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ANTONIO SANTUCCI

MATEMATICO E COSMOGRAFICO DEL GRANDUCA DI TOSCANA FERDINANDO DE’ MEDICI

Antonio Santucci, autore della SFERA ARMILLARE che si trova nell’istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze, del TRATTATO NUOVO DELLE COME­TE e valente artista pomarancino della se­conda metà del Cinquecento, nasce nel castello di Pomarance presumibilmente tra il 1540 ed il 1550. Dico presumibilmen­te in quanto non sono ancora stati ritro­vati documenti che ne comprovino la ef­fettiva data di nascita. L’unica cosa sicu­ra e documentata è che la famiglia San­tucci risiedeva a Pomarance ormai da moltissimi anni ed era sempre stata una delle famiglie più in vista della Comunità come risulta da alcune delibere ritrovate nello Archivio Storico Comunale.

Nella prima, datata 1 novembre 1621, si legge:

“Adi 1 novembre 1621, congregati alla residenza solita del Gonfaloniere e Prio­ri Rappresentanti tutta la Comunità di Ripomaranci in sufficiente numero Delibe­rano di dare fede come Benedetto San­tucci et ms. Paolo Piero Santucci sono tutti di Ripa Maranci originari et di fami­glia originaria antica di questa terra, che hanno goduto e godono tutti i privilegi im­munità della Comunità.”

Nella seconda Delibera, datata 11 settem­bre 1751, si ha il seguente attestato:

“Di poi i Sigg. Adunati ordinarono a me cancelliere, con tutto legittimo Partito di voti favorevoli quattro e nessuno contra­rio, far questo attestato della famiglia del fu Michel Angiolo del fu Domenico San­tucci originario di questa terra di Poma­rance e qui stata da più centinaia d’anni descritta tra le principali Famiglie e che non trovasi memoria d’alcuna persona della stessa Famiglia che abbia giammai esercitata nessuna arte umile o mecca­nica ma essersi sempre mantenuta delle proprie entrate con decoro ed onorevolezza. ”

Il Santucci, dotato di intelligenza innata, talento ed ambizione, ha probabilmente iniziato la sua carriera come apprendista in qualche bottega di artista nella Firen­ze del Cinquecento in cui gravitavano i migliori uomini di scienza, artisti ed arti­giani dell’epoca, ed è proprio grazie a questi suoi primi approcci con l’arte che egli deve avere acquisito una miriade di abilità che gli sono poi servite nel momen­to in cui ha aperto una propria bottega. Le prime notizie certe, ricavate dalle sue opere e dall’opuscolo che Ferdinando Meucci scrisse nel 1876 sulla Sfera Ar­millare, ci dicono che nel 1572 il Santuc­ci era già al servizio del Cardinale Ferdi­nando de Medici quando questi era a Ro­ma intento nei suoi studi. Nella dedicato­ria a Cosimo II de Medici del TRATTATO NUOVO DELLE COMETE infatti egli di­chiara che “…. mi dette occasione in Ro­ma ed in Firenze di poter osservare tutte le comete, e nuove stelle apparse al mio tempo del 1577 del 82 del 96 e del 607 et le due stelle del 72 del 604. ”

Dal 1577 al 1607 risulta spesso in viag­gio fra Roma e Firenze. Osserva come­te, si diletta a costruire strumenti e viag­gia sulle galere per conto del Principe Ferdinando a scopo scientifico.

Nel 1582 Santucci è a Roma, osserva la cometa di quell’anno dalla residenza del Cardinale (Palazzo Trinità dei Monti) e ter­mina la sua prima Sfera Armillare che si trova oggi nella Biblioteca dell’ESCORIAL a Madrid. Questa sfera, costruita per or­dine del Cardinale Ferdinando, fu invia­ta alla Corte

di Spagna nel 1583 tramite Giulio Bava­glini, ministro plenipotenziario in Spagna, unitamente ad un libro che avrebbe po­tuto costituire una descrizione anticipata della seconda Sfera Armillare che San­tucci costruì nel 1593 e che oggi si trova presso l’istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze.

Sempre in questo anno 1582 abbiamo la prima testimonianza della posizione di Matematico del Santucci. È stata infatti trovata, nell’inventario del “GUARDARO­BA” Romano del Cardinale Ferdinando, una voce che registra la costruzione di una Sfera Armillare costruita da “Maestro Antonio Santucci dalle Pomarancie Ma­tematico di Sua Santità Illustrissima. ” Nel 1587, a causa della morte del Gran­duca Francesco de Medici, fratello del Cardinale, il Santucci torna a Firenze con Ferdinando il quale lascia la porpora car­dinalizia e diviene il nuovo Granduca.

La posizione del Santucci rimane oscu­ra. Egli infatti non compare nell’elenco di coloro che venivano stipendiati dal Gran­duca.

TRATTATO DELLE COMETE: Tavola manoscritta (Ed. 1611)

Dopo breve tempo gli viene commissio­nata la costruzione della seconda Sfera Armillare che dovrà essere più grande ed elaborata della precedente. Questo lavoro lo tiene occupato per 62 mesi, dal 4 mar­zo 1588 al 6 maggio 1593.

Dalle varie testimonianze dei pagamenti per i materiali e per i servizi si può dedur­re che il Santucci non fu soltanto il dise­gnatore e progettista della sfera, ma an­che il costruttore ed il decoratore. Infatti tra le varie cose vi erano riferimenti alla sua bottega, agli strumenti ed anche ai suoi aiutanti. Tutto questo avalla la tesi secondo la quale il Santucci iniziasse la propria opera come artista-artigiano e che solo in seguito si sia dedicato a studi di astronomia, matematica e tutto ciò che potesse contribuire a migliorare le sue co­noscenze e le sue capacità.

La costruzione della grande Sfera Armii­lare però non fu l’unico impegno in que­sti cinque anni. Nel 1590 infatti pubblica una tavola “Dichiarazione della ruota per­petua, nuovamente ad utilità comune po­sta in luce, nella quale perpetuamente si trova l’ora del levar del sole, del mezzo­giorno, il far della luna, etc. ” e, come egli stesso dichiara nel suo “TRATTATO NUOVO DELLE COMETE”, costruisce un grande quadrante con un diametro di 4 braccia e mezzo, equivalente a circa 3 metri, di cui era molto orgoglioso. Per no­stra sfortuna però il Santucci non ci dà nessuna indicazione del perché e per or­dine di chi l’abbia costruito.

In questo periodo continua la trasforma­zione del Santucci da artista-artigiano a matematico e la testimonianza ce la for­nisce Jacopo Mazzoni in una sua lettera al Granduca Ferdinando del 1593. In que­sta lettera il Mazzoni dichiara che il Santucci aveva intrapreso “molti lavori in ma­tematica’’, che era “un valent’huomo” in quella professione e degno di essere so­stenuto.

Dorso del Astrolabio.
TRATTATO DI DIVERSI /STRUMENTI (1593)

Nel 1593 scrive il “Trattato di diversi /stru­menti Matematici che si conservano al presente nella Guardaroba del Gran Du­ca di Toschana Presi in disegno in que­sto libbro con le loro operationi come in misurare le lunghezze largezze altezze overo profondità cosi delle cose Terrene come Celesti; Similmente in levar le pian­te delle Provincie

o di qual si voglia cosa con ogni partico­larità che giustamente stien ne luoghi loro. ”

È questo un bellissimo Codice manoscrit­to che potrebbe essere definito un inven­tario principe ragionato dei più rilevanti documenti della seconda metà del Cin­quecento. In esso si possono osservare figure di strumenti matematici e luoghi di cui si possono rilevare le altezze con gli strumenti. La maggior parte degli appa­recchi presentati nel Codice si ritrova oggi negli originali posseduti dall’istituto e Mu­seo di Storia della Scienza di Firenze.

Da questo Trattato possiamo trarre la te­stimonianza evidente che egli aveva in­trapreso alcune attività di insegnamento. In una delle prime pagine del Trattato il Santucci ci preannuncia di stare prepa­rando un “copioso compendio” sulla Sfe­ra Armillare: “…. e per uso di simili cose la felice Memoria del Gran Duca Cosimo fece fabrichare questi bellissimi /strumen­ti per il diletto che ne avea di si, nobile et piacevole scientia, ad imitatione del quale il Serenissimo Don Ferdinando HI Gran Duca di Toscana, oltre a far questo trattato per dichiaratione delle operatio­ni de sopradetti strumenti vena aggiunti degli altri venuti di Roma come alchuni bellissimi quadranti e Bussole et oltre a questo ha anche fatto fabricare al presen­te una sfera di meravigliosa grandezza e la più copiosa che si vedessi già mai del­la quale se il Signore i Dio celo concede­rà se ne vedera presto un copioso com­pendio dove si dichiarano li sua termini con tutte le operationi astronomiche et geografiche che in quella si contengono. ” Nel 1595 vennero affidati al Santucci let­torati di Matematica all’Accademia del Di­segno ed il restauro del grande Mappa­mondo costruito da Egnazio Danti e che attualmente si trova nella Sala delle Car­te di Palazzo Vecchio. Questo Mappa­mondo terrestre costruito dal Danti, co­smografo di corte di Cosimo de Medici, era ridotto in cattive condizioni ed il San­tucci stesso in una sua relazione, che si trova presso l’Archivio Mediceo, ci fa sa­pere quali fossero i lavori di cui necessi­tava: “Fa di mestieri colorir di nuovo tut­ta l’acqua e ralluminare molte cose che sono state accecate ne’ continenti della terra, similmente fa di bisogno linear di nuovo tutti i circoli paralleli e meridiani a ciò’ si riduca in bella e graziosa vista. Inol­tre a circoli tropici et agli artici gli manca­no la loro graduazione che oltre al l’orna­mento che fanno è necessario farle per distinguere le proporzioni che i paralleli hanno con l’equatore, i continenti della terra che sono dintorno a poli di detto glo­bo vi furono solamente accennati a gui­sa di un fummo, ridurli alla loro perfezio­ne che corispondino alle altre parti et ol­tre a ciò vi mancano più isole insieme con quella del Giappone essendo che nel tempo che il Rev. Padre frate Eg natio Danti fece il detto globo per ordine della felice memoria del G.D. Cosimo non ce n ’era quella notizia che ce n ’è oggi. Ho­ra trovandosi il detto globo nel termine so­pradetto che costò più migliaia di scudi”.

Scala Altimetria.
TRATTATO DI DIVERSI /STRUMENTI
MATEMATICI (1593)

La sua posizione non è ancora stabile e nel 1596 scrive una lettera al Granduca in cui dichiara che gli sarebbe piaciuto es­sere impiegato nelle Gallerie Fiorentine nella costruzione e restauro di strumen­ti, costruzione di carte geografiche e al­tri lavori a lui congeniali che sino ad allo­ra aveva fatto

su commissione ed avere quindi una po­sizione di stipendiato.

La richiesta del Santucci fu accolta e gli fu dato un incarico che lo metteva al ser­vizio particolare del Granduca con uno sti­pendio di 8 scudi al mese.

Nel 1599 fu nominato Lettore di Matema­tica all’università di Pisa, il perché non è ancora esattamente chiaro ma sembra che ciò fosse dovuto al fatto di essere di­venuto “un favorito della Granduchessa.” Un’altra opera del Santucci, posteriore al 1599, è un Codice autografo di 19 carte modernamente numerate con illustrazioni a penna molto simili a quelle presenti nel Codice degli Strumenti Matematici per la parte che si riferisce alla misurazione dei luoghi ed il cui titolo completo è: “In que­sta presente hopera, si dimostra quanto la Terra sia maggiore dell’Acqua e dell’e­lemento dell’Aria, e similmente quanto la Sfera del Fuoco sia maggiore della Ter­ra, et in oltre si da una Regola di trovare con maravigliosa facilità, quante miglia si vede lontano dalla proposta altezza tan­to in Mare come in Terra; similmente per sapere quanto può essere lontano qual si voglia Naviglio quando si scquapra in Mare dalla Altezza proposta: e che sia ne­cessario, tutti li viaggi che si fanno per Mare e per Terra si faccino per linea cir­colare, et non per piano; Composto da Antonio Santucci di Ripomaranci Cosmo­grafo del Serenissimo Gran Duca di Toschana, e lettor delle Scientie Matemati­che nello Studio di Pisa dedicato a Sua Altezza Serenissima. ”

Questo Codice, pur inquadrato nella for­mazione aristotelico tolemaica sempre sensibile nell’opera del nostro cosmogra­fo, sembra valer la pena di essere preso in esame per una valutazione compara­tiva sulle cognizioni cosmologico didatti­che del periodo. Nel 1606 consegna al Granduca Ferdi­nando delle Carte Geografiche alle quali aveva lavorato sin dal 1600. Sono queste dodici carte la prima delle quali rappre­senta il Mondo intero; la seconda l’Euro­pa; la terza l’Asia; la quarta l’Africa; la quinta il Mondo Nuovo ovvero come si di­ceva a quel tempo le Indie Occidentali; la sesta l’Inghilterra la Scozia e l’Irlanda; la settima la Francia; l’ottava la Grecia; la nona l’Italia; la decima il Granducato di Toscana; l’undicesima la Spagna; la dodicesima la Liguria e la Lunigiana. Sta­va anche lavorando ad una carta che do­veva raffigurare tutta l’Europa, parte dell’Africa e gran parte dell’Asia.

TEORICA DEL SOLE

ET DELLA LVNA PEE SA

Codice Autografo (1613)

PERE TVTTÌ GLI ASPETI CH

TANNO TRA LORO

Nel 1611 viene pubblicata la prima edi­zione del TRATTATO NUOVO SULLE COMETE corredato da 10 tavole origina­li manoscritte.

Un altro lavoro del nostro concittadino, composto tra il 1611 ed il 1612 come egli stesso dichiara nel testo, è il “Breve di­scorso sopra il Trattato del Sig.r Galileo Galilei, delle cose, che galleggiano sopra l’acqua, di quelle, che vi si sommergono et non vanno in fondo; composto da An­tonio Santucci da Ripamaranci Cosmo­grafo del Ser.mo Grand Duca di Tosca­na, et Lettore delle Scienze Matematiche nello Studio di Pisa; dedicato alla S.ma Madama Granduchessa di Toscana.’’ Questo opuscolo, il cui originale si trova nella Biblioteca Nazionale di Firenze, non ha valore scientifico in quanto il Santuc­ci esprime le sue teorie senza una consi­derazione

critica e comparativa dei testi matemati­ci che si potevano trovare facilmente al suo tempo. Esso ha soltanto un notevole rilievo in quanto dimostra le notevoli doti artistiche del Santucci. Infatti in esso vi è un bello stemma stilato a penna con l’Arme dei Medici inquartata con quella dei Lorena che rappresenta una indiscu­tibile opera d’arte.

Nel 1613 il Santucci produce un altro Co­dice, rimasto autografo e che si trova presso la Biblioteca Nazionale di Firen­ze, il cui titolo è : “Nuova Inventione di Tavole per sapere le Cognuntioni della Luna col Sole, e tutti, gli aspetti che fan­no fra di loro con tute le feste Mobili di qual si voglia anno proposto. Mediante quel numero che scruoprirà un tiro di tre dadi, o vero un numero immaginato da tre punti fino in diciotto, et altre cose com­posto per industria e per inventione di An­tonio Santucci, lettore delle Scientie Ma­
tematiche nello Studio di Pisa, e Cosmo­grafo del S.mo Gran Duca di Toscana de­dicato alla sua Serenissima Madre Mada­ma Cristina Gran Duchessa di Toscana, dallo inventore dell’hopera Antonio San­tucci suo umilissimo e devotissimo servi­tore. ”

All’inizio di questo Codice, nel recto del­la prima pagina, si trova una scritta a ma­tita in cui si legge: “XXII Ant. Santucci. Tavole delle congiunzioni della Luna e del Sole per le feste mobili. Autografo 1613. ” La data del 1613 viene altresì dichiarata nel testo “per la qual cosa diremo che la festa dell’Annuntiata viene di lunedi in questo Anno 1613’’.

Questo Codice ha un suo valore ed inte­resse se considerato nel contesto di que­gli anni in cui la riforma del Calendario portò alla necessità di calcoli astronomi­ci e di compilazioni di tavole di cui spe­cialmente la Chiesa aveva evidente gran­de necessità per la puntualizzazione delle feste religiose.

Fu questa l’ultima opera del Santucci che in questo stesso anno morì.

MODELLINO DELLO “/STRUMENTO PERPENDICOLARE DA LIVELLAR LE COSE…’’
1st. e Museo di Storia della Scienza Firenze.

Analizzando l’opera del Santucci, la Dott.ssa Maria Luisa Righini Bonelli del­l’istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze, ci dice che il nostro concitta­dino era un tecnico ed un artista la cui opera era sostenuta da una incisiva e for­te sensibilità. Questa sensibilità si può ri­levare non solo dalla Sfera Armillare, ma soprattutto dal Codice degli Strumenti Matematici posseduto dalla Biblioteca Marucelliana. Quest’ultimo costituisce in­fatti, specialmente per i cultori della stru­mentarla antica, un prezioso documento che permette di porre a confronto molti degli apparecchi esistenti presso l’istitu­to e Museo di Storia della Scienza, con i progetti eseguiti per i medesimi, e chia­risce l’uso al quale furono destinati in quel mondo di vivo interesse per le collezioni scientifiche creatosi nel Cinquecento in Toscana con Cosimo, Francesco e Fer­dinando I de Medici.

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

RITROVATO UN DIPINTO DEL “POMARANCIO”

Una splendida tela di Nicolò Cercignani è stata ritrovata nella “Colle­giata” di Umbertide. Era lì forse da più di un secolo, appesa a 15 metri di altezza, senza che gli archivi ne rilevassero la illustre paternità.

È una vera e propria scoperta del parroco della collegiata. Un’opera che da tempo immemorabile orna il tamburo della cupola della chiesa Umbertidese.

Il fatto è di questi giorni. La tela, raffigurante la trasfigurazione, ad un primo esame, risulta decisamente superiore per fattura all’altra opera del Cercignani esistente ad Umbertide, raffigurante la Vergine ed i Santi, che attualmente si trova nella chiesa di San Francesco. Proprio la pre­senza di quest’ultima ha incuriosito il parroco della Collegiata Don Vispi. Confortato anche da una vaghissima nota della “BIBBIA” del settore “La storia dell’arte Italiana” del Venturi il parroco si è armato di un potentis­simo cannocchiale ed ha individuato nella parte bassa del quadro, po­sto ad un’altezza pressoché inaccessibile, la firma illustre del Pomarancio e la datazione: 1572. Successive ricerche d’archivio hanno permesso di ricostruire parzialmente la storia del quadro. Esso fu acquistato pres­so i Monaci dell’Eremo di Montecorona prima della soppressione del loro monastero. In origine, infatti, ornava l’altare maggiore del cenobio dell’eremo. Nessuna notizia circa il committente ed in seguito del com­pratore. Difficoltose ricerche hanno poi confermato che la trasfigurazio­ne perduta di Montecorona non è altro che quella ritrovata in Collegiata. Ad una prima e superficiale analisi, per impostazione cronologica e fat­tura compositiva, il quadro sembra essere uno dei migliori lavori del Po­marancio.

Rappresenta in alto la trasfigurazione del Signore secondo lo schema classico, ma con una forte imitazione raffaellesca (Raffaello fu certamente un riferimento per tutta la pittura successiva).

Nella zona inferiore si situa un quartetto di santi nei quali si riconosco­no: San Benedetto con in mano la “Regola”; San Romualdo, che sor­regge Montecorona (in parallelo con l’evangelico Monte Tabor); San Sa­vino ed un vescovo per ora ignoto. Nella parte bassa due putti sorreg­gono un calice, simbolo dell’Eucarestia. L’opera è complessivamente in buono stato, anche se sono evidenti i segni del tempo, ed è degna della più assoluta attenzione e valorizzazione; un vero tesoro che si ag­giunge al purtroppo trascurato.

Rossi Mario

patrimonio artistico Umbertidese.

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

ANTONIO CERCIGNANI

Pomarancio

E Conoscere la storia del mio paese ed ap­profondire le notizie sui nostri artisti locali è da tempo una mia passione. Lo è ancora di più quando si fanno conoscenze ed amicizie che consentono scambi di opinioni sull’arte o sul­la Storia dell’Arte come avvenne nel gennaio 1989, quando ebbi l’occasione di conoscere la sig.ra Maria Teresa Frediani durante una ce­na in casa degli amici Ledivelec nell’ex pode­re San Michele.

Conversando tra l’altro dei suoi tempi giova­nili trascorsi a Pomarance durante il periodo bellico nella villa del Palagio, e del suo apprez­zamento per la Mostra Fotografica di 42 dise­gni inediti attribuiti a Niccolò Cercignani, or­ganizzata dall’Associazione Turistica Pro Po­marance, mi disse che anche nella casa pa­terna esisteva un quadro del ‘’Pomarancio”. Questa notizia, che mi avrebbe consentito di documentare un’altra opera dei nostri artisti cinquecenteschi, mi permise di chiedere alla Dott.ssa Frediani ed a suo marito una foto del quadro in loro possesso per poterla pubblica­re sulla nostra rivista “La Comunità di Poma­rance”. Dopo qualche mese mi furono inviate le foto richieste tramite la Sig.ra Maria Lodo­vica Bianchini Modani Ledivelec, che aveva avuto occasione di incontrare la sig.ra Medi­na a Firenze.

Osservando la fotografia, mi accorsi con stu­pore che l’opera posseduta dai Frediani non era nè di Cristofano Roncalli (Pomarancio il Giovane), nè di Niccolò Cercignani (Pomaran­cio il Vecchio), bensì attribuita al figlio di que­st’ultimo, Antonio Cercignani, che intraprese l’arte del padre e ne ereditò lo pseudonimo di “Pomarancio”.

Un appellativo onorevole per la nostra cittadi­na, ma che ha contribuito a determinare note­vole confusione nell’attribuzione di opere ese­guite dai nostri pittori.

Il quadro (dimensioni 40 x 50), o meglio un di­segno a carboncino e sanguigna è sicuramen­te un bozzetto preparatorio per un’opera di no­tevoli dimensioni. Risulta incompleto nella par­te inferiore e nella estremità superiore, eviden­ziata benissimo dalle figure tagliate degli an­gioletti ruotanti sopra la “Madonna in Gloria” sorretta in cielo da due angeli alati. Il tratteg­gio dei panneggi in chiaroscuro evidenzia no­tevolmente la perfetta padronanza del disegno appreso sotto la scuola del padre Niccolò. Sulla cornice del quadro è posta una targhetta me­tallica con la scritta: Cercignani Antonio detto il Pomarancio 1559-1619, ma probabilmente non è esatta nè la data di nascita nè la data di morte, secondo alcune ricerche che ho po­tuto fare all’istituto Germanico di Storia dell’Ar­te di Firenze in questo periodo.(1)

Alcune notizie del quadro inviatemi dalla Dott.ssa Frediani, mi informavano che l’ope­ra era stata donata a suo padre, Giuseppe Fre­diani, dal Principe Camillo Ruspoli (proprieta­rio di una piantagione a Cuba), in occasione di una sua missione come Ispettore dei Fasci Italiani all’estero nel 1939 documentata anche in un interessante libro autobiografico di Giu­seppe Frediani intitolato “La Pace separata di Ciano”.

Antonio Cercignani nacque probabilmente a Città della Pieve, dal matrimonio tra Nicolò Cer­cignani delle Pomarance e Teodora Catalucci, attorno al 1574. La sua data di nascita è cal­colata secondo un documento del 1583, pub­blicato dallo

storico Masetti Zannini, che, citando un pitto­re romano, ricordava che a Roma “… da Piaz­za Colonna all’Arco del Portogallo” abitavano “.. Mastro Niccolaio Circignani pittore, Mon­na Teodora Catalucci et i figli Mario di anni 12, Antonio di anni 9, Giacoma 4 standovi fino al­l’anno 1586.”

Il suo apprendistato fu sicuramente accanto al padre Nicolò; uno dei suoi primi lavori docu­mentati infatti lo vide seguace del padre a soli 15 anni, quando Nicolò ebbe la committenza di dipingere affreschi nella chiesa di Valviscicolo, presso Sermoneta (Prov. di Roma), per i religiosi della Badia nella cappella di San Lo­renzo.

La firma degli artisti, celata per molti anni sot­to la nicchia murata della cappella, riportava infatti questa iscrizione:

‘‘Francesco Fazuoli, Antonio Circignani e Ca­millo Campani         Volterà … Saritrovorno

quando si fece la cappella di San Lorenzo e più quando si dipinse il coro essendo disce­poli di Mastro Niccolaio Circignani, il quale fece tal lavoro, l’anno 1589. tutti secchi dallo stento….”

L’apprendistato con suo genitore fa supporre che egli possa essere venuto nella terra di Ripomarance a dipingere alcune opere commis­sionate al padre a Volterra e Pomarance, tra il 1590 ed il 1593, dato che non vi sono docu­menti che certificano la sua permanenza. Il 1 febbraio 1595 Antonio Cercignani si spo­sò con Donna Amelia Fetti nella chiesa di San Gervaso a Città della Pieve. Nel 1596 nacque la sua prima figlia Lucrezia, successivamente l’altra figlia Margherita. Alla morte del padre Niccolò, Antonio fu dichiarato erede universale di tutti i suoi beni.

«Madonna in gloria» studio di A. Cercignani – Milano: collezione privata Fam. Frediani.

Una delle sue prime opere, documentata dal­le fonti, fu la decorazione ad affresco della cap­pella di Nostra Donna in Santa Maria della Consolazione. Un ciclo decorativo ancora ma­nieristico dove è evidente l’influsso del padre databile attorno ai primi anni del 600.

Un’altra opera di Antonio è quella dell’affresco della volta nel Palazzo Antici Mattei risalente ai primi anni del XVII secolo. In una descrizio­ne dell’affresco sul soffitto è riportato che: “..La volta della prima anticamera dell’appartamento verso Santa Caterina fatte le figure grandi da Antonio Pomaranci e li rabeschi da Prospero Orsi, costò scudi doicento ottanta, non com­presi li stucchi, oro, e li colori, che l’oro costò scudi novantasei, rappresenta il trionfo di Giu­seppe…”

Un’altra sua opera è la serie di affreschi rap­presentanti la vita di Maria eseguiti nel primo decennio del 600, nel presbiterio della cappella di San Aniceto di Palazzo Altemps di Roma. Eseguiti su suoi cartoni sono i due mosaici sul­la facciata del Duomo di Orvieto eseguiti at­torno al 1612: Lo sposalizio di Maria e La Pre­sentazione di Maria.

Del 1614 sono anche alcuni affreschi molto de­teriorati nei portici di Santa Maria Nuova a Fi­renze di cui lo studioso Pollak ha rinvenuto do­cumentazioni storiche. Attorno al 1620 eseguì anche una tela d’altare raffigurante S. Alber­to per la cappella omonima in Santa Maria in Traspontina. In un manoscritto del XVII seco­lo Giulio Mancini scrive di Antonio Cercignani che adesso in Roma è in buona reputazio­ne, havendo fatto la Cappella nella Trasponti­na di buon colorito, e nella Vigna di Gesuiti so­pra Termine…”

Frequenti furono i contatti con l’altro grande Pomarancio (Cristofano Roncalli) da cui dopo la morte del padre ebbe grande insegnamen­to e frequenti rapporti professionali. Alla mor­te infatti di Cristofano Roncalli, egli risulta rac­comandato al cardinale Rivarola in un docu­mento del 3 giugno 1626, perché gli venisse assicurata la continuazione di un’opera lascia­ta incompiuta dal “Cavaliere delle Pomaran­ce”. La redattrice della lettera (Lucrezia Malagotti Vaini) per maggiori chiarimenti allega­va un lungo elenco di lavori già eseguiti da An­tonio come ad esempio quelli della cappella del Palazzo Altemps.

Le opere di questo periodo, risentendo di in­flussi caravaggeschi, denotano particolarmen­te temi cromatici di carattere Roncalliano che evidenziano la sua vicinanza al vecchio pitto­re e che giustificano il suo intervento nella con­tinuazione di un’opera incompiuta.

Una delle sue ultime opere fu un quadro per la Basilica di San Pietro, eseguito tra il 1627 ed il 1629, raffigurante la Consegna delle chiavi che purtroppo è andato perduto.

In quegli anni (25 maggio 1629) risulta sposarsi in seconde nozze con Donna Cristina Garofalini. La sua data di morte è fatta risalire, se­condo il Baglioni, al 1630.

Altre sue opere pittoriche si possono ammira­re a Modena nella Pinacoteca Estense (Crocefissione datata 1620) e nella Chiesa di San Bartolomeo (Deposizione); a Pistoia in Santa Maria delle Grazie; a Reggio Emilia nel Duo­mo (Natività di Nostro Signore); a Rimini nel Tempio Malatestiano (San Carlo); in Umbria a Collescipoli (TR) nella Chiesa di Santa Maria (Madonna con Rosario), a Umbertide (TR) nella Chiesa di San Francesco (Madonna in Gloria tra i 4 Santi).

Altri suoi lavori eseguiti a Roma, benché do­cumentati da fonti storiche, sono andati per­duti, come una Madonna con San Giuseppe per il Cardinal Giustiniani o gli affreschi in San Andrea della Valle distrutti in un rifacimento del 1670 ad opera dell’Architetto Fontana.

NOTE

1) In questa biblioteca, frequentata da studio­si e docenti universitari, sono consultabili an­che le nostre riviste della “Comunità di Poma­rance” che hanno avuto un buon apprezza­mento per il livello qualitativo. L’interesse par­ticolare per la Rivista quadrimestrale ci è sta­to dimostrato qualche tempo fa anche dal Di­rettore della “Bergische Universitat” di Wup­pertal (Germania Occ.) che. avendo consulta­to la nostra “Comunità di Pomarance” nella Biblioteca dell’istituto germanico di Firenze, ha fatto richiesta di tutta la serie completa della rivista per inserirla nella loro Biblioteca di Wup­pertal. Ricordiamo inoltre che le suddette rivi­ste sono consultabili anche nella Biblioteca Guarnacci di Volterra, all’Archivio di Stato di Pisa, all’Archivio di Stato di Firenze e nella Bi­blioteca Comunale di Cecina.

Jader Spinelli

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

TOMBE ETRUSCHE A POMARANCE

Le antiche origini di Pomarance e del suo territorio sono testimoniate da vari re­perti che sono esposti nei più famosi mu­sei toscani. Uno tra questi è sicuramen­te la Stele Etrusca di Larthi Hatarnies col­locata fin dal 1889 nel museo archelogi­co di Firenze.

Reperti di epoca etrusca che negli ultimi tempi sono oggetto di studi e ricerche per la conoscenza del territorio.

Testimonianze del passato che spesso vengono ignorate o sottovalutate dagli en­ti preposti alla loro valorizzazione che non sanno valutare il riscontro, dal punto di vista turistico, che se ne potrebbe deter­minare.

Ne è un esempio la tomba etrusca di via Mascagni a Pomarance che è poco co­nosciuta anche dagli stessi abitanti del luogo e che potrebbe essere un’altra at­trattiva in più per quei turisti stranieri che passano le loro vacanze nei Residence della zona.

Essa è una delle più evidenti, e meglio conservate, testimonianze archeologiche che esistano nel centro storico del paese. Ubicata nei pressi della Chiesa Parroc­chiale di Pomarance è sicuramente uno dei più interessanti “Ipogei” di epoca etru­sca risalente al V-IV secolo a.c. che de­notano le origini antichissime di Pomaran­ce la cui etimologia sarebbe avvallata da esimi studiosi di etruscologia.Testimo­nianza storica che si aggiunge a vari ri­trovamenti (casuali) rinvenuti dai primi dell’ottocento alla metà degli anni ’70 e pubblicati in varie rassegne di archeolo­gia.

La tomba, situata all’interno del garage della Canonica Parrocchiale, è accessi­bile attraverso un’apertura realizzata ne­gli anni ’30 che consentì casualmente di scoprire questa “Tomba a camera” inte­ramente scolpita nel tufo. La notizia della scoperta fu pubblicata dal Giornale Nuovo di Firenze il 19 Ottobre 1934 destando particolare interesse da parte della Sovrintendenza Archeologica di Firenze che ne ignorava l’esistenza. Il sito di questa Tomba fa presumere che nelle immediate vicinanze esistesse una piccola Necropoli; fonti orali tramandate dalla Famiglia Biondi, in particolare dal “Sor Pietro Biondi”, ricordano la scoper­ta, e il rinvenimento di alcuni oggetti du­rante la costruzione del Palazzo Biondi Bartolini in Piazza De Larderei che è con­finante con la canonica parrocchiale di Pomarance

La larghezza delle porte delle celle è di cm. 85. Lo spazio interno di ogni cella tra i “Klinai” è di circa m. 1,85 di lunghezza e m. 1,05 di larghezza.

Interno Tomba Etrusca di Via Mascagni.

La tomba è scavata nel tufo. Un corridoio in direzione est-ovest, largo m. 1,70, lun­go m. 4,23 e alto m. 1,85 divide le due celle del lato nord da quelle del lato sud. Il soffitto del corridoio è a displuvio e ri­produce l’architettura della casa con la travatura (Kolumen) a sezione rettango­lare.

Delle quattro celle della tomba soltanto tre sono visibili; infatti quella a sinistra en­trando, è murata essendovi realizzato, fin dai primi anni dell’ottocento, un pozzo ne­ro per l’abitazione del parroco.

Pianta della tomba sotto la canonica.

Il Dromos (Ingresso Principale) è indivi­duato in direzione dell’orto della canoni­ca ed è stato tamponato in passato con muratura a sacco.

Ogni cella presenta al suo interno tre let­ti (Klinai) scolpiti in tufo, ognuno con il pro­prio cuscino, alti dal suolo circa 70 cm. e larghi circa 60 cm. Le dimensioni delle tre camere sono si mili, ed hanno un’altezza media di m. 1,80.

La camera a destra entrando è quella me­no conservata, infatti è stato demolito uno dei letti che presenta evidenti tracce di piccone e scalpello.

La tomba già profanata nell’antichità non ha restituito alcun reperto ma soltanto al­cuni frammenti ossei che attraverso la prova del carbonio, potrbbero consenti­re di datare più precisamente questo in­teressante ipogeo.

La tomba di via Mascagni, che è inserita anche nella Guida Turistica di Pomaran­ce (edita dalla Associazione pro Poma­rance) in un percorso del centro storico, potrebbe essere maggiormente conosciu­ta se all’esterno fosse indicata da cartelli turistici e nel suo interno fosse realizzato un impianto di illumunazione ottimale co­me è stato fatto per quella di Montecastelli (VI see. a.C), conosciuta volgarmente co­me la “BUCA DELLE FATE”; progetto realizzato dalla Sov. Archeologica di Fi­renze in collaborazione con il Comune di Castelnuovo V.C.

Particolare interesse merita anche l’altra tomba di Pomarance ubicata nella zona di San Piero in prossimità del Podere Santa Barbara vicinissima al Centro so­ciale per anziani.

Si presenta in notevole stato di abbando­no ricoperta da sterpaglie e utilizzata nel corso di questi anni come piccola disca­rica di rifiuti. Essa fu scavata negli anni ’68-70 da alcuni studenti fondatori del Gruppo Archeologico di Pomarance, che avevano individuato il sito su testimonian­ze orali dei vecchi contadini che abitava­no il podere.

Sezione Tomba Etrusca sotto la canonica

Lo scavo, nel ricordo personale di un ra­gazzo di 12 anni che assistette a questa “impresa”, riportò alla luce solo una par­te della tomba che risultava riempita nel passato con pietrame e terra. Fu indivi­duato un klinex e riportato in luce il por­tale di ingresso, il “Dromos” (orientato verso la strada di San Piero) che presen­tava tracce di scale scolpite anchesse nel tufo.

La localizzazione di questa tomba era te­stimoniata da alcuni avvallamenti e da fo­tografie aeree concesse ai giovani appas­sionati che, pur avendo richiesto il per­messo al proprietario Ricci, poco tempo dopo rischiarono la denuncia per violazio­ne di proprietà privata.Lo scopo era an­che allora quello di fare un piccolo mu­seo che conservasse quei pochi, ma pre­gevoli reperti recuperati casualmente.

Ingresso della tomba.

Alcune ricerche personali, intervistando persone che abitarono il Podere di San­ta Barbara, come gli Antoni o i Bartoli, hanno contribuito a far luce su questa tomba e a fornire alcune piccole notizie su come questo sito fu scoperto ancora prima del 1967. Il racconto dettagliato di un anziano com­ponente della famiglia Bartoli, “Bartolo di Colondri”(classe 1909), ha ricordato un episodio che portò infatti negli anni ’20 al­l’individuazione del sito:

“… I nostri vecchi ci raccontavano, sem­pre durante le veglie sotto il focarile, che nella zona ci doveva essere una gallina dalle uova d’oro o un piccolo tesoro na­scosto chissà dove.

Questa affascinante prospettiva mi par­ve fosse capitata quando con mio fratel­lo un giorno decidemmo, credo attorno al 1924, di sradicare un ciocco di pino so­pra la strada di San Piero, proprio dietro alla capanna di Santa Barbara, che era stato tagliato da tempo.

Mentre iniziammo a tagliare le radici di questo tronco d’albero ci fu improvvisa­mente vicino ai nostri piedi uno sprofon­damento del terreno; lo stupore fu gran­de, ci guardammo e pensammo: Abbia­mo trovato il tesoro!!

Cominciammo a scavare e vedevamo una volta scavata nel tufo, per buona metà ri­coperta di terra.

Durante lo scavo non furono trovati og­getti o frammenti di ceramica. Fu rinve­nuto solamente, visto che noi assisteva­mo a questa impresa a fianco degli “esperti”, un oggetto di vetro finissimo, che dicevano essere un lacrimatoio e al­cune monete, non di epoca etrusca, co­me raccontava il Sor Pietro Biondi, ma del periodo dei Barbarossa”.

Dopo qualche tempo la buca fu ricoperta e spianato tutto il terreno. Nonostante non avessimo trovato niente nel luogo, le au­torità sospettavano che avessimo trafu­gato qualche oggetto, ma noi non trovam­mo assolutamente niente”.

Ubicazione della tomba di S. Barbara

Sono passati ormai tanti anni dal primo ri­trovamento, e non mi risulta che fosse stato fatto alcun rilievo della tomba o pubblica­zione alcuna. Chissà se di quel periodo esi­steranno delle foto che documentano per lo meno il ritrovamento; ma la cosa che più mi incuriosisce è sapere dove sono andati a finire quegli oggetti descritti dal Bartoli. Un quesito che potrebbe risolversi tra le carte di un grande cultore di storia antica di Pomarance, il Dott. P.G. Biondi che ha scritto molte cose sulla nostra zona, e che ha salvato, pur senza critiche, molte delle testimonianze architettoniche mediovali presenti sul nostro territorio. La tomba, oggi nel terreno di proprietà co­munale potrebbe in qualche modo esse­re salvaguardata dal degrado soltanto con un po’ di impegno e buona volontà in modo da essere anchessa uno stru­mento didattico per le scuole e non di me­no una curiosità in più per quei turisti stra­nieri che visiteranno la nostre località.

Jader Spinelli

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

LO SCAVO ARCHEOLOGICO A SAN MARIO

L’ARCHEOLOGIA è la scienza che ricerca, raccoglie e studia i prodotti e le manifestazioni concrete dell’antichi­tà, al fine di documentare e ricostruire storicamente il passato.

A partire dalle prime forme di vita, le azioni umane si sono intrecciate e so­vrapposte continuamente lasciando tracce riconoscibili nel terreno.

Come la vita si trasformi per l’abban­dono e finisca sotto terra è una delle cu­riosità principali dell’archeologo. Le co­struzioni sono fatte di apporti e sottra­zioni di materiali che si succedono pe­riodicamente nel tempo, interferendo gli uni con gli altri entro una stessa por­zione di spazio.

Le costruzioni poi vengono sepolte e immobilizzate nel terreno. A volte fini­scono sotto terra quasi intatte (come Pompei dopo l’eruzione) altre volte su­biscono gradi diversi di sconvolgimen­to, fino a divenire difficilmente com­prensibili o anche a perdersi del tutto. Ciò accade quando l’edificio viene ab­bandonato e esposto all’atmosfera. Qui avviene la transizione dalla fase di co­struzione a quella di deposizione.

Le costruzioni poi vengono sepolte e immobilizzate nel terreno. A volte fini­scono sotto terra quasi intatte (come Pompei dopo l’eruzione) altre volte su­biscono gradi diversi di sconvolgimen­to, fino a divenire difficilmenté com­prensibili o anche a perdersi del tutto. Ciò accade quando l’edificio viene ab­bandonato e esposto all’atmosfera. Qui avviene la transizione dalla fase di co­struzione a quella di deposizione.

Primo compito dello scavatore è quel­lo di stabilire la SEQUENZA DELLE AZIONI E DELLE ATTIVITÀ NATURA­LI E UMANE, accumulatesi nella STRATIFICAZIONE entro un determi­nato spazio e tempo, prima singolar­mente distinte, poi messe in relazione tra loro. Saranno poi i REPERTI con­tenuti negli strati a permettere di pas­sare dal tempo RELATIVO al tempo ASSOLUTO. Due strati uno sopra l’al­tro implicano che quello superiore si sia formato dopo quello sottostante, e ciò permane vero anche se la ceramica in essi contenuta indicasse il contrario. Chiarita e periodizzata la SEQUENZA STRATIGRAFICA possono finalmente emergere gli AVVENIMENTI, e così la STORIA.

L’indagine archeologica deve procede­re quindi applicando il METODO DI SCAVO STRATIGRAFICO. Andranno cioè riconosciute tutte le AZIONI MINI­ME riscontrabili (Muri, fosse, strati di terra o comunque di andamento oriz­zontale) e rimosse una dopo l’altra nel­l’ordine esattamente inverso a quello che ne ha provocato l’accumulo. Que­ste azioni sono chiamate UNITÀ STRATIGRAFICHE.

Dopo aver identificato e numerato le unità stratigrafiche e averne stabilito le

relazioni reciproche occorre descriver­le. La descrizione è accolta in SCHE­DE prestabilite in cui sono previsti i lem­mi da riempire e poi da completare e controllare, dopo aver documentato graficamente l’unità con una PIANTA QUOTATA (OVERLAY) e dopo averla scavata.

Tutte le unità riconosciute e documen­tate nel corso dell’indagine stratigrafi­ca vanno poi ricomposte in un modello che restituisca il senso dell’unità origi­naria. Senza ricostruzioni ci si perde­rebbe nella miriade delle unità stratigra­fiche. La rappresentazione globale del­la stratigrafia viene allora realizzata gra­zie al DIAGRAMMA STRATIGRAFICO (MATRIX).

Nel diagramma figurano tutte le unità stratigrafiche ridotte in numeri e le re­lazioni essenziali che esse stabilisco­no fra loro sono rese nella forma delle linee di collegamento fra i numeri. Ta­le diagramma assomiglia a un albero genealogico in cui le dimensioni reali sono ridotte ai semplici RAPPORTI CRONOLOGICI del “prima e del poi”.

Gli insediamenti “minori” Problematiche storiche e impostazione della ricerca

Il colle volterrano risulta stabilmente abitato almeno dal IX secolo a.C.

Fin da questo momento Volterra si tro­va a controllare una vastissima zona, più grande di qualsiasi altro territorio amministrato dagli altri centri villanovia­ni e etruschi a noi noti, esteso tra la co­sta tirrenica, la valle del fiume Cornia, l’alta valle del Cecina, la valle dell’El­sa, l’alta valle dell’Era e il bacino del fiume Fine.

Nei secoli l’insediamento umano si è concentrato lungo il corso del Cecina e dei suoi affluenti, naturali vie di pe­netrazione dalla costa verso l’interno, nei pressi dei giacimenti metalliferi e nei luoghi contraddistinti da un sotto­suolo fertile e stabile.

Ma di questo capillare tessuto insediativo che doveva caratterizzare l’intero territorio volterrano, e in particolare la Val di Cecina, conosciamo in maniera più approfondita quasi esclusivamente le necropoli. Quasi sempre fortuitamen­te, sono state rinvenute tombe che co­prono l’intero arco della storia volterra­na dall’epoca villanoviana, alla roma­nizzazione compiuta nel corso del I se­colo a.C., fino all’epoca imperiale. Raramente però da questo tipo di siti è possibile ricavare l’esatta collocazio­ne e le caratteristiche principali delle aree abitate.

Quale era l’attività economica in esso praticata (agricoltura?, sfruttamento mi­nerario?, attività commerciali?) e qua­le il livello sociale degli abitanti della campagna?

È possibile riconoscere particolari so­luzioni di continuità nell’occupazione e nello sfruttamento di questi territori nel­l’antichità, oppure con il passare dei se­coli e con l’assorbimento dell’Etruria nell’orbita romana la situazione nelle campagne non è sostanzialmente mu­tata?

Per rispondere a questa serie di inter­rogativi abbiamo scelto, tra i siti rinve­nuti nel corso della ricognizione topo­grafica, quello che corrispondesse ai seguenti requisiti: Per la raccolta dei dati riguardo un in­sediamento antico è fondamentale una buona conservazione del “Deposito Ar­cheologico”. Arature non profonde e un terreno stabile, non soggetto a fenome­ni erosivi di qualsiasi tipo sono fattori determinanti nella scelta del contesto da indagare.

Maggiori saranno poi le informazioni se la fraquentazione umana nello stesso luogo si è protratta per molto tempo. Una sequenza stratigrafica permette in­fatti di ricostruire una storia tanto più lunga e complessa quanti più periodi siano in essa rappresentati.

Abbiamo così scelto il sito che, sulla ba­se dei materiali raccolti in superficie, sembrava caratterizzato da un’OCCUPAZIONE STABILE iniziata almeno nel periodo ellenistico (IV see. a.C.) e du­rata fino alla tarda età imperiale (IV-V secolo d.C.). Ma il motivo di maggiore interesse ri­guardo il nostro sito risiede nel fatto che esso presenta caratteristiche comuni ad una numerosa serie di altri insedia­menti, tutti concentrati sulle antiche ter­razze fluviali, disposte lungo i corsi d’acqua principali. La storia del Pode­re S. Mario potrebbe così rappresenta­re un episodio di un più vasto fenome­no di occupazione, stabile e seleziona­ta, diffusa nel territorio volterrano tra la città antica e il mare, di cui non si ave­va fino ad oggi notizia.

Area di scavo presso S. Mario

PODERE S. MARIO

Un insediamento rurale nel territorio di Volterra

Podere San Mario si trova sulla spon­da sinistra del Cecina, presso il ponte lungo la strada provinciale che unisce Pomarance con Saline di Volterra.

Le prime ricognizioni, compiute nell’au­tunno del 1988, portarono alla scoper­ta delle tracce di una diffusa occupa­zione del pianoro, rappresentate da di­verse concentrazioni di materiale edi­lizio e ceramico (le Unità Topografiche). Al fine di realizzare il primo sondaggio in un settore del sito dove fosse ipotiz­zabile la presenza di un numero consi­derevole di evidenze monumentali e stratigrafiche, l’indagine è stata prece­duta da una serie di operazioni che consentissero una migliore compren­sione e interpretazione dei dati emersi nel corso della ricognizione topografica.

  1. Una serie di CAROTAGGI MANUA­LI hanno permesso di ricostruire due sezioni con andamento NESO che il­lustrassero la stratificazione presente sull’antica terrazza fluviale interessata dall’insediamento: un cospicuo depo­sito archeologico che raggiunge lo spessore di ca.m. 1,10 si trova al di sot­to di uno strato disturbato dalle aratu­re periodiche spesso ca.m. 0,50.
  2. Su tutta l’area (mq. 2140 ca.) della più estesa delle tre Unità Topografiche che rappresentano i resti visibili dell’in­sediamento è stata realizzata una qua­drettatura con quadrati di m. 2,5 di la­to. Tutti i reperti presenti in ogni qua­drato sono stati raccolti per determinare l’ESATTA DENSITÀ DEL MATERIALE SUL TERRENO, espressa attraverso il peso delle singole classi – materiali edi­lizi, ceramica, dolii, anfore – in rappor­to alla superficie occupata. I risultati sono stato diversi a seconda delle classi prese in esame: più rappre­sentati, con valori massimi concentrati lungo il limite settentrionale e in una fa­scia centrale ma con valori massimi coincidenti con quelli dei laterizi; me­no rappresentati invece DOLII e anfo­re, concentrati in due insiemi principa­li al centro dell’area e in prossimità del limite Nord.
  3. è stata infine compiuta un’indagine di resistività al fine di rilevare possibili anomalie derivanti da concentrazioni di materiali edilizi, o addirittura resti di strutture. Queste si addensavano tutte lungo il li­mite settentrionale in prossimità della macchia che delimita a Nord il podere. Dopo un primo sondaggio (mq. 29 ca.) realizzato nell’autunno del 1991 sulla base delle indicazioni ricavate dalle operazioni precedentemente descritte, è iniziato lo scorso anno lo scavo in estenzione.

La prima campagna di lavori appena conclusa, ha consentito di individuare i resti di un edificio, alcune piccole strut­ture a caratte precario situate, proba­bilmente all’aperto, attorno all’edificio principale, e alcuni livelli che attestano la frequentazione del sito anche dopo la distruzione dell’edificio principale.

I resti più antichi relativi probabilmen­te alla prima fase di vita dell’insedia­mento sono rappresentati da un solo muro. La muratura è realizzata con pie­tre di fiume, messe in posa senza nes­sun legante, conservate per un’altez­za di circa tre filari sovrapposti.

Lo scavo non ha ancora raggiunto gli strati più profondi relativi alla fondazio­ne, e la sua cronologia non può anco­ra essere stabilita con certezza. Ma i re­perti più antichi raccolti negli strati su­periori (bucchero, frammenti di impa­sto) testimoniano una frequentazione dell’area a partire almeno dall’inizio del V secolo a.C.

Tra la fine del I secolo a.C. e la prima metà del I secolo d.C., l’edificio subi­sce una profonda ristrutturazione. So­no riconoscibili ora almeno tre ambienti rettangolari allineati lungo i loro lati lun­ghi, con orientamento N-S.

A questo periodo vanno attribuite la co­struzione di un piccolo forno e di una piccola struttura circolare (una capan­na? una ulteriore zona da fuoco?) Le pareti, di cui sono conservate le fon­dazioni sempre in ciottoli di fiume, era­no realizzate in argilla cruda e pressa­ta, che disfacendosi con il passare del tempo, hanno formato degli spessi stra­ti argillosi che riempono gli ambienti. Non abbiamo finora rinvenuto fram­menti di intonaco, ne di particolari tipi di pavimentazioni.

Il tetto era costituito da grandi tegole rettangolari con i bordi rialzati, a cui ve­nivano sovrapposti degli embrici, sor­rette da una intelaiatura lignea, di cui però non è rimasta traccia.

Tra la ceramica colpisce la quantità di classi grezze. Alta la percentuale di IM­PASTO, CERAMICA COMUNE, DOLII e ANFORE. Non manca comunque la ceramica fine, rappresentata in questa epoca dalla caratteristica SIGILLATA ALICA, e oggetti in bronzo dalla buo­na qualità.

L’area di scavo presso il podere S. Mario.

In epoca imperiale avanzata un’ulterio­re ristrutturazione interessa il nostro edificio. Trovandosi ad una profondità minore rispetto agli altri, i muri di que­sta fase risultano danneggiati dall’azio­ne dell’aratro. ‘

La pianta dell’edificio non dovrebbe es­sere sostanzialmente mutata, visto che le nuove pareti sembrano rispettare gli orientamenti e, in un caso almeno, il percorso dei muri più antichi. Anche in questa fase non sembrerebbe essere stato usato intonaco per decorare l’e­levato dei muri, mentre negli strati che segnano l’abbandono dell’edificio, so­no state recuperate delle tessere di pie­tra, lavorate e lisciate, che costituiva­no parte del pavimento degli ambienti. Nell’uso della ceramica non si registra­no importanti cambiamenti. Continua­no tutte le classi grezze e comuni, men­tre la ceramica fine è ora rappresenta­ta dalla Sigillata Chiara, una ceramica dalla vernice arancione, prodotta prin­cipalmente nelle officine africane del­l’impero.

Archeologhe durante gli scavi.

Dopo l’abbandono dell’edificio (non so­no stati finora rilevati segni di distruzio­ne violenta) la frequentazione del sito non cessa comunque del tutto.

Una serie di colluvi di matrice argillo­sa, provenienti dalle colline che delimi­tano ad Ovest la terrazza fluviale rico­prono gradualmente tutte le strutture precedentemente esistite. Tra i reperti provenienti da questi livelli sono da se­gnalare parti di brocche databili tra il periodo longobardo e l’età basso me­dioevale.

Dott. Paolo Carata

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

IL “CASTRUM DE RIPAMARRANCIA” NEL MEDIOEVO

APPUNTI DA UNA RICERCA IN CORSO a cura di A. Augenti

Nel quadro delle indagini che interes­sano la vallata del Cecina, condotte a partire dal 1987 dalle Università di Pisa e di Roma, lo studio del castello di Po­marance riveste un particolare interes­se, vista l’importanza del centro in tale ambito geografico.

Il ruolo di primo piano svolto da Poma­rance – seconda solo a Volterra per gran­dezza – traspare infatti anche ad un primo esame sia dalle fonti materiali che da quelle scritte finora conosciute. Occorre ricordare ad esempio come il castello figuri al primo posto in entrambe le“lire”del 1288edel 1297,degli elenchi di centri della zona in cui è riportato l’ammontare delle tasse dovute al Co­mune di Volterrani )

Per quanto riguarda il primo aspetto ci­tato, quello materiale, va sottolineato come Pomarance sia uno dei pochi abi­tati della Val di Cecina che conservi ancora alcuni edifici medioevali quasi integri; su questi è in corso una campa­gna di documentazione, che prevede rilievi, campionatura delle strutture mu­rarie e redazione di una pianta archeolo­gica, e che confluirà in un lavoro analiti­co sull’intero castello.

La porta al peso o orcolina (1975)

A proposito invece del secondo settore di ricerca, una ricca serie documentaria che parte dal XV secolo è conservata nell’Archivio di Pomarance, e di questa si è già efficacemente servito Jader Spi­nelli sulle pagine di questa rivista per ricostruire alcuni aspetti della topografia e della storia della città.

Per aggiungere nuove informazioni a quanto è già stato acquisito ed eventual­mente risalire più indietro nel tempo, l’indagine si sta ora indirizzando anche verso altri “bacini” della documentazio­ne storica, principalmente gli archivi di Volterra e Firenze, dove sono conserva­ti numerosi testi che riguardano Poma­rance.

Proprio da queste prime ricognizioni ar­chivistiche provengono alcuni dati, che si è ritenuto utile presentare – in via preliminare – in questa sede. Sono noti­zie che riguardano soprattutto la topo­grafia di Pomarance, e, in misura mino­re, la vita materiale all’interno – e al­l’esterno – del castello tra XIII e XV secolo.

1. La filza S.1 conservata all’Archivio Comunale di Volterra è uno dei più im­portanti testi a nostra disposizione per ricostruire l’assetto e le condizioni dei castelli della Val di Cecina nel corso del Medioevo. Comprende le copie di una serie di documenti che riguardano so­prattutto compravendite di immobili (ma anche altro) nelle quali è coinvolto il Comune di Volterra.

Si tratta di una raccolta di carte molto sfruttata dal grande storico volterrano Enrico Fiumi, che riveste ancora oggi un’enorme importanza per il ricercatore interessato ai problemi di questo territo­rio.

Nella filza sono raccolti alcuni atti rogati a Pomarance.

Uno di questi, in particolare, consente di ampliare la nostra conoscenza su alcuni luoghi del “ castrum de Ripomarancia “. Vediamolo insieme.

Nel 1252 un certo Bonaccorso di Rigepto, assieme ad Inghiramo di Buonaccorso, vende al Comune di Volterra “tria integra spatia posite in castro de Ripo­marancia (sic)”. In uno di questi era posto lo ” edificium domus Franceschi Guercij et est positum nel Petriccio, cui ab uno latere via pubblica, ab alio est domus lunte de Spartacciano, retro est murus castellanus, ante est dicti Fran­ceschi.

Secundum spatium estpositum in Plano castri Ripomarancie super quod est edi­ficium domus Bonacursi Guergij cui ante est via, retro est filiorum quondam Mar­tini Castaldi, ab uno latere est domus lanceti filij Guitti, ab alio est domus Romee quondam Biumchaldi.

Terzium spatium est positum in burgo Sancti Angeli super quod est hedificium domus filiorum quondam Tabnarij, cui ab uno latere est filiorum quondam Poronciacti et filiorum quondam Luchesi ropoli, ab alio est filiorum quondam dicti Luchesi, ante est via pubblica, retro tenent filiorum quondam Stephani Morchecti, et signi alii sunt fines “.(2) Attraverso queste indicazioni veniamo a sapere innanzitutto che il toponimo “Pe­triccio” ( la zona a ridosso della porta Volterrana, compresa nella cinta del XIV secolo), finora noto solamente a partire dal XV secolo (3), è sicuramente più antico, e va dunque retrodatato almeno al XIII .

Altrettanto si può dire per il toponimo “Plano castri”, attestato per la prima vol­ta in questo documento. Se la localizzazione precisa dei posse­dimenti privati menzionati nel documen­to risulta un lavoro estremamente diffici­le, bisogna d’altro canto rilevare un altro elemento che emerge dal testo: l’esi­stenza di un “ burgo Sancti Angeli”. Tale agglomerato era probabilmente posto nella zona est del castello di Pomaran­ce, dove era collocata la “ecclesia S.Angeli Michaelis attestata fin dai primi decenni del XIII secolo (4).

“Il Marzocco” (1978).

Inoltre a conferma ed integrazione di quanto detto fin qui, un altro atto riporta la vendita di “duam petia terre seu casalinum seu casalinum cum cellario posito super dicto chasalino positum in castro Ripomarancie in Petriccio”. Tra i confini della proprietà, sul primo lato, è la “ via pubblica sive cursus maiori”. Veniamo così a conoscenza del nome della stra­da principale di Pomarance nel XIII se­colo (5).

2. Alcuni statuti di Pomarance sono con­servati invece all’archivio di Stato di Firen­ze, e fanno parte del fondo Statuti comu­nità “autonome e soggette”(6).

Il volume è composto di più quaderni con rilegatura moderna in cartone; mis; 31 (h) x 23,5 (I). I quaderni sono tutti in carta tranne l’ultimo, scritto a pergamena.

La prima redazione risale al 1476 ed è seguita da numerose conferme che la rendono valida fino al 1492; esiste poi una redazione del 1474, con conferme e aggiornamenti fino al 1507, ed una del 1482, aggiornata fino al 1322. La raccol­ta è chiusa dalla redazione del 1475, la migliore, in pergamena con rubriche in rosso ed alcune iniziali miniate. Tutte le redazioni sono divise in tre libri,ognuno articolato in più rubriche. Il volume in tutto è composto di 243 fogli.

Vediamo innanzitutto una rubrica conte­nuta nel Libro I, XXXI:

‘‘Come si intendino i terzi di Ripomarancio”

“Item providono et ordinorono decti sta­tutari] che e terzierij del castello di Ripomarancio s’intendino in questo modo cioè’ el terzo di Petriccio s’intenda cosi’ dalla porta volterrana in fino al chiasso di Piero del Buza avento del castello et nel borgho infino al chiasso della castella del gelso in verso alla porta volterrana s’intenda el terzo di Petriccio. El terzo del piano d’intenda dal dicto chiasso di Piero del Buza et chiasso della castella del gelso in la come tiene la piaza et la via che va dalla piaza alla porta al peso et nel borgo in fino a dieta porta s’intenda el terzo del Piano.

El terzo del borgho sia come tiene la casa del vicario inverso el cassero et la porta del peso in verso la chiesa del sancto tutto s’intenda nel terzo di borgho “(7).

Come si noterà, a parte i caposaldi la cui localizzazione è ancora ignota (chiasso di Pietro del Buza, chiasso della castella del Gelso), la divisione corrisponde alla ricostruzione proposta su questa rivista da J. Spinelli, sulla quale non ritorno per motivi di spazio (8).

Altrove è poi nominato un “ palagio dove si raduna il consiglio”, ovvero il Palazzo Comunale (9). E ancora: “Che non sia nessuna persona (…) che aderisca ov­vero presumma andare in sul tetto della casa del comune, ne alchuna altra casa o bottega d’alcheduna privata persona senza licentiadel padrone o signore”(10).

Per quanto riguarda invece alcuni aspetti dell’economia del castello nel corso del XV secolo, è particolarmente interessante la rubrica “Della pana di chi desse danno con bestie e oche”, che ci mostra quali animali erano allevati nella corte del ca­stello: porci, pecore, asini, capre, buoi, bufali. Nello stesso statuto sono elencate anche le principali colture del contado: grano, biada, zafferano (11), vite; non manca un accenno anche alle ghiande (12).

Sempre a proposito delle restrizioni per chi possedeva bestiame si segnala il capitolo “ Della pena di chi mena bestie a bere o guazare nel pelagho della for­nace”, dove si stabilisce che nessuno può portare bestie di nessuna grandez­za “nelli pelaghi o alchuni dessi della fornace dove si fanno e mattoni ettegholi”.(13)

Va inoltre sottolineato come anche a Pomarance – come in altri castelli della zona, tra cui Montecerboli, Montecastelli, Sillano – è ricompensato chi prende lupi nella corte del castello: “Considera­to gli infiniti danni che fanno i lupi in questi paesi”. (14)

Circa l’agricoltura, il Comune favorisce inoltre la coltivazione di alberi da frutto, sottoponendo a sanzioni chi non ne pianti 4 ogni anno (libro III, rubrica 14 ).

Gli abitanti del castello hanno poi l’obbli­go di macinare il grano presso i mulini di proprietà del Comune, pena sanzioni pecunarie.(15).

Da alcune rubriche contenute negli sta­tuti veniamo poi a contatto con una indu­stria molto attiva a Pomarance nel corso del Medioevo; quella della manifattura tessile. È il caso del capitolo “Della pena di chi tende panni o secca fichi o altro in sulle mura castellane”, con cui si dispo­ne “Che non sia alchuna persona (…) che aderisca o presuma tendere in sulle mura del castello de Ripomarancia al­chuna generatione di panni ne lini ne lani ne altre chose ne porre fichi o altre frutta asecchire” (16).O ancora :”Della pena di chi fa pannicelli et altri panni di colore di mancho di 24 paiuole e panni albagi di 21 paiuole et non si possano fare con­cintoli di lana”,(III, 35). (17)

Nel castello si possono quindi produrre panni, ma il minimo permesso è di 24 paiuole nel caso di panni colorati e 21 nel caso di panni albagi; sono menzio­nati maestri orditori e tessitori, ai quali viene commiata una pena differente nel caso che contravvengano alle disposi­zioni (rispettivamente 2 e 3 lire).

Infine gli ultimi due passi che si presen­tano riguardano la topografia delle im­mediate vicinanze del castello di Poma­rance. Dalla rubrica “ Dell’ufficio de vaiai et loro autorità “ veniamo a conoscere le strade che servono il castello e la sua corte: “ due (uomini) per la via Volterrana et per la via di Chatarello, due per la via di Doccia et per la via di San Piero, due per laviadella Leccia et la via de Poggiargli, due per la via del Piano delle Lame et via di Percussoio, et due per la via Dell’erbaia et via della Petraia.”(18)

Castello delle “Ripomarance” nel XVI secolo

LEGENDA

1 …… Porta Volterrana.
2 …… Porta Massetana o Orciolina.
3 …… Porta a Cassolle.
4 …… Porta alla Pieve.
5 …… Porta Nuova.
6 …… Porta al Peso.
7 …… Pieve di S.Giovanni Battista.
8 …… Cancelleria.
9 …… Chiesa e ospedale di S.Michele.
10 …. Bargello.
11 …. Podesteria.
12 …. Carceri.

Interessanti informazioni sono quindi offerte nel capitolo “De confini della ban­dita di comune e delle pene delle bestie che entreranno in epsa bandita, excepto quelle de beccai”(cioè i macellai). In questa parte vengono delineati i confini della bandita: “Incominciando inprima all’apparita di monte Orsi dove sono le forche per dirictura alla fonte a Ciena (19). Et da decta fonte a Ciena a dirittura al poggio al Brieve. Et dal poggio al Brieve come va la via in sino alla fonte di San Piero, et dalla fonte di San Piero adirittura alla casa di madonna Giovan­na di Rasinello. Et da dieta casa di Ma­donna Giovanna di Rasinello a dirictura al ghuado a Peghola. Et dal guado a Pegola diritto al poggio alle Ripaie ritto alla sancta Maria al piano delle Lame. Et dalla sancta Maria al piano delle Lame come va la via al poggio di Chard età ritto alla casa dei poveri per dirittura insino alla fonte Alucholi. Et dalla fonte Allucholi ritto al mulinacelo dell’Albiaia insi­no al ghuado a Catarello et dal ghuado a Cattarello a dirittura insino all’apparita del poggio di Montorsi. Et questi si inten­di no essere e confini della bandita di detto comune”.

Rilievo della “Porta a Casolle”. Autori: A. Augenti, Laura Ruggieri, Giuseppe Roma­gnoli

Si tratta quindi di un testo ricco di topo­nimi interessanti, ed è in corso proprio a questo proposito un riscontro sulla topo­nomastica d’età moderna. Ma il dossier sulle zone circostanti il castello deve essere ancora integrato con ulteriori fonti archivistiche e nuovi dati archeologici, nel tentativo di ricostruire l’assetto e le vicende di uno dei castelli più importanti della Val di Cecina.

Andrea Augenti

  • I vi ,c 23. Il documento risale al gennaio del 1247.
  • ASF. Statuti delle comunità’ autonome e soggette (1162-1779),n. 718.
  • lvi,f.19,r.
  • J.SPINELLI, Le porte … cit. ,p.ll.
  • ASF. Statuti cit. ,f.2O6 (Statuti del 1475)
  • Ivi, II. 27 ;f.34. v.
  • ) Lo zafferano era una delle voci più im­portanti dell’economia del volterrano e della vicina Val d’Elsa; cif. E.FIUMI, VolterraeSan Gimignano nel Medioevo, San Gimignano 1938, p.114
  • ASF, Statuti . cit. Ili, 5;ff.28-29,r.
  • Ivi, III, 30; f.35,r.
  • lvi,l, 27;ff.16 v.-17
  • Ivi,111,15. Non è specificato il numero dei mulini comunali, ma in una redazione piu’ tarda (1502) ne è menzionato uno solo, assieme ad una frantoio
  • Ivi, III, 10 ;f.31.v.
  • La “paiuola” equivaleva a 40 fila : cfr.C.CUCINI.Radicondoli. Storia e Archeo­logia di un comune senese, Roma 1990,p. 317.
  • ASF, Statuti cit. , I.9; f.10.r.
  • Ivi, III, 6; ff.29 v.-30,r.

Il toponimo Ciena è sicuramente più antico: si ritrova in un inventario dei beni scritto da Filippo Beiforti nel 1340: “item uno pezzo di terra posto ne confini di Ripomarancia del distrecto di Volterra in luogo decto a Ciena”. (BGV.ms 8469,c.2)

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

“C’ERA UNA VOLTA UN SOMARO”

Epoca moderna, parole nuove, espres­sioni inglesi, pubblicità (su televisione, con volantinaggio, con manifesti), istruzio­ne, informazione, viaggi, ma quanto civi­smo?

Circa settanta anni fa si costituiva a Po­marance, per volontà del proprietario ter­riero Cav. Emilio bicocchi (allora Sinda­co del nostro Comune), il punto di scari­co dei rifiuti. Nei presi dell’allora podere Ortolano, di proprietà Bicocchi, si costruì il ptimo immondezzaio, e sempre per suo conto fu costruito il mezzo adatto alla rac­colta ed al trasporto dei materiali da but­tare. Lo Spazzino, con lettera maiuscola, poi netturbino, oggi operatore ecologico, con coscenza, una granata di scopa ed una paletta, riusciva a tener pulite le strade la­stricate del nostro Pomarance.

Era “MIZIO” (Salvadori Domizio), figura simpatica e allegra, che ogni mattina con la sua stridula trombetta richiamava le donne di casa per vuotare il secchio con i pochi resti del modesto pasto giornalie­ro (molto più voluminoso nel periodo dei baccelli), nel carretto di legno trainato dal ciuchino (Beppe) che con pazienza, da somaro, si fermava un passo si ed un pas­so no.

Per anni questo ciuchino continuò a gira­re in lungo ed in largo il nostro paese e, prima con Mizio e poi con “BEPPE” (Ba­iatri Giuseppe) portava tutti i nostri mise­ri avanzi all’Ortolano.

Lo spazzino Giuseppe Baiatri con il carretto per la raccolta dei rifiuti urbani trainato dal ciuchino detto “Beppe”.

Ogni anno nel periodo della semina que­sta raccolta veniva rimossa dagli operai della Fattoria Bicocchi (era questo il suo ricavato e pago) e cosparsa prima dell’a­ratura nei campi di sua proprietà.

Passò la guerra, il fronte, il Tedesco e l’Americano, anche Beppe morì, il ciuchino scomparve e fu sostituito da un moto­carro. Il fronte aveva lasciato i primi rifiuti non degradabili: “la plastica”, grande ritrova­to, ma come ogni medaglia anche questa con il suo rovescio, era indistruttibile. I vi­stosi e multicolori oggetti cosparsi ogni dove in forme diverse emergono dapper­tutto ora galleggianti ora volanti. Tutti la vediamo, ogni giorno, tutti ne diciamo ma­le, ma purtroppo non rinunciamo ad ab­bandonare a se stesse queste borsine pie­ne di ogni ciocchessia, lungo i fossati, sul ciglio della strada, o nei boschetti, ed an­cora più ben in vista agli ingressi del paese.

Automezzo del comune per la nettezza urbana di Pomarance

I nostri amministratori, “CON I NOSTRI SOLDI”, hanno acquistato sia i conteni­tori per i punti di raccolta, sia i mezzi di trasporto atti al recupero di tutto ciò di cui vogliamo disfarci, tuttavia sembra che ciò non sia ancora sufficiente.

Non è questo l’articolo che riuscirà a con­vincere o ad insegnarci cosa dovremmo fare,ma speriamo che insieme a tutti gli altri ammonimenti, e “CON UN RAGLIO DI SOMARO” serva alla civiltà di oggi, di­modoché il turista sia straniero che italia­no, possa avere buona impressione sulla nostra civiltà.

Giorgio

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

LA CROCE DEL BIBBIANI

Circa un anno fa, tramite il libro “IL FORMICAIO” edito da “IL GABBIA­NO” di Livorno, conoscemmo attraver­so i suoi racconti la signora Vittorina Bibbiani in Salvestrini e la sua famiglia. Erano andati via da Pomarance duran­te gli anni venti e, meno che gli intimi, nessuno aveva più avuto rapporti con loro. La famiglia Bibbiani, di pura raz­za contadina, di quei contadini cresciuti con la zappa in mano e senza arnesi meccanici, era vissuta al podere “FOR­MICAIO” sito ad un chilometro dal pae­se lungo la provinciale per Larderello. I Bibbiani con tanto sudore ed altrettan­ta volontà riuscivano a malapena a far fruttare il sassoso terreno, e dai raccon­ti del libro si può ben comprendere qua­li siano stati i sacrifici per far sì che da un piccolo poderetto potessero uscirne, non uno, ma due diplomati. Giustamen­te Aurelio, il fratello della scrittrice, Ra­gioniere e Perito commerciale, mi ha posto in evidenza un interessante arti­colo uscito su La Nazione ad opera di Marzio Barbagli, docente di Sociologia all’università di Bologna. In esso si ri­marca che in quegli anni soltanto lo 0,4% dei contadini riusciva a persegui­re un diploma, un numero esiguo, co­me si può notare, ma fra questi vi era anche quello di Aurelio, che poi, per suo merito, aggiungeva anche quello della sorella Vittorina con il diploma di Maestra Elementare. Una rarità po­tremmo definirla, tanto più da apprez­zare in quanto questi due pomarancini hanno, come si suol dire, tirato fuori frutti proprio dalla zolla.

lo personalmente ho conosciuto questi signori nell’occasione della presenta­zione del libro “IL FORMICAIO” a Rosignano Marittimo il 18 ottobre 1987, tuttavia erano ancora sconosciuti alla maggior parte dei pomarancini e soltan­to con la divulgazione di questo libro essi si sono resi noti ed apprezzati. Ma la signora Bibbiani, in una visita al paese natio, espresse il desiderio di ri­vedere il vecchio podere ed in compa­gnia della sua amica Emma, si recò al Formicaio. Con gran meraviglia consta­tò che la Croce, la famosa Croce, men­zionata nei suoi racconti, non era più al suo posto, non indicava più il vialet­to che conduceva al suo podere. Ne fu rammaricata, e lì per lì, si propose di far tutto il possibile per ricollocare questo segno di cristianità in loco. Carta, pen­na e destrezza nello scrivere, si mise subito all’opera e, prima al Parroco, poi al Vescovo, all’ANAS (visto che oggi la strada non è più Provinciale ma è la Statale 439 SARZANESE VALDERA), poi alle autorità, al proprietario del ter­reno (oggi Fedeli). Un’infinità di lette­re, che messe insieme cominciavano a concretizzare il suo sogno. Anch’io ne ero partecipe, perchè dopo la nostra conoscenza ero tenuto al corrente dell’evolversi dei fatti e delle difficoltà che continuamente si frapponevano al raggiungimento dello scopo. Dopo non po­ca fatica e tanta perseveranza final­mente i suoi scritti cominciavano a frut­tare ed i permessi furono quasi tutti nel­le mani della signora Bibbiani che tor­nò a Pomarance ed ordinò la Croce al falegname. Egli prese l’impegno di co­struirla ma non quello di procurare il le­gno adatto e come lo voleva ed esige­va la signora, così questa interpellò la Guardia Forestale, il cui Maresciallo sig. Visci Vittorio riuscì a procurarglie­lo proprio come lo desiderava.

Fu scelto il posto giusto dove collocar­la, in modo da non ostacolare il traffico e la visibilità a chi percorreva questa Statale.

Finalmente il 24 settembre 1988, in uno splendido pomeriggio autunnale, la fa­tidica Croce, dopo una suggestiva ce­rimonia officiata dal Proposto don Pie­ro Burlacchini, ed al canto delle vecchie lodi sacre usate per le rogazioni, in lin­gua latina, venne issata in un cippo pre­disposto dopo essere stata benedetta e baciata dai fedeli. La signora Bibbia­ni ringraziò caldamente quantil’avevano aiutata per raggiungere la meta pre­fissa e tutti i presenti alla cerimonia (un centinaio di persone) tra cui il Sindaco Renato Frosali, il Maresciallo Visci, il Presidente dell’Associazione Turistica, le sue colleghe maestre, il fratello sig. Aurelio, la sorella Maria, il figlio con i nipoti. I giovani nipoti consegnarono un cartoncino con effigiata la Croce già
pubblicata sul libro “IL FORMICAIO’’. Così la signora Bibbiani prima con il li­bro ed oggi con la Croce è tornata ce­lebre nella sua terra e come lei i suoi familiari. Terminate le funzioni religio­se il gruppo dei presenti, dietro invito della signora, si è recato presso il Cir­colo ACLI dove è stato offerto un ricco rinfresco.

A questa piccola, ma grande maestra vada, a nome mio e della Redazione di questa Rivista, un augurio di prosperi­tà ed un grazie per aver ripristinato un simbolo di religiosità che, senza la sua tenacia, sarebbe rimasto soltanto nel ri­cordo di pochi.

La CROCE DEL BIBBIANI come la ri­corda Vittoria Silvestrini nel suo libro “IL FORMICAIO”: Posta sulla via Provinciale, all’imboc­co della stradetta della nostra casa, era il punto di riferimento per chi ci cerca­va. Fatta di due grossi tronchi incastra­ti, aveva in alto una tavoletta con la si­billina scritta “I.N.R.I. ” e all’altezza dei piedi un ceppo con un grosso chiodo. Mi rivedevo piccolina abbracciata a quella Croce; risento sulle labbra il con­tatto di quel chiodo bollente d’estate, marmato in inverno, e l’odore agrodolce del catrame! Quanti fiori campe­stri ho messo sul piedistallo, sul chio­do, sulle braccia di quella Croce!

Ma la festa era per le Rogazioni, molti bambini di città non sanno nemmeno cosa sono le Rogazioni, cioè le proces­sioni che si fanno nelle campagne, per tre giorni di seguito, prima dell’Ascen­sione, per impetrare dal Signore un buon raccolto.

…La nostra casa distava dalla via mae­stra un tiro di schioppo e vi si perveni­va mediante una stradella sassosa, fiancheggiata da pergole di viti. All’im­bocco, nera e solenne, su un piedistal­lo di pietra, troneggiava la Croce, la Croce del Bibbiani, la nostra Croce.

Qui si fermavano ogni giorno i postini per prendere il latte; qui arrivavano le signore del paese durante la passeg­giata vespertina, qui veniva il Proposto per le Rogazioni; di qui passavano gli operai delle miniere e di Larderello, i barrocciai, le persone che si recavano alla chiesa, i contadini che si recavano alle fattorie, le lente carovane dei muli quasi sepolti sotto le enormi some di carbone (e attaccato alla coda dell’utlimo, il mulattiere dal volto nero e dai denti bianchi come un negro).

…La Croce era come un balcone per noi ragazzi…

…Dalla via maestra ho visto passare le prime biciclette, le prime automobili… …Nel tardo pomeriggio dei giorni feriali passavano le donne del paese che tor­navano da far legna, dalle macchie lon­tane chilometri e chilometri. La porta­vano in testa, senza reggerla, in enor­mi fastelli a forma di sigaro. Incedeva­no lente, sotto il grave peso, con la cal­za in mano ed il ventre gonfio per l’en­nesima maternità.

Vi passavano, mattina e sera, gli irre­quieti operai delle miniere, che discu­tevano, bestemmiando, di salari, di par­titi, di scioperi, o cantavano “Bandiera Rossa” e …

Ricordi più recenti li rivivo anch’io: la Croce del Bibbiani dei miei tempi. Mi rivedo quando, da ragazzo, in compa­gnia di mia madre mi recavo alla Cro­ce del Bibbiani o Croce di Nebbia, o ad­dirittura, per i più vecchi, alla Croce di Parrucca.

Ricordo quando si arrivava agli olmi, lo­calità tra il piccolo boschetto di querciole che demarcava i confini tra il terre­no del Formicaio e quelli del Valentini, una fila di vecchi olmi (una decina) che costeggiando la strada maestra arriva­vano all’incrocio per le Peschiere. La strada in quel punto era in semicurva e dopo pochi passi si scopriva il pode­re. La Croce, che per l’occasione era resa vistosa dagli innumerevoli e vario­pinti fiori di campo, spiccava in lonta­nanza e, mentre la processione dei fe­deli si avviava pian piano, noi ragazzi si scappava avanti a precedere il grup­po. Il traffico automobilistico era esiguo ed il pericolo era limitato, così i genito­ri ci lasciavano correre per quel breve tratto.

Gli anni passarono e si arrivò al perio­do bellico, al passaggio del fronte. In quelle vicinanze, durante un mitraglia­mento, fu ucciso un soldato tedesco e mani pietose scavarono una fossa ai piedi della vecchia Croce e seppelliro­no questo militare. Un cumulo di terra restò per vario tempo visibile ad indi­carne la sepoltura poi, a guerra finita, tutte le tombe segnalate furono riesu­mate e raccolte in un quadro del cimi­tero di Pomarance riservato a questi soldati.

Passarono ancora degli anni, ed io, co­me tanti altri mi recavo a lavoro a Lar­derello: erano i primi anni del dopoguer­ra ed il mezzo di locomozione più usa­to era la bicicletta. Ricordo che una mattina di piena estate, erano le 3 e 30 ed ero solo per recarmi al primo turno che iniziava alle 5, arrivato agli olmi vi­di nel buio ed al flebile riflesso del mio fanale, una fiammella che si muoveva in prossimità della Croce, pensai a qualcuno che si era fermato ad accen­dere una sigaretta, ma più mi avvicina­vo e più mi rendevo conto che attorno a questa fiaccola non c’era nessuno. Ebbi paura e cominciai a pedalare con più intensità arrivando cosi al Formicaio a velocità sostenuta e passando davan­ti più svelto possibile. Dopo, passata la Pieve Vecchia, mi girai indietro e vidi che la fiammella era proprio dietro di me e mi stava seguendo; accelerai an­cora sempre più sino alla discesa di Mona e questa mi seguiva ancora, fi­nalmente arrivato alla Croce del Bufe­ra essa scomparve per la strada di San Dalmazio.

Avevo 17 anni ed ero anche pauroso, poi solo e a quell’ora mi presi un bello spavento. Arrivato sul luogo di lavoro raccontai l’accaduto e dai più anziani fui anche deriso; “Ma era un fuoco fa­tuo” mi disse uno di loro, poi tutti in­sieme mi spiegarono che era gas che si sprigionava dalla terra dove proba­bilmente vi era stato seppellito qualche animale, (ed io allora ricordai chi vi fos­se stato sepolto) con la calura del gior­no questi gas si incendiano e durante la notte possono essere visti.

La mia è una piccola avventura, ma può coprire il vuoto che si frapponeva fra il tempo delle vecchie Rogazioni ed i nostri tempi.

Giorgio

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

Parco della rimembranza

ONORIAMO I NOSTRI EROICI COMBATTENTI

Con il Bollettino di Guerra n° 1268 delle ore 12 del 4 novembre 1918 dira­mato dal Comando Supremo con firma Armando Diaz, si dichiarava: LA GUERRA E’ FINITA CON LA VITTO­RIA DELL’ITALIA.

Questa guerra denominata Guerra Mondiale, dopo lotte asprissime soste­nute con tenace valore dalle nostre truppe per quarantuno mesi con inizio il 24 maggio 1915, cessava le ostilità.

Anno 1925 – Il monumento in costruzione

Una guerra combattuta alacremente sul terreno aspro delle Alpi Carsiche che ad ogni inverno si accaniva sempre più, dove migliaia di giovani erano rimasti sul terreno insanguinato.

Centinaia di reggimenti dislocati nelle varie zone e nei vari settori con mostrine di colore disuguale ad indicar­ne il corpo di appartenenza. Tutti, a loro modo, Alpini, Genieri, Artiglieri, Fanti, Bersaglieri, Cavalleggeri, (ed alle prime esperienze) l’Autocentro e l’Avia- zione, dislocati su Km. di fronte, con la Marina sulle coste di Trieste e Monfal- cone. I pezzi di artiglieria, i grossi semoventi, dovevano esser portati sulle irte cime con dislocazioni precarie e mancanti di strade di accesso. Fu tra­mite trincee e mulattiere che le artiglie­rie, smontate nel limite del possibile, poterono essere portate ad elevate quote e posizionate a rilevanti altezze da permettere lo sparo. Centinaia di questi giovani, spesso con imboscate, con attacchi improvvisi rimanevano sul terreno conteso.

Dopo la data del 4 novembre si attendeva con ansiosità il ritorno di questi militari, di questi ragazzi che erano stati mandati sul confine alpino a difesa del nostro stivale.

Gli italiani erano in delirio per questa vittoria, gli Ufficiali, i soldati stessi erano soddisfatti del loro operato e del loro sacrificio.

Chi era ad attenderli aveva riserbato per loro le più belle manifestazioni di simpatia e di compiacimento. Suoni di campane, di fanfare, ricevimenti civili e funzioni religiose. Incontri con fiori e baci offerti da belle ragazze. Era insomma il momento riservato a questi eroi che ogni giorno con tradotte veni­vano riportati alle loro località, alle loro case.

Purtroppo non fu per tutti così; infatti nei giorni a seguire cominciarono a giungere non più uomini, ma telegram­mi con nomi che andavano ad accre­scere il numero delle liste dei soldati che non sarebbero più tornati. Dopo mesi i conteggi terminarono, lasciando il posto a numeri che si assommarono per poter essere interpretati:

600.000 Caduti

1.000.000 Feriti 500.000 Mutilati

Molte le madri straziate dal dolore accompagnate dalle giovani spose e dagli orfani che magari non avevano nemmeno conosciuto il loro padre.

Più il tempo passava più ci si accor­geva del vuoto lasciato dalla loro man­canza.

Chi aveva le responsabilità comincia­va a sentirne sempre più le colpe.

Si arrivò agli anni venti. Promossi dalla Casa Regnante e dal nascente Partito, si istituirono comitati per l’ese­cuzione di monumenti che a seconda delle località si rendevano più o meno consistenti. Roma, che era la capitale, mise a disposizione il VITTORIANO: il monumento dedicato a Vittorio Ema­nuele Il e da poco terminato (1885- 1911). Così alla base della statua equestre del Re venne messa la salma di un soldato ignoto come simbolo da cui poi questo prese il nome. Il monu­mento detto Altare della Patria, dopo la grande scalea vista da Piazza Venezia, mostra una fiaccola perenne protetta quotidianamente da due soldati che vi montano la guardia. Tutta l’Italia si impegnò a seguire questo esempio e, dalle grandi città fino ai piccoli paesi e alle più sperdute borgate, si cercò con qualsiasi forma e con ogni mezzo di glorificare il sacrificio dei soldati che vi avevano abitato.

Anche Pomarance si prodigò per questa realizzazione e ne dette incari­co ad un apposito Comitato presieduto prima dal sig. Aurelio Funaioli e poi dal sostituto e nuovo eletto Sindaco, sig. Onorato Biondi, nonché dai sottoelen­cati sigg. NASTI Gennaro, BICOCCHI Dott. Michele, BALSINI Don Carlo Pro­posto, FILIPPI Zeffiro, CERCIGNANI Ivo, BIONDI Dott. Pietro Giuseppe, VOLPI Gino (BIAGINI Egisto, LAZZERI Giuseppina, GUASCONI Giovanna, BARACHINO Eda, CANCELLIERI Giu­seppina, tutte facenti parte del corpo Insegnanti). Fino dai primi mesi del 1923, aderendo alle istruzioni superiori delle Autorità Didattiche, iniziarono le sottoscrizioni. Non poche furono, come sempre succede quando c’è da tirar fuori i soldi, le polemiche e le reazioni.

L’incarico del progetto andò al Prof. Architetto Francesco NOTARI di Siena, insegnante presso le classi di Belle Arti e Professore di disegno architettonico.

La base del monumento con i medaglioni di Luigi Bonucci  

Sempre su interessamento del Prof. Notari furono presi accordi con lo scal­pellino GARFAGNINI Quintilio di Poma­rance che prese l’impegno della fornitu­ra di pietrame tufaceo da prelevarsi dalle Cave delle Valli.

Per l’esecuzione dei lavori d’arte fu dato incarico a tal BANCHINI Oscar, livornese dimorante a Siena, coadiuva­to dai Sigg. SARTINI Ugenio e Onofrio e da BACCONI Orazio e figlio di Rapo- lano. Mentre le colonne, tre di un sol pezzo e della lunghezza di tre metri e mezzo, più alcuni lavori d’arte, vennero eseguiti dai fratelli Luigi e Quintilio GARFAGNINI.

I lavori di fusione dei medaglioni da applicare sul dado di base e dell’aquila da apporre sulla guglia, furono affidati allo scultore BONUCCI (Falugi) di Pomarance.

Iniziò così l’approntamento dei basa­menti che vennero eseguiti dove era stata la Cappella Mortuaria di San Rocco (demolita il 16 maggio 1872), sita nel terreno di proprietà della Chie­sa Parrocchiale. Nel sottostante terreno i componenti della Sezione Combatten­ti, stavano allestendo il PARCO DELLA RIMEMBRANZA con tutti i dovuti riguardi di tutti i commilitoni mancanti all’appello.

Mentre il Monumento era arrivato al montaggio del dado di base, nel centro di questo, in un vuoto appositamente creato, venne inserita una pergamena racchiusa in una bottiglia di vetro bleu portante la seguente iscrizione:

CIVIUM PRO PATRIA

BELLO INTER NATIONES GESTO CADUCORUM

POSTERITATI AD MEMORIAM PRODENDAM

POPULUS RIPOMARANCIUS

PRIMARIUM HUIUS MONUMENTI LAPIDEM

VICTORIO EMANUELE III

DEI GRATIA ITALORUM REGE

HONORATO JOANNES BAPTISTAE VINCENTI BIONDI

SINDICO

ANNO REPARATAE SALUTIS MCMXXVI

POSUIT

(Petrus Joseph Joannis Baptistae Petri Biondi Nob. Voi. Doct. Hanc Memoriam Dictavit).

Fu un lavoro assai lungo, sia per il reperimento dei fondi sia per la mano­dopera interessata; l’approntamento dei giardinetti che attorniavano in sim­metriche aiuole il monumento, veniva­no con amore preparate e curate dal combattente Leontino DELL’OMO che rimase custode sino alle sue possibi­lità.

Pian piano tutto prendeva forma, furono piantati i 79 cipressi in egual numero dei soldati non tornati a casa e ad ogni gambo fu posta una targhetta metallica smaltata con inciso il nome di un caduto. A questo punto ritengo doveroso ricordare con un elenco i nomi di questi Eroi:

BALDESCHI Nello. BALDESCHI Luigi, BALDINI Antonio, BARGELLI Armindo, BARGELLI Francesco. BAR- TALONI Pietro, BENUCCI Quintilio, BIANCHI Natale, BIANCHI Dante, BIANCHI Giuseppe, BIBBIANI Luigi. BICCHIELLI Arturo, BIONDI BARTOLI- Nl Giulio, BOCCI Giulio, BUCALOSSI Virgilio. BUCALOSSI Gino, BUFALINI Ugo, BURCHIANTI Igino, BURCHIANTI Dante, CALAMASSI Giuseppe, CALVA- Nl Giuseppe, CIGNI Arturo, CIPRIANI Tersilio, CORBOLINI Armando, COSTAGLI Mario, COSTAGLI Ulderigo, COSTAGLI Leontino, COSTAGLI Primo, DELL’OMO Igino, DELL’OMO Primo, FABIANI Giuseppe, FABIANI Tersilio, FEDELI Angiolo, FILIPPI Anto­nio, FORNARI Alessandro, FRANCHI Sabatino, FRIZZI Alvino, FRIZZI Enzo, GARFAGNINI Giovanni, GAZZARRI Tersilio, GAZZARRI Balduino, GAZ­ZARRI Amedeo, GAZZARRI Amerigo, GONNELLI Fidalmino, GREMIGNI Ter­silio, GREMIGNI Eugenio, GUERRIERI Rizzieri, LESSI Renzo, MANGHETTI Antonio, MANGHETTI Arturo, MAZZIN- GHI Albino, MAZZINGHI Giulio, MICHELOTTI Giovanni, MICHELOTTI Ulderigo, PETTORALI Umberto, PINI Enrico, PUCCI Egisto, RASOINI Gio­vanni, RIBECHINI Giuseppe. RIGHI Adolfo, RINALDI Piero, ROSSI Miche­le. ROSSI Cherubino, SALVINI Eliseo, SALVINI Quintilio, SALVINI Primo, SANTI Secondo, SPINELLI Giuseppe. SPINELLI Gennaro, SPINELLI Pietro, SPINELLI Angiolino, TANI Edoardo, TICCIATI Fioravante. TICCIATI Giusep­pe, TOFANI Tersilio, TONELLI Attilio. TRAFELI Guido, VALENTINI Secondo. VON BERGER Riccardo.

Finalmente tutto fu pronto per l’inau­gurazione; il 4 novembre 1926 si potè presentare ai concittadini ciò che per volere di taluni si era riusciti a fare.

L’imponente monumento con i suoi dieci metri e mezzo di altezza con il suo caratteristico colore del tufo, tro­neggiava tra il verde delle siepi che attorniavano le aiuole nelle quali spic­cavano variopinte zinie.

A far rispettare il luogo, oltre a Leon­tino, ci pensava Primo Guardia (Vigile Urbano) temuto sia dai piccoli che dai grandi per le ramanzine che non rispar­miava a nessuno.

Le panchine dislocate quà e là nei punti più in ombra erano ricercate sia dai giovani che dagli anziani e costitui­vano un piacevole luogo d’incontro e di conversazione.

La strada che vi conduceva, a partire dal Teatro, era stata sistemata con una fila di lampioni posizionati con apposite colonnette in getto, sul muretto fian­cheggiante il lato della Cecina. Così sia la sera sia il giorno questa strada deno­minata poi Via dell’impero, divenne passeggiata abituale di tutti.

Le colonne e la guglia

Le spese per la realizzazione di tutto questo, raggiunsero la strabiliante cifra di lire 71.734,20 raccapezzata con offerte di una apposita sottoscrizione, con una fiera di beneficienza creata PRO MONUMENTO, da varie rappre­sentazioni drammatiche effettuate nel Teatro dei Coraggiosi dai dilettanti del luogo, dall’Amministrazione Comunale, dall’Amm.ne Provinciale, dalla Società Boracifera Larderello, dai Sigg. Bicoc- chi, dagli Eredi Ricci, dal Marchese Antinori e dalla raccolta delle Maestre presso le scuole. Da aggiungere a tutto la manodopera prestata dalla Associa­zione Nazionale Combattenti locale, che si prodigò in misura encomiabile. Da considerare che contemporanea­mente fu fatta la Cappella dei Caduti nella Parrocchia, voluta da Don Balsini.

Al tutto mancarono solo le quattro colonnette previste agli angoli del riquadro di base, ma anche queste furono in breve realizzate, posizionate e non pagate. I Garfagnini che ne erano stati commissionati furono talmente indignati da venire a diverbio con i committenti. Non riuscendo a spuntare la situazione escogitarono un sistema intimidatorio. Notte tempo, scalpello e mazzuolo, si ricarono sul posto scavando una nicchia dove minacciarono di posizionare una mina da loro usata in cava. La cosa non fece effetto ed il debito si dilungava, final­mente per porre fine alla situazione le colonnette furono sostituite da quattro bombe di aereo, che svuotate della loro potenzialità furono infisse con le alette in basi quadrangolari ed unite tra loro, alle estremità, da catene pendenti agganciate a campanelle avvitate nei fori delle spolette.

Iniziò il conflitto della guerra ‘40 – ‘45 e la carestia di materiale ferroso ad uso bellico arrivò anche al monumento, così le quattro bombe di acciaio torna­rono ancora una volta in uso sottraen- dole al loro sacro incarico.

II monumento: foto attuale

Nel 1946, a fine guerra, con gli stessi intenti, nel sottostante PARCO DELLA RIMEMBRANZA, al centro dei cipressi fu eretto un cippo a ricordare i morti civili e militari di questa seconda Guer­ra Mondiale. Sulla base del cippo sono scritti i nomi di queste persone di cui ritengo giusto ricordare i nomi:

CADUTI MILITARI: CALVANI Dino, CASANOVI Eraldo, CORBOLINI Aldo. COSTAGLI Leontino. FABIANI Umber­to, FILIPPI Bruno. GARFAGNINI Ivo, MORI Bruno, MUGNAINI Ivo, RIGHI Adolfo, SENESI Corrado, SOCCI Amaddio, SPINELLI Attilio.

CADUTI CIVILI: BRUNETTI Bruna, CAPPELLINI Giuseppe, FEDELI Valdo, FROSALI Bruno, FROSALI Secondo, PINESCHI Attilio, ROSSI Pietro, ROSSI Mario.

Nell’occasione furono nuovamente ordinate le quattro colonnette, rimesse al loro posto e questa volta pagate.

Ad oggi sembra che l’impegno non sia troppo mantenuto, basti vedere lo stato in cui si trova; non più aiuole per i bambini, è rimasto soltanto il cartello “PARCO GIOCHI BIMBI”; i cipressi dei caduti hanno perduto le loro targhette che avevano dato luogo al nome PARCO DELLA RIMEMBRANZA. Vi si vede qualche anziano sulle panchine, motorini in sosta e nella buona stagio­ne qualche giovane innamorato.

Speriamo che non si aspetti un’altra guerra a risistemare il tutto e che que­sto articolo stimoli chi di competenza a provvedere.

Giorgio

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.

VINCENZO TAMAGNI A POMARANCE

UNA MADONNA CON BAMBINO NELLA SALA DELLA EX PRETURA

Madonna con bambino – Vincenzo Tamagni (particolare)

Nell’ex Palazzo della Pretura di Poma­rance, situato nel centro storico di Poma­rance in Piazza Cavour, sono conservati dei pregevoli affreschi cinquecenteschi tra i quali desta l’ammirazione l’immagi­ne della Vergine con il Bambino.

Dipinta su una parete dell’ antica sala consiliare, già del vicariato di Val di Ce­cina, è il soggetto centrale di tre raffigu­razioni racchiuse in altrettante lunette sot­tovolta rappresentanti da una parte San Giovanni Battista e dall’altra un Santo Ve­scovo di una città di fiume( forse San Zenobi di Firenze) restaurate per conto del Comune di Pomarance nel luglio del 1976 da Walter Benelli di Pisa (delibera Com.le N. 125 del 25 Giugno 1976.

L’opera è del pittore di San Gimignano, Vincenzo Tamagni che lavorò per alcuni anni a Pomarance tra il 1524 ed il 1528 realizzando una serie di opere ; alcune delle quali conservate nella chiesa Par­rocchiale di Pomarance.

Le tre lunette affrescate sono corredate al di sotto da una iscrizione in versi latini che è atto di consacrazione del popolo verso la Madonna: “A te questi pegni di amore devoto pone questo popolo. Pro­teggi o vergine da tutti i mali, sii luce nei suoi consigli e in tutte le cose, guida e di­fesa” (traduzione di Don Mario BOCCI). È probabile, infatti, che l’effige di Maria e dei Santi fosse stata commissionata in se­guito ad un voto fatto nell’ epoca della pe­ste che imperversò in Val di Cecina nel 1522-24-26-28. Vincenzo Tamagni, nato il 10 aprile 1492, definito “ragazzo prodigio” del ’500, nel 1510 firmava un ciclo di affreschi mariani a Montalcino nella chiesa di San Francesco. Lavorò a Roma nelle Logge Vaticane co­me aiuto di Raffaello da Urbino e pur avendo avuto influenze pittoriche del Peruzzi, del Ghirlandaio, di Filippo Lippi e del Sodoma rimase un autore di ripetizio­ni un pò meccaniche che sono indizio di un “Raffaellismo superficiale“(Nicole Dacos Crifo) e di una singolare “arcaicità11 di ipostazione (Antonio Caleca).

Sala della ex Pretura

Nel 1524 dipingeva un affresco nell’Oratorio della Annunziata( attuale Battistero) della chiesa di San Giovanni Battista di Pomarance dove è raffigurato I’ Eterno Padre con angeli musicanti, scene dell’ Annunciazione e della Visitazione come ornamento del presepe in terracotta attri­buito a Zaccaria Zacchi da Volterra. Queste figurazioni dovevano servire a completare il racconto evangelico della Notte Santa, di cui lo scultore volterrano aveva già colto, nelle sue sculture policro­me il momento più alto.Sul fondale il pit­tore ha accostato in un’unica composizio­ne l’annuncio dei pastori e la fantasiosa cavalcata dei Magi preceduti dai loro scu­dieri. Nel sottarco è dipinto l’Eterno Pa­dre contorato da serafini e angeli musi­canti, che accompagnano coi loro stru­menti il canto della “Gloria”.

L’anno successivo, 1525, eseguiva una tavola ad olio rffigurante la Madonna e i Santi, collocata attualmente nella cappel­la di San Giovanni Battista (Don Mario Bocci, Notizie della Comunità Parrocchia­le di Pomarance; 1991).

Pochi anni prima della sua morte, avve­nuta dopo il 1529, eseguì anche una tavola ad olio raffigurante San Giuseppe che gli fu commissionata dal Comune di Ripomarance per Cappella di “San Joset” come attestano alcuni pagamenti del quadro nell’anno 1528: ‘‘A Vincendo Ta­magni pictor pella tavola di Sancto Jo­seph Lire 35;

Al comune e per lui al dipintor per conto della tavola di Sancto Joseph…”. (Arch. Stor. Com.le Pomarance F.632; c.386 r.). È probabile che questa opera sia quella collocata nel Palazzo Barberini di Roma, trafugata nel secolo scorso, venne cedu­ta al monte di Pietà di Roma che la riven­dette nel 1875.

Jader Spinelli

Articolo tratto da “La Comunità di Pomarance”.