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Descrizione e considerazioni sulla geologia, sulla morfologia del territorio. Eventi sismici e cartografia della zona di Pomarance ed Alta Val di Cecina.

LE MINIERE DI RAME DEL PODERE “LA CORTE”

Nel comune di Pomarance le tracce e le testimonianze delle attività minerarie ed estrattive esercitatevi nel corso dei secoli sono estremamente numerose, variamen­te disperse sul territorio ed assai differen­ziate sia per generi di minerali estratti che per tipologia di giacimenti coltivati.

Per quanto riguarda l’escavazione dei mi­nerali di rame ricorderemo, ad esempio, i lavori intrapresi in passato nella zona di Monterufoli, sul Rio Sancherino, a Libbiano, a Micciano e soprattutto, anche per­ché probabilmente si tratta delle più an­tiche ricerche documentate, alla Serra al­la Corte presso Sant’lppolito. Tuttavia di quest’ultimo giacimento cuprifero, ben­ché verosimilmente sia stato il primo ad essere sfruttato nel territorio di Pomaran­ce, non si hanno paradossalmente che in­formazioni assai scarse, di gran lunga in­feriori a quelle, del resto mai abbondan­ti, relative alle altre miniere della zona; an­zi le notizie finora edite sulle miniere del­la Corte sono così sintetiche e la povertà di documenti pubblicati in merito è tale, che queste antiche escavazioni rischia­no oggi di essere completamente dimen­ticate. A riprova di ciò possiamo citare il caso di un recentissimo volume dedica­to ai minerali ed alle miniere della Val di Cecina (1) (una pubblicazione importan­te perché prima ed unica su questo tema): ebbene in essa sono elencate con una certa dovizia di particolari tutte quelle at­tività e ricerche minerarie succedutesi nel corso del tempo nel bacino della Cecina che hanno ottenuto un sia pur minimo ri­sultato; tuttavia la zona della Serra alla Corte viene completamente trascurata. Ma incomprensibilmente ed ingiustamen­te. Vediamo perché.

Ubicazione delle antiche Miniere di Rame della Corte.

Il podere Corte presso Montecerboli, un tempo appartenente alla Fattoria di S. Ip­polito della famiglia Bicocchi ed oggi pro­prietà del Sig. Gino Cavicchioli, vanta no­bili origini; furono infatti i Medici a farlo costruire alla fine del Quattrocento sulla pendice del Poggio Carnevale che guar­da la Valle del Secolo per farne residen­za e rifugio e “per avere maggiore liber­tà e sicurezza’’ allorché si recavano a fre­quentare le acque del Bagno a Morba (2). A quanto risulta nella zona di Montecer­boli l’estrazione dei minerali era già atti­va almeno fin dal 1395; legata quasi esclusivamente all’escavazione del ve­triolo e dell’allume ed allo sfruttamento dello zolfo prodottosi intorno ai lagoni, es­sa era localizzata soprattutto nel versan­te prospicente il T. Possera (3). Sembra anche che nella zona della Corte i Medi­ci facessero eseguire saggi e tentativi d’escavazione di rame già nel corso del Tre­cento; tuttavia le prime testimonianze a stampa di storici e geografi non sembra­no tenerne conto: Leandro ALBERTI nel 1550 si limita a menzionare appena la col­locazione topografica di Montecerboli (4) e altrettanto farà nel 1613 (e come vedre­mo senza alcuna giustificazione) Mario GIOVANNELLI che si ridurrà a ricopiare semplicemente il passo dell’Alberti (5). In realtà il primo documento che informa esaurientemente sulle potenzialità mine­rarie della zona in esame e sui primi la­vori praticativi, risulta essere una lettera datata 1558 inviata da tale Alessandro CI­NI al Granduca Cosimo I dé Medici per comunicargli la scoperta di un giacimento di rame “presso Casa alla Corte’’. Da questa relazione, di cui si conserva co­pia presso la Biblioteca Guarnacci di Vol­terra (6), si apprende che all’inizio ven­nero rinvenuti “…in pietra nera detta Gab­bro certi filoncini di Marchassita di Rame finissima che durò tre braccia per in giù …” e tre braccia oltre si incontrò “ceneraccio bianco involtovi dentro pezzi grandi di Rame puro’’. Da quanto si apprende lo scavo iniziò dapprima con un fosso che venne affondato nel monte per diciassette braccia; ma il lavoro si mostrò assai pre­sto pericoloso per la cedevolezza delle ar­mature. Pertanto “essendo massime il Monte mineralissimo e perché le spese fatte non fussino col tempo buttate via”, si fece ricorso all’escavazione di due poz­zi “…l’uno per soccorso dell’altro in ca­so che si trovassi acqua (…) e si andaro­no murando man mano che si affondava­no e larghi di diametro sei braccia e di­scosti l’uno dall’altro diciotto braccia. Messi una bocca di pozzo nel fosso, den­tro si trovò el rame e visi fece un palco di panconi di quercia per tirare con li ar­gani coperto con tetto e si seguitò a tro­vare rame per in giù venti braccia”. Con l’aumentare della profondità furono dira­mate a vari piani delle gallerie per segui­re o rintracciare le vene di minerale e “…si sfondò il giorno con una di dette ca­ve per dare esito all’acqua”. Al termine di questi lavori il pozzo più profondo mi­surava 88 braccia e 100 braccia la galle­ria più lunga ed i risultati si erano dimo­strati talmente incoraggianti che CINI con­cludeva: “Si può dire sia cerco quasi niente massime essendosi ito trovando sempre Rame, vena Marcassita, Antimo­nio et altri segni minerali che danno cer­tezza d’esser questo Monte ricco di que­sto puro metallo”. Ma le speranze alimen­tate da questa prima scoperta non si sa­rebbero poi concretizzate in alcuna atti­vità mineraria degna di un pur minimo ri­lievo; basti dire che nel 1580, ovvero ap­pena venti anni dopo la scoperta del gia­cimento della Corte, il capitano Giovanni RONDINELLI, compilando una relazione sul territorio volterrano, a proposito di Montecerboli è assai laconico “…ha 25 fuochi poverissimi, ha i lagoni con due ba­gni, con una miniera di rame e di vetrio­lo” (7). Alla fine del Cinquecento ogni at­tività estrattiva nella zona doveva essere interamente cessata poiché il BALCON­CINI trattando, tra l’altro, dei lagoni di Montecerboli, annota: “Anche in vari siti dei monti esistenti presso le dette lacu­ne è stato trovato il rame ed il piombo; non vi sono però miniere, ma strati super­ficiali di questi metalli, poiché sotto ter­ra, come ci ha insegnato l’esperienza, non è stato trovato niente” (8). Alla metà del XVII secolo, poi, i tentativi di coltiva­zione mineraria intrapresi cent’anni pri­ma erano divenuti addirittura uno sbiadi­to ricordo, affidato soltanto alle vestigia ed alle tracce riscontrabili sul terreno; così infatti scrive il Provveditore Raffaello MAFFEI: “Sono ancora le cave del Rame vicino al Castello di Monte Cerbero, et ai lagoni grandi dei quali ho fatto menzio­ne, et il luogo si dice le Maltagliate. Quivi oltre alla bocca della cava si vedono di­versi pozzi per l’esito dell’aria, onde si co­nosce essere state per lungo tempo eser­citate, et a ’ nostri tempi hanno qué pae­sani trovati sotto terra grossi pani di ra­me lavorato, et uno tra gl’altri ne vederono più di venti scudi” (9).­

Il completo abbandono di ogni attività connessa all’escavazione del rame nei pressi della Corte proseguì anche per tut­to il XVIII secolo, tanto che Antonio VIVIANl redigendo un rapporto sullo stato del territorio volterrano, non trovò di meglio, trattando di Montecerboli, che riportare fedelmente il breve passo di Rondinelli sopra menzionato (avendo però cura di ridurre il numero dei fuochi da 25 a 20, (10) mentre il TARGIONI TOZZETTI, che ebbe modo di visitare la zona, potè de­scrivere dettagliatamente i pochi resti os­servabili, traendo tuttavia conclusioni fa­vorevoli per il ripristino e lo sviluppo del­le ricerche in quell’area: ‘‘…per la strada che da Serrazzano conduce a Montecer­boli, dentro ai massi sono scavati a per­pendicolo due larghissimi e profondissi­mi pozzi cilindrici, murati ottimamente e benissimo conservati (…). Nelle pareti si vedono buche, o usciolini, che verosimil­mente introducevano nei cunicoli laterali (…). È fama che da questi luoghi si cavas­se vena di rame (…) e dicono che questo rame si fondeva in queste vicinanze (…). La spesa che è stata necessaria per sca­vare e murare questi due bellissimi Poz­zi, fa conoscere che la miniera dava gran guadagno. Crederei che il ritrovarla va­lesse bene il prezzo dell’opera, benché stante la faccia piana del monte difficil­mente vi si potrebbe lavorare a cava aper­ta come a Caporciano (…). Nelle vicinan­ze non so come si stese bene a acqua ne­cessaria per gli Edifizi; solo si abbonde­rebbe di carbone. Farebbe però di mestie­ri fabbricare di pianta gli Edifizi, i Forni, ed anche le abitazioni per gli Operai, giac­ché non vi è altro che quella Casa da Con­tadino, per quello che io sappia” (11). Tut­tavia questi consigli del Targioni Tozzetti rimasero totalmente inascoltati e le ri­cerche in quest’area del territorio volter­rano, a differenza di quanto stava acca­dendo in altre zone del Granducato di To­scana (in cui si susseguivano intense in­dagini e tentativi di escavazione assai ben visti e stimolati dai Lorena) (12), furono assolutamente nulle per tutto il Settecen­to. Ciò nonostante la rinascita dell’attivi­tà mineraria toscana, iniziata e sviluppa­tasi nel periodo delle riforme lorenesi, an­dò poi propagandosi anche al territorio volterano dove raggiunse il suo culmine nel periodo che va dal 1850 al 1890. Di questi primi vivi fermenti e delle rinnova­te e febbrili ricerche si possono menzio­nare anche alcuni eventi importanti: nel 1827 Luigi Porte riattivò decisamente, con ben fondati e sicuri criteri industriali, la mi­niera di Montecatini Val di Cecina e nel 1833 fu riaperta anche la miniera di Montecastelli; nel frattempo si susseguivano gli studi e le prospezioni dei geologi (Sa­vi, Pilla, Cocquand, Caillaux, Meneghini, Lotti ecc.) nell’intento di accertare la pre­senza di giacimenti economicamente col­tivabili e si accentuava sempre più l’inte­resse di industriali e possidenti italiani e stranieri a investire capitali in questo ge­nere di attività che, a quanto facevano in­tuire le relazioni tecniche dei geologi e de­gli ingegneri, sembrava prospettare otti­mi affari.

Nel 1851 la miniera di S. Ippolito risulta­va già attiva (13); ma è a partire dal 1857 che vi vennero intrapresi i più importanti lavori di esplorazione e di sviluppo. Da al­cuni documenti (14) risulta infatti che con atto del 30 maggio 1857 registrato a Li­vorno il 16 giugno dello stesso anno, fu venduto al Sig. Emilio Fontani “… il dirit­to perpetuo di escavare minerali fossili et …in tutte le estensioni di terreno posse­duto da Michele Bicocchi e quali e quan­ti costituiscono la Fattoria di S. Ippolito”. Fu pertanto fondata una Società in acco­mandita per azioni che prese il nome di “Impresa Marmifera e Carbonifera E. FONTANI & C.” e che si costituì con un capitale sociale di 900.000 lire toscane di­viso in 900 azioni.

La Società iniziò intorno al 1860 l’escavazione del marmo e della lignite, impian­tò una fabbrica di bottiglie e prolungò la propria attività fino al 1900 (come si de­sume da un ultimo bilancio in data 1 gen­naio 1901), dopodiché tutti i diritti sul sot­tosuolo furono restituiti ai Bicocchi.

Per quanto riguarda l’escavazione del ra­me, ricostruire l’andamento cronologico dei lavori condotti in questo periodo risul­ta assai difficile per la scarsità dei dati di­sponibili. Certo è che, però, nel 1874, a quanto riporta JERVIS, i lavori “… pres­so S. Ippolito, ove si fecero delle ricerche per rame molti anni fa in un giacimento di serpentino…” erano fermi ‘‘atteso pen­denze giudiciali” (15).

Comunque, per gli anni seguenti, alcuni dati, in verità assai scarni, permettono di delineare l’andamento delle operazioni di ricerca e di estrazione (16):

1882: ‘‘Il signor Emilio Fontani ha conti­nuato i lavori di Sant’lppolito (…). Queste esplorazioni sono imprese da parecchi anni con la speranza di trovare una mi­niera di rame in quella formazione serpentinosa, ove esistono lavori antichi”; 1883: si elencano varie ricerche che ‘‘tranne quella di Sant’lppolito” dettero ‘‘qualche prodotto comunque ne sia po­co importante la qualità”;

1886: ‘‘…nulla fu la produzione delle esplorazioni di S. Ippolito”;

1887: si curò soltanto il mantenimento dei lavori;

1888: è annoverata in esercizio;

1889: figura nel prospetto delle miniere non produttive.

Se non siamo in grado di ricostruire esat­tamente la progressione cronologica delle operazioni condotte in quegli anni è pe­rò possibile conoscere con una certa pre­cisione quali e di quale entità furono i la­vori svolti. Infatti in Palazzo Bicocchi a Po­marance (oggi di proprietà del Comune) si conserva, tra gli altri documenti appar­tenuti ai vecchi proprietari, la copia ma­noscritta di una relazione inedita dal tito­lo Giacimenti di rame di S. Ippolito (To­scana) (17). Il documento, costituito da un fascicolo di 15 pagine formato protocol­lo, figura redatto da tale Ing. CHAUSSEL e risulta ultimato a Saint Etienne in data 27 febbraio 1900.

Podere “La Corte”.

Si tratta, a quanto si evince dal testo, di un’accurata perizia tecnica commissiona­ta per appurare se sussistessero le con­dizioni sufficienti per la prosecuzione e/o l’eventuale ampliamento di quelle ricer­che risultate fino ad allora sfavorevoli. La relazione inizia descrivendo la situa­zione topografica della zona di S. Ippolito e le sue caratteristiche geologiche, per passare poi ad esaminare in dettaglio i va­ri lavori eseguiti “…in due regioni che si distinguono col nome di Antica Miniera e Nuova Miniera”. Di quest’ultima tuttavia non tratteremo sia perché la sua ubica­zione (Acquarella, presso Montecerboli) esula dai limiti della zona della Corte, sia perché i lavori svoltivi, per quanto di una certa entità, risalgono tutti alla fine del se­colo scorso.

Per quanto riguarda l’ANTICA MINIERA, Chaussel distingue quattro pozzi fatti sca­vare dai Medici nei dintorni del Podere della Corte: “… due pozzi gemelli nel luo­go chiamato PIANO DELLE CAVE, non lungi dal Podere della Corte; un pozzo nel posto detto FONTE AL FAME si chiama PESCINA DEL FUOCO a cagione di una esplosione di gas. Uno chiamato DELLA MONNA, dal nome del podere dello stes­so nome situato più a Nord. Questi quat­tro pozzi sono stati scavati e rivestiti in muratura sullo stesso modello”. Gli ulti­mi due pozzi risultarono inaccessibili per­ché pieni d’acqua, mentre “… i due pri­mi, quelli della Corte avevano 51 m. di profondità. Sono stati svuotati per mez­zo di una galleria di scolo e sono stati tro­vati rivestiti di muratura dall’alto in bas­so con tutta cura; gl’ingressi delle galle­rie, a quattro livelli differenti sono a volta ogiva in mattoni. Il diametro dei pozzi è di m. 3.80”.

Come per Targioni Tozzetti così anche per Chaussel “…le operazioni metallur­giche si eseguivano sul luogo stesso per­ché vi si sono ritrovate delle scorie”.

Le prime operazioni intraprese da Fontani portarono al prosciugamento dei due poz­zi, ma non permisero l’esplorazione dei diversi piani; fu riparata soltanto qualche galleria e si rinvenne “una certa quanti­tà di rame piritico”, ma non fu messa “…parlando giustamente, la mano sulla parte produttiva del filone”.

La galleria di scolo fatta scavare da Fon­tani misurava 289 m., ma tale lunghezza era insufficiente, secondo Chaussel, a rin­tracciare il filone coltivato dagli antichi la­vori, che, presumibilmente, si trovava “al di là degli antichi pozzi”. La galleria di scolo è ancora oggi in ottimo stato di con­servazione ed il suo ingresso è ben visi­bile sul margine sinistro del Bottello del­la Guardiola, un piccolissimo affluente del Secolo; nelle immediate vicinanze fu po­sto l’ingresso della Galleria di S. Miche­le, vhe venne collegata con uno dei pozzi. Dall’attenta osservazione degli antichi la­vori anche Chaussel trasse la convinzio­ne che vi si dovesse essere estratta una “…una discreta quantità di minerale poi­ché i quattro piani sembra presentino una rete importante di gallerie”. Proprio per questo motivo Fontani concentrò i propri sforzi di preferenza sui pozzi antichi, che, oltretutto, “gli era facile prosciugare con gallerie, a cagione della loro posizione elevata”.

Complessivamente vennero scavati circa 1000 m. di gallerie, di cui 425 m. attorno ai due pozzi antichi e 375 m. con attac­chi dall’esterno. Tuttavia, nonostante tutta questa serie di tentativi e di ricerche i ri­sultati non furono confortanti, tanto che – scrive Chaussel – “…nessun luogo ha mostrato, malgrado molte spese, un filo­ne ben distinto del quale si possa misu­rare lo spessore e giudicare la ricchez­za”. Proprio per questo, secondo Chaus­sel, si sarebbe resa necessaria una se­rie di ricerche metodiche e ben ordinate anche perché sarebbe stata senza dub­bio coronata “con moltissime probabilità da successo”.

Dei lavori fatti intraprendere da Fontani all’esterno della miniera esistono ancora oggi i resti degli edifici fatti costruire “…fra gli antichi pozzi e la galleria di scolo, so­pra una spianata molto ben esposta”, per alloggiarvi gli operai e per stabilirvi un uf­ficio, la direzione ed i magazzini.

Per quanto riguarda infine l’escavazione di nuove gallerie, oltre alle già menziona­te, è da ricordare quella detta DELL’AC­QUA CALDA, situata ad est della galle­ria di scolo, sulla sponda destra del T. Se­colo, ma il cui ingresso franò dopo poco tempo. All’incirca nel 1907 il liquidatore della So­cietà Aw. Raffaele Tuccimei effettuò un’i­spezione alla miniera che trovò comple­tamente abbandonata; in quell’occasio­ne egli compilò un detagliato e prezioso rapporto in cui descrisse minuziosamen­te lo stato attuale della miniera (lunghez­za e direzione di ogni galleria, mineraliz­zazioni e rocce incontrate durante le ope­razioni di scavo ecc.), facendo soprattut­to riferimento alle ricerche svolte negli an­ni 1885 – 1888 e fornendo così un’esatta “fotografia” dello sviluppo definitivo rag­giunto dai lavori. (18)

Da quel periodo in poi è infatti cessata ogni escavazione di rame nei dintorni del­la Corte, anche se successivamente vi si sono susseguite, pur in modo saltuario, ricerche e prospezioni di vario genere in­tese ad accertare con metodi sempre più raffinati la presenza nella zona di concen­trazioni utili di minerale. Tra queste ricer­che ricorderemo, ad esempio, quelle mol­to recenti condotte dalle Società Montecatini Edison (poi Solmine) e RIMIN nel­le aree di S. Michele e del T. Secolo du­rante il periodo 1972 – 1981, con risultati che, a quanto sembra, inducono (per la concentrazione estremamente dispersa e caoticamente diffusa di mineralizzazioni comunque di tenore medio-basso e di scarsa entità) ad accantonare ogni spe­ranza di rinvenire un giacimento tale da risultare oggi economicamente sfrutta­bile.

Esterno Galleria di Scolo.

Come abbiamo detto, nella zona della Corte si possono ancora osservare uno dei pozzi (magnificamente conservato) e la galleria di scolo (parzialmente allaga­ta) oltre ai resti degli edifici di servizio e a tutta una serie di tracce di pozzetti, trin­cee e gallerie che ben testimoniano l’in­tensità delle ricerche che, sulla scia delle grandi speranze alimentate dall’abbon­dante presenza d’indizi apparentemente favorevoli e confortate dall’avallo delle pe­rizie tecniche, vennero svolte anche in quest’area; speranze che però, come ac­cadde pressoché ovunque nei giacimen­ti cupriferi associati alle ofioliti delle Col­line Metallifere, andarono quasi sempre deluse, conducendo alla forzata e pro­gressiva cessazione dell’attività minera­ria legata all’estrazione del rame.

Ciò nonostante, di tutte queste vicende, di tutta questa storia “minore” del terri­torio volterrano, non rimangono oggi che poche vestigia, scarsi resti isolati ormai prossimi a scomparire, testimoni silenzio­si e schivi di entusiasmi, di delusioni, di fallimenti, pallidi ricordi affidati alla me­moria di pochi (19).

Angelo Marrucci

Galleria di Scolo.
Interno Galleria “a volta ogiva’.

NOTE BIBLIOGRAFICHE

  1. R. NANNONI, M. CAPPERI, Miniere e minerali della Val di Cecina, Ceci­na Gruppo Mineralogico Cecinese, 1988.
  2. S. ISOLANI, L’Abbazia di Monteverdi e la Madonna del Frassine in Val di Cornia, Castelfiorentino, Tip. Giovannelli, 1937, p. 161.
  3. M. BOCCI, Curiosità storico minera­rie del circondario di Volterra, VOL­TERRA, anno VI, n. 12, dicembre 1969, pp. 20 – 22.
  4. L. ALBERTI, Descrittione di tutta Ita­lia, in Bologna, per Anseimo Giaccarelli, 1550, c. 50 r.
  5. M. GIOVANNELLI, Cronistoria dell’Antichità e Nobiltà di Volterra, Pisa, Fon­tani, 1613, p. 60.
  6. B. G.V.,Ms. 5706, filza 41 b, doc. 15, Lettera d’Alessandro Cini sulla cava del Rame della Casa alla Corte nel Comune di Montecerboli.
  7. B. G. V., Ms. 8467, Descrizione del­l’antica e nobile città di Volterra fatta da Giovanni Rondinelli capitano l’an­no 1580, c. 5.
  8. L. Falconcini, Storia dell’antichissima città di Volterra, Volterra, Sborgi, 1876, p. 557.
  9. B. G. V., Ms. 5819, R. MAFFEI, Discor­so sopra i residui d’antichità di Volter­ra. Bagni e acque termali. Saline e ac­que salse. Minerali, c. 12 r.
  10. B. G. V., Ms. 9343, A. VIVIANI Bre­ve ragionamento sopra lo stato Anti­co, Moderno ed Economico della Cit­tà di Volterra p. 17.
  11. G. TARGIONI TOZZETTI, Relazione d’alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana, 2 ed. Firenze, Stam­peria Granducale, 1769 – 74, t. Ili, pp.
  12. 387 – 389. G. MORI, L’estrazione dei minerali nel Granducato di Toscana durante il periodo di riforme (1737 -1790), in Studi di storia dell’industria, 2 ed. Ro­ma, Editori Riuniti, 1976, pp. 83 – 141.
  13. Rapporto generale della Pubblica Esposizione dei prodotti naturali e in­dustriali della Toscana fatta in Firen­ze nel 1850, Firenze, Tip. della Ca­sa di Correzione, 1851, p. 65.
  14. Corpo delle Miniere, Distretto di Fi­renze, Permessi e Concessioni, Pro­vincia di Pisa, Fase. Ili 22, Miniera di lignite e rame – S. Ippolito.
  15. G. JERVIS, I tesori sotterranei d’Ita­lia, Torino, Loescher, 1874, tomo II, p. 425.
  16. CORPO DELLE MINIERE, Relazio­ne sul servizio minerario, anni 1880 – 1983.
  17. Desidero ringraziare il sindaco di Po­marance Prof. Renato Frosali e l’Arch. Florestano Bargelli per aver­mi cortesemente consentito di con­sultare il documento e, non ultimo, l’amico Jader Spinelli per avermene dato notizia.
  18. cfr. nota 14.
  19. Un ringraziamento particolare al Sig. Gino Cavicchioli, proprietario del Po­dere della Corte, per l’ineguagliabi­le cortesia e la sicura competenza con cui ha fornito indispensabili in­dicazioni.

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

LA MINIERA DI RAME DI MONTECASTELLI PISANO

A CURA DI ANGELO MARRUCCI (I PARTE)

Negli ultimi anni si è assistito da parte della storiografia italiana a un vero e prorio risveglio d’interesse per gli aspetti storici e archologici le­gati allo sfruttamento delle risorse minerarie, con tutta una serie di saggi, di studi e di articoli tesi a indagare e ad illustrare le molteplici forme cul­turali, tecniche ed economiche in cui si è svilup­pato il millenario rapporto fra comunità umane, minerali e metallurgia. In questo panorama è ov­vio che per quanto riguarda l’Italia una delle re­gioni privilegiate per questo genere di studi non poteva essere che la Toscana(1), e, più in parti­colare, l’area delle Colline Metallifere dove lo sfrut­tamento dei numerosi depositi minerari di questa terra vanta origini e tradizioni estremamente re­mote.

Il territorio di Montecastelli è noto fin dall’antichità per le mineralizzazioni di rame e di argento esi­stenti nella valle del Pavone: la costituzione geo­logica di quest’area, le tracce di ripetute attività mi­nerarie che vi si rinvengono, la documentazione storico-archivistica al riguardo e, non ultima, la grande estensione dei lavori sotterranei intrapresi a vari livelli nella stretta e profonda gola situata fra Montecastelli e Rocca Sillana, testimoniano sen­za alcun dubbio il non indifferente ruolo svolto da questa ristretta zona nella storia mineraria della Val di Cecina e giustificano in pieno il profondo inte­resse multidisciplinare che essa suscita ancora fra ricercatori ed appassionati di discipline storiche e naturalistiche.(2) Ciò nonostante, la storia di que­ste miniere presenta generalizzazioni, lati oscuri e inesattezze tali da richiedere una sua revisione completa e qualche indispensabile (e, si auspica, definitivo) chiarimento.

Inquadramento geominerario

La zona di Rocca Sillana-Montecastelli-Cerbaiola è costituita quasi esclusivamente da una grande cupola di rocce ofiolitiche (serpentiniti, gabbro dia­base) della lunghezza di 5 km. a cui si accompa­gnano, marginalmente e con piccola estensione, ridotti lembi di marne e calcari eocenici.

Il T.Pavone, nel suo corso da Sud verso Nord, ha inciso molto profondamente questo possente am­masso di “rocce verdi” dando così origine alla stret­ta, impervia e suggestiva gola che separa il rilievo di Rocca Sillana da quello di Montecastelli e in cui fin dall’antichità si sono concentrate tutte le ricer­che e le attività connesse allo sfruttamento delle mineralizzazioni a solfuri metallici ivi esistenti. Mentre sulla sinistra idrografica del Pavone, ossia nella porzione occidentale della gola, compaiono- quasi esclusivamente le serpentiniti (per lo più nella facies di serpentina dialagica, di colore verde cu­po e con spessori di grande potenza, tanto da co­stituire, ad esempio, l’intero rilievo su cui è edifi­cata la Rocca Sillana), sulla pendice opposta, in­cluso nelle serpentiniti, si trova un filone di gab­bro di colore da verde chiaro a grigio verdastro, con struttura massiva e a grana grossa (gabbro eufotide) che, individuabile già poco a Nord di Mon­tecastelli, attraversa il Vallone di Pietralloro per poi dirigersi direttamente verso la Grotta Mugnaioli do­ve raggiunge il massimo spessore (circa 45 metri) e da cui dopo aver tagliato trasversalmente il cor­so del Pavone, risale il pendìo di Rocca Sillana fa­cendo perdere infine le sue tracce.(3) Questo filo­ne è molto importante in quanto proprio esso è se­de della mineralizzazione metallifera e pertanto pro­rio su di esso si sono sempre concentrate nel cor­so dei secoli l’attenzione dei ricercatori e le ripe­tute esperienze di coltivazione mineraria. Tale fi­lone, che nell’area della gola del Pavone presen­ta uno sviluppo di oltre 700 m. verso Est, appare riconoscibile rispetto alle serpentine incassanti in quanto parzialmente alterato in steatite e quindi ca­ratterizzato da una colorazione bianco-verdastra e coperto talora da una patina talcosa bianca. Quanto alle mineralizzazioni metallifere che vi si trovano incluse si tratta per lo più di bornitee (o erubescite o “rame paonazzo’’, di colore bronzeo passante al rosso rame nelle fratture fresche e iridescente in quelle esposte all’aria) e calcopirite (o “rame gial­lo” (di colore giallo ottone, iridescente nelle superfici da tempo esposte all’aria) a cui si accompagnano calcocite, sfalerite (o blenda)(4) e, in misura assai minore, galena e tetraedrite.(5) Sotto l’aspetto giaciturale la mineralizzazione era concentrata soprat­tutto al letto del filone e si presentava per lo più sotto forma di venette nel gabbro poco o nulla al­terato e in noduli e impregnazioni diffuse nella pa­sta cloritica derivante dall’alterazione del gabbro.(6) Quanto all’effettiva presenza di tenori utili di argen­to, la questione rimane aperta. Anche se la docu­mentazione archivistica medioevale testimonia in­fatti, come vedremo, di escavazioni di argento in quest’area, le successive indagini mineralogiche rendono assai perplessi circa l’esistenza nella go­la del Pavone di depositi di solfuri argentiferi an­che di un sia pur minimo interesse, tanto che Targioni Tozzetti poneva addirittura la questione se la miniera d’argento nota nelle carte medievali non si trovasse in una zona limitrofa a quella finora men­zionata.(7) Mentre poi Savi, ad esempio, nel 1839 sosteneva di sapere che il minerale estratto con­teneva “una piccola quantità d’argento”(8), D’Achiardi, dal canto suo, escludeva che nell’area di Montecastelli si potesse trovare tale minerale(9); Jervis, poi, citando ricerche di rame eseguite pres­so Rocca Sillana, parla di un giacimento consisten­te in “…pirite di rame, associata a rame pavonazzo e ad altri solfuri metallici’’DO), mentre tutti gli studi e i saggi eseguiti in questo secolo non ac­cennano mai a questa caratteristica mineralogica, che se fosse stata presente in quantità anche re­lativamente modeste non sarebbe certo sfuggita all’attenzione dei ricercatori^ 1): tutto ciò fa pertanto legittimamente riflettere sulla reale consistenza di questi giacimenti argentiferi e, di conseguenza, sul­la possibile durata e sull’effettiva entità delle colti­vazioni minerarie qui a tal fine intraprese durante il Medioevo.

Il territorio di Montecastelli e le zone di attività mineraria

Storia delle attività minerarie

Dal punto di vista cronologico, se si considera che le mineralizzazioni a solfuri di rame, carbonati di rame e rame nativo associate alle rocce ofiolitiche ampiamente presenti nelle formazioni alloctone (ge­nericamente note come “Liguridi s.l.”) del Volter­rano si presentano con caratteristiche mineralogi­che e giaciturali tali (ampia disseminazione delle mineralizzazioni con concentrazioni locali distribuite irregolarmente nelle zone di faglia o di contatto e per lo più ben individuabili superficialmente come impregnazioni, vene, noduli o filoni quasi sempre di entità modesta o modestissima)(12) da non ri­chiedere per il loro sfruttamento (certamente con­dotto mediante scavi a cielo aperto) particolari co­noscenze di arte mineraria o complesse tecniche metallurgiche, si può ritenere per certo, anche in mancanza di specifici reperti archeologici(13) o di informazioni letterarie che attestino una icura col­tivazione etrusca, che tali depositi siano stati sfrut­tati fin da periodi antecedenti al formarsi della na­zione etrusca.(14) Date tali premesse risulta per­tanto estremamente plausibile la ricostruzione di Fiumi secondo ia quale nel periodo dell’età del ferro e dell’arcaismo etrusco l’economia volterrana più che sull’agricoltura era imperniata sulla coltivazione dei vari giacimenti minerari presenti nel territorio per mezzo di tutta una serie di piccoli insediamenti (probabilmente né ricchi né densamente popolati) situati nelle immediate vicinanze dei depositi più importanti. Tuttavia, anche se la vocazione econo­mica fondamentale di questi piccoli centri abitati era per lo più identificabile nell’attività estrattiva, è certo che essi erano completamente esclusi da quella ricchezza che caratterizzava invece i centri di lavorazione e di negoziazione del minerale.(15) In tale contesto geoeconomico, Fiumi collega i gia­cimenti cupriferi di Montecastelli alle stazioni prei­storiche, etrusche e romane di Rocca Sillana(16)
e ad ulteriore conferma di ciò cita il ritrovamento presso Montecastelli di un’ascia ad alette della prima età del ferro.(17) Fiumi ricorda poi Rocca Sillana fra le varie stazioni dell’età del ferro situate sulle colline che fiancheggiano i maggiori corsi d’acqua della Val di Cecina(18) riportando come documentazione materiale la notizia che nel cor­so di lavori per ricerche minerarie intrapresi nella zona negli anni 1935-42 (dalladitta Rag.G.Boldi & C. di Goito) furono ritrovate alcune tombe con­tenenti fibule a navicella, braccialetti di bronzo, spille ed altro materiale villanoviano che. in par­te, fu venduto a Livorno.(19) Ad ulteriore riprova dell’antichità degli insediamenti di questa zona valga infine ricordare per Montecastelli la cosid­detta “Buca delle Fate”, mentre per quanto riguar­da Rocca Sillana si segnala il recentissimo ritro­vamento in loco di frammenti di ceramica a ver­nice nera effettuato da alcuni ricercatori univer­sitari impegnati in un progetto di ricognizione ar­cheologica a vasto raggio della Val di Cecina.(20) Al di là di questi dati non si può andare, non esi­stendo per ora altro materiale documentario che permetta di descrivere meglio e meno ipotetica­mente la più antica storia mineraria di questa terra. Anzi, per trovare la prime testimonianze scritte bi­sogna far trascorrere molto tempo e giungere al­meno al XIII secolo. Infatti con la fine dell’impero romano d’Occidente, con la frammentazione ter­ritoriale e con lo sconvolgimento economico- finanziario che seguì alle invasioni barbariche, questo aspetto dell’attività economica del Volter­rano declinò decisamente e lo sfruttamento dei giacimenti minerari subì un prolungato e quasi to­tale abbandono interrotto, probabilmente, da at­tività estrattive di scarso rilievo e/o estremamen­te localizzate.

Secondo una tradizione storiografica che risale a Raffaello Maffei l’edificazione di Montecastelli sarebbe avvenuta nel 1202 ad opera del vesco­vo Ildebrando Pannocchieschi (cha già da tem­po rivendicava diritti sulla zona in forza del privi­legio concessogli da Arrigo VI nel 1186) e di tale Guasco, capostipite dei Conti Guaschi della Roc­ca.(21) Le testimonianze archivistiche disponibi­li consentono tuttavia di retrodatare ragionevol­mente la presenza dell’insediamento medioeva­le di circa un secolo; da un documento dell’Ar­ch ivio Vescovile di Volterra datato 24 aprile 1115 risulta infatti che Guido e Giovanni di Gherardo donarono al Vescovo Ruggero tutti i loro posses­si posti in “summo poio de monte castelli’’(22), ovvero in un luogo in cui la toponomastica indica chiaramente la preesistenza di un borgo fortificato. In ogni caso si può ipotizzare che la piena affer­mazione del vescovo Ildebrando su questa terra agli inizi del Duecento gli garantisse la totale “li­bertà e comodità di ricoltivare lungo il fiume Pa­vone le miniere di rame, piombo argentifero e for­se oro”(23) Il possesso vescovile su questa zo­na non fu tuttavia privo di contrasti: basti pensa­re che già dal 1204 uomini di Montecastelli giu­rarono fedeltà e promesse di aiuto al comune di Volterra(24), acerrimo rivale e principale conten­dente del vescovo per il dominio sul territorio, dan­do così inizio a una lunga serie di lotte che si fe­cero progressivamente sempre più aspre e si pro­trassero con fasi alterne per circa un secolo e mez­zo condizionado ovviamente la storia e la vita eco­nomica di questo borgo.

Quanto alle miniere di rame e di argento esse nel corso dei secoli XIII e XIV risultano attive e gesti­te dai vescovi di Volterra; anzi, proprio “…uno di essi Vescovi le dette in affitto agl’incontri di Sie­na, con patto che d’ogni dieci libbre d’argento che cavassero, gliene dovessero dare una da mettersi sotto il conio”.(25) Anche se tale citazione è pur­troppo vaga e lacunosa, è però certo che in un documento del 1285 relativo a una cessione di di­ritti sul territorio di Montecastelli al Comune di Vol­terra compaiono finalmente quelli che fino ad oggi sono i primi e precisi cenni a “…pascuis, silvis, argentifodinis” e a qualsiasi altro genere “metallorum” di questa zona.(26)

Successivamente, risulta che nel 1300 il conte Gherardo del fu Guido da Fosini dei Conti d’Elci cedette al Comune di Volterra i 5/12 della metà dei suoi beni posti in Montecastelli assieme alla giurisdizione, ai diritti e al dominio sul castello stesso e sui suoi vassalli, “…comprese le cave d’argento” (27).

Nel 1301 il Comune di Volterra tentò di acquisire il completo possesso del castello e di tutti i suoi beni proponendo al Vescovo di cedere i propri di­ritti su Montecastelli in cambio di beni posti sulle pendici del colle di Volterra. Nel maggio dello stes­so anno mori il Vescovo Ranieri dei Ricci a cui successe Ranieri Beiforti (settembre 1301). Nei pochi mesi in cui la sede fu vacante, Monteca­stelli si ribellò, dandosi al Comune volterrano.Nel settembre 1301 fu comunque raggiunto un accor­do e il Comune di Volterra acquisì legalmente di­ritti e giurisdizioni su Montecastelli, compresa la nomina del podestà e l’esercizio della giustizia, più i diritti sulle risorse minerarie della zona, men­zionate sempre genericamente nelle carte comunitative come “argenterie et aurifodinis”.(28) Più in particolare,la transazione, avvenuta in data 25 settembre 1301, riguardò la cessione dei diritti per le miniere d’argento poste sul lato di Silano.(29) Quanto alla palese genericità di queste citazioni, caratteristica del resto di tutte le testimonianze archivistiche medievali relative ai giacimenti mi­nerari del Volterrano, non si può non concordare con Fiumi, secondo cui “…più che la prova di un’attività escavatrice in atto, potrebbe ritenersi che gli strumenti riportati nelle carte alludessero a stabilire un diritto in potenza; ma è certo che nel corso dei secoli si ritrovano in quei luoghi se­gni di sfruttamento e vestigia. Ciò è specialmen­te evidente per le cave di Montecastelli...’’.(30) In ogni caso, nel corso del XIV secolo le cave ri­sultano attive, come testimonia, ad esempio, la notizia che nel 1352 il Vescovo di Volterra Filip­po Beiforti affittò a tre montierini “due cave d’ar­gento e rame o altro metallo poste nel territorio di Montecastelli sopra il fiume Pavone fra Silano e Montecastelli” a condizione che essi dessero a lui o ai suoi successori “la ventiquattresima par­te di ogni metallo scavato”.(31) Quanto ai giaci­menti situati sul lato di Rocca Sillana essi appaio­no menzionati in un documento datato 23 gen­naio 1386 e relativo alla vendita di tale castello da parte dei Petroni di Siena al Comune di Firen­ze; in esso si legge infatti che i proprietari senesi “…vendono due delle tre parti pro indiviso…con tutto il suo territorio e corte…con tutte le cave d’ar­gento, rame e qualunque metallo”.(32)

Nel Quattrocento Montecastelli finì assoggettato alla giurisdizione di Firenze e sotto tale dominio appare amministrato nel 1405, nel 1410 e nel 1427.(33) Nel maggio 1431 il piccolo centro fu con­quistato da Niccolò Piccinino e nell’ottobre dello stesso anno ritornò ai fiorentini. Dopo la comple­ta conquista fiorentina del territorio volterrano, cul­minata nel cruento e definitivo assoggettamento del capoluogo (1472), Montecastelli fu riunito al contado di Volterra sul quale, del resto, aveva sempre gravitato economicamente e geografica­mente. In tutto questo periodo l’attività mineraria fu probabilmente sporadica, superficiale o di scar­sa entità dato che non ha lasciato tracce docu­mentarie di qualche rilievo.

Anche durante il Cinquecento le informazioni re­lative alle miniere della zona sono in verità piut­tosto scarse e solo documenti appartenenti all’ul­timo ventennio del secolo servono a illuminarci, più o meno direttamente, circa l’effettiva condi­zione in cui dovevano trovarsi i giacimenti della valle del Pavone.

Ignorate da Leandro Alberti nella sua Descritto­ne del 1550 e telegraficamente menzionate dal capitano fiorentino Giovanni Rondinelli in una sua relazione conoscitiva del 1580 sul territorio vol­terrano diretta al Granduca Ferdinando I (senza il minimo accenno al fatto se esse si trovassero in attività)(35), le miniere di Montecastelli appaiono finalmente ricordate nel 1589 da Lodovico Falconcini, che descrive queste cave d’argento e rame come “feracissime di detti metalli” e ubicate “presso la riva del torrente Pavone, nella quale sono state trovate anche oggi delle piscine in cui si lavava la gleba d’argento”. Egli riporta inoltre di avere appreso che ‘ ‘per due volte vi è stato ca­vato argento e rame per molti anni continui ogni volta, da duecento anni in qua ad istanza del Ve­scovo di Volterra allora signore di quelle minie­re. Il luogo poi ov’esse si trovano appellasi Mon­tepelato o Monte deH’Oro” .(36)

Da questi pur brevi si può insomma dedurre che nel corso del Quattrocento e, soprattutto, del Cin­quecento le attività minerarie locali dovettero inar­restabilmente declinare, svolgendosi dapprima in modo saltuario o occasionale per poi cessare del tutto. A ulteriore suffragio di questa tesi basti pen­sare che nel periodo compreso fra il 1472 e gli ultimi decenni del Cinquecento l’economia e la società del Volterrano subirono profondi cambia­menti a causa della sempre più accentuata spe­cializzazione che andò progressivamente carat­terizzando l’intera economia regionale: in tale con­testo accadde così che molte attività prima fiorenti scomparvero, il commercio dei prodotti minerari della zona (soprattutto vetriolo e zolfo) venne a mancare, la scoperta dell’allume si rivelò infine illusoria e soltanto l’estrazione e la commercia­lizzazione del salgemma riuscirono a mantene­re, con singolare quanto interessante continuità, la loro tradizionale importanza.(37) Alla fine del XVI secolo si registrano però i primi segnali di una ripresa d’interesse per i giacimen­ti di Montecastelli. Da una lettera di Giovanni Ros­si, ministro delle cave, diretta al Granduca e da­tata 11 aprile 1582, si apprende infatti che era sta­to dato ordine di riaprire la miniera di Monteca­stelli entro quello stesso anno, ma che non se ne era fatto niente fino ad allora perché i lavori si era­no concentrati sulla miniera di Montecatini Val di Cecina e che, altresì, si sarebbe dato inizio alle opere necessarie appena fosse stato avviato il pro­cesso di fusione del minerale estratto da quest’ul­tima miniera.(38) In altre parole, prima di proce­dere all’apertura di un nuovo cantiere si voleva esser certi di aver avviato nella maniera più opporuna e completa lo sfruttamento della miniera che sembrava garantire i migliori risultati. In una lettera di Bernardo Giorgi, ministro economo delle miniere, datata 20 novembre 1584 si legge poi che sebbene fossero trascorsi due anni e la miniera non fosse ancora stata riattivata, essa pareva of­frire ottime prospettive, tanto che si perorava con grande entusiasmo un pronto inizio dei lavori: “…sotto braccia 11 ci trovo della miniera assai e di miglior qualità che la prima che si manda di sag­gio… e la miniera va per filoni e non a noccioli come quella di Montecatini ed io ci ho grande spe­ranza” .(39) Le ricerche proseguirono anche nel 1585 e si concentrarono per lo più nel cosiddetto Vallone di Baldo (o Vallone del Bardo), poco a Nord di Grotta Mugnaioli, dove furono rinvenuti convincenti indizi di “minerale di rame, e soven­te ancora di piriti di ferro” che dettero luogo a la­vori di escavazione.(40) Le belle speranze lasciate intravedere da Giorgi andarono però presto de­luse in quanto il rame faticosamente ottenuto da Montecatini e da Montecastelli si era dimostrato inutilizzabile per le manifatture, cosicché si richie­deva di far venire da Venezia un tal maestro Fran­cesco Neretti “…a raffinare centocinquanta mi­gliaia di quel metallo che si trovano nel castello di Firenze, e che era talmente agro che senza ri­durlo non potea farsene nulla di buono”.(41) La ripresa di interessi per le mineralizzazioni me­tallifere della zona contagiò presto anche gli abi­tanti di Montecastelli che cominciarono a intrave­dere nel ritrovamento di un ricco filone la possi­bilità di arricchirsi e di svincolarsi finalmente dal­la misera e stagnante vita economica che afflig­geva questo piccolo borgo della Maremma volter­rana. Alcuni documenti e una pianta del 1605 at­testano infatti una lite sorta fra alcuni paesani per il possesso di un nuovo filone di rame casualmen­te scoperto sulle pendici orientali del poggio di Montecastelli, ovvero nell’area digradante verso la Val di Cecina, in prossimità del Pod. la Casina(42): una vicenda che però, probabilmente, non ebbe esiti di rilievo, dato che successivamente non ha lasciato tracce documentarie di alcun genere e che la zona in oggetto non si è mostrata parti­colarmente significativa dal punto vista giacimen­tologico.

Dopo i tutto sommato insoddisfacenti tentativi me­dicei di fine Cinquecento é quindi la volta di al­cuni privati a provare ad intraprendere l’esplora­zione o la coltivazione dei siti minerari tradizio­nalmente più interessanti. Ma la tragica esperien­za di un certo Nardone, che nel 1636 perse la vi­ta nella miniera di Montecatini, segnò la fine di ogni tentativo di riattivazione nella zona per tutto il XVII secolo “…e sino al 1751 niunopensò altri­menti né a Monte Castelli né a Montecatini” .(43) Proprio in questa data sappiamo infatti che una Società di Livorno tentò di riprendere la coltiva­zione della miniera di Montecatini, ma essa eb­be vita breve e non fece che poco o nulla.(44) Quanto alle miniere di Montecastelli esse furono pressoché dimenticate per tutto il Settecento: a convalida di ciò basti il fatto che perfino Targioni Tozzetti, che quasi sempre costituisce una fonte straordinariamente acuta, preziosa e attendibile di osservazioni dirette, trascurò di visitare la zo­na nel corso delle sue ricognizioni storico­naturalistiche, ammettendo apertamente di non conoscere nemmeno il luogo preciso ove queste miniere si trovassero.(45)

Planimetria della zona mineraria di Montecastelli (F. Federici, 1941)

Per giungere ad un vero e proprio periodo di sfrut­tamento ben documentato bisogna cosi giunge­re al 1832, anno di inizio di tutta una serie di la­vori che, prolungatisi fino alla fine del secolo, han­no prodotto vestigia esterne e opere sotterranee di rilevante interesse per l’archeologia industria­le del nostro territorio oltre a rappresentare il ve­ro e proprio apogeo nella coltivazione di questi giacimenti.

Per capire come andarono le cose bisogna però fare un piccolo passo indietro e tornare al 1825, quando gli imprenditori Sebastiano Kleiber e Gia­como Luigi Le Blanc si unirono in società con l’in­traprendente Luigi Porte per assumere la gestio­ne dell’Al lumiera di Montioni. Giovandosi dei ca­pitali di Kleiber e Le Blanc, Porte stipulò nel 1827 una serie di contratti con cui acquistò i diritti di escavazione per la miniera di Montecatini e , vi­sto che gli affari andavano bene, i tre soci istitui­rono nel 1830 una società anonima che prese il nome di Società d’industria Minerale.^) Forte del successo iniziale di Montecatini, Porte si po­se il problema del trattamento metallurgico del mi­nerale da lì estratto riuscendo addirittura a farsi accordare dal Granduca una parte dello stabili­mento dell’Accesa per costruirvi una fonderia di rame e già che il bilancio della Società era in atti­vo Porte iniziò con l’acquisto di alcuni terreni in data 28 febbraio 1832 anche la coltivazione del­la miniera di rame di Montecastelli, la cui direzione tecnica fu affidata ad Augusto Schneider, già ispettore della miniera di Montecatini.(47) Le in­genti spese richieste dai complessi lavori di esplo­razione e di sfruttamento del giacimento di Mon­tecatini segnarono però il rapido declino della So­cietà che .infatti, già alla fine del 1832 entrò in crisi, costringendo Porte, in base a quanto previsto dalla convenzione costitutiva, a rinunciare a tutti i suoi diritti in favore di Kleiber e Le Blanc. Durante il 1832 furono comunque eseguiti alcuni lavori di saggio nel grosso filone di gabbro minerallizzato di Grotta Mugnaioli che consistettero in due gallerie (la più bassa delle quali ubicata a cir­ca 4 m. di altezza sul letto del Pavone) impostate a quote altimetriche diverse, l’una profonda 45 m., l’altra 50. In questi due cantieri le escavazioni pro­seguirono ininterrottamente fino a parte del 1834 con una produzione complessiva di circa 7 t. (19.486 libbre) di “buonissimo minerale” che fu ridotto in metallo alla fonderia dell’Accesa (48), gestita, come si è visto, dalla stessa Società.

Nel 1836 la morte di Kleiber incrinò l’equilibrio or­mai già compromesso della Società. Leblanc dette allora in affitto la sua metà di proprietà a tale Bech e ai due fratelli banchieri Orazio e Alfredo Hall, sciogliendo così definitivamente la Società d’in­dustria Minerale. Nel 1837 i fratelli Hall rilevaro­no tutte le vecchie quote e dettero vita a una nuova società, convenzionalmente definita Società di Monte Catini, nominando come direttore ammi­nistrativo Pietro Igino Coppi. Nel 1839 entrò in so­cietà anche Francesco Giuseppe Sloane che di­venne progressivamente il detentore della mag­giore quota azionaria e nel 1840 al gruppo dei soci si unì anche Coppi; nel 1841, infine, divenne so­cio anche il conte Demetrio Boutourline, una pre­senza determinante che fino al 1871 (anno della morte di Sloane) contribuì a dare il maggiore im­pulso ai lavori minerari sia a Montecatini che a Montecastelli. Fu infatti proprio nel periodo com­preso fra il 1841 e il 1869 che a Montecastelli si svolsero i lavori più imponenti e approfonditi di di tutta la sua storia mineraria, con opere di tale grandiosità che i loro evidenti resti (pozzi, saggi, edifici, gallerie ecc.) suscitano ancora oggi la sin­cera meraviglia di ogni visitatore.

Fra il 1841 e il 1842 venne approntata la galleria principale (la cosiddetta “galleria Isabella”) che fu impostata sul fondo del Vallone di Pietralloro, poche decine di metri a Sud di Grotta Mugnaioli, a circa 5 m. sopra la sponda destra del Pavone, con lo scopo di intercettare il filone in profondità. Al termine della galleria Isabella, ovvero a circa 120 m. dall’ingresso, intorno al 1850 fu poi sca­vato un pozzo che si spinse alla profondità di ol­tre 100 m. sotto il letto del torrente e che aveva il compito sia di esplorare completamente la par­te più profonda (il “letto”) del filone sia di servire per l’estrazione di quanto veniva scavato nei li­velli più bassi della miniera. Quest’ultima funzio­ne, in particolare, veniva svolta mediante un sa­liscendi azionato da un ruotone idraulico messo in moto dalle acque del Pavone che, imbrigliate con una diga di presa appositamente costruita cir­ca 500 m. più a Sud, venivano introdotte all’in­terno della miniera tramite un gorile adduttore per essere poi fatte defluire circa 630 m. più a valle dell’imbocco della galleria Isabella per mezzo di un’apposita galleria di scolo lunga circa 700 me­tri. (49) Sopra il pozzo erano insomma poste due macchine idrauliche a ruota : una per l’estrazio­ne del minerale e della roccia sterile, l’altra per l’esaurimento dell’acqua “per mezzo di pompe aspiranti e prementi a doppio effetto” .(50)

Nel periodo 1841-1850 i lavori si concentrarono unicamente sulla sponda destra del Pavone ot­tenendo dai numerosi filoni iniettati della zona cir­ca 121. (36.000 libbre) di ottimo minerale (per lo più bornite e calcopirite).(51) Certo è comunque che nel 1850 i filoni situati dal lato di Rocca Sillana, ‘ ‘quantunque pure essi consistenti per la mas­sima parte in bellissima Philipsite (bornite)”, ri­sultavano ancora inesplorati.(52)

In ogni caso la miniera di Montecastelli assunse un notevole importanza a livello nazionale tanto da essere costantemente annoverata fra i mag­giori depositi cupriferi dell’Italia centrale.(53) Col progredire dei lavori ci si rese conto però che due fattori avrebbero limitato drasticamente la vita e le possibilità produttive di questa miniera, ov­vero:

a) il campo di coltivazione di proprietà della So­cietà di Monte Catini che dalle ricerche condotte in profondità andava apparendo purtroppo limi­tato proprio dalla parte in cui il giacimento si sta­va mostrando più ricco(54);

b) le caratteristiche giaciturali della mineralizza­zione utile, che risultava prevalentememte disse­minata nella matrice rocciosa determinando cosi la presenza di minerale “povero” poché a basso tenore.

Per la combinazione di questi due motivi i lavori di coltivazione del filone cuprifero non si svolse­ro pertanto unicamente in sotterraneo: l’ampia di­spersione del minerale nella matrice impose in­fatti l’abbattimento a cielo aperto di notevoli quan­tità di roccia, soprattutto nell’area di Grotta Mu­gnaioli, dove il filone mostrava la maggiore po­tenza. La presenza prevalente di minerale “po­vero” unitamente all’ubicazione estremamente di­sagiata della miniera (praticamente priva di vie d’accesso idonee all’attività intrapresa), convin­sero pertanto i gerenti ad attivare sul posto un im­pianto di trattamento meccanico per l’arricchimen­to del minerale. Nel 1868 entrò così in funzione un impianto di lavaggio che però ebbe vita bre­vissima.(55) Infatti nello stesso anno, nonostan­te i soddisfacenti risultati ottenuti da tale tecnica di arricchimento, l’attività di lavaggio fu soppres­sa e nel 1869, per motivi, come vedremo, per lo più indipendenti dalle condizioni del giacimento, fu chiusa pure la miniera ed ogni lavoro abban­donato.

Proprio nei pressi dell’ingresso della galleria Isa­bella esistono tuttora i fabbricati della miniera: eb­bene. a giudicare dall’entità, dalla dimensione e dalla vastità degli stessi si possono facilmente de­durre sia l’importanza che a questa miniera fu at­tribuita dai suoi proprietari sia gli ingenti capitali che vi furono investiti nella certezza (rivelatasi poi illusoria) di lucrosi guadagni. Si tratta, più in par­ticolare, di un complesso di vari edifici (oggi com­pletamente scoperchiati e privi di porte, finestre per le successive asportazioni di travature, tego­li, macchinari ed ogni tipo di infissi) che, riuniti in un sol corpo della lunghezza di circa 75 m. e della larghezza approssimativa da 10 a 15 metri, erano in parte adibiti all’impianto di laveria e a ma­gazzini; mentre in altri locali trovavano posto le officine di riparazione, le stanze riservate agli ope­rai e gli alloggi per il personale dirigente.

Circa i motivi per i quali il 30 settembre 1869 la miniera fu abbandonata, un autore come Jervis è tassativo: per mancanza di prodotto(56); Lotti, invece, che raccolse le testimonianze dei nuovi proprietari, riporta, senza ulteriori indicazioni, che i motivi della cessazione furono indipendenti dalle effettive condizioni del giacimento.(57) E proba­bilmente aveva un buona parte di ragione. Certo è che le caratteristiche giacimentologiche gene­rali della mineralizzazione non erano delle migliori presentandosi essa, come si è detto, prevalente­mente disseminata nel gabbro in minute particelle e solo localmente concentrata in venette, picco­le lenti e noduli.(58)

NOTE BIBLIOGRAFICHE

  1. cfr. ad es. il recentissimo Inventario del patrimonio minera­rio e mineralogico in Toscana. Aspetti naturalistici e storico­archeologici. Firenze, Regione Toscana, 1991, 2 voli., con am­pia bibliografia. Dal punto di vista storiografico si veda inoltre A. MENICONI – Studi antichi e recenti sulle miniere medieva­li in Toscana: alcune considerazioni, in: “Ricerche Storiche”, a. XIV, n. 1, gennaio-caprile 1984, pp. 49-56;
  2. cfr. G. BRIZZI & R. MELI – L’antica minerà di Montecastelli e i minerali delle rocce circostanti, in: “Rivista Mineralogica Italiana”, a. XII, n. 3, luglio-settembre 1989, pp. 163-178: A. MARRUCCI – Note di storia mineraria, in: “La Comunità di Pomarance”, a. Ili, 1989, n. 4, pp. 22-24, poi comparso in ver­sione corretta, integrata e definitiva come Montecastelli, no­te di storia mineraria, in: “La Spalletta”, a. Vili, n.1, 5 gen­naio 1991, pp.23-26; U. GELLI & G. GIORGI – La miniera del Pavone a Montecastelli Pisano, in: “La Comunità di Poma­rance”, a. V, 1991, n.1, pp.22-26;
  3. cfr. G. BRIZZI & R. MELI – L’antica miniera cit., p.169:
  4. Idem, pp.170-173;
  5. F. ARISI ROTA & L. VIGHI – Le manifestazioni cuprifere nelle rocce verdi, in: La Toscana meridionale. Fondamenti geo­logico minerari per una prospettiva di valorizzazione delle ri­sorse naturali. Rend. S.I.M.P., 27 (fase, sp.), p. 368;
  6. Ibidem
  7. G. TARGIONI TOZZETTI – Relazioni d’alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana. Firenze, 2.ed., Stamperia Gran­ducale di G.Cambiagi, 1768-1779, 1. VII, p. 392;
  8. P. SAVI – uelle rocce ofiolitiche e delle masse metalliche in esse contenute, in: Id. – Memorie per servire allo studio della costituzione fisica della Toscana. Pisa, F.lli Nistri, 1839, p. 80;
  9. A. D’ACHIARDI • Mineralogia della Toscana. Pisa, 1872-73, t. Il, pp. 299 e 375;
  10. G. JERVIS –I tesori sotterranei d’Italia. Torino, Loescher, 1874, t.ll, p.423; un accenno alla presenza di argento e addi­rittura di oro nella gola del Pavone si trova inoltre in G.VOL­PE – Montieri: costituzione politica, struttura sociale, attività economica d’una terra toscana nel secolo XIII, in: “Marem­ma”, a. I, 1924; fase. I, p. 29;
  11. cfr. ad es. l’esauriente indagine mineralogica di G. BRIZ­ZI & R. MELI, cit., in cui non compare mai menzione della ga­lena e dove la sfalerite è segnalata come “non molto frequen­te” (pp. 170-173);
  12. F. ARISI ROTA & L. VIGHI – Le manifestazioni cit., p. 362;
  13. Finora nel Volterrano non è mai stato rinvenuto niente di simile alla subbia di rame, di epoca probabilmente etrusca, ritrovata nel secolo scorso in un’antica galleria di ricerca mi­neraria nei pressi di Gerfalco (cfr. T. HAUPT – Rendimento di conto del mio servizio in Italia. Firenze, Le Monnier, 1889. P 118);
  14. cfr. G. TANELLI –1 depositi metalliferi dell’Etruria e le atti­vità estrattive degli Etruschi, in: Secondo Congresso Nazio­nale Etrusco. Atti. Roma, G. Bretschneider. 1989, voi. Ili, p. 1413;
  15. cfr. E. FIUMI – La facies arcaica del territorio volterrano, in: “Studi Etruschi”, a. XXIX, 1961, p. 283 nota 83;
  16. idem, p.283;
  17. idem, p.283 nota 80;
  18. idem, pp.259-262;
  19. idem, p.262 nota 25;
  20. Comunicazione personale del Doti.Andrea Augenti:
  21. cfr. R. MAFFEI – Storia volterrana, pubblicata per cura di A. Cinci. Volterra, Tip. Sborgi, 1887, p. 96;
  22. cfr. Biblioteca Guarnacci Volterra (B.G.V.), ms. 11347, Per­gamene dell’Archivio Vescovile trascritte da G. Mariani, sca­tola 1, doc. 225, e M. CAVALLINI – Montecastelli, in: “Il Co­razziere”, a. LI, n. 43, 23 ottobre 1932, p. 2;
  23. M. BOCCI – Montecastelli Valdicecina, in: “L’Araldo”, a. XLII, n. 25, 25 giugno 1972, p. 4;
  24. F. SCHNEIDER – Regestum Volaterranum. Roma, Loe­scher, 1907, p. 91, n. 263;
  25. G. TARGIONI TOZZETTI – Relazioni cit., p. 392;
  26. Archivio Storico Comunale Volterra (A.S.C.V.), filza S ne­ra 1, c. 125r.; il documento reca la data 18 marzo 1285:
  27. E. REPETTI – Dizionario geografico fisico storico della To­scana. Firenze, per l’autore e editore, 1833-43, t. Ili, p. 341:
  28. cfr. A.S.C.V., filza S nera 1, c. 127r.; il documento reca la data 19 settembre 1301;
  29. cfr. M. CAVALLINI, cit., p. 2;
  30. E. FIUMI – L’utilizzazione dei lagoni boraciferi della To­scana nell’industria medievale. Firenze. Dott.Carlo Cya, 1943. p.71;
  31. M. CAVALLINI – Notizie e spogli d’archivio, in: ‘Rasse­gna Volterrana”, a. I, 1924, fase. Il, p. 84;
  32. Archivio di Stato di Firenze (A.S.F.), Capitoli del Comune, registro 5, cc. 179 V.-180 r.;
  33. cfr. P FABBRI – Montecastelli: un comune medioevale del­la maremma volterrana, in: “Volterra”,36) L. FALCONCINI – Storia dell’antichissima città di Volterra. Volterra, Sborgi, 1876, pp. 583-585. Il toponimo “Monte dell’Oro” è tuttora presente nella denominazione locale del profondo e scosceso canalo­ne che sovrasta l’antica miniera di Montecastelli, detto, ap­punto, “Vallone (o Borro) di Pietralloro”;
  34. cfr. A.K. ISAACS – Volterra nel Cinquecento: alcune pro­spettive di ricerca, in: “Bollettino Storico Pisano”, a. LVIII, 1989, pp. 189-205;
  35. cfr. C. RIDOLFI – D’alcune miniere della Maremma. Cen­ni storico-economici per servire all’eccitamento dell’industria che si occupa di trarne profitto, in: “Giornale agrario tosca­no”, n. 24, 1832, t. VI, p. 495:
  36. Ibidem;
  37. P. SAVI – Delle rocce ofiolitiche cit., p. 78;
  38. C. RIDOLFI – D’alcune minere cit., p. 495;
  39. B.G.V., Archivio Maffei, filza 57; sull’intera vicenda si ve­da A. MARRUCCI – Montecastelli: note cit., in cui oltre ai do­cumenti è riprodotta anche la planimetria citata con l’ubica­zione di alcune cave e filoni della zona: si tratta finora della prima indicazione della presenza di minerali di rame sul ver­sante orientale del colle di Montecastelli;
  40. C. RIDOLFI, cit., p.495. In merito alle condizioni dell’atti­vità mineraria nelle Colline Metallifere durante il Seicento si veda anche: A. MARRUCCI – Panorama minerario del territo­rio volterrano alla metà del XVII secolo, in: “La Comunità di Pomarance”, a. IV. 1990, n. 3. pp. 22-26;
  41. cfr. A. RIPARBELLI – Storia di Montecatini Val di Cecina e delle sue miniere. Firenze. Tip. Giuntina, 1980, p. 81;
  42. Idem. t. VII, p. 392;
  43. A. RIPARBELLI – Luigi Porte e la “sua” Maremma nel pri­mo Ottocento (1779-1843), in: “Boll. Soc. St. Maremmana”, a. XXVIII, 1987, n. 51, fase. sp. “I Lorena e la Maremma”, p.156;
  44. Idem, p.157;
  45. P. SAVI, Delle rocce ofiolitiche cit., p.80;
  46. cfr. B. LOTTI – Sul giacimento cuprifero di Montecastelli in provincia di Pisa, in: “Boll. R. Com. Geol. It.”, a. XVI, 1885, fase 3/4, pp. 83-84;
  47. G. JERVIS – I tesori cit., t.ll, p.423;
  48. cfr. P SAVI – Rapporto sui prodotti del regno inorganico: minerali metallici, in: Rapporto della Pubblica Esposizione dei prodotti naturali e industriali della Toscana fatta in Firenze nel novembre 1850. Firenze. Tip. della Casa di Correzione, 1851, p. 50;
  49. Ibidem;
  50. cfr. C. PERAZZI – Intorno ai giacimenti cupriferi contenuti nei monti serpentinosi dell’Italia Centrale. Torino, Stamperia Reale, 1864, pp. 20-21;
  51. Idem, p.21;
  52. cfr. B. LOTTI – Sul giacimento cit.. p. 84;
  53. G. JERVIS, cit., t. Il, p. 423:
  54. cfr. B. LOTTI, cit., p. 84;

si veda B. LOTTI – Geologia della Toscana Mem. Descr. CartaGeol. d’It., XII, 1910, p. 257 e L. GERBELLA -Il proble­ma del rame in Italia, in: “L’ingegnere”, n. 4, 15 aprile 1940. p. 287

(CONTINUA)

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

LA MINIERA DEL PAVONE

A MONTECASTELLI PISANO

La miniera di rame del Pavone o “Cava del Pavone”, come la chiama Paolo Savi nel “Nuovo Giornale de letterati” (n. 103 pag. 75), ha origini molto remote che risalgono all’età del ferro e dello arcaismo etrusco. I giaci­menti cupriferi di Montecastelli infatti, più importanti di quelli di Monterufoli e Micciano, sono da collegare alle stazio­ni preistoriche etrusche e romane di Rocca Sillano.

Consultando il classico lavoro di Giovanni Targioni intitolato “Discorso sopra l’utilità che si può sperare dalle miniere della Toscana” si può vedere quanto esse dovevano essere produt­tive e lucrose prima che i Romani le conquistassero proibendo l’escavazione di quei metalli. Essi usarono un pretesto di carattere religioso, dicendo che sem­brava crudele il “ferir le viscere della madre comune per cavarne metalli”, per mascherare il vero motivo per il quale non volevano che si lavorasse in minie­ra e cioè quello di cercare di impoverire e abbrutire il più possibile i popoli vinti per far pesare loro ancora di più il giogo dell’occupazione. Altri, invece, hanno giustificato questa legge assurda dicen­do che il lavoro in miniera non rendeva praticamente niente e quindi vi si im­piegavano delle forze a scapito dell’agri­coltura. Noi, come del resto lo stesso Targioni, non siamo di questo avviso, perchè conosciamo quanto gli Etruschi fossero civili, ricchi, ingegnosi e come non avessero bisogno di una legge straniera per cautelare i propri interessi. Un altro punto a favore di questa tesi è che in quel periodo non mancavano nella zona vasti terreni coltivati e boschi. Inoltre gli Etruschi dovevano, per forza, aver un gran tornaconto a lavorare in miniera se vi impiegavano grandi ca­pitali, riuscendo a fare delle cose che anche oggi son difficili da eseguirsi.

Alla dominazione romana successe­ro gli incursori e distruggitori Barbari e per le miniere non cambiò gra chè. Dopo i Barbari vennero i Longobardi e la situazione continuò a peggiorare. Poi la Toscana fu divisa in tanti feudi sem­pre in guerra tra di loro, così che non c’era neppure il tempo e le disponibilità per andare ad aprire le miniere. Anche quando i feudi divennero delle repub­bliche il risultato non cambiò molto.

Per tornare a sentir parlare delle miniere bisogna aspettare la venuta al potere dei Medici. I Medici incoraggia­rono lo sfruttamento minerario facendo dei tentativi per riaprire le miniere e in particolare con due fra le maggiori: quella di Montecatini e quella di Montecastelli.

Per quanto riguarda la miniera di Montecastelli (trascurando di parlare di quella di Montecatini che non ci interes­sa direttamente) sappiamo da una let­tera di Giovanni Rossi, ministro delle cave del rame, al Granduca Francesco I, in data 11 aprile 1582, che si era ordinato di metter mano a riaprire que­sta miniera nel Marzo dello stesso anno, ma che poi non se n’era fatto di niente per non intralciare i lavori alla miniera di Montecatini; si sarebbe cominciato quando fosse iniziata la fusione del minerale estratto in questa miniera.

Ingresso principale

Finalmente in un’altra lettera di un tal Bernardo Giorgi, ministro economo delle miniere, datata 20 novembre 1584 e indirizzata al Granduca, si dice che nella miniera di Montecastelli, alla pro­fondità di 11 braccia, si trova del

minerale in quantità e di qualità superiori a quello trovato nel primo saggio e che la miniera va per filoni e non per noccioli come quella di Montecatini. La lettera scritta da Bernardo Giorgi termina con ed io ci ho grande speranza”.

Ulteriori notizie riguardanti la miniera del Pavone si hanno da una lettera di un tal Seriacopi, diretta al cavalier Belisario Vinta, segretario del Granduca Ferdinando I e datata 25 gennaio 1605, nella quale si parla di una certa partita di minerale crudo ed inservibile per la lavorazione e quindi si decide di far venire da Venezia il maestro Francesco Nerotti “araffinare centocinquanta di quel metallo che si trovano nel castello di Firenze e che era talmente agro che senza ridurlo non potea farsene nulla di buono”.

A questi tentativi medicei di riaprire la miniera di Pavone, seguì un alto tentativo nel 1636, fallito per la morte, attribuita per altro all’imprudenza, di un tal Nardone.

Fino al 1751 non ci fu nessuno che pensò di riaprire la miniera di Montecastelli e nemmeno quella di Montecatini. In quell’anno, infatti, una società di Livornesi vi eseguì, senza frutto, dei lavori superficiali, però desistè dall’impresa e quindi la miniera tornò ben presto abbandonata.

Già l’opinione pubblica dava per certa la sterilità di questa miniera, quando nel 1827, una società provvista di capitali sufficienti all’impresa intra­prendeva una nuova escavazione. Pur­troppo da questo periodo in poi non siamo riusciti a trovare notizie riguar­danti direttamente la nostra miniera, comunque, per avere un’idea della mole di lavoro che vi si doveva svolgere nella metà dell’ottocento, faremo un parallelo con quella di Montecatini che è, se vogliamo, la gemella di quella di Pavo­ne. E’ stato accertato che già nel 1831 veniva fuso nei forni di Cecina il rame estratto dalla miniera di Montecatini, per poi essere lavorato nelle officine pratesi, e fu giudicato subito eccellente, poiché era molto duttile e nello stesso tempo tenace. Il Ridolfi nel “Giornale agrario toscano” (vol. VI anno 1832) scrive che le gallerie più profonde sono a 60 braccia al di sotto della bocca della miniera ed hanno uno sviluppo di 1000 braccia e che sono sanissime, ben armate e di facile e comoda percorrenza anche per i “non addetti ai lavori”.

Galleria della Morte

Lo scandaglio della miniera iniziò nel 1827 con soli 3 uomini e già nel 1832 ve ne lavoravano più di 100 ed altri 20 impiegati alla fonderia. La vena rendeva oltre il 30% di puro rame ed in certi punti si arrivava anche al 60 – 70%, quindi tutto fa presumere che il numero degli operai sarebbe sicuramente aumentato. Non a caso abbiamo descritto la miniera di Montecatini; tutto questo ci serve per descrivere indirettamente anche la miniera del Pavone; infatti lo stesso Ridolfi conclude il suo lavoro come segue: “… la quale industria, (ri­ferendosi all’attività della miniera di Montecatini) lungi dal ristarsi nel vastis­simo campo di Montecatini, si è già distesa alla volta di Montecastelli, ed in tempo brevissimo, tenendo dietro agli antichi lavori, giunse ivi pure ad un filone metallico, che ne fece sicuri dover quella miniera riuscire emula se non più ricca di quella di Montecatini”.

Questo paragrafo non ha bisogno di nessun commento; risulta evidente come la miniera del Pavone dovesse essere, forse, anche più importante di quella di Montecatini.

La miniera di Montecastelli fu chiusa poi nel 1869 il 30 settembre, come ci dice l’incisione lasciata nella Cappella posta all’interno delle gallerie. Non co­nosciamo i motivi diquesta decisione; forse il minerale cominciò a scarseggia­re, o forse il prezzo del rame subì un forte ribasso che non rendeva più con­veniente la sua escavazione.

Un fatto è certo, però, nella metà dell’ottobre la miniera di Pavone doveva aver raggiunto un notevole sviluppo considerando anche il gran numero degli edifici situati all’imboccatura della galleria principale ed il minerale doveva comparire in grande quantità se si riu­sciva a trarre degli utili, considerando anche le enormi spese per il trasporto di questo ai punti di lavorazione e di impiego, visto che la miniera è posta in una zona non molto accessibile e di­stante da tutti i grandi centri industriali.

Durante l’ultima guerra la S.A.R.E.M. (Società Anonima Ricerche ed Escavazioni Minerali), che già lavo­rava alla miniera di carbone della Mandria, fece un sopralluogo alla minie­ra del Pavone, senza per altro iniziare i lavori.

Oggi questa miniera è compietamente abbandonata; parte degli edifici sono franati; rimangono soltanto le gallerie che ospitano pipistrelli e qual­che curioso che, come noi, cerca di scoprire i segreti del passato.

GALLERIA PRINCIPALE

La miniera del Pavone è situata nella parte più bassa del versante Ovest di Poggiamonti, in prossimità del podere “Cetina”, a breve distanza dal torrente Pavone.

L’ingresso principale di questa mi­niera si apre all’interno della prima costruzione facente parte di una serie di edifici adibiti a uffici, officine, abita­zione del custode, ecc. Tale ingresso, semiostruito, è sormontato da una volta in tufo; è rivolto verso O.S.O. e procede pianeggiante ed in linea retta per 213 passi; i primi 39 hanno la volta e le pareti rinforzate con mattoni intonacati; i successivi 112 passi non hanno nes­suna armatura e difatti in tre punti si sono avute delle piccole frane, che però non compromettono la stabilità della galleria. A questo punto (a 151 passi dall’ingresso), sulla destra, si hanno dei muri di sostegno intervallati da quattro archi con pilastri, per la lunghezza com­plessiva di 29 passi. Finita questa co­struzione, si hanno ancora 23 passi di galleria non armata, per giungere di nuovo ad una armatura completa (volta e pareti), dove iniziano le prime diramazioni. Questa è la parte dove si svolgeva la maggiore attività della mi­niera; nello spazio di pochi passi si hanno 6 diramazioni, che descriveremo dettagliatamente più avanti, per ora dia­mo soltanto la loro disposizione rispetto alla galleria principale.

La prima, a destra, costituita da una scala è chiamata, da una iscrizione, “Via della Scala Meccanica”.

Più avanti 8 passi, un’altra deviazio­ne a destra, la cui apertura è posta ad una altezza di circa 50 cm. dal livello della galleria ed è chiamata “Via della Scala ” (nell’iscrizione non si riesce

a leggere altro).

Quasi di fronte a questa, un’altra de­viazione a sinistra, che noi abbiamo chiamato “Galleria del Caminetto”.

Ancora a sinistra si trova una Cap­pella.

Di fronte alla Cappella, un ampio locale, da noi denominato “Salone Centrale”, dal quale sono visibili nume­rosi pozzi.

L’ultima di queste deviazioni è un prolungamento della Galleria Principale, lungo 27 passi, che costituisce un pro­babile avanzamento. Questa galleria, essendo molto corta, fa presumere che gli scavi devono essere stati interrotti prematuramente: o per scarsità del minerale, o per la friabilità del terreno che la rendeva pericolosa. Ciò spiega anche la presenza di una iscrizione a caratteri cubitali indicante “PERICOLO DI MORTE”. Questa scritta ci ha dato lo spunto per chiamare questo prolun­gamento “Galleria della Morte”.

Per rendere più chiara l’esposizione, già abbastanza complessa, non abbia­mo seguito, nella descrizione delle 6 diramazioni, lo stesso ordine usato per la loro disposizione.

CAPPELLA

La cappella, larga circa 1 m. e profonda 3 m., si apre, come già accennato, sulla sinistra della Galleria Principale. Si presenta interamente in­tonacata ed è ancora visibile parte del­l’originaria pittura azzura. Sulla destra, entrando, c’è un’incisione, probabilmen­te eseguita con la punta di un chiodo o simile, recante la probabile data di chiusura della miniera. Il testo di questa iscrizione è il seguente:

MEMORIA

1869 – 30 settembre cessò e fu sospesa questa miniera Angelo Grassi Armatore

Francesco ……..

Pompista

Sul fondo della Cappella, l’altare, preceduto da uno scalino e sormontato da un vano dove, probabilmente, era collocata un’immagine sacra raffiguran­te la Madonna. Questa supposizione è avvalorata dalla presenza del mono­gramma tipico di Maria.

La Cappella.

SALONE CENTRALE

Di fronte alla Cappella si apre un vasto locale dalla struttura molto com­plessa che noi abbiamo chiamato “Sa­lone Centrale” per spiegare l’enorme mole di lavoro che vi si doveva svol­gere.

Sul pavimento si apre un pozzo molto profondo diviso in tre parti da due muri in mattoni per ritto, sul fondo del quale si nota la presenza di acqua, che il classico “pisciolio” fa presumere cor­rente. Sulla destra del Salone Centrale, un’apertura dà nel Pozzo dei Macchi­nari, il cui fondo è raggiungibile, come vedremo più avanti, scendendo la Scala Meccanica. In questo pozzo sono visibili i resti di una trave di legno infissi nelle pareti. Sopra questa apertura c’è un’iscrizione del tipo di quella trovata nella Cappella, della quale si può leg­gere:

“1869 il 30 settembre cessò di vivere e crepò        Purtroppo non figurano

nomi di cose o persone, altrimenti questo sarebbe stato un particolare in­teressante, visto che non ci sono fonti storiche riguardanti la miniera in questo periodo. Per trovare la notizia di una morte bisogna risalire al 1636, anno in cui, come già detto prima, fu fatto un tentativo di riattivazione della miniera fallito per la morte di un tal Nardone.

Sempre sulla destra del Salone Centrale, un’altra apertura in un altro pozzo, che è in comunicazione con quello dei macchinari; mentre di fronte, in alto, c’è una finestra che doveva servire per il passaggio del materiale scavato verso i pozzi per essere lavo­rato. Sotto questa finestra si vede un arco a mattoni che dà accesso ad una piccola galleria; a sinistra un altro arco, sotto il quale è posto un coppo com­pletamente murato e del quale emerge solamente l’orlo ad una altezza di circa m. 1 dal pavimento del locale, costituito

per altro da materiale di discarica. Questo coppo doveva servire da riserva d’acqua potabile per i minatori. Sul soffitto del salone un’apertura rettango­lare.

VIA DELLA SCALA MECCANICA

Questa deviazione, sulla destra della Galleria Principale, scende con una scalinata. Fatti 20 scalini si giunge ad un pianerottolo, alla cui destra si apre il fondo del Pozzo dei Macchinari. Sembra, dalla conformazione delle mura, che sul fondo di questo pozzo dovessero girare enormi ruote metalli­che, adibite ad una non meglio identi­ficata lavorazione del materiale. Sono stati trovati anche chiodi, verghe e resti di meccanismi facenti parte dei macchi­nari per tale lavorazione.

Oltrepassando il pianerottolo e scendendo ancora 9 scalini, si giunge ad una nicchia, alla cui sinistra si apre, sul pavimento, un altro pozzetto profon­do circa 6 – 8 m. Sulla parete sinistra di questo pozzo, ad un dislivello di 1,5 m., c’è un cunicolo che non permette il passaggio in posizione eretta, che girando verso sinistra, porta sul fondo del Pozzo dei Macchinari. Sopra l’architrave di questo cunicolo c’è scol­pita una data: 1865.

La scala prosegue con ancora 9 scalini oltre il pianerottolo e girando a destra porta quasi sul fondo del Pozzo nel Salone Centrale. Questa parte della miniera, quella cioè dove ci sono i pozzi, è molto difficile da descrivere, anche perchè molte cose hanno lasciato perplessi noi stessi che pure le abbiamo viste. Per esempiosi intravedono, in fondo ai pozzi, oppure ad altezze diverse lungo le pareti degli stessi, delle gallerie o, co­munque, delle aperture che però sono irraggiungibili e quindi è praticamente impossibile riuscire a capire dove por­tino e a che cosa fossero servite. Molto probabilmente un tempo, quando que­sta miniera era in attività, dovevano esserci state delle scale e delle passe­relle di legno o di ferro che non hanno resistito al peso degli anni, dell’umidità e anche degli smantellamenti. Il Salone Centrale, la Via della Scala Meccanica, la Via del Scala… sono tutti ambienti che un tempo erano pieni di macchinari che, insieme all’acqua, lavoravano il materiale scavato al fine ultimo di poter separare il rame dalle impurità. Oggi, non essendo rimasto nulla di tutto ciò, è molto difficile dare un senso ad ogni apertura e galleria.

Via della Scala Meccanica

VIA DELLA SCALA…

La Via del Scala… si apre sulla destra, a circa 50 cm. dal piano della Galleria principale. Varcato l’ingresso di questa via, si salgono 4 scalini per giungere ad un pianerottolo, che guar­da, per mezzo di un’apertura rettango­lare, sul fondo del Pozzo dei Macchi­nari. Oltrepassando questa apertura, di fronte, il pianerottolo continua per pochi centimetri fino ad una finestra che si apre sullo stesso Pozzo dei Macchinari.

Tornando all’entrata di questa “Via”e girando a sinistra si prosegue, sempre sullo stesso pianerottolo, per pochi passi, poi facendo una curva di 180° a destra, inizia una scalinata di 12 scalini che porta ad un altro ambiente.

Sulla sinistra di questo ambiente, dopo una piccola apertura sul pavimen­to, si accede ad uno “slargo”. In questo “slargo”, sulla sinistra, una apertura che da sul pozzo che, nel Salone Centrale, risulta essere, guardando, alla sinistra del Pozzo dei Macchinari. Sulla destra dello “slargo”, cioè di fronte a questa apertura, c’è una stanzetta larga circa m. 1 e profonda m. 3 , che doveva avere una porta, visto che sono ancora visibili i cardini. Questo è l’unico ambiente provvisto di porta di tutta la miniera, quindi doveva avere funzioni abbastan­za importanti, forse serviva da ufficio, da magazzino, o comunque dove stava l’equivalente del nostro Capocantiere. All’interno iscrizioni a lapis sulle pareti, che noi riportiamo fedelmente: “Mac­chinisti di pompe fu Giovanni Rossinelli (o Vossinelli) e Francesco Fini e di Estravazione fu Vincenzo Fratini (o Fralini)??!! Teodosio Rossinelli”.

Sotto queste iscrizioni, in basso, nicchia quadrata nel muro. L’intonaco del soffitto di questa stanzetta è stato completamente consumato, tanto che sono visibili i mattoni nudi; a compiere questa usura sono stati i pipistrelli che vi si sono attaccati durante il letargo. Sul pavimento, in corrispondenza di questa parte del soffitto, un’enorme quantità di escrementi, che raggiungono, nel punto più alto, l’altezza di 30 – 35 cm. Questo fenomeno si può notare anche fuori dalla stanzetta.

Tornando nello slargo e andando un po’ a diritto e poi girando a sinistra ci immettiamo in un lungo corridoio: a 10 Passi uno scalino, all’undicesimo fine­stra sulla sinistra che dà nel Pozzo Centrale (quella che dal Salone Centra­le abbiamo visto di fronte in alto). In corrispondenza di questa finestra, sulla destra, una galleria senza armatura lunga 10 passi. Continuando avanti, invece, si incontrano 7 scalini che, girando a sinistra di 180°, portano ad un passaggio dalla strana forma di botte. Oltre questo passaggioun piane­rottolo, che noi abbiamo chiamato delle “Iscrizioni”, con una grande apertura sul Salone Centrale. Dall’altra parte del­l’apertura si intravede una galleria ar­mata che gira a destra. Questa galleria non è raggiungibile da questa parte, bisognerebbe superare l’apertura nel pozzo, sarà raggiungibile invece da un’altra parte, come vedremo più avanti.

Abbiamo chiamato questo luogo “Pianerottolo delle Iscrizioni” a causa dei numerosi messaggi lasciati sulle pareti; messaggi lasciati da visitatori occasio­nali e che non hanno nulla a che vedere con la miniera, però noi li abbiamo trascritti ugualmente, anche se qualcu­no è incomprensibile.

  1. 1948 – 14 – 8 Kratochwila Boris
  2. Adi 17 settembre 1908 la famiglia Rivolti fu condotta da Giuseppe Giorgi Nelli, Penelope, Maria, Giorgio, Carlina e Norina Giorgi
  3. W GARIBALDI
  4. Alle (i) di 8 dicembre 19.. nella cerca sono venuto giù e più indovina che… chiamo

Sono io figlio del mi babbo e nipote del mi zio…

… 2 anni orsono per caso ci risono apparito ò letto questo scritto ò aggiunto io lui e lei in quell’altri

  • 1858      29 Agosto Nelso…

Ritornando indietro fino all’ambiente situato alla fine dei 12 scalini e supe­rando l’apertura sul pavimento, già descritta prima, si accede ad una sca­linata in pietra perfettamente conservata che, con 19 scalini che girano a sinistra, porta a un corridoio perpendicolare alla suddetta scala. Sulla sinistra di questo corridoiosi ha accesso ad una galleria pavimentata a mattoni, che girando leggermente a sinistra, termina nel­l’apertura sul Salone Centrale. Questa è la galleria che non potevamo raggiun­gere dal Pianerottolo delle Iscrizioni.

A destra del corridoio, invece, ab­biamo un’altra galleria, armata in mat­toni, lunga 17 passi, che porta ad un incrocio di gallerie scabrose senza ar­matura. (Questo incrocio è da tener presente, perchè vi torneremo succes­sivamente). A destra la galleria scende con trac­ce di scalini scavati nella roccia, ragione per la quale noi l’abbiamo chiamata “Galleria della Scala Rocciosa Inferiore”. Dopo una cinquantina di scalini si ariva ad un bivio; a sinistra galleria pianeg­giante così suddivisa: i primi 14 passi non armata, da 14 a 32 armata in mattoni e per altri 105 passi non armata, anche se in ottime condizioni. A questo punto, di fronte, sembra che la galleria sia franata, mentre a destra, dopo un muretto ed un arco, la galleria prosegue. Dopo una franetta si incontra la prima diramazione: a sinistra si apre una galleria molto bassa (0,5 m.) e lunga circa 15 passi, in fondo alla quale è stata trovata una spina di Istrice, ossa di animale ed un ciuffo di erba bianca a causa della mancanza di luce solare. Questo particolare ci ha dato lo spunto per chiamare questa diramazione “Gal­leria dell’Erba”.

Ritornando nella galleria della franetta e proseguendo a diritto per 20 passi si giunge ad un crocevia: a sini­stra galleria lunga 30 passi; a destra galleria lunga 20 passi; di fronte si procede per 22 passi fino a giungere ad una nicchia, mentre la galleria pro­segue girando leggermente a sinistra. Dopo 15 passi si arriva ad una frana, oltrepassata la quale si entra in uno slargo con forti infiltrazioni di acqua. Questa galleria è stata chiamata da noi “Galleria dei Pipistrelli” per descrivere l’enorme movimento di questi innocui animali. Questa serie di gallerie fa parte dell’estremo avanzamento della miniera ed è in questo ramo che veniva pre­levata la maggior parte del minerale scavato.

In questa direzione non si può più procedere, quindi dobbiamo tornare indietro e precisamente fino al bivio che abbiamo lasciato in fondo alla Galleria della Scala Rocciosa Inferiore. A questo bivio prendendo questa volta a destra si entra in un corridoio armato a mattoni lungo 9 passi, che immette in una stanzetta caratterizzata dalla presenza di nicchie nelle pareti e precisamente: 3 piccole quadrate nella parete di destra entrando e una più grande sulla parete di fronte. A destra entrando, nell’angolo formato da due pareti, si può osservare qualcosa che può sembrare un caminet­to. Questa somiglianza ci ha dato lo spunto per chiamare questa stanzetta ed il rispettivo corridoio “Galleria del Caminetto” che abbiamo già citato quando abbiamo elencato la serie delle diramazioni della Galleria Principale. Se questo “qualcosa” è un caminetto, la sua canna fumaria sbocca nella Galleria della Scala Rocciosa Inferiore. Questa stanzetta, larga circa due passi e pro­fonda 5, doveva servire, secondo noi, come spogliatoio e come luogo di risto­ro per i minatori, anche se questa tesi è un po’ messa in discussione dalle ri­dotte dimensioni del locale.

Oltrepassando la stanzetta si entra in un corridoio lungo 7 passi, che sbocca nella Galleria Principale, nel punto delle 6 diramazioni che abbiamo elencato all’inizio delle descrizioni.

Questa parte della miniera è già stata tutta descritta; per trovare la zona ancora da descrivere bisogna tornare all’incrocio in cima alla Galleria della Scala Rocciosa Inferiore. Come ricorde­remo siamo giunti a questo incrocio per mezzo di un corridoio lungo 17 passi e completamente armato. Giunti a que­sto incrocio abbiamo preso a destra e siamo scesi nella Galleria della Scala Rocciosa Inferiore, questa volta, invece, giriamo a sinistra. Fatti pochi passi si incontra un bivio dalla forma di una Y. La galleria di destra procede pianeg­giante, senza armatura, per 7 passi, dove è stata chiusa con materiale di riporto; nelle condizioni attuali non è permesso il passaggio nemmeno proce­dendo sdraiati. Si arriva ad un punto in cui si rimane incastrati tra la volta ed il materiale di riporto che ostruisce il passaggio, comunque illuminando con la torcia si vede che la galleria, superato questo punto, si allarga nuovamente.Noi abbiamo chiamato questa galleria “Gal­leria dei Serpenti”.

La galleria di sinistra, invece, con­tinua a salire con la stessa pendenza e gli stessi tipi di scalini della Galleria della Scala Rocciosa Inferiore, quindi noi l’abbiamo chiamata “Galleria della Scala Rocciosa Superiore”. Procedendo per una cinquantina di scalini, di cui gli ultimi molto ripidi, quasi verticali, si giunge ad una galleria pianeggiante in cima alla quale, ad una distanza di circa 70 passi, si apre l’uscita.

Sulla sinistra, uscendo dalla Galleria della Scala Rocciosa Superiore, la galleria pianeggiante continua, mentre un’altra si apre alle spalle della scala ed è raggiungibile superando la botola formata dall’ingresso delle Scale Roc­ciose.

GALLERIA SECONDARIA

L’ingresso della Galleria Secondaria, che non è altro che “l’uscita” di cui abbiamo parlato al termine del capitolo precedente, è rivolto verso S.O., più o meno nella stessa direzione dell’ingres­so della Galleria Principale, però a un piano superiore rispetto a questo e si apre su una discarice di materiale.

Nella stagione fredda si sente, stan­do in prossimità di questo ingresso, una notevole quantità di aria calda che esce dalla miniera. Questo fenomeno può confermare quanto hanno detto i vecchi di Montecastelli, che la galleria da noi detta “Secondaria” fosse una presa d’aria per la miniera; effettivamente le due aperture, quella inferiore e quella superiore, permettono all’aria di circola­re più forzatamente.

Come nella Galleria Principale, an­che in questa, una volta superate alcu­ne pietre che ostruiscono parzialmente il passaggio, ci troviamo di fronte ad una galleria pianeggiante, non armata, che procede per circa 70 passi, fino alla diramazione posta in cima alla Scala Rocciosa Superiore. Come già detto nel capitolo precedente, da questo punto parte una galleria accessibile solo su­perando la botola formata dalla Scala Rocciosa Superiore. Questa galleria è diritta e molto corta, (circa 30 passi) e, diversamente dalle altre, non è stata chiusa, ma finisce.

L’altra galleria, che sarebbe il pro­seguimento di quella che viene dall’in­gresso, avanza nell’interno del monteper 68passi, punto in cui si ha una diramazione a destra lunga 20 passi, dove è stata chiusa con del materiale di riporto. Tornando indietro e prose­guendo nella galleria a diritto per 10 passi si trova, sulla destra, un inizio di galleria subito chiusa; quindi continuan­do ancora si arriva alla fine della galleria con altri 10 passi. Anche questa “fine” non è una fine, ma una chiusura. In un punto ben determinato di questa galleria si ha un’eco molto strana e molto amplificata. Questa eco si forma e si può sentire in un tratto di galleria molto limitato, prima e dopo di questo, nulla. Questo particolare ci ha dato l’idea per chiamare questa galleria “Galleria dell’Eco”.

In una di queste gallerie sono state trovate delle ossa animali: cranio di istrice, con la mandibola provvista di due sviluppate zanne, molto più grandi degli incisivi; alcune vertebre ed altri ossicini non meglio identificati. Oltre alle ossa di questo animale è stato trovato anche un altro osso molto più grande e più friabile, forse appartenente ad un arto di un animale di dimensioni mag­giori dell’istrice. Questo è il secondo “ossario” che abbiamo trovato nella miniera, dopo quello della Galleria dell’Erba.

Tutte queste gallerie della parte superiore della miniera, cioè quelle facilmente raggiungibili dalla Galleria Secondaria, non presentano nessun tipo di armatura, sono perfetamente conser­vate ed in alcuni punti c’è presenza di acqua sul pavimento, però per poter continuare la loro esplorazione occorre­rebbe rimuovere il materiale di riporto che chiude gli avanzamenti.

GALLERIA DEL MUGNAIOLI

Camminando lungo il letto del Pa­vone, nello stesso senso dell’acqua, per un buon 300 m. dal punto in cui si trovano i resti delle costruzioni della miniera, si giunge in prossimità di una costruzione, in muratura, posta nel centro del letto stesso. Questa costru­zione non è altro che un pilastro, fatto di mattoni e pietre e sagomato in modo tale da resistere all’urto delle correnti del torrente. La sua probabile funzione era quella di sorreggere una passerella che univa le due sponde, passerella, della quale non è rimasta nessuna traccia. Proprio di fronte a questo pilastro, sul lato destro del fiume (dalla parte della miniera del Pavone) si apre, ad un dislivello di circa due metri dal letto stesso, un’altra galleria.

L’ingresso della Galleria del Mugnaioli si presenta sormontato da un arco in mattoni, sopra al quale c’è un vano dove, probabilmente, era posta un’immagine sacra. Fra l’arco ed il vano c’è lo spazio per un cartello, che doveva recare incisa una probabile data oppure un saluto alla divinità raffigurata sopra di esso. Sulla destra di questo ingresso è stato posto un cartello con una scritta in vernice nera: PERICOLO. VIETATO ENTRARE.

Varcato l’ingresso, la galleria avanza pianeggiante, rettilinea e armata in mattoni per 42 passi. Una particolarità di questa armatura è costituita dalla pre­senza di mensole, sempre in mattone, sporgenti una quindicina di centimetri dal muro, ad un’altezza di circa m. 1.60 – 1.70 dal piano di terra. Queste men­sole sono ad una distanza di m. 1 l’una dall’altra e sono presenti sui due lati della galleria.

A 42 passi dall’inizio, dicevamo, c’è una diramazione sulla destra. Lascian­do la galleria principale ed entrando in questa diramazione non armata si pro­cede, girando leggermente a destra, fino ad incontrare altre due diramazioni: quella di sinistra, costituita da materiale molto friabile, finisce subito; quella di destra, invece, continua, parallela alla galleria principale, però in direzione opposta e leggermente in salita, per 20 passi, punto in cui si ha un’altra diramazione, che per comodità di de­scrizione chiameremo “delle Radici”. A questa diramazione se prendiamo a destra arriviamo, neanche a dirlo, ad un bivio: a destra finisce subito, a sinistra finisce dopo 10 passi. Questa galleria di 10 passi è appuntellata qua e la con delle travi di legno ormai marcio e quindi è molto pericoloso sostarci a lungo.

Tornando indietro fino alla Diramazione delle Radici e prendendo questa volta a sinistra, che poi, se vogliamo, non è che giri a sinistra, ma prosegue in direzione della galleria dalla quale siamo venuti, si va avanti per 8 passi, punto in cui si trova un bivio. A diritto si può procedere ancora per poco, perchè la galleria è stata chiusa, forse per non fare accedere al minerale che, in questa miniera, a differenza dell’altra, appare in maggior consistenza. Girando a destra, invece, dopo una venticinquina di scalini scavati nella roccia che girano leggermente a destra, si arriva ad un pianerottolo, dal quale è possibile pro­seguire girando a destra di 90°. Dopo pochi passi si giunge ad una galleria perpendicolare a questa, che però è molto bassa e finisce subito, sia a destra che a sinistra. Questi spezzoni di galleria sono caratterizzati dalla pre­senza delle radici degli alberi che dise­gnano sulle pareti e sulla volta delle linee rette che si intersecano tra di loro con una precisione impressionante.

Tornando indietro fino alla galleria principale e continuando a diritto (nella direzione opposta a quella che va verso l’ingresso) si arriva alla fine dell’armatura a 68 passi dall’ingresso e poi, dopo 105 passi, sempre dall’ingresso (tutte le misure riferite alla galleria principale vengono prese dall’ingresso), si ha una diramazione sulla sinistra, che terminaquasi subito, e dove è visibile molto minerale.

Continuando nella galleria principale a 111 passi diramazione a destra e inizio di una nuova armatura, che ter­mina a 142 passi. Questo tratto di galleria ha il piano di terra sommerso da una decina di cm. d’acqua e sopra la volta si apre (questo è visibile una volta finita l’armatura) una grande nic­chia. Andando ancora avanti, sempre nell’acqua, a 170 passi ricomincia l’ar­matura che finisce, insieme alla galleria, a 178 passi. A questo punto la galleria è franata o è stata fatta saltare con una carica esplosiva, perchè ci sono dei grossi massi di gabbro appoggiati all’ar­matura, che non permettono il passag­gio nemmeno della vista.

La Galleria del Mugnaioli finisce qui, quindi possiamo dire che è di dimen­sioni molto ridotte rispetto alle altre, anche se sembra che sia più ricca di minerale.

LA RIPRESA

In relazione con la Miniera del Pavone è un’altra costruzione posta anch’essa nel letto del torrente: la Ri­presa. Questa costruzione non è altro che una diga situata a circa 700 – 800 m. a monte, rispetto all’ingresso della Galleria Principale della miniera. La sua funzione, come ci spiega il nome, era quella di prendere l’acqua del Pavone.

Passaggio a forma di botte

nei periodi di magra, e convogliarla in un canale, che la faceva giungere fino alla miniera dove veniva usata per lavare il minerale estratto. L’esigenza di prendere l’acqua del Pavone così a monte era determinata dal fatto che la Galleria Principale è leggermente più alta del livello del torrente e quindi avrebbero dovuto impiegare delle pom­pe se avessero preso l’acqua direttamente davanti ad essa.

La diga è stata costruita con dei mattoni murati sopra un basamento di pietre; non è molto alta in modo che, durante le piene, l’acqua poteva facil­mente superarla e proseguire il suo corso lungo il letto del torrente.

Come abbiamo già accennato, la diga faceva confluire parte dell’acqua del Pavone in un canale che, costeg­giando lo stesso torrente, giungeva alla miniera. Per i primi 155 passi, questo canale è coperto, o meglio, è scavato interamente nella roccia.

All’ingresso due scanalature verticali nell’armatura fanno pensare alla pre­senza di una chiusa. Dopo pochi passi l’armatura finisce e la “galleria” prose­gue nel gabbro vivo. E’ molto bassa e stretta e da questo si capisce che doveva passarci solamente acqua. A 35 passi vi confluisce un’altra galleria pro­veniente sempre dal torrente; a 137 passi ricomincia l’armatura, che termina con la galleria ed anche qui doveva esserci stata una chiusa.

Chiaramente, dicendo termina la galleria, si intende che termina la parte di canale scavato sotto terra, perchè da qui alla miniera l’acqua proseguiva al­l’aperto in “Gorili” che, in molti punti ormai, sono stati sepolti dalla vegeta­zione.

GALLERIA DELLE CAPANNE

Sempre su questo versante di Poggiamonti, però molto più in alto dal Pavone, quasi a mezza costa, nel fosso del podere “Le Capanne”, si apre un’al­tra galleria. Vi si accede solamente risalendo il fosso, (in certi punti si devono addirittura scalare delle pareti di gabbro friabilissimo, tenute a stento dalle radici degli alberi) visto che non c’è strada nè viottolo per andarci.

L’ingresso di questa strana galleria non è armato e visto da lontano sembra la tana di un animale di grandi dimen­sioni. La galleria avanza con due sole diramazioni: la prima, a sinistra, di 45 passi; la seconda, a destra, di 20 passi. La parte iniziale di essa ha il pavimento coperto dall’acqua, che in certi punti raggiunge l’altezza di 50 cm. Per 239 passi di procede dritti, riuscendo a scorgere la luce dell’ingresso che, riflet­tendo nell’acqua, dà alla galleria uno scenario fiabesco. Arrivati al 239 passo, dall’inizio, si gira a sinistra di 90° e dopo aver superato una frana si arriva al punto in cui la galleria è stata chiusa. Siamo a 300 passi dall’ingresso.

Questa galleria è un po’ diversa dalle altre che abbiamo visitato; prima di tutto è stata scavata nell’argilla e quindi è molto più franosa delle altre; non vi abbiamo trovato tracce di anima­li, nemmeno di pipistrelli che in galleria sono a casa loro; poi quell’ingresso senza armatura e senza strada di ac­cesso. L’ipotesi più probabile è che questa, più che una vera e propria miniera, fosse una galleria per saggiare il sottosuolo e che l’ingresso con la relativa strada sia stato portato via dalla frana che ha formato il Fosso delle Capanne.

Gelli – G. Giorgi

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

RECUPERO DEL MONTERUFOLINO

Il cavallo Monterufolino sino ai primi del secolo veniva allevato in esclusiva dai Maffei di Volterra nella tenuta di Monte­rufoli. Nel 1913 tutta la proprietà passa­va al casato Della Gherardesca che non trascurava l’allevamento del cavallino, an­zi lo incrementava e migliorava, arrivan­do a fissare quelli che sono i caratteri ti­pici di questo cavallo: mantello morello, altezza compresa fra i 135 ed i 140 cen­timetri, forte adattabilità ai climi più diver­si, longevità e carattere mite. L’animale veniva allevato per la locomozione ed il trasporto, riusciva a vivere con il poco che offrivano il sottobosco e la macchia me­diterranea e proprio per questo venne pri­vilegiato dai latifondisti della zona. Purtroppo con il secondo dopoguerra venne ad esaurirsi il ciclo del cavallo stru­mento di lavoro ed anche il Monterufoli­no ne subì le conseguenze tanto che, agli inizi degli anni ottanta, si era ridotto a non più di una cinquantina di capi. Il gruppo oggi superstite è stato preso in custodia dalla Comunità Montana dall’al­levatore Rolando Celli e collocato in un recinto appositamente costruito, di circa 4 ettari, ricadente nel territorio del Comu­ne di Montecatini V.C. al confine con quello di Pomarance nei pressi del podere Forti di Sopra nell’area demaniale di Mon­terufoli.

Il Pony di Monterufoli

Il gruppo è composto da tre cavalle gra­vide, uno stallone e sei puledri di varia età di cui quattro maschi e due femmine. Si cercherà di ricostruire la razza reinsanguando questo pony autoctono toscano lasciato per troppo tempo in balìa di se stesso, tanto che si era quasi perduta la speranza di ritrovarne degli esemplari. Uno dei principali interventi per rinsan­guare la razza sarà quello di incrociare le fattrici con stalloni di altre razze come già facevano i Conti Della Gherardesca che, durante l’ultima guerra, possedeva­no un centinaio di fattrici. I Della Gherar­desca introducevano saltuariamente stal­loni maremmani, cavalli della Tolta oppu­re arabi.

Il recupero del cavallo Monterufolino è sempre stato oggetto di discussione nel­l’ambito della Mostra Zootecnica che la Comunità Montana organizza annual­mente a Pomarance. Finalmente siamo in presenza di un progetto inserito ed ap­provato dalla Regione Toscana nell’am­bito del P.I.M. (Piani Integrati Mediterra­nei) che prevede in prima istanza l’acqui­sto degli esemplari da parte della Comu­nità Montana. Il programma di recupero sarà seguito in stretta collaborazione con l’istituto del Germoplasma dell’Università di Milano che già si interessa di altri progetti di recupero di specie di animali in estinzione, tra cui quello della mucca pisana. Sarà inoltre centrale l’impegno dell’Associazione Provinciale degli Alle­vatori, che seguirà passo per passo la sua realizzazione.

A prima vista potrebbe sembrare un’inu­tile impresa, in realtà questo cavallino po­trebbe essere impiegato per avviare i ra­gazzi alla prima pratica equestre. Le ca­ratteristiche di animale senza pretese ed il fatto di essere allevato allo stato brado fanno infatti del pony di Monterufoli un soggetto adatto per la propedeutica eque­stre. Per questo gli stalloni da introdurre dovranno avere caratteristiche tali da non portare all’innalzamento della taglia del­l’animale che, per la sua futura destina­zione, è opportuno che rimanga piccolo e con il manto omogeneo e baioscuro. Speriamo che con la realizzazione del programma, il pony di Monterufoli fino ad oggi conosciuto solo da pochi addetti ai lavori possa, nel giro di alcuni anni, diven­tare un animale conosciuto ed amato da tutti, specialmente dai bambini.

Comunità Montana Val di Cecina

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

PERCORSI DIDATTICI FLORISTICI E FAUNISTICI

NELLE AREE DEMANIALI DI MONTERUFOLI E BERIGNONE

Già da alcuni anni la Comunità Monta­na ha dato avvio alla realizzazione di ini­ziative tendenti ad incrementare le pos­sibilità di fruizione delle risorse ambien­tali, che costituiscono una notevole attrat­tiva del nostro territorio. In particolare, in qualità di ente delegato ad esercitare le funzioni amministrative sul patrimonio agricolo – forestale della Val di Cecina, si è concentrata l’attenzione sui complessi forestali più significativi (Berignone – Tatti e Monterufoli), programmando tutta una serie articolata di interventi, che consen­tiranno al visitatore di poter apprezzare pienamente il vasto repertorio ambienta­le di cui disponiamo.

In primo luogo si è provveduto a dotare la viabilità principale (che attraversa i due complessi e li collega ai centri abitati li­mitrofi) di idonea segnaletica e di aree at­trezzate per la sosta ed il ristoro. È poi in avanzata fase di realizzazione la costitu­zione di una vera e propria rete di 25 per­corsi naturalistici dove, preferibilmente con l’ausilio di una guida, l’appassiona­to potrà scoprire gli aspetti più interessan­ti della vita all’interno del bosco e dove potranno essere apprezzate tutte quelle risorse ambientali che possono sfuggire ad una prima visita con spostamenti sul­la viabiltà di collegamento.

In terzo luogo, con particolare riferimen­to alle crescenti richieste che provengo­no specialmente dal mondo scolastico, si è cercato di creare delle occasioni di vi­sita localizzate e finalizzate al raggiungi­mento di obiettivi didattico-educativi di elevato valore. Sono state quindi proget­tate (e sono in corso di completamento o di esecuzione) interventi specifici per la realizzazione di: Percorsi floristici (sentieri ad anello per il riconoscimento delle prin­cipali specie erbacee, arbustive ed arbo­ree), localizzati presso la Fonte della Venella, in Berignone, ed intorno alla “Villa delle cento stanze’’ in Monterufoli; Per­corsi faunustici, (dotati di adeguate attrez­zature per l’osservazione e la documen­tazione della fauna selvatica), posti pres­so il Podere II Pino, in Berignone, e nel­l’area del Podere Monterufolino e di Cam­po ai Meli, in Monterufoli.

Allo scopo di dotare il visitatore di un agile strumento di guida attraverso questo ter­ritorio, è in fase di preparazione una car­ta degli itinerari naturalistici in scala 1 : 15000, che sarà presto presentata.

Comunità Montana Val di Cecina

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

BAGNI DI SAN MICHELE

NOTE SULLE ACQUE TERMALI DELLA ZONA

La posizione baricentrica del Comune di POMARANCE all’interno di un territo­rio regionale di indubbia attrazione storico-artistica (Pisa, Volterra, Siena, Massa Marittima), la singolare presenza del fenomeno geotermico, la ricchezza delle bellezze naturali esistenti, hanno sti­molato l’impegno delle Amministrazioni passate ed attuale a dare impulso allo svi­luppo turistico del territorio.

La convinzione profonda di percorrere questo indirizzo economico ha fatto com­piere scelte importanti e qualificanti alla Amministrazione Pubblica:

  • il recupero edilizio del Centro Storico del Capoluogo in cui trova degna ubicazione l’albergo “IL POMARANCIO”, il Museo di “Casa Bicocchi”, il “Teatro de Larde­rei”;
  • l’attenzione sui centri storici minori, co­me l’intervento di pavimentazione nel ca­stello di Montecerboli; lo sforzo per con­tenere dal degrado e preservare la “Roc­ca Sillana”;
  • la valorizzazione di vari boschi (Foresta di Monterufoli) con la creazione di percor­si di grande valore paesaggistico, in ac­cordo con la Comunità Montana;
  • la realizzazione, in sintonia con l’E.N.E.L., di itinerari tra i soffioni baraciferi ed i vecchi lagoni.

In questo contesto, trova la sua ragione di esistere anche l’intervento che da tem­po stiamo portando avanti sulle acque ter­mominerali dei “BAGNI DI SAN MI­CHELE”.

I BAGNI DI SAN MICHELE sono situati a quota mt. 311,8 s.l.m., si trovano a cir­ca 6 Km. a Sud di Pomarance, a valle del­la S.S. n° 439 che collega Pisa a Massa Marittima, passando per il Capoluogo, Larderello e Castelnuovo V.C.

Una strada sterrata conduce agli edifici dei “bagni”, costruiti al fondo di una in­cisione dove il Fosso di Radicagnoli rice­ve le acque del Botro delle Vignacce. La morfologia del luogo è abbastanza ac­clive. I versanti della valle che a monte hanno poca pendenza, in prossimità dei “bagni” assumono una inclinazione mag­giore, per cui la valle si restringe ed il cor­so d’acqua inizia un tratto di cammino in­cassato, con salti e rapide che si accen­tuano più a valle.

Nei dintorni dei “bagni” non esistono edi­fici colonici o centri abitati, mancano col­ture agrarie, fa da padrona una folta mac­chia mediterranea, tipica della nostra Re­gione, di straordinaria bellezza sia per la sua spontaneità sia per l’integrità.

Le prime informazioni sull’esistenza del­le acque termali nell’Italia Centrale risalgono ad oltre 2000 anni fa; naturalmente la storia si intreccia spesso con la leggen­da, purtuttavia possiamo affermare che già il poeta Lucrezio Caro, vissuto alle so­glie dell’era cristiana, parla degli “Aver­ni” e paragona questi fenomeni ad altri simili che avrebbero dovuto trovarsi in Etruria.

Così pure il poeta Tibullo nelle sue “Ele­gie”, conferma l’esistenza di terme etrusche caratterizzate da acque “molto cal­de tanto da doversi evitare nella canico­la, ma adatte alla stagione primaverile”. Anche Strabone, geologo e umanista gre­co, contemporaneo di Tibullo accenna più volte, nella sua “Geografia” a manifesta­zioni termali in Etruria con riferimento al­le acque di Volterra e Populonia.

Una ulteriore testimonianza della fioren­te attività termale nella Toscana, ci vie­ne dall’architetto Vitruvio, vissuto nel I se­colo dopo Cristo, il quale ci dice che “l’Etruria superava per il numero delle terme tutte le altre contrade d’Italia”.

Il documento più importante, per la sua indiscutibile attendibilità e valore storico, è la TAVOLA PEUTINGERIANA. Si trat­ta di una pergamena del 1200 composta da 12 segmenti, larga appena 40 cm. e lunga circa 6 m. e mezzo, rinvenuta alla fine del 1500 nell’abitazione dell’umani­sta Konrad Peutinger, in Germania.

In essa sono disegnate due costruzioni massiccie con l’indicazione “Aquae Volaterranae” ed “Aquae Populoniae”.

I BAGNI DI SAN MICHELE, avrebbero dovuto far parte delle “Aquae Volaterranae”, già note ai tempi dei Romani, in quanto il loro vero nome era “Ager Spartacianus”.

Abbiamo oltre alla tavola Peutingeriana, un’altra “Itineraria” romana, curata dal Miller; infine scritti che documentano sto­ricamente i fenomeni termali in Toscana. Sarà durante i secoli bui delle invasioni barbariche che la storia lascia il passo alla leggenda.

Dal IV al XII secolo si sentirà parlare di termalismo soprattutto negli atti di com­pra vendita di beni da un signore all’altro. Una leggenda, che colpisce, da un lato, per la sua ricca fantasia e dall’altro per la scarsità e povertà di conoscenza scien­tifica, riguarda la nascita dei lagoni e fu­mi di Montecerboli.

La storia di Montecerboli inizia verso il 1000 d.C., e si racconta che avendo gli abitanti del luogo cacciato dalle loro ter­re il demonio, questo si volle vendicare gettando dal suo cocchio in fuga degli og­getti che cadendo per terra avrebbero aperto delle falle facendo scaturire dal ter­reno acque bollenti e gas.

Per quei tempi doveva essere una delle disgrazie più grandi; infatti il Nasini dice che una delle peggiori maledizioni per il vicino “nemico” era: “Dio ti mandi un la­gone nel campo”.

Dopo il 1000 un vasto rinnovamento reli­gioso, culturale ed economico pervase tutta la Nazione: rinascono città, ripren­dono fiorenti i commerci.

Anche per la nostra zona, tra il XII ed il XIV secolo si avviano grandi ricostruzio­ni ed ampliamenti di terme, sia dei Bagni di San Michele, della Perla che dei Ba­gni ad Morba.

Dal 1171 per volere del Pontefice Ales­sandro III i “bagni ad Morba” passano sotto la giurisdizione del piovano della “Plebs ad Morba pellenda”; e furono quei religiosi ad occuparsi di dar vita alle ter­me e più tardi, nel 1377, a voler erigere il monastero di San Michele alle Formi­che, sul colle al di sopra di quei “bagni”. In quei tempi, prima Pomarance, dopo Volterra si impegnarono per dar vita alle terme, ma soprattutto con la Repubblica Fiorentina (1388) si avranno i primi con­sistenti interventi. Dalla fine del 1300 alle soglie del 1600 so­no i nomi di Michele Savonarola, nipote del più celebre Gerolamo, Ugolino da Montecatini, Michele Marullo, Giorgio Agrippa ed altri a darci le informazioni sul­le virtù medicamentose e le notizie sugli illustri ospiti venuti “a passar le acque”. Si racconta che Lorenzo dé Medici, sua moglie Clarissa e la madre Lucrezia Tornabuoni, preferissero tra tutte le terme i “bagni di San Michele” e de “La Perla”; e che quando i Medici se ne andavano a fine stagione “tirassen a sé l’uscio e portassen via la chiave”.

Nell’estate del 1464 tutti i membri del con­siglio comunale di Pomarance andarono in “pompa magna” a rendere omaggio ai Medici (forse per tenerseli buoni).

Tra i grandi personaggi di un tempo, an­che Dante Alighieri deve aver visitato que­ste zone, perché è molto vicina alla real­tà la descrizione “sulle fumifere acquae
per il vapor che la terra ha nel ventre…” che fa ne ‘‘La Vita Nova”.

I BAGNI DI SAN MICHELE ALLE FOR­MICHE hanno avuto avverse fortune e sfortune, ma in complesso hanno corso il loro destino insieme alle altre terme del­la zona.

Verso la fine del 1700 i pochi monaci ri­masti a custodia dell’eremo vennero chia­mati a Firenze dai padri celestini e nel 1870 vi era nella zona un solo eremita. Nei momenti di massima affluenza si re­gistravano anche 300 persone al giorno tra locali e povera gente venuta da fuori, generalmente malati di lebbra, ai quali i padri davano assistenza.

Come nel passato, anche nella storia più recente le nostre terre hanno avuto l’o­nore di ospitare personaggi illustri: tra i visitatori più prestigiosi Larderello si può vantare di aver ricevuto D’Annunzio, Ma­ria Curie, Enrico Fermi.

Molto tempo prima che la chimica si ele­vasse al rango di “Scienza”, i medici del passato, riuscirono a farci conoscere le virtù terapeutiche delle acque, pur essen­do all’oscuro sulla natura di queste. Secondo Falloppio, Agricola ed altri na­turalisti del 1500, le acque del Bagno di San Michele “erano valide per curare la podagra e soprattutto nel fugar la lebbra, per il qual morbo son talmente efficaci che forse non se ne trova il migliore”.

Sulla composizione chimica i primi dati certi si avranno solo sul finire del 1700, grazie a due grandi figure del passato: HOEFER e MASCAGNI.

Tra i tanti lavori eseguiti da Hoefer vale ricordare le analisi dell’acqua “epatica” dei Bagni di San Michele nella quale rinvenne: gas acido carbonico, carbonato di calcio magnesia, solfo e silice.

A Mascagni spetta invece il primato di

aver rinvenuto in queste acque tracce di mercurio e cinabro, cosa questa ancora oggi non del tutto smentita.

Il Prof. Giuly nei primi del 1800 intrapren­de una serie di analisi approfondite su tut­te le acque dei bagni, i cui risultati sono stati confermati nel 1840 dal Prof. Mat­teucci.

Nella seconda metà del 1800, il Targioni Tozzetti, servendosi di una scienza ormai in fase di decollo da una prima classifi­cazione, considera le acque termali prin­cipalmente carbonato alcaline, solfuree nonché mediominerali.

Nella prima metà del 1900 il Prof. Berto­ni, direttore dei laboratori della Reale Ac­cademia di Livorno, esegue una serie di campionamenti e scopre che le acque ter­mali sono composte di altri sette elementi (tra cui il litio ed il bario), alcuni dei quali si rivelano importantissimi dal punto di vi­sta terapeutico.

“La presenza di questi microelementi e delle sostanze già note conferisce una grande efficacia per la cura di specifiche malattie come quelle della pelle, dei di­sturbi dell’apparato digerente e nel com­pensare certe insufficienze specialmen­te epatiche e renali”.

Sul finire degli anni trenta di questo se­colo, i chimici Sborgi e Galanti dell’allora Società Boracifera eseguirono altri campionamenti e numerose analisi, con­fermando quanto aveva già detto il Prof. Bertoni.

Altri sono stati gli studi fatti sulle acque termali della nostra zona e niente è emer­so che abbia potuto modificare la natura o le virtù medicamentose di queste acque che, diciamolo pure, attendono ancora di essere maggiormente valorizzate, anche perché a detta di illustri studiosi le nostre sorgenti possono reggere egregiamente il confronto con le più famose acque di Vichy, St. Moritz, Badenbaden e Karsbad. Infine il Prof. Armando Panz dell’ospedale Niguarda di Milano, raccomanda i fanghi sulfurei poiché avrebbero dato buoni ri­sultati nella cura delle rigidità articolari ed in genere utili nel campo della Ortopedia e Traumatologia.

Lo sfruttamento delle sorgenti termali, è un fatto possibile e credibile e dall’uso che se ne potrà fare dipenderà l’ulterio­re sviluppo della nostra Comunità. Si trat­ta di una energia che è tuttora allo stato potenziale ai fini dello sfruttamento, ma che può essere foriera di sviluppi attual­mente non prevedibili.

Tenuto conto della natura chimica delle nostre sorgenti termali e delle loro virtù terapeutiche, noi Amministratori lavoria­mo perché in un prossimo futuro si pos­sa godere delle “Aquae Volaterranae”, che un tempo dettero sollievo e benesse­re a tanta gente.

L’acquisto del “BAGNO DI SAN MICHE­LE” e di parte del bosco circostante (11 ha) è avvenuto con delibera del Consiglio Comunale del 26 marzo 1985 n° 185. È stata stipulata una apposita convenzione con l’Università di Pisa per lo studio dei fanghi idroterapici. La Regione Toscana ha emesso il Decreto per il permesso di ricerca in data 20/4/1988 ai sensi del R.D. 29/7/1927 n° 1443. Il Dott. Geol. Mario Carriero e l’Arch. Bar­gelli, ognuno per le proprie specifiche competenze, hanno lavorato e lavorano per riportare i “Bagni di San Michele” ai loro antichi splendori.

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

INVASO SUL TORRENTE PAVONE

PRESENTATO IL PROGETTO TECNICO

Convocato dal Consorzio Schema 39 Bacino Idrico Torrente Pavone si è tenu­ta a Pomarance, presso la sede della Co­munità Montana, giovedì 5 luglio scorso, la presentazione preliminare del Proget­to tecnico, economico, finanziario per la costruzione di un invaso sul Torrente Pa­vone.

Alla riunione del Consiglio di Amministra­zione del Consorzio sono stati invitati i sindaci dei comuni cti Volterra, Pomaran­ce, Montecatini V.C., Castelnuovo V.C., Monteverdi M.mo, Radicondoli e Casta­gneto Carducci, il Presidente deH’Amministrazione Provinciale di Pisa ed il Pre­sidente della Comunità Montana della Val di Cecina.

Lo studio commissionato circa un anno fa al Consorzio Toscano Costruzioni di Fi­renze è stato redatto dagli studi D.A.M. di Ravenna e Idroforma di Firenze. Le ca­ratteristiche tecniche della futura diga, l’investimento finanziario occorrente, la convenienza economica sono state illu­strate dagli ingegneri D’Alberto e Sanson. L’invaso posto ad una quata d’imposta di 414 m. sul livello del mare ha un’altezza massima dal piano di fondazione di 55 m. ed un volume di calcestruzzo di circa 91.000 metri cubi, inclusa la vasca di dis­sipazione.

La capacità di massimo invaso è di 6,6 milioni di metri cubi di acqua, a fronte di una portata massima del Torrente di 12 milioni di metri cubi annui.

L’opera di restituzione provvede a ricon­durre nell’alveo del Torrente Pavone una portata modulabile con un massimo di 70 l/sec. per garantire l’equilibrio idrogeo­logico ed ecologico.

L’opera quindi garantirebbe ottima acqua per i quattro Comuni interessati della Val di Cecina ed il Comune di Monteverdi, ol­tre eventualmente il fabbisogno potabile dei Comuni di Radicondoli e Castagneto Carducci stimati per complessivi 5 milio­ni di metri cubi annui nonché una riserva di 2 milioni di metri cubi annui disponibile per altri usi.

Il costo complessivo dell’invaso è stima­to in 56 miliardi complessivamente ivi comprese le opere di adduzione, l’aper­tura delle strade di accesso e l’abitazio­ne del custode; il tempo di realizzazione stimato in 5 anni; l’onere finanziario rite­nuto possibile per l’ammortamento dei co­sti.

Anche lo studio di valutazione di impatto ambientale, curato dal Prof. Vendegna dell’università agli Studi di Pavia, ha pre­sentato un bilancio soddisfacente dalla si­curezza dell’opera alla necessaria salvaguardia del territorio indicando gli inter­venti per ristabilire un equilibrio ecologi­co che permetta una convivenza non con­flittuale tra esigenze umane e natura.

Lo studio, completo delle cartografie ne­cessarie, è stato consegnato ai Comuni ed alle Amministrazioni interessate affin­chè facciano pervenire al Consorzio del Pavone le osservazioni e chiarimenti del caso prima della presentazione ufficiale prevista per la fine del corrente anno. La fase ultima di chiarimenti ed informa­tiva avrà ancora come punto di riferimen­to la Comunità Montana quale Ente inter­medio di programmazione del territorio. La decisione definitiva per la costruzione dell’opera dovrà essere frutto di una scel­ta consapevole formatasi dal confronto delle popolazioni, dai soggetti sociali, po­litici ed amministrativi dei quali il Consi­glio di Amministrazione del Consorzio si è sempre doverosamente messo a dispo­sizione.

Comunità Montana Val di Cecina

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

LE ACQUE DEL SOTTOSUOLO DI POMARANCE

Il problema dell’approvvigionamento idrico è stato sempre presente nella sto­ria dell’uomo, tanto da condizionarne lo sviluppo socio – economico. Ancora oggi è facile constatare come le aree più po­vere della terra coincidano spesso con quelle a minor quantitativo di precipitazio­ni annue.

Alle nostre latitudini, dove le piogge risul­tano sufficientemente abbondanti, la pre­senza di “punti d’acqua’’ ha spesso con­dizionato la dislocazione degli insedia­menti abitativi sul territorio. Si capisce quindi come sia importante riuscire ad in­dividuare sempre nuove fonti di approv­vigionamento per poter far fronte al cre­scente fabbisogno idrico causato dall’at­tuale veloce sviluppo, sia industriale che agricolo, e dal continuo incremento del fabbisogno “pro capite’’.

Condizione essenziale perchè nel sotto­suolo siano presenti riserve d’acqua è la esistenza di formazioni rocciose idonee ad ospitarle. La capacità di una roccia di contenere o farsi attraversare dalle acque di infiltrazione è detta “permeabilità”: es­sa può quindi dirsi permeabile per poro­sità quando i pori presenti fra i suoi ele­menti sono fra loro comunicanti o, per­meabile per fessurazione, quando sia in­teressata da fessure generate essenzial­mente dall’azione di fattori di ordine geo­logico.

In Alta Val di Cecina, e quindi anche nel­la zona di Pomarance, sono presenti ter­reni di diversa natura, legati alle varie fa­si geologiche che hanno interessato la Toscana meridionale. Essi si possono suddividere in:

  • Formazioni alloctone
  • Formazioni neoautoctone
  • Depositi continentali recenti

Le Formazioni alloctone, affioranti in zo­ne poco distanti dall’abitato di Pomaran­ce (Gabbri, Larderello, etc.), sono costi­tuite principalmente da alternanze di ar­giniti e bancate calcaree di origine sedi­mentaria e da rocce magmatiche. Nelle rocce sedimentarie, la presenza di una matrice argillosa impermeabile limita no­tevolmente la capacità di immagazzina­mento idrico e fa si che in queste forma­zioni possano essere presenti solo pochi acquiferi di limitata estensione, segrega­ti all’interno della porzione calcarea e si­curamente non interessanti per lo sfrut­tamento.

Le rocce magmatiche, composte essen­zialmente da Gabbri, Serpentine e Diaba­si, si presentano in genere piuttosto fes­surate a causa degli stress a cui sono sta­te sottoposte per l’azione delle spinte le­gate alla dinamica crustale ed, in teoria, dovrebbero possedere una buona per­meabilità. In realtà, essendo piuttosto al­terabili, sotto l’azione degli agenti atmo­sferici si disgregano formando una fine frazione detritica che, trasportata dalle ac­que di infiltrazione, tende ad otturare le fessure diminuendo notevolmente la per­meabilità e quindi la possibilità di sfrut­tamento a fini idrici.

Il colle su cui sorge Pomarance è forma­to dal sovrapporsi più o meno regolare delle “Formazioni neoautoctone”. In par­ticolare l’abitato sorge su di un esteso, an­che se non molto spesso, affioramento di “Calcare detritico” comunemente detto “Tufo”, a causa della friabilità e lavora­bilità che presenta, paragonabili a quelle del vero Tufo di origine vulcanica. Que­sto affioramento si presenta molto frattu­rato e le acque meteoriche possono infiltrarvisi con una certa facilità. Inoltre, la loro azione dissolutiva tende con il tem­po ad allargare le fessure (Carsismo) mi­gliorando ulteriormente la permeabilità. Alla base della formazione del Calcare detritico si trovano i “Conglomerati tra­sgressivi di origine marina”, che a cau­sa della prevalente matrice argillosa risul­tano possedere una scarsa permeabilità. La differenza di permeabilità fra i due ter­reni fa si che, intorno all’abitato di Poma­rance e nelle aree circostanti, sia presen­te tutta una serie di sorgenti, alcune del­le quali perenni, dotate di una buona por­tata (ad esempio La Boldrona, La Fonte, etc.).

Altri eventi sorgivi sono legati alla presen­za di cospicue coperture detritiche molto permeabili. Le frane di crollo, verificatesi in passato nella zona delle Grotte, sono da collegarsi proprio all’azione dissolutiva delle acque di infiltrazione che percolando tendeva­no ad allargare le fessure presenti nell’af­fioramento di “Tufo”, separando in alcuni casi blocchi di grandi dimensioni. Le ac­que di infiltrazione, raggiunta la sottostan­te formazione dei “Conglomerati Tra­sgressivi”, scarsamente permeabile, non potendo proseguire il loro cammino in profondità, tendevano a tornare in super­ficie scorrendo lungo il contatto fra le due formazioni. Questo percolare provocava una dissoluzione dei terreni argillosi po­sti al piede dei blocchi già in precario equilibrio, ed il conseguente loro frana­mento. È stato quindi sufficiente impedire l’infiltrazione delle acque stendendo un manto impermeabile, perchè il susseguir­si dei crolli cessasse.

d = detrito
a = alluvioni
at = alluvioni terrazzati
ps = calcare detritico (tufo)
pc = conglomerati trasgressivi
pa = argille marine
m5a = gessi e argille
m4 = gessi e aqrenarie

Le altre formazioni Neoautoctone sono composte da terreni prevalentemente ar­gillosi e di conseguenza pressoché imper­meabili, certamente non idonei ad esse­re sfruttati per fini idrici.

Si può quindi affermare che Pomarance sorge in una zona in cui i terreni sono scarsamente idonei ad ospitare falde ac­quifere di una certa entità. Infatti, ad ec­cezione dell’affioramento di Calcare detritico (Tufo) su cui è posto il paese, di par­te della formazione dei Conglomerati tra­sgressivi e di alcuni membri arenacei di limitata estensione appartenenti alle altre formazioni, i restanti terreni possono con­siderarsi pressoché impermeabili. Ne de­riva così che gli acquiferi principali risul­tano localizzati nei “Depositi continenta­li recenti” che sono composti dai detriti derivanti dal disfacimento delle varie for­mazioni e dai Depositi alluvionali fluviali. Le coperture detritiche, se molto estese e con spessori adeguati, possono diven­tare sede di acquiferi importanti, soprat­tutto se le rocce da cui derivano non ge­nerano grandi quantità di porzione detritica fine, in particolar modo limo-argillo­sa, che ottura le fessure fra gli elementi litoidi diminuendo la permeabilità. Nella nostra zona, comunque, non esistono co­perture sufficientemente consistenti da contenere acquiferi di un certo interesse. Maggiore rilevanza hanno invece le allu­vioni fluviali, in particolare quelle appar­tenenti al Fiume Cecina che costituisco­no un importante acquifero per la zona di Pomarance, già sfruttato per approvvigio­namento idrico. Questi depositi proven­gono dal disfacimento delle formazioni rocciose presenti soprattutto nella porzio­ne iniziale del corso del fiume (zona Car­lina – Cornate). Essi sono caratterizzati da ciottoli, di diametro in genere dell’ordine
di alcuni decimetri e da una frazione più fine ghiaioso – sabbiosa.

La ricarica degli acquiferi sia fluviali che non, è assicurata dalle pioggie che in Val di Cecina pur non essendo abbondantis­sime, raggiungono mediamente i 1000 mm. annui nelle zone a quote più eleva­te ed i 700 – 800 mm. nelle altre. Il regi­me delle precipitazioni presenta due mas­simi, uno autunnale (ottobre – novembre) e l’altro primaverile (marzo – aprile) ed un periodo secco che spesso inizia a mag­gio e si protrae fino a settembre. La percentuale di acqua che riesce ad in­filtrarsi nel terreno dipende da molti fat­tori quali: temperatura, vegetazione, eva­porazione, ruscellamento, etc.; dal loro mutuo combinarsi ne deriva che il perio­do autunnale è il più favorevole per la ri­carica delle falde acquifere poiché, a pa­rità di precipitazioni, la quantità di piog­gia che si infiltra è maggiore.

impianto di perforazione.

Le conseguenze di periodi anomali di sic­cità, di cui quello appena trascorso è un esempio, sono molteplici. Normalmente il livello della falda acquifera subisce delle variazioni in relazione all’alternarsi delle stagioni ed alla abbondanza delle preci­pitazioni, oscillando però sempre intorno ad un valore medio. Quando le piogge vengono a mancare per lunghi periodi, esse si deprimono più del normale ed il ritiro delle acque va ad interessarte livel­li di terreno che in condizioni normali ri­sultano saturi. A differenza dei terreni compresi nella fascia di oscillazione della falda, che per così dire si sono adattati al suo periodico innalzarsi ed abbassar­si, quelli più profondi, normalmente saturi, reagiscono al ritiro compattandosi in mo­do pressoché irreversibile sotto il peso dei carichi sovrastanti, con una riduzione del­la luce dei pori prima “sostenuti” dalla presenza dell’acqua. Quanto ora detto va­le ovviamente per terreni coerenti ed in­coerenti, privi di scheletro litico.

La presenza di sovraccarichi rappresen­tati ad esempio da edifici, può accentua­re il processo di compattamento; si pos­sono così determinare elevati valori di ce­dimento tali da poter pregiudicare la sta­bilità del fabbricato stesso. In questi casi si assiste al manifestarsi di fratture e cre­pe che si allargano fino a che il terreno non raggiunge il nuovo stato di equilibrio. Il tempo necessario perchè ciò si verifi­chi risulta molto variabile ed è in funzio­ne della permeabilità dei terreni: più il ter­reno è permeabile maggiore sarà la ve­locità di compattazione e viceversa.

Come già detto l’abitato di Pomarance sorge su un affioramento di Calcare de­fatico di buone caratteristiche fisico – mec­caniche. Tuttavia in alcune aree (ad esempio la fascia che inizia alla Burraia e termina alla Boldrona passando per l’Oratorio e la Piazza del Mercato), vuoi per accumulo di consistenti coperture detritiche dovute all’azione erosiva delle acque
meteoriche, vuoi per la presenza di con­tatti con la sottostante formazione dei Conglomerati trasgressivi, la perdita di acqua da parte dei terreni ha probabil­mente causato, e presumibilmente con­tinuerà a causare data la attuale siccità, sensibili cedimenti a carico degli edifici ivi esistenti.

Anche lo sfruttamento indiscriminato della falda acquifera per mezzo di pozzi ad uso privato aggrava il fenomeno di compatta­mento anomalo dei terreni. Lo sfruttamen­to dei pozzi da parte di privati, se prati­cato su larga scala, è dannoso sia perchè non è possibile controllare direttamente la quantità di acqua emunta (più il perio­do è secco e più si sfrutta il pozzo) sia per­chè spesso i pozzi si rivelano veicoli di in­quinamento chimico e/o battericologico. È probabile che i cedimenti verificatisi nel­la zona dell’oratorio siano dovuti, in par­te al susseguirsi negli ultimi anni di pe­riodi siccitosi ed in parte anche all’ecces­sivo emungimento, con relativo abbassa­mento del livello della falda idrica, dovu­to proprio al proliferare di nuovi pozzi. Rimediare ai danni provocati agli edifici dal compattamento del terreno per per­dita di acqua non è semplice e risulta per lo più costoso. Qui di seguito sono indi­cate in maniera del tutto schematica al­cune tipologie di intervento.

Nel caso che l’edificio poggi su un terre­no omogeneo, sia verticalmente che la­teralmente, si può eseguire un irrigidi­mento della struttura tramite cordolo pe­rimetrale ancorato alle vecchie fondazio­ni. Ciò permette all’edificio stesso di “sprofondare” senza che si verifichino le­sioni dannose alle fondazioni.

Se il substrato resistente si trova a pro­fondità non eccessiva, si possono adot­tare pali opportunamente dimensionati in modo da permetterne il giusto incastro nel substrato stesso trasformando così l’edi­ficio in una sorta di “palafitta”.

Quando la costruzione poggia su terreni con differenti caratteristiche fisico – mec­caniche, le conseguenze del compatta­mento sono più gravi poiché le parti del­l’edificio che insistono su terreni diversi subiscono cedimenti di diversa entità che sottopongono la struttura a sollecitazioni non omogeneamente distribuite molto pe­ricolose per la sua integrità.

In conclusione, anche se in condizioni normali nella nostra zona non vi sono pressanti problemi di approvigionamento, risulta comunque necessario operare un razionale sfruttamento delle risorse idriche, sviluppando anche a livello indi­viduale, una cultura volta al risparmio. Il periodo di siccità appena trascorso ha inoltre dimostrato come sia necessaria una gestione delle risorse idriche fonda­ta su una pianificazione quanto meno a livello regionale che possa garantire una loro equa distribuzione su tutto il territo­rio superando le divisioni campanilistiche ed incrementando la ricerca di nuovi ac­quiferi.

Rossi Dott. Stefano

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.