico-economici per servire all’eccitamento dell’industria che si occupa di trarne profitto, in: “Giornale agrario tosca­no”, n. 24, 1832, t. VI, p. 495:
  36. Ibidem;
  37. P. SAVI – Delle rocce ofiolitiche cit., p. 78;
  38. C. RIDOLFI – D’alcune minere cit., p. 495;
  39. B.G.V., Archivio Maffei, filza 57; sull’intera vicenda si ve­da A. MARRUCCI – Montecastelli: note cit., in cui oltre ai do­cumenti è riprodotta anche la planimetria citata con l’ubica­zione di alcune cave e filoni della zona: si tratta finora della prima indicazione della presenza di minerali di rame sul ver­sante orientale del colle di Montecastelli;
  40. C. RIDOLFI, cit., p.495. In merito alle condizioni dell’atti­vità mineraria nelle Colline Metallifere durante il Seicento si veda anche: A. MARRUCCI – Panorama minerario del territo­rio volterrano alla metà del XVII secolo, in: “La Comunità di Pomarance”, a. IV. 1990, n. 3. pp. 22-26;
  41. cfr. A. RIPARBELLI – Storia di Montecatini Val di Cecina e delle sue miniere. Firenze. Tip. Giuntina, 1980, p. 81;
  42. Idem. t. VII, p. 392;
  43. A. RIPARBELLI – Luigi Porte e la “sua” Maremma nel pri­mo Ottocento (1779-1843), in: “Boll. Soc. St. Maremmana”, a. XXVIII, 1987, n. 51, fase. sp. “I Lorena e la Maremma”, p.156;
  44. Idem, p.157;
  45. P. SAVI, Delle rocce ofiolitiche cit., p.80;
  46. cfr. B. LOTTI – Sul giacimento cuprifero di Montecastelli in provincia di Pisa, in: “Boll. R. Com. Geol. It.”, a. XVI, 1885, fase 3/4, pp. 83-84;
  47. G. JERVIS – I tesori cit., t.ll, p.423;
  48. cfr. P SAVI – Rapporto sui prodotti del regno inorganico: minerali metallici, in: Rapporto della Pubblica Esposizione dei prodotti naturali e industriali della Toscana fatta in Firenze nel novembre 1850. Firenze. Tip. della Casa di Correzione, 1851, p. 50;
  49. Ibidem;
  50. cfr. C. PERAZZI – Intorno ai giacimenti cupriferi contenuti nei monti serpentinosi dell’Italia Centrale. Torino, Stamperia Reale, 1864, pp. 20-21;
  51. Idem, p.21;
  52. cfr. B. LOTTI – Sul giacimento cit.. p. 84;
  53. G. JERVIS, cit., t. Il, p. 423:
  54. cfr. B. LOTTI, cit., p. 84;

si veda B. LOTTI – Geologia della Toscana Mem. Descr. CartaGeol. d’It., XII, 1910, p. 257 e L. GERBELLA -Il proble­ma del rame in Italia, in: “L’ingegnere”, n. 4, 15 aprile 1940. p. 287

(CONTINUA)

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

LA MINIERA DEL PAVONE

A MONTECASTELLI PISANO

La miniera di rame del Pavone o “Cava del Pavone”, come la chiama Paolo Savi nel “Nuovo Giornale de letterati” (n. 103 pag. 75), ha origini molto remote che risalgono all’età del ferro e dello arcaismo etrusco. I giaci­menti cupriferi di Montecastelli infatti, più importanti di quelli di Monterufoli e Micciano, sono da collegare alle stazio­ni preistoriche etrusche e romane di Rocca Sillano.

Consultando il classico lavoro di Giovanni Targioni intitolato “Discorso sopra l’utilità che si può sperare dalle miniere della Toscana” si può vedere quanto esse dovevano essere produt­tive e lucrose prima che i Romani le conquistassero proibendo l’escavazione di quei metalli. Essi usarono un pretesto di carattere religioso, dicendo che sem­brava crudele il “ferir le viscere della madre comune per cavarne metalli”, per mascherare il vero motivo per il quale non volevano che si lavorasse in minie­ra e cioè quello di cercare di impoverire e abbrutire il più possibile i popoli vinti per far pesare loro ancora di più il giogo dell’occupazione. Altri, invece, hanno giustificato questa legge assurda dicen­do che il lavoro in miniera non rendeva praticamente niente e quindi vi si im­piegavano delle forze a scapito dell’agri­coltura. Noi, come del resto lo stesso Targioni, non siamo di questo avviso, perchè conosciamo quanto gli Etruschi fossero civili, ricchi, ingegnosi e come non avessero bisogno di una legge straniera per cautelare i propri interessi. Un altro punto a favore di questa tesi è che in quel periodo non mancavano nella zona vasti terreni coltivati e boschi. Inoltre gli Etruschi dovevano, per forza, aver un gran tornaconto a lavorare in miniera se vi impiegavano grandi ca­pitali, riuscendo a fare delle cose che anche oggi son difficili da eseguirsi.

Alla dominazione romana successe­ro gli incursori e distruggitori Barbari e per le miniere non cambiò gra chè. Dopo i Barbari vennero i Longobardi e la situazione continuò a peggiorare. Poi la Toscana fu divisa in tanti feudi sem­pre in guerra tra di loro, così che non c’era neppure il tempo e le disponibilità per andare ad aprire le miniere. Anche quando i feudi divennero delle repub­bliche il risultato non cambiò molto.

Per tornare a sentir parlare delle miniere bisogna aspettare la venuta al potere dei Medici. I Medici incoraggia­rono lo sfruttamento minerario facendo dei tentativi per riaprire le miniere e in particolare con due fra le maggiori: quella di Montecatini e quella di Montecastelli.

Per quanto riguarda la miniera di Montecastelli (trascurando di parlare di quella di Montecatini che non ci interes­sa direttamente) sappiamo da una let­tera di Giovanni Rossi, ministro delle cave del rame, al Granduca Francesco I, in data 11 aprile 1582, che si era ordinato di metter mano a riaprire que­sta miniera nel Marzo dello stesso anno, ma che poi non se n’era fatto di niente per non intralciare i lavori alla miniera di Montecatini; si sarebbe cominciato quando fosse iniziata la fusione del minerale estratto in questa miniera.

Ingresso principale

Finalmente in un’altra lettera di un tal Bernardo Giorgi, ministro economo delle miniere, datata 20 novembre 1584 e indirizzata al Granduca, si dice che nella miniera di Montecastelli, alla pro­fondità di 11 braccia, si trova del

minerale in quantità e di qualità superiori a quello trovato nel primo saggio e che la miniera va per filoni e non per noccioli come quella di Montecatini. La lettera scritta da Bernardo Giorgi termina con ed io ci ho grande speranza”.

Ulteriori notizie riguardanti la miniera del Pavone si hanno da una lettera di un tal Seriacopi, diretta al cavalier Belisario Vinta, segretario del Granduca Ferdinando I e datata 25 gennaio 1605, nella quale si parla di una certa partita di minerale crudo ed inservibile per la lavorazione e quindi si decide di far venire da Venezia il maestro Francesco Nerotti “araffinare centocinquanta di quel metallo che si trovano nel castello di Firenze e che era talmente agro che senza ridurlo non potea farsene nulla di buono”.

A questi tentativi medicei di riaprire la miniera di Pavone, seguì un alto tentativo nel 1636, fallito per la morte, attribuita per altro all’imprudenza, di un tal Nardone.

Fino al 1751 non ci fu nessuno che pensò di riaprire la miniera di Montecastelli e nemmeno quella di Montecatini. In quell’anno, infatti, una società di Livornesi vi eseguì, senza frutto, dei lavori superficiali, però desistè dall’impresa e quindi la miniera tornò ben presto abbandonata.

Già l’opinione pubblica dava per certa la sterilità di questa miniera, quando nel 1827, una società provvista di capitali sufficienti all’impresa intra­prendeva una nuova escavazione. Pur­troppo da questo periodo in poi non siamo riusciti a trovare notizie riguar­danti direttamente la nostra miniera, comunque, per avere un’idea della mole di lavoro che vi si doveva svolgere nella metà dell’ottocento, faremo un parallelo con quella di Montecatini che è, se vogliamo, la gemella di quella di Pavo­ne. E’ stato accertato che già nel 1831 veniva fuso nei forni di Cecina il rame estratto dalla miniera di Montecatini, per poi essere lavorato nelle officine pratesi, e fu giudicato subito eccellente, poiché era molto duttile e nello stesso tempo tenace. Il Ridolfi nel “Giornale agrario toscano” (vol. VI anno 1832) scrive che le gallerie più profonde sono a 60 braccia al di sotto della bocca della miniera ed hanno uno sviluppo di 1000 braccia e che sono sanissime, ben armate e di facile e comoda percorrenza anche per i “non addetti ai lavori”.

Galleria della Morte

Lo scandaglio della miniera iniziò nel 1827 con soli 3 uomini e già nel 1832 ve ne lavoravano più di 100 ed altri 20 impiegati alla fonderia. La vena rendeva oltre il 30% di puro rame ed in certi punti si arrivava anche al 60 – 70%, quindi tutto fa presumere che il numero degli operai sarebbe sicuramente aumentato. Non a caso abbiamo descritto la miniera di Montecatini; tutto questo ci serve per descrivere indirettamente anche la miniera del Pavone; infatti lo stesso Ridolfi conclude il suo lavoro come segue: “… la quale industria, (ri­ferendosi all’attività della miniera di Montecatini) lungi dal ristarsi nel vastis­simo campo di Montecatini, si è già distesa alla volta di Montecastelli, ed in tempo brevissimo, tenendo dietro agli antichi lavori, giunse ivi pure ad un filone metallico, che ne fece sicuri dover quella miniera riuscire emula se non più ricca di quella di Montecatini”.

Questo paragrafo non ha bisogno di nessun commento; risulta evidente come la miniera del Pavone dovesse essere, forse, anche più importante di quella di Montecatini.

La miniera di Montecastelli fu chiusa poi nel 1869 il 30 settembre, come ci dice l’incisione lasciata nella Cappella posta all’interno delle gallerie. Non co­nosciamo i motivi diquesta decisione; forse il minerale cominciò a scarseggia­re, o forse il prezzo del rame subì un forte ribasso che non rendeva più con­veniente la sua escavazione.

Un fatto è certo, però, nella metà dell’ottobre la miniera di Pavone doveva aver raggiunto un notevole sviluppo considerando anche il gran numero degli edifici situati all’imboccatura della galleria principale ed il minerale doveva comparire in grande quantità se si riu­sciva a trarre degli utili, considerando anche le enormi spese per il trasporto di questo ai punti di lavorazione e di impiego, visto che la miniera è posta in una zona non molto accessibile e di­stante da tutti i grandi centri industriali.

Durante l’ultima guerra la S.A.R.E.M. (Società Anonima Ricerche ed Escavazioni Minerali), che già lavo­rava alla miniera di carbone della Mandria, fece un sopralluogo alla minie­ra del Pavone, senza per altro iniziare i lavori.

Oggi questa miniera è compietamente abbandonata; parte degli edifici sono franati; rimangono soltanto le gallerie che ospitano pipistrelli e qual­che curioso che, come noi, cerca di scoprire i segreti del passato.

GALLERIA PRINCIPALE

La miniera del Pavone è situata nella parte più bassa del versante Ovest di Poggiamonti, in prossimità del podere “Cetina”, a breve distanza dal torrente Pavone.

L’ingresso principale di questa mi­niera si apre all’interno della prima costruzione facente parte di una serie di edifici adibiti a uffici, officine, abita­zione del custode, ecc. Tale ingresso, semiostruito, è sormontato da una volta in tufo; è rivolto verso O.S.O. e procede pianeggiante ed in linea retta per 213 passi; i primi 39 hanno la volta e le pareti rinforzate con mattoni intonacati; i successivi 112 passi non hanno nes­suna armatura e difatti in tre punti si sono avute delle piccole frane, che però non compromettono la stabilità della galleria. A questo punto (a 151 passi dall’ingresso), sulla destra, si hanno dei muri di sostegno intervallati da quattro archi con pilastri, per la lunghezza com­plessiva di 29 passi. Finita questa co­struzione, si hanno ancora 23 passi di galleria non armata, per giungere di nuovo ad una armatura completa (volta e pareti), dove iniziano le prime diramazioni. Questa è la parte dove si svolgeva la maggiore attività della mi­niera; nello spazio di pochi passi si hanno 6 diramazioni, che descriveremo dettagliatamente più avanti, per ora dia­mo soltanto la loro disposizione rispetto alla galleria principale.

La prima, a destra, costituita da una scala è chiamata, da una iscrizione, “Via della Scala Meccanica”.

Più avanti 8 passi, un’altra deviazio­ne a destra, la cui apertura è posta ad una altezza di circa 50 cm. dal livello della galleria ed è chiamata “Via della Scala ” (nell’iscrizione non si riesce

a leggere altro).

Quasi di fronte a questa, un’altra de­viazione a sinistra, che noi abbiamo chiamato “Galleria del Caminetto”.

Ancora a sinistra si trova una Cap­pella.

Di fronte alla Cappella, un ampio locale, da noi denominato “Salone Centrale”, dal quale sono visibili nume­rosi pozzi.

L’ultima di queste deviazioni è un prolungamento della Galleria Principale, lungo 27 passi, che costituisce un pro­babile avanzamento. Questa galleria, essendo molto corta, fa presumere che gli scavi devono essere stati interrotti prematuramente: o per scarsità del minerale, o per la friabilità del terreno che la rendeva pericolosa. Ciò spiega anche la presenza di una iscrizione a caratteri cubitali indicante “PERICOLO DI MORTE”. Questa scritta ci ha dato lo spunto per chiamare questo prolun­gamento “Galleria della Morte”.

Per rendere più chiara l’esposizione, già abbastanza complessa, non abbia­mo seguito, nella descrizione delle 6 diramazioni, lo stesso ordine usato per la loro disposizione.

CAPPELLA

La cappella, larga circa 1 m. e profonda 3 m., si apre, come già accennato, sulla sinistra della Galleria Principale. Si presenta interamente in­tonacata ed è ancora visibile parte del­l’originaria pittura azzura. Sulla destra, entrando, c’è un’incisione, probabilmen­te eseguita con la punta di un chiodo o simile, recante la probabile data di chiusura della miniera. Il testo di questa iscrizione è il seguente:

MEMORIA

1869 – 30 settembre cessò e fu sospesa questa miniera Angelo Grassi Armatore

Francesco ……..

Pompista

Sul fondo della Cappella, l’altare, preceduto da uno scalino e sormontato da un vano dove, probabilmente, era collocata un’immagine sacra raffiguran­te la Madonna. Questa supposizione è avvalorata dalla presenza del mono­gramma tipico di Maria.

La Cappella.

SALONE CENTRALE

Di fronte alla Cappella si apre un vasto locale dalla struttura molto com­plessa che noi abbiamo chiamato “Sa­lone Centrale” per spiegare l’enorme mole di lavoro che vi si doveva svol­gere.

Sul pavimento si apre un pozzo molto profondo diviso in tre parti da due muri in mattoni per ritto, sul fondo del quale si nota la presenza di acqua, che il classico “pisciolio” fa presumere cor­rente. Sulla destra del Salone Centrale, un’apertura dà nel Pozzo dei Macchi­nari, il cui fondo è raggiungibile, come vedremo più avanti, scendendo la Scala Meccanica. In questo pozzo sono visibili i resti di una trave di legno infissi nelle pareti. Sopra questa apertura c’è un’iscrizione del tipo di quella trovata nella Cappella, della quale si può leg­gere:

“1869 il 30 settembre cessò di vivere e crepò        Purtroppo non figurano

nomi di cose o persone, altrimenti questo sarebbe stato un particolare in­teressante, visto che non ci sono fonti storiche riguardanti la miniera in questo periodo. Per trovare la notizia di una morte bisogna risalire al 1636, anno in cui, come già detto prima, fu fatto un tentativo di riattivazione della miniera fallito per la morte di un tal Nardone.

Sempre sulla destra del Salone Centrale, un’altra apertura in un altro pozzo, che è in comunicazione con quello dei macchinari; mentre di fronte, in alto, c’è una finestra che doveva servire per il passaggio del materiale scavato verso i pozzi per essere lavo­rato. Sotto questa finestra si vede un arco a mattoni che dà accesso ad una piccola galleria; a sinistra un altro arco, sotto il quale è posto un coppo com­pletamente murato e del quale emerge solamente l’orlo ad una altezza di circa m. 1 dal pavimento del locale, costituito

per altro da materiale di discarica. Questo coppo doveva servire da riserva d’acqua potabile per i minatori. Sul soffitto del salone un’apertura rettango­lare.

VIA DELLA SCALA MECCANICA

Questa deviazione, sulla destra della Galleria Principale, scende con una scalinata. Fatti 20 scalini si giunge ad un pianerottolo, alla cui destra si apre il fondo del Pozzo dei Macchinari. Sembra, dalla conformazione delle mura, che sul fondo di questo pozzo dovessero girare enormi ruote metalli­che, adibite ad una non meglio identi­ficata lavorazione del materiale. Sono stati trovati anche chiodi, verghe e resti di meccanismi facenti parte dei macchi­nari per tale lavorazione.

Oltrepassando il pianerottolo e scendendo ancora 9 scalini, si giunge ad una nicchia, alla cui sinistra si apre, sul pavimento, un altro pozzetto profon­do circa 6 – 8 m. Sulla parete sinistra di questo pozzo, ad un dislivello di 1,5 m., c’è un cunicolo che non permette il passaggio in posizione eretta, che girando verso sinistra, porta sul fondo del Pozzo dei Macchinari. Sopra l’architrave di questo cunicolo c’è scol­pita una data: 1865.

La scala prosegue con ancora 9 scalini oltre il pianerottolo e girando a destra porta quasi sul fondo del Pozzo nel Salone Centrale. Questa parte della miniera, quella cioè dove ci sono i pozzi, è molto difficile da descrivere, anche perchè molte cose hanno lasciato perplessi noi stessi che pure le abbiamo viste. Per esempiosi intravedono, in fondo ai pozzi, oppure ad altezze diverse lungo le pareti degli stessi, delle gallerie o, co­munque, delle aperture che però sono irraggiungibili e quindi è praticamente impossibile riuscire a capire dove por­tino e a che cosa fossero servite. Molto probabilmente un tempo, quando que­sta miniera era in attività, dovevano esserci state delle scale e delle passe­relle di legno o di ferro che non hanno resistito al peso degli anni, dell’umidità e anche degli smantellamenti. Il Salone Centrale, la Via della Scala Meccanica, la Via del Scala… sono tutti ambienti che un tempo erano pieni di macchinari che, insieme all’acqua, lavoravano il materiale scavato al fine ultimo di poter separare il rame dalle impurità. Oggi, non essendo rimasto nulla di tutto ciò, è molto difficile dare un senso ad ogni apertura e galleria.

Via della Scala Meccanica

VIA DELLA SCALA…

La Via del Scala… si apre sulla destra, a circa 50 cm. dal piano della Galleria principale. Varcato l’ingresso di questa via, si salgono 4 scalini per giungere ad un pianerottolo, che guar­da, per mezzo di un’apertura rettango­lare, sul fondo del Pozzo dei Macchi­nari. Oltrepassando questa apertura, di fronte, il pianerottolo continua per pochi centimetri fino ad una finestra che si apre sullo stesso Pozzo dei Macchinari.

Tornando all’entrata di questa “Via”e girando a sinistra si prosegue, sempre sullo stesso pianerottolo, per pochi passi, poi facendo una curva di 180° a destra, inizia una scalinata di 12 scalini che porta ad un altro ambiente.

Sulla sinistra di questo ambiente, dopo una piccola apertura sul pavimen­to, si accede ad uno “slargo”. In questo “slargo”, sulla sinistra, una apertura che da sul pozzo che, nel Salone Centrale, risulta essere, guardando, alla sinistra del Pozzo dei Macchinari. Sulla destra dello “slargo”, cioè di fronte a questa apertura, c’è una stanzetta larga circa m. 1 e profonda m. 3 , che doveva avere una porta, visto che sono ancora visibili i cardini. Questo è l’unico ambiente provvisto di porta di tutta la miniera, quindi doveva avere funzioni abbastan­za importanti, forse serviva da ufficio, da magazzino, o comunque dove stava l’equivalente del nostro Capocantiere. All’interno iscrizioni a lapis sulle pareti, che noi riportiamo fedelmente: “Mac­chinisti di pompe fu Giovanni Rossinelli (o Vossinelli) e Francesco Fini e di Estravazione fu Vincenzo Fratini (o Fralini)??!! Teodosio Rossinelli”.

Sotto queste iscrizioni, in basso, nicchia quadrata nel muro. L’intonaco del soffitto di questa stanzetta è stato completamente consumato, tanto che sono visibili i mattoni nudi; a compiere questa usura sono stati i pipistrelli che vi si sono attaccati durante il letargo. Sul pavimento, in corrispondenza di questa parte del soffitto, un’enorme quantità di escrementi, che raggiungono, nel punto più alto, l’altezza di 30 – 35 cm. Questo fenomeno si può notare anche fuori dalla stanzetta.

Tornando nello slargo e andando un po’ a diritto e poi girando a sinistra ci immettiamo in un lungo corridoio: a 10 Passi uno scalino, all’undicesimo fine­stra sulla sinistra che dà nel Pozzo Centrale (quella che dal Salone Centra­le abbiamo visto di fronte in alto). In corrispondenza di questa finestra, sulla destra, una galleria senza armatura lunga 10 passi. Continuando avanti, invece, si incontrano 7 scalini che, girando a sinistra di 180°, portano ad un passaggio dalla strana forma di botte. Oltre questo passaggioun piane­rottolo, che noi abbiamo chiamato delle “Iscrizioni”, con una grande apertura sul Salone Centrale. Dall’altra parte del­l’apertura si intravede una galleria ar­mata che gira a destra. Questa galleria non è raggiungibile da questa parte, bisognerebbe superare l’apertura nel pozzo, sarà raggiungibile invece da un’altra parte, come vedremo più avanti.

Abbiamo chiamato questo luogo “Pianerottolo delle Iscrizioni” a causa dei numerosi messaggi lasciati sulle pareti; messaggi lasciati da visitatori occasio­nali e che non hanno nulla a che vedere con la miniera, però noi li abbiamo trascritti ugualmente, anche se qualcu­no è incomprensibile.

  1. 1948 – 14 – 8 Kratochwila Boris
  2. Adi 17 settembre 1908 la famiglia Rivolti fu condotta da Giuseppe Giorgi Nelli, Penelope, Maria, Giorgio, Carlina e Norina Giorgi
  3. W GARIBALDI
  4. Alle (i) di 8 dicembre 19.. nella cerca sono venuto giù e più indovina che… chiamo

Sono io figlio del mi babbo e nipote del mi zio…

… 2 anni orsono per caso ci risono apparito ò letto questo scritto ò aggiunto io lui e lei in quell’altri

  • 1858      29 Agosto Nelso…

Ritornando indietro fino all’ambiente situato alla fine dei 12 scalini e supe­rando l’apertura sul pavimento, già descritta prima, si accede ad una sca­linata in pietra perfettamente conservata che, con 19 scalini che girano a sinistra, porta a un corridoio perpendicolare alla suddetta scala. Sulla sinistra di questo corridoiosi ha accesso ad una galleria pavimentata a mattoni, che girando leggermente a sinistra, termina nel­l’apertura sul Salone Centrale. Questa è la galleria che non potevamo raggiun­gere dal Pianerottolo delle Iscrizioni.

A destra del corridoio, invece, ab­biamo un’altra galleria, armata in mat­toni, lunga 17 passi, che porta ad un incrocio di gallerie scabrose senza ar­matura. (Questo incrocio è da tener presente, perchè vi torneremo succes­sivamente). A destra la galleria scende con trac­ce di scalini scavati nella roccia, ragione per la quale noi l’abbiamo chiamata “Galleria della Scala Rocciosa Inferiore”. Dopo una cinquantina di scalini si ariva ad un bivio; a sinistra galleria pianeg­giante così suddivisa: i primi 14 passi non armata, da 14 a 32 armata in mattoni e per altri 105 passi non armata, anche se in ottime condizioni. A questo punto, di fronte, sembra che la galleria sia franata, mentre a destra, dopo un muretto ed un arco, la galleria prosegue. Dopo una franetta si incontra la prima diramazione: a sinistra si apre una galleria molto bassa (0,5 m.) e lunga circa 15 passi, in fondo alla quale è stata trovata una spina di Istrice, ossa di animale ed un ciuffo di erba bianca a causa della mancanza di luce solare. Questo particolare ci ha dato lo spunto per chiamare questa diramazione “Gal­leria dell’Erba”.

Ritornando nella galleria della franetta e proseguendo a diritto per 20 passi si giunge ad un crocevia: a sini­stra galleria lunga 30 passi; a destra galleria lunga 20 passi; di fronte si procede per 22 passi fino a giungere ad una nicchia, mentre la galleria pro­segue girando leggermente a sinistra. Dopo 15 passi si arriva ad una frana, oltrepassata la quale si entra in uno slargo con forti infiltrazioni di acqua. Questa galleria è stata chiamata da noi “Galleria dei Pipistrelli” per descrivere l’enorme movimento di questi innocui animali. Questa serie di gallerie fa parte dell’estremo avanzamento della miniera ed è in questo ramo che veniva pre­levata la maggior parte del minerale scavato.

In questa direzione non si può più procedere, quindi dobbiamo tornare indietro e precisamente fino al bivio che abbiamo lasciato in fondo alla Galleria della Scala Rocciosa Inferiore. A questo bivio prendendo questa volta a destra si entra in un corridoio armato a mattoni lungo 9 passi, che immette in una stanzetta caratterizzata dalla presenza di nicchie nelle pareti e precisamente: 3 piccole quadrate nella parete di destra entrando e una più grande sulla parete di fronte. A destra entrando, nell’angolo formato da due pareti, si può osservare qualcosa che può sembrare un caminet­to. Questa somiglianza ci ha dato lo spunto per chiamare questa stanzetta ed il rispettivo corridoio “Galleria del Caminetto” che abbiamo già citato quando abbiamo elencato la serie delle diramazioni della Galleria Principale. Se questo “qualcosa” è un caminetto, la sua canna fumaria sbocca nella Galleria della Scala Rocciosa Inferiore. Questa stanzetta, larga circa due passi e pro­fonda 5, doveva servire, secondo noi, come spogliatoio e come luogo di risto­ro per i minatori, anche se questa tesi è un po’ messa in discussione dalle ri­dotte dimensioni del locale.

Oltrepassando la stanzetta si entra in un corridoio lungo 7 passi, che sbocca nella Galleria Principale, nel punto delle 6 diramazioni che abbiamo elencato all’inizio delle descrizioni.

Questa parte della miniera è già stata tutta descritta; per trovare la zona ancora da descrivere bisogna tornare all’incrocio in cima alla Galleria della Scala Rocciosa Inferiore. Come ricorde­remo siamo giunti a questo incrocio per mezzo di un corridoio lungo 17 passi e completamente armato. Giunti a que­sto incrocio abbiamo preso a destra e siamo scesi nella Galleria della Scala Rocciosa Inferiore, questa volta, invece, giriamo a sinistra. Fatti pochi passi si incontra un bivio dalla forma di una Y. La galleria di destra procede pianeg­giante, senza armatura, per 7 passi, dove è stata chiusa con materiale di riporto; nelle condizioni attuali non è permesso il passaggio nemmeno proce­dendo sdraiati. Si arriva ad un punto in cui si rimane incastrati tra la volta ed il materiale di riporto che ostruisce il passaggio, comunque illuminando con la torcia si vede che la galleria, superato questo punto, si allarga nuovamente.Noi abbiamo chiamato questa galleria “Gal­leria dei Serpenti”.

La galleria di sinistra, invece, con­tinua a salire con la stessa pendenza e gli stessi tipi di scalini della Galleria della Scala Rocciosa Inferiore, quindi noi l’abbiamo chiamata “Galleria della Scala Rocciosa Superiore”. Procedendo per una cinquantina di scalini, di cui gli ultimi molto ripidi, quasi verticali, si giunge ad una galleria pianeggiante in cima alla quale, ad una distanza di circa 70 passi, si apre l’uscita.

Sulla sinistra, uscendo dalla Galleria della Scala Rocciosa Superiore, la galleria pianeggiante continua, mentre un’altra si apre alle spalle della scala ed è raggiungibile superando la botola formata dall’ingresso delle Scale Roc­ciose.

GALLERIA SECONDARIA

L’ingresso della Galleria Secondaria, che non è altro che “l’uscita” di cui abbiamo parlato al termine del capitolo precedente, è rivolto verso S.O., più o meno nella stessa direzione dell’ingres­so della Galleria Principale, però a un piano superiore rispetto a questo e si apre su una discarice di materiale.

Nella stagione fredda si sente, stan­do in prossimità di questo ingresso, una notevole quantità di aria calda che esce dalla miniera. Questo fenomeno può confermare quanto hanno detto i vecchi di Montecastelli, che la galleria da noi detta “Secondaria” fosse una presa d’aria per la miniera; effettivamente le due aperture, quella inferiore e quella superiore, permettono all’aria di circola­re più forzatamente.

Come nella Galleria Principale, an­che in questa, una volta superate alcu­ne pietre che ostruiscono parzialmente il passaggio, ci troviamo di fronte ad una galleria pianeggiante, non armata, che procede per circa 70 passi, fino alla diramazione posta in cima alla Scala Rocciosa Superiore. Come già detto nel capitolo precedente, da questo punto parte una galleria accessibile solo su­perando la botola formata dalla Scala Rocciosa Superiore. Questa galleria è diritta e molto corta, (circa 30 passi) e, diversamente dalle altre, non è stata chiusa, ma finisce.

L’altra galleria, che sarebbe il pro­seguimento di quella che viene dall’in­gresso, avanza nell’interno del monteper 68passi, punto in cui si ha una diramazione a destra lunga 20 passi, dove è stata chiusa con del materiale di riporto. Tornando indietro e prose­guendo nella galleria a diritto per 10 passi si trova, sulla destra, un inizio di galleria subito chiusa; quindi continuan­do ancora si arriva alla fine della galleria con altri 10 passi. Anche questa “fine” non è una fine, ma una chiusura. In un punto ben determinato di questa galleria si ha un’eco molto strana e molto amplificata. Questa eco si forma e si può sentire in un tratto di galleria molto limitato, prima e dopo di questo, nulla. Questo particolare ci ha dato l’idea per chiamare questa galleria “Galleria dell’Eco”.

In una di queste gallerie sono state trovate delle ossa animali: cranio di istrice, con la mandibola provvista di due sviluppate zanne, molto più grandi degli incisivi; alcune vertebre ed altri ossicini non meglio identificati. Oltre alle ossa di questo animale è stato trovato anche un altro osso molto più grande e più friabile, forse appartenente ad un arto di un animale di dimensioni mag­giori dell’istrice. Questo è il secondo “ossario” che abbiamo trovato nella miniera, dopo quello della Galleria dell’Erba.

Tutte queste gallerie della parte superiore della miniera, cioè quelle facilmente raggiungibili dalla Galleria Secondaria, non presentano nessun tipo di armatura, sono perfetamente conser­vate ed in alcuni punti c’è presenza di acqua sul pavimento, però per poter continuare la loro esplorazione occorre­rebbe rimuovere il materiale di riporto che chiude gli avanzamenti.

GALLERIA DEL MUGNAIOLI

Camminando lungo il letto del Pa­vone, nello stesso senso dell’acqua, per un buon 300 m. dal punto in cui si trovano i resti delle costruzioni della miniera, si giunge in prossimità di una costruzione, in muratura, posta nel centro del letto stesso. Questa costru­zione non è altro che un pilastro, fatto di mattoni e pietre e sagomato in modo tale da resistere all’urto delle correnti del torrente. La sua probabile funzione era quella di sorreggere una passerella che univa le due sponde, passerella, della quale non è rimasta nessuna traccia. Proprio di fronte a questo pilastro, sul lato destro del fiume (dalla parte della miniera del Pavone) si apre, ad un dislivello di circa due metri dal letto stesso, un’altra galleria.

L’ingresso della Galleria del Mugnaioli si presenta sormontato da un arco in mattoni, sopra al quale c’è un vano dove, probabilmente, era posta un’immagine sacra. Fra l’arco ed il vano c’è lo spazio per un cartello, che doveva recare incisa una probabile data oppure un saluto alla divinità raffigurata sopra di esso. Sulla destra di questo ingresso è stato posto un cartello con una scritta in vernice nera: PERICOLO. VIETATO ENTRARE.

Varcato l’ingresso, la galleria avanza pianeggiante, rettilinea e armata in mattoni per 42 passi. Una particolarità di questa armatura è costituita dalla pre­senza di mensole, sempre in mattone, sporgenti una quindicina di centimetri dal muro, ad un’altezza di circa m. 1.60 – 1.70 dal piano di terra. Queste men­sole sono ad una distanza di m. 1 l’una dall’altra e sono presenti sui due lati della galleria.

A 42 passi dall’inizio, dicevamo, c’è una diramazione sulla destra. Lascian­do la galleria principale ed entrando in questa diramazione non armata si pro­cede, girando leggermente a destra, fino ad incontrare altre due diramazioni: quella di sinistra, costituita da materiale molto friabile, finisce subito; quella di destra, invece, continua, parallela alla galleria principale, però in direzione opposta e leggermente in salita, per 20 passi, punto in cui si ha un’altra diramazione, che per comodità di de­scrizione chiameremo “delle Radici”. A questa diramazione se prendiamo a destra arriviamo, neanche a dirlo, ad un bivio: a destra finisce subito, a sinistra finisce dopo 10 passi. Questa galleria di 10 passi è appuntellata qua e la con delle travi di legno ormai marcio e quindi è molto pericoloso sostarci a lungo.

Tornando indietro fino alla Diramazione delle Radici e prendendo questa volta a sinistra, che poi, se vogliamo, non è che giri a sinistra, ma prosegue in direzione della galleria dalla quale siamo venuti, si va avanti per 8 passi, punto in cui si trova un bivio. A diritto si può procedere ancora per poco, perchè la galleria è stata chiusa, forse per non fare accedere al minerale che, in questa miniera, a differenza dell’altra, appare in maggior consistenza. Girando a destra, invece, dopo una venticinquina di scalini scavati nella roccia che girano leggermente a destra, si arriva ad un pianerottolo, dal quale è possibile pro­seguire girando a destra di 90°. Dopo pochi passi si giunge ad una galleria perpendicolare a questa, che però è molto bassa e finisce subito, sia a destra che a sinistra. Questi spezzoni di galleria sono caratterizzati dalla pre­senza delle radici degli alberi che dise­gnano sulle pareti e sulla volta delle linee rette che si intersecano tra di loro con una precisione impressionante.

Tornando indietro fino alla galleria principale e continuando a diritto (nella direzione opposta a quella che va verso l’ingresso) si arriva alla fine dell’armatura a 68 passi dall’ingresso e poi, dopo 105 passi, sempre dall’ingresso (tutte le misure riferite alla galleria principale vengono prese dall’ingresso), si ha una diramazione sulla sinistra, che terminaquasi subito, e dove è visibile molto minerale.

Continuando nella galleria principale a 111 passi diramazione a destra e inizio di una nuova armatura, che ter­mina a 142 passi. Questo tratto di galleria ha il piano di terra sommerso da una decina di cm. d’acqua e sopra la volta si apre (questo è visibile una volta finita l’armatura) una grande nic­chia. Andando ancora avanti, sempre nell’acqua, a 170 passi ricomincia l’ar­matura che finisce, insieme alla galleria, a 178 passi. A questo punto la galleria è franata o è stata fatta saltare con una carica esplosiva, perchè ci sono dei grossi massi di gabbro appoggiati all’ar­matura, che non permettono il passag­gio nemmeno della vista.

La Galleria del Mugnaioli finisce qui, quindi possiamo dire che è di dimen­sioni molto ridotte rispetto alle altre, anche se sembra che sia più ricca di minerale.

LA RIPRESA

In relazione con la Miniera del Pavone è un’altra costruzione posta anch’essa nel letto del torrente: la Ri­presa. Questa costruzione non è altro che una diga situata a circa 700 – 800 m. a monte, rispetto all’ingresso della Galleria Principale della miniera. La sua funzione, come ci spiega il nome, era quella di prendere l’acqua del Pavone.

Passaggio a forma di botte

nei periodi di magra, e convogliarla in un canale, che la faceva giungere fino alla miniera dove veniva usata per lavare il minerale estratto. L’esigenza di prendere l’acqua del Pavone così a monte era determinata dal fatto che la Galleria Principale è leggermente più alta del livello del torrente e quindi avrebbero dovuto impiegare delle pom­pe se avessero preso l’acqua direttamente davanti ad essa.

La diga è stata costruita con dei mattoni murati sopra un basamento di pietre; non è molto alta in modo che, durante le piene, l’acqua poteva facil­mente superarla e proseguire il suo corso lungo il letto del torrente.

Come abbiamo già accennato, la diga faceva confluire parte dell’acqua del Pavone in un canale che, costeg­giando lo stesso torrente, giungeva alla miniera. Per i primi 155 passi, questo canale è coperto, o meglio, è scavato interamente nella roccia.

All’ingresso due scanalature verticali nell’armatura fanno pensare alla pre­senza di una chiusa. Dopo pochi passi l’armatura finisce e la “galleria” prose­gue nel gabbro vivo. E’ molto bassa e stretta e da questo si capisce che doveva passarci solamente acqua. A 35 passi vi confluisce un’altra galleria pro­veniente sempre dal torrente; a 137 passi ricomincia l’armatura, che termina con la galleria ed anche qui doveva esserci stata una chiusa.

Chiaramente, dicendo termina la galleria, si intende che termina la parte di canale scavato sotto terra, perchè da qui alla miniera l’acqua proseguiva al­l’aperto in “Gorili” che, in molti punti ormai, sono stati sepolti dalla vegeta­zione.

GALLERIA DELLE CAPANNE

Sempre su questo versante di Poggiamonti, però molto più in alto dal Pavone, quasi a mezza costa, nel fosso del podere “Le Capanne”, si apre un’al­tra galleria. Vi si accede solamente risalendo il fosso, (in certi punti si devono addirittura scalare delle pareti di gabbro friabilissimo, tenute a stento dalle radici degli alberi) visto che non c’è strada nè viottolo per andarci.

L’ingresso di questa strana galleria non è armato e visto da lontano sembra la tana di un animale di grandi dimen­sioni. La galleria avanza con due sole diramazioni: la prima, a sinistra, di 45 passi; la seconda, a destra, di 20 passi. La parte iniziale di essa ha il pavimento coperto dall’acqua, che in certi punti raggiunge l’altezza di 50 cm. Per 239 passi di procede dritti, riuscendo a scorgere la luce dell’ingresso che, riflet­tendo nell’acqua, dà alla galleria uno scenario fiabesco. Arrivati al 239 passo, dall’inizio, si gira a sinistra di 90° e dopo aver superato una frana si arriva al punto in cui la galleria è stata chiusa. Siamo a 300 passi dall’ingresso.

Questa galleria è un po’ diversa dalle altre che abbiamo visitato; prima di tutto è stata scavata nell’argilla e quindi è molto più franosa delle altre; non vi abbiamo trovato tracce di anima­li, nemmeno di pipistrelli che in galleria sono a casa loro; poi quell’ingresso senza armatura e senza strada di ac­cesso. L’ipotesi più probabile è che questa, più che una vera e propria miniera, fosse una galleria per saggiare il sottosuolo e che l’ingresso con la relativa strada sia stato portato via dalla frana che ha formato il Fosso delle Capanne.

Gelli – G. Giorgi

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.